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È trascorso già più di un mese dal voto politico del 4 di marzo; un po’ di tempo credo fosse necessario per ascoltare e riflettere con calma e umiltà sulle cause del disastro elettorale del PD. Per questo riprendo solo oggi la pubblicazione di questa mia newsletter. Per prima cosa desidero ringraziare tutti gli elettori del PD e degli altri partiti alleati che mi hanno confermato la fiducia nel collegio uninominale di Ravenna. Un ringraziamento particolare per i militanti ed i volontari che hanno dedicato una parte del loro tempo e delle loro energie alla campagna elettorale. Senza di loro, ma forse è meglio dire senza di voi, non avrei sicuramente ottenuto i 55.151 voti, pari al 32,56 %, grazie ai quali sono stato rieletto alla Camera dei Deputati. Purtroppo però si tratta di un risultato positivo in un contesto disastroso. Sconfitta del ‘sistema’ l’hanno definita molti autorevoli commentatori. Significa che il voto ha espresso il larghissimo scontento che percorre tutta l’Italia: questo è, in estrema sintesi, il significato del voto del 4 marzo; i perdenti siamo essenzialmente noi e Forza Italia. I vincitori invece sono le forze percepite (ovviamente nelle intenzioni degli elettori; altra cosa è la capacità e la volontà delle élites politiche che guidano quei partiti) come anti-establishment, cioè M5S e Lega. A fronte della diffusa e stringente richiesta di sicurezza che la grande crisi ha generato il nostro ‘ottimismo’ è apparso dissennato perché gli esiti negativi della lunga crisi sono di fatto ancora vivi e operanti nella nostra società e noi non siamo stati capaci di entrare in empatia con gli italiani e con i loro problemi. Cosa che è riuscita, con la consueta abilità, alle destre e ai qualunquisti, che hanno immediatamente colto che il primo problema dell’Italia è la sicurezza – dove per sicurezza dobbiamo intendere le sicurezze esistenziali (cioè la sicurezza del lavoro, della sanità, del Welfare, oltre alla tutela delle libertà personali), una volta assicurate le quali c’è anche la capacità e l’attitudine all’accoglienza. Naturalmente, quella dei qualunquisti e della destra è una sicurezza a sua volta parziale e propagandistica. Il che, ovviamente, non ha impedito che sui fallimenti della destra economica neoliberista, che da decenni comanda in Europa si siano infilati, secondo un modello classico, la destra politica e i qualunquisti. Noi non abbiamo saputo fare analisi politica, economica, strategica, delle dinamiche storiche contemporanee. E senza analisi non c’è linea politica. Dopo lo straordinario successo del PD alle Europee del 2014, senza dubbio merito soprattutto della novità politica che Renzi ha rappresentato nella prima fase del suo governo, con le conseguenti altissime aspettative suscitate, e poi in parte deluse, nell’opinione pubblica, abbiamo progressivamente logorato il nostro consenso ed in quattro anni siamo scesi dal 40,81% al 18,72%, perdendo esattamente 5.068.507 voti. Un numero impressionante! Ma non ci è capitato all’improvviso, tutto in una volta. Non è un cinico scherzo del destino, è la conseguenza di un problema politico che non abbiamo mai voluto discutere ed analizzare. Nemmeno nel congresso, che è stato più una conta per rilegittimare il segretario che non una profonda riflessione collettiva per capire quali fossero i nostri problemi e tentare di risolverli. Purtroppo i congressi che si concludono con le primarie sono fatti così: è difficile discutere veramente, perché ciascuno si iscrive a priori a una squadra, scegliendo quale candidato sostenere, e più che cercare di comprendere le ragioni che possono esserci nelle posizioni degli altri tenta necessariamente di demolirne le motivazioni, per conquistare qualche consenso. Comunque sia, di primarie in primarie, di elezione persa in elezione persa, siamo arrivati qui, ed ora non credo sia utile, né costruttivo, gettare solo la croce addosso a Renzi. E’ ovvio che un segretario che ci porta ad una sconfitta storica di questa portata deve farsi da parte, ci mancherebbe, ma se pensiamo di risolvere il problema semplicemente sostituendo Renzi commettiamo ancora una volta lo stesso errore. Il nostro problema non può risolversi nel trovare il leader al quale affidarci. Per quanto la leadership sia importante nella politica contemporanea, non basta.  Condivido quello che scrive il mio amico prof. Carlo Galli, uno dei pochi veri intellettuali che sono stati eletti in Parlamento e con cui ho avuto il piacere di confrontarmi nel corso della passata legislatura: “Occorre, pertanto, avere chiaro che il problema teorico e politico di fondo è che la sinistra non sa che cosa vuole e che cosa vuole essere; a quale tipo di bisogno vuole rispondere. A ben vedere, oggi siamo davanti alla débâcle del ceto politico postcomunista, che ha dato origine al Pd senza però riuscire a fondare una prospettiva politica vincente, e che alla fine è stato sconfitto dall’altra componente, inizialmente minoritaria, dello stesso Pd – quella degli ex DC –. Ma anche questi, oggi, non riescono più a parlare agli italiani. Il Pd nasce infatti nella convinzione che fossero avvenute delle modifiche non più reversibili del sistema politico ed economico mondiale e che servisse un partito di ispirazione liberal, che – in sintonia con il sistema di valori e di alleanze usciti vincitori dalla Guerra fredda – fosse in grado di portare l’Italia al livello dell’Europa e dell’Occidente. E, invece, questo sistema non ha funzionato, e nel 2008 è entrato in una crisi che, almeno per il nostro Paese, è ancora aperta. Una crisi che minaccia gravemente il Pd: oggi un partito liberal non serve più, non è credibile. Sarà marginalizzato come furono a suo tempo marginalizzati i veterocomunisti. Oggi l’Italia chiede protezione, in modalità differenti, se non opposte, in relazione ai propri spazi sociopolitici. Il Sud, dove la società è fragile, chiede, con il M5S, un sostegno economico vitale, una vera rendita politica. Il Nord, dove la società è più forte, chiede, con la Lega, efficienza e lotta al degrado. Chiede ovunque più Stato, e un rinnovo radicale delle classi politiche ormai delegittimate, anche se in due direzioni diverse.” A ben guardare il problema che avete trovato nelle parole di Galli è lo stesso che ha colpito in modo micidiale i socialisti in Francia e Spagna, i socialdemocratici in Germania, i Laburisti in Gran Bretagna ecc.. Nel Regno Unito inoltre con il referendum sulla Brexit è stato simbolicamente rifiutato un certo orientamento in senso europeo; la Francia si è salvata dalla Le Pen grazie ad un meccanismo elettorale che fa sì che il Presidente della Repubblica governi con nemmeno il 25 per cento dei consensi; ed in Germania i due principali partiti un tempo concorrenti – SPD, CDU-CSU – perdono voti a favore della desta antisistema e sono costretti a confermare la Grosse Koalition, un taglio delle ali che ha un costo politico-sociale enorme. Insomma, nei principali Paesi europei, con le ovvie differenze che li connotano, la sinistra ed il sistema economico-politico vigente stano perdendo colpi. Tutti sanno che c’è un problema strutturale nell’Europa, e in generale nel neoliberismo, capace – quando ci riesce – di generare soltanto un’occupazione sempre più degradata, sempre meno pagata, sempre più precaria. Un sistema nel quale le disuguaglianze aumentano, e l’ascensore sociale è bloccato. Tutto ciò pone sfide radicali alle quali si può rispondere con i sermoni e con l’evocazione dell’antifascismo, quando la società è “incattivita” e diventa più “fascista”. Dire che gli italiani si sono incattiviti, infatti, non è una analisi politologica; bisognerebbe capire la causa del fenomeno. Tutto ciò è stato presente in campagna elettorale? No, ma era presente nella testa degli italiani, e lo si è visto. Ora il problema non è solo quello, pur grave, di formare il governo. Al riguardo sono già iniziate le minacce di Bruxelles, all’ombra delle quali si svolgono le trattative tra forze politiche che non hanno in realtà grandi spazi di manovra, perché tanto il M5S quanto la destra non potranno certo governare insieme a quel Pd contro il quale si sono espressi i loro elettori. Il problema è come si esce dalla trappola in cui siamo finiti senza che una nuova folle austerità finisca di distruggere la nostra società e di generare altra e più grave protesta. Quanto al Pd, o viene radicalmente rifondato o è destinato alla progressiva irrilevanza.