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Il lavoro è stato al centro di interventi molto seri che vanno inquadrati nella loro complessità. Quando venne varata, la riforma del lavoro tenne banco per il fatto che ridusse alcuni (non tutti, va sempre chiarito e ricordato) profili dell’articolo 18 – valido poi solo per le aziende sopra i 15 dipendenti cioè la netta minoranza di quelle italiane – al fine di sventare innumerevoli e inutili contenzioni e cause civili; l’articolo 18 viene conservato totalmente invece per quanto riguarda i licenziamenti discriminatori, sempre illegittimi. La verità è che il cosiddetto “Jobs Act” del 2014 è stato innanzitutto un riordino della disciplina dei contratti che ha eliminato le forme più precarie e ha al contempo esteso gli ammortizzatori sociali riorganizzando le politiche attive per chi ha perso il proprio impiego. Assieme a questa riforma il Legislatore ha scelto – in una fase record, ricordiamolo, per il tasso di disoccupazione che era al 13% – di stanziare risorse significative per agevolare le nuove assunzioni, la famosa decontribuzione (ossia il versamento dei contributi a carico dello Stato, per i primi tre anni di ogni assunzione a tempo indeterminato), cosa che ha portato infatti a un incremento del numero dei posti stabili. E questo mi pare un bene. Sono state insomma previsioni chiare, basate sull’idea che lo Stato debba sfrondare la zona grigia della precarietà, sollecitare le persone in cerca di lavoro a un’adeguata formazione garantendo in questo periodo un sussidio di disoccupazione, e agevolare le imprese ad assumere in una fase critica per l’economia (non a caso la decontribuzione si sta esaurendo e, nel 2018, è destinata solo agli under 35enni). Questo intervento normativo si è in seguito accompagnato a una novità assoluta, ovvero la formulazione dello “statuto” del lavoro autonomo non imprenditoriale, che riguarda le partite Iva, i freelance e i professionisti, abbandonati per 20 anni in una specie di far west: abbiamo messo fine a questo trattamento di serie B estendendo a 2 milioni di persone i diritti che non avevano. Maternità, malattia, nuovi strumenti per proteggersi da eventuali scorrettezze dei committenti (che avranno massimo 60 giorni per pagare il lavoro svolto e non potranno modificare unilateralmente i contratti), l’equiparazione dei lavoratori autonomi alle imprese nel partecipare a bandi e appalti pubblici, o per accedere ai fondi europei, sono alcuni dei diritti oggi normati. I freelance come i co.co.co. e i co.co. pro. che perdono il lavoro hanno finalmente e strutturalmente accesso a un’indennità di disoccupazione, che dal 2018 coinvolge anche assegnisti e dottorandi di ricerca che prima ne erano privi. Per 2 milioni di lavoratori sono poi integralmente deducibili le spese per la formazione e l’aggiornamento professionale, per i loro committenti lo sono alcune spese legate allo svolgimento del compito assegnato al professionista. Assieme al riordino del lavoro autonomo, la legge ha anche regolato le modalità del cosiddetto “lavoro agile” per i dipendenti, sancendo che una parte delle mansioni – ovviamente in accordo, scritto, con il datore di lavoro – possa essere svolta fuori dall’ufficio per conciliare i tempi di vita e lavoro e mantenendo tassativamente lo stesso trattamento economico previsto dal contratto (dunque vietando qualsivoglia penalizzazione). Nell’ultima legge di Bilancio della Legislatura abbiamo poi sancito a livello normativo – altra innovazione assoluta – il fatto che tutti i professionisti abbiano diritto a un equo compenso, al fine di sventare una pericolosissima e sempre più diffusa pratica: quella di far lavorare anche a 1 euro le persone, specie giovani, di fatto ricattandoli con l’idea di “fare esperienza” ma così facendo danneggiando il lavoratore e tutti gli altri professionisti, perché si tratta solo di dumping salariale. Ecco, questo grazie al Pd non sarà più possibile. Così come non sono più tecnicamente possibili le “dimissioni in bianco”, una pratica indegna che si rivolgeva soprattutto alle donne, cui veniva chiesto prima dell’assunzione di firmare una lettera di dimissioni che il datore di lavoro avrebbe poi utilizzato a fronte della maternità della lavoratrice o di una malattia prolungata. I dati dell’Istat rilevavano che il fenomeno aveva coinvolto circa 1 milione di donne costrette a dimettersi dopo la nascita di un figlio: il Jobs act, che contiene la norma anti-dimissioni in bianco, prevede l’obbligo di dare le dimissioni solo attraverso la compilazione di un modulo online, dotato di numerazione progressiva e con validità massima di 15 giorni. È dunque tecnicamente impossibile costringere una persona a firmare in anticipo le proprie dimissioni e l’efficacia della misura è massima. L’abominio più orribile cui abbiamo messo mano è, sul fronte lavorativo, il contrasto a una delle piaghe più gravi che affliggono la nostra agricoltura: il caporalato, che coinvolge circa 400mila persone. Oggi il caporalato, grazie al Pd, è un reato grave e chi recluta manodopera allo scopo di destinarla presso terzi in condizioni di sfruttamento è punibile con la reclusione fino a 6 anni (e con pene pecuniarie crescenti a seconda della gravità dell’atto). Se lo sfruttamento di manodopera avviene mediante violenza o minaccia, la pena arriva a 8 anni. Il reato è stato inoltre introdotto tra quelli per cui è sempre disposta la confisca dei beni, e per aiutare le vittime del caporalato è stato istituito un Fondo apposito. Mi pare che il segno impresso sia chiaramente di sinistra, progressista e volto alla tutela di chi lavora: mettendo in fila i nostri interventi in maniera sistemica, quindi sensata e non casuale, è palese che abbiamo fatto leggi per il lavoratore e la difesa dell’occupazione. Allo stesso modo, di fronte alle criticità create dalla legge Fornero del 2011 ci siamo posti in una posizione di ascolto dei problemi e di risoluzione delle storture più gravi e alle ingiustizie sociali più evidenti. La prima, e più nota, è quella degli esodati, persone che da un momento all’altro si sono ritrovate a non poter andare in pensione (perché dal 2012 sono cambiati i requisiti) ed erano inoltre rimaste senza lavoro. Grazie a 8 salvaguardie siamo riusciti a riparare quasi del tutto a questo danno (ne servirebbe una nona, per cui ci sono le risorse rimaste in avanzo nel fondo apposito) e 153mila lavoratori hanno avuto la possibilità di andare in pensione con le vecchie regole. La stessa logica ha mosso l’intervento legislativo che ha introdotto, nel 2017, l’Ape sociale e quello volontario: il primo è l’anticipo pensionistico a carico dello Stato per lavoratori che svolgono mansioni faticose, o siano in una situazione di difficoltà e abbiano bisogno di andare in pensione prima di quanto preveda la legge Fornero. Chi cura un disabile, chi ha problemi di salute, chi è disoccupato da tempo, chi fa lavori gravosi (e il novero è stato ampliato per il 2018), potrà andare in pensione 3 anni e 7 mesi prima di quanto dovrebbe e non avrà alcuna decurtazione per questa scelta: un “reddito ponte” a carico del pubblico lo accompagnerà fino all’età pensionabile prevista. Il secondo, ossia l’anticipo pensionistico volontario, è destinato a chi non possieda i requisiti per l’Ape sociale: in questo caso il prestito viene fornito da un istituto di credito e il richiedente dovrà poi restituirlo nell’arco di 20 anni a sue spese. È dunque una possibilità aggiuntiva, una scelta ulteriore, che ogni cittadino può fare tenendo conto del proprio “budget” famigliare. La legge di Bilancio 2017 ha anche stabilito che i lavoratori precoci potranno andare in pensione senza alcuna penalità prima di maturare i requisiti richiesti, e come noto la legge di Bilancio 2018 ha bloccato gli aumenti automatici dell’età di ritiro (che scattano il prossimo anno) per 15 categorie di lavori pesanti. Chi racconta che si può abolire totalmente la legge Fornero, invece, mente sapendo di mentire: la stabilità del sistema pensionistico non potrebbe assolutamente permetterselo e secondo la Ragioneria generale dello Stato costerebbe 17 miliardi l’anno, come una mini-finanziaria. In maniera razionale, noi abbiamo iniziato a trovare i rimedi per i problemi più urgenti, perché non tutti i lavori sono ugualmente pesanti e pertanto i più gravosi e usuranti vanno trattati in maniera differente. Sul fronte pensionistico, grazie a una rinnovata concertazione con i sindacati, sono state poi introdotte altre positive misure, come il cumulo gratuito dei contributi per chi ha versato in casse differenti (era a pagamento), la 14esima per le pensioni più basse, ed è stata alzata la no tax area. Non credo sia difficile vedere in tutti questi interventi un disegno a tutela di chi è più in difficoltà e francamente non capisco come dovremmo “etichettare” queste misure se non di sinistra.