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È stato approvato in via definitiva il decreto-legge n. 87 del 2018, il noto “Decreto dignità”.
Si tratta, in realtà, di un insieme di misure eterogenee, che vanno dal divieto alla pubblicità del gioco d’azzardo alla modifica del “redditometro” e all’eliminazione dello “split payment”, dalla definizione di nuovi limiti alle delocalizzazioni ad una stretta sul ricorso ai contratti a tempo determinato, presumendo erroneamente che rendere più difficile rinnovarli e prorogarli porti automaticamente a un incremento dei contratti stabili e a un aumento di posti di lavoro a tempo indeterminato.
Il decreto manca di ogni riferimento a misure reali per la tutela dei lavoratori precari e non contiene nemmeno proposte come quella di un percorso sperimentale per l’introduzione del salario minimo legale, che il Partito Democratico sta invece portando avanti con convinzione.
Queste sono le principali misure in esso contenute.
La stretta sui contratti a termine.
Viene modificata la situazione dei contratti di lavoro a tempo determinato, stabilendo per prima cosa che la loro durata massima scenda da 36 a 24 mesi. Viene anche limitato il numero delle possibili proroghe del contratto, che dalle attuali 5 diventano 4.
In occasione di “ciascun rinnovo del contratto” scatta inoltre un aumento di 0,5 punti percentuali del contributo addizionale – attualmente pari all’1,4 per cento della retribuzione imponibile ai fini previdenziali – previsto dalla Legge Fornero per finanziare l’indennità di disoccupazione ma grazie a un emendamento del Pd approvato in sede referente nelle Commissioni riunite Finanze e Lavoro, questo incremento non si applicherà al lavoro domestico, evitando così costi aggiuntivi alle tantissime famiglie che hanno assunto una badante o una baby-sitter.
Da sottolineare che il contratto a termine potrà essere sottoscritto “liberamente” solo per una durata massima di 12 mesi. Dopo vengono ripristinate le “causali”: il datore di lavoro dovrà esplicitare le ragioni che giustificano il ricorso ad un rapporto a tempo determinato ovvero chiarire le esigenze temporanee e oggettive o di sostituzione di altri lavoratori, oppure per incrementi temporanei, significativi e non programmabili, dell’attività ordinaria e picchi di attività.
Esiste un grave rischio che ci sia un impatto negativo sull’occupazione. Su circa due milioni di contratti a termine attivati ogni anno – al netto di stagionali, agricoli e PA – il 4 per cento, vale a dire 80 mila rapporti di lavoro, supera infatti la durata effettiva di 24 mesi, e pertanto si pone in contrasto con le nuove previsioni. Il 10 per cento di questi, quindi 8 mila lavoratori, secondo le stime perderanno il posto già alla fine di quest’anno. Oltre al danno del licenziamento e della perdita del posto, poi, per questi lavoratori ci sarà la beffa di vedersi riconosciuta una Naspi più corta rispetto a quella che avrebbero percepito se fossero rimaste in vita le vecchie regole sui contratti a termine fino a 36 mesi. Va sottolineato come grazie ad un emendamento del Pd approvato sempre in sede referente l’articolo 3-ter introduca l’obbligo, per il Ministro del lavoro e delle politiche sociali di riferire annualmente al Parlamento in merito agli effetti occupazionali e finanziari derivanti dall’applicazione delle disposizioni del decreto.
Un altro emendamento del Pd approvato in sede referente, aumenta l’indennità per il lavoratore che invece di avviare un contenzioso sceglie la strada della conciliazione: la minima sale da 2 a 3 mensilità, la massima da 18 a 27 mensilità.
Da sottolineare come grazie all’iniziativa del Partito democratico, che per primo in Commissione aveva presentato emendamenti correttivi, sia stato possibile approvare in Aula un emendamento per esentare dalla stretta sulla somministrazione i lavoratori portuali. È stato così corretto il decreto, che rischiava di compromettere l’intero comparto dell’economia del mare, ed è stata introdotta la possibilità di utilizzare interinali nei porti nei momenti di particolari picchi, che necessitano di manodopera specializzata.
Si può concludere che gli obiettivi della lotta al precariato e della creazione di posti fissi di lavoro non saranno certo raggiunti grazie a questo decreto che rischia non di favorire l’indeterminato, ma di rendere più conveniente la non-assunzione. Il Pd propone di proseguire, con maggiore decisione, lungo la strada già presa, riducendo il cuneo contributivo sul tempo indeterminato: il lavoro stabile vale di più, deve costare meno. Chiediamo l’unica vera misura per favorire il lavoro stabile: l’abbassamento dei contributi a carico dei datori di lavoro di quattro punti in quattro anni sui contratti a tempo indeterminato.
Nuove norme su delocalizzazioni e livelli di occupazione
Il Decreto non distingue adeguatamente tra i casi di vera e propria delocalizzazione “selvaggia” e i casi invece di internazionalizzazione di un’azienda. Oltre alla stretta sugli aiuti di Stato legata alle delocalizzazioni, il decreto ne prevede una per le imprese – italiane o estere, comunque operanti sul territorio nazionale – che riducono l’occupazione dopo aver ottenuto agevolazioni che prevedono proprio la valutazione dell’impatto occupazionale.
Contrasto al disturbo da gioco d’azzardo
L’articolo 9 del decreto integra le misure già esistenti di prevenzione e contrasto del fenomeno del “disturbo da gioco d’azzardo” introducendo uno stop alla pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro. Il divieto vale per ogni forma di pubblicità, comunque essa sia effettuata e su qualunque mezzo, comprese manifestazioni sportive, culturali e artistiche, trasmissioni televisive e radiofoniche, pubblicazioni, affissioni e i canali informatici digitali e telematici, compresi i social media. Nel corso dell’esame in Commissione, grazie ad emendamenti voluti dal Pd, si è stabilito di introdurre meccanismi di monitoraggio e di relazione al Parlamento da parte del Ministero delle finanze e del Ministero della salute e di istituire il logo No slot, rilasciato dai Comuni ai pubblici esercizi e ai circoli privati che eliminano o che si impegnano a non installare gli apparecchi da intrattenimento per il gioco lecito.
Sempre grazie ad un emendamento del Pd approvato in sede referente si è deciso di consentire l’accesso agli apparecchi da gioco lecito esclusivamente mediante l’utilizzo della tessera sanitaria, al fine di impedire l’accesso da parte dei minori. Si prevede che siano rimossi dagli esercizi, dal 1° gennaio 2020, gli apparecchi privi di meccanismi idonei ad impedire l’accesso ai minori. La violazione di tale norma è punita con una sanzione amministrativa di 10 mila euro per ciascun apparecchio.
Con un altro emendamento del Pd, approvato questa volta in Aula, è stato anche stabilito che i tagliandi delle lotterie istantanee – i cosiddetti “gratta e vinci” – debbano contenere dei messaggi, stampati su entrambi i lati in modo da coprire almeno il 20 per cento della corrispondente superficie, contenenti avvertenze sui rischi connessi al gioco d’azzardo. Con un decreto del Ministro della salute verranno stabiliti caratteristiche grafiche e contenuto del testo, con il tagliando che comunque dovrà riportare la dicitura “Questo gioco nuoce alla salute”.
Nel complesso, l’efficacia del provvedimento sarà tutta da verificare in un arco di tempo non breve, anche se fin d’ora si può osservare come tale efficacia rischi di essere vanificata dall’assenza di una disciplina sovranazionale della materia. Più chiare sin d’ora le conseguenze economiche, perché queste misure si tradurranno in un calo delle entrate Iva sulla pubblicità dei giochi e in un taglio delle risorse a disposizione di emittenti, editori e società di calcio, con potenziali ricadute anche in termini occupazionali.
Redditometro, spesometro e split payment.
L’articolo 10 modifica l’istituto dell’accertamento sintetico del reddito complessivo, il cosiddetto “redditometro” (in sostanza il reddito del contribuente deve essere compatibile con le spese da questi sostenute), introducendo il parere dell’Istat e delle associazioni dei consumatori più rappresentative. Il Ministero dell’economia e delle finanze può così emanare il decreto che individua gli elementi indicativi di capacità contributiva dopo aver sentito questi soggetti per gli aspetti riguardanti la metodica di ricostruzione induttiva del reddito complessivo in base alla capacità di spesa e alla propensione al risparmio dei contribuenti. Il decreto ministeriale del 16 settembre 2015, contenente gli elementi indicativi necessari per effettuare l’accertamento, viene contestualmente abrogato e non ha più effetto per gli anni di imposta successivi a quello in corso al 31 dicembre 2015. Si indebolisce in tal modo l’azione di contrasto all’evasione, poiché, fino all’emanazione del nuovo decreto, lo strumento del redditometro non sarà utilizzabile ai fini degli accertamenti fiscali.
L’articolo 12 prevede l’abolizione del meccanismo della scissione dei pagamenti, il cosiddetto split payment, in base al quale le pubbliche amministrazioni versano direttamente al fisco l’Iva per l’acquisto di beni e servizi da privati (in sostanza, si tratta dei compensi dei professionisti). È il meccanismo che ha garantito un buon recupero dell’evasione, considerando che le stime più attendibili indicano come il gettito recuperato ammonti almeno a 2 miliardi di euro ogni anno. Anche se l’eliminazione riguarda i soli professionisti, ossia una parte marginale dei soggetti coinvolti dalle norme sullo split payment, è evidente come questa misura e quelle contenute negli articoli precedenti rivelino l’intenzione del Governo di indebolire l’azione di contrasto dell’evasione.
Società sportive dilettantistiche.
L’articolo 13, sopprime le previsioni introdotte dalla Legge di bilancio 2018, in base alle quali le attività sportive dilettantistiche potevano essere esercitate anche da società sportive dilettantistiche con scopo di lucro e abroga le agevolazioni fiscali a favore delle stesse introdotte dalla medesima legge. Nel complesso, si tratta di un provvedimento che interviene su misure stabilite così di recente da non aver nemmeno potuto dispiegare il proprio effetto. Si tratta di un imperdonabile passo indietro, che oltre a limitare l’operatività delle società, rischia di rappresentare un ritorno al passato dal punto di vista delle condizioni di lavoro degli operatori del settore, che per la prima volta avrebbero goduto della protezione previdenziale obbligatoria dell’Inps, e dei laureati in scienze motorie, ai quali per la prima volta veniva garantita una prospettiva lavorativa certa, nel contemporaneo innalzamento delle garanzie sul versante della protezione della salute.
Le nostre priorità e le nostre proposte in materia di lavoro e occupazione.
È indispensabile ridurre il cuneo contributivo sul tempo indeterminato: il lavoro stabile vale di più, deve costare meno. Il Pd continua a chiedere l’unica vera misura per favorire il lavoro stabile: l’abbassamento dei contributi a carico dei lavoratori di 4 punti in 4 anni sui contratti a tempo indeterminato. Vogliamo salvaguardare chi oggi ha un contratto a termine con un incentivo alla trasformazione.
Per favorire la trasformazione dei contratti a termine in contratti stabili, il Pd propone il pagamento ai lavoratori temporanei di una buonuscita compensatoria in caso di mancata stabilizzazione, proporzionata alla durata del contratto, e aggiuntiva rispetto al Tfr.
Il Pd propone che sia la contrattazione collettiva a definire le causali sul tempo determinato. Solo la contrattazione è in grado, settore per settore, di interpretare meglio le esigenze di lavoratori e aziende rispetto alla frettolosa formulazione del governo.
Vogliamo avviare una sperimentazione sul salario minimo: un lavoro onesto richiede una paga onesta, per tutti. Il decreto non affronta in alcun modo il tema dei salari e di coloro che vengono pagati con salari fuori da ogni dignità retributiva.
Vogliamo mantenere l’impianto del Jobs act per favorire il lavoro stabile. Il Pd è favorevole a mantenere il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che anche il decreto disoccupazione di fatto non snatura, apportandovi modifiche del tutto marginali.
Come chiedono tutte le parti sociali, ci opponiamo a norme inutilmente punitive sulla somministrazione che oggi rappresenta la forma di lavoro flessibile che dà più tutele al lavoratore, anche in termini economici e formativi, per questo è quella più cara per le aziende.
Ci opponiamo ad aumenti di costo per le famiglie per colf e badanti. Le famiglie italiane, a causa dell’aumento del costo dei rinnovi, rischiano di spendere centinaia di euro in più all’anno per l’assunzione di colf e badanti. L’effetto reale di questo aumento sarà quello di spostare molti di questi lavoratori nel lavoro nero.
Ci opponiamo a ritorni al passato sui voucher. Il Pd è contrario a un’estensione di tetti monetari, settori e imprese che riconducano le prestazioni occasionali al rischio di abusi, in particolare nel settore dell’agricoltura, e alla sostituzione di contratti subordinati a chiamata o a termine con lo strumento dei vecchi voucher.
Cambiare le regole del mercato del lavoro non basta per creare lavoro, occorrono investimenti per sostenere l’occupazione stabile e lo sviluppo del Paese, per sostenere gli investimenti pubblici, nonché per favorire gli investimenti esteri in Italia: il sostegno allo sviluppo integra e sostiene la creazione di posti di lavoro stabili, a sostegno e a integrazione del taglio del cuneo fiscale.