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Sono molte le riforme strutturali portate a termine dal Parlamento e dagli Esecutivi del Pd: riforma della Pubblica amministrazione (in cui è inserita anche quella dei porti), quella del Terzo settore, riforma del codice degli Appalti per le opere pubbliche. Particolarmente significativa è quella relativa alla Pa, che oltre a snellire iter burocratici (la Scia semplificata per l’inizio delle attività, le norme che consentono ai cittadini accesso agli atti della Pa, la velocizzazione della Conferenza dei servizi) e digitalizzare le attività degli enti locali e dello Stato, si occupa di personale, con un riordino significativo dei ruoli apicali della dirigenza e una stretta sull’assenteismo. La norma contro i “furbetti” del cartellino – che andranno incontro a sanzioni disciplinari immediate, con il rischio molto concreto di licenziamento – è senza dubbio quella che ha fatto più parlare, ma la riforma riscrive in maniera molto incisiva vaste parti del Testo Unico del pubblico impiego dando una nuova impostazione per le assunzioni, che non saranno più determinate dalla “dotazione organica” cioè dai posti presunti come necessari, ma dal nuovo “Piano triennale dei fabbisogni” ossia tramite una programmazione meno rigida e che potrà differenziare i vincoli del turn over all’interno dei diversi settori della pubblica amministrazione, tenendo conto delle esigenze reali degli uffici. Obiettivo è quello di favorire gli enti in base al vero bisogno di personale, alle effettive attività svolte o da svolgersi perché programmate, garantendo le unità che servono. La legge ha dato il via libera, inoltre, alla stabilizzazione del precariato storico della Pa, i cui iter sono già partiti: le Pa potranno stabilizzare a tempo indeterminato personale non dirigenziale già selezionato previa concorso e che abbia maturato almeno 3 anni di servizio, anche non continuativi, nei precedenti 8 anni. Il personale precario che non abbia invece superato alcun concorso per l’ingresso ma abbia i requisiti previsti (3 anni di servizio negli ultimi 8) potrà accedere a una corsia preferenziale sui nuovi bandi. Nuove regole anche per la valutazione dei risultati dei dipendenti, per la prima volta, poi, i cittadini potranno esprimersi sui risultati degli uffici stessi mediante un rilevamento della soddisfazione degli utenti sulla qualità dei servizi resi. Riformato anche il reclutamento dei dirigenti: ci sarà un ruolo unico (tranne che per il personale sanitario e scolastico) che ingloberà tutti gli accessi per corso o concorso; gli incarichi saranno di durata limitata (non esisterà più un ruolo a vita) e se non si svolge bene il proprio mestiere si potrà essere retrocessi a funzionari. La riforma Madia ha normato profili innovativi, sia nel rapporto tra cittadino e Pa, che nella selezione meritocratica di chi lavora nel pubblico. Bene che, alla fine della Legislatura, sia stato siglato il nuovo contratto per gli statali fermo da oltre 7 anni: mi pare il giusto coronamento di un percorso molto qualificante. Ricordando questa importante azione legislativa, non posso certo dimenticare la riforma delle Autorità portuali, richiesta da decenni dagli operatori, e che ho seguito in prima persona in tutto il suo iter. Ricordo qui l’emendamento che ho presentato alla riforma della Pa e che ha evitato che l’Esecutivo gestisse l’accorpamento degli scali senza consultare i territori. La riorganizzazione e la riduzione delle Autorità portuali da 24 a 15 è invece avvenuta sentendo i territori e tenendo conto della programmazione europea. E il porto di Ravenna ha mantenuto la sua autonomia, rimanendo tra i 15 scali dotati di una propria Autorità organizzativa e gestionale: il nostro scalo è diventato infatti Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale. La legge ridisegna poi l’assetto generale del sistema portuale per superarne la frammentazione, passando quindi da una dimensione tendenzialmente “monoscalo” a una tendenzialmente “pluriscalo” dunque aggregante. Le 15 Autorità di sistema portuale (Adsp), che coordineranno 54 porti, saranno centri amministrativi unici e avranno funzioni di collegamento con tutte le agenzie pubbliche aventi competenza sulle attività dell’ambito. Parallelamente si introducono elementi di semplificazione per gli adempimenti amministrativi connessi allo svolgimento delle attività attraverso, ad esempio, lo Sportello unico doganale e dei controlli, deputato a tutte le questioni burocratiche relative alle merci. Le linee generali della riforma oltrepassano quindi la situazione di segmentazione precedente con la creazione di sistemi sinergici e più competitivi rispetto alla concorrenza internazionale. Le 15 Autorità di Sistema portuale avranno il compito di indirizzo, programmazione e coordinamento del sistema dei porti della propria area (Cesenatico o Porto Garibaldi, pensando al nostro territorio) e tutto questo permetterà di differenziare l’offerta di scali limitrofi articolando con maggiore organicità l’assetto portuale del territorio. Il Ministero sarà infine la cabina di regia centrale per lo sviluppo del Piano regolatore del sistema portuale italiano e per i programmi infrastrutturali di interesse nazionale o comunitario. Presso il Ministero sarà poi istituito un tavolo nazionale di coordinamento delle Autorità di sistema. La riforma detta regole anche per i piani regolatori portuali che devono definire le funzioni di ciascuno scalo e il lavoro all’interno degli scali, redigendo le modalità di operazioni quali il carico, lo scarico, il trasbordo, il deposito, il movimento delle merci e degli altri materiali, ecc. Abbiamo realizzato pienamente quel riordino che il sistema italiano attendeva da oltre 20 anni e che servirà a sviluppare e rilanciare la portualità del nostro Paese. Un’altra riforma organica molto attesa era quella del Terzo settore, dunque del non profit: anche in questo caso, parliamo di una revisione normativa totale, culminata nel nuovo e inedito Codice del Terzo settore. Finalità è la valorizzazione delle tantissime iniziative che concorrono a perseguire il bene comune e a elevare i livelli di coesione sociale. Dunque anche a sostenere il welfare e a rispondere alle esigenze di comunità e cittadini. La misura tocca oltre 300mila realtà che si avvalgono di circa 5 milioni di volontari e occupano quasi 1 milione di persone. Il nuovo Codice prevede l’istituzione di un Registro unico nazionale del Terzo settore al quale gli enti dovranno iscriversi obbligatoriamente (se ne hanno i requisiti) per ricevere finanziamenti pubblici, raccogliere fondi, esercitare attività convenzionate o accreditate con la Pa e beneficiare delle agevolazioni tributarie; detta le disposizioni generali applicabili agli enti per quanto riguarda organizzazione, amministrazione e controllo, contabilità e trasparenza; riordina le agevolazioni fiscali e distingue le attività “commerciali” e quelle “non commerciali”, fissando di conseguenza il regime di tassazione. Istituite nuove forme di credito di imposta per donazioni agli enti non commerciali, si è riordinata l’intera normativa fiscale, il 5 per mille e abbiamo creato un Fondo per il finanziamento per il Terzo settore. La riforma ha anche normato l’impresa sociale, un’organizzazione imprenditoriale che svolge attività economica per la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale: oggi tutte le cooperative sociali e i loro consorzi hanno diritto alla qualifica di impresa sociale con la possibilità inoltre di distribuire parzialmente utili e avanzi a condizioni stringenti e prefissate. Quella del Terzo settore è una riforma importante visto che gli enti cui si rivolge operano in segmenti sempre più preziosi per la pubblica utilità. Abbiamo anche realizzato il nuovo Codice per gli appalti pubblici, che punta a ridurre drasticamente i tempi e i costi di realizzazione delle opere pubbliche e lo fa modificando il sistema di programmazione, progettazione, aggiudicazione e realizzazione dei lavori. L’obiettivo è renderli sempre più semplici (le possibili varianti alle opere sono limitatissime), trasparenti, veloci e meno permeabili all’illegalità. Il nuovo Codice prevede un sistema di qualificazione delle stazioni appaltanti e delle imprese, i costi standard validi su tutto il territorio per le forniture, penalizzazioni per le aziende che non rispettano i tempi, limiti molto precisi alle procedure straordinarie e all’uso strumentale dei ricorsi e del contenzioso da parte delle aziende escluse. Si stabiliscono poi criteri di selezione tra le offerte che tengano conto non solo del prezzo più conveniente, ma di innovativi parametri relativi alle clausole sociali, al costo adeguato del lavoro, ai vincoli ambientali e sanitari, alla sostenibilità energetica, al ciclo di vita dei materiali usati. Il ricorso ai subappalti è consentito per un tetto del 30% rispetto all’importo totale dell’appalto, e si sancisce una verifica capillare degli affidamenti alle ditte subappaltatrici, in particolare per le lavorazioni più esposte al rischio di infiltrazioni criminali. Si introduce anche un rating di valutazione per la reputazione delle aziende che partecipano ai bandi di gara. Da ultimo segnalo: il riordino normativo in materia di Protezione civile, che porta con sé la determinazione di una filiera certa di azioni da mettere in campo dinnanzi a eventi calamitosi (mancava una legge organica che mettesse nero su bianco questi interventi) e il nuovo Codice della nautica da diporto, un’altra questione che ho seguito particolarmente da vicino perché tocca un comparto molto rilevante per il nostro territorio, puntando a un suo rilancio attraverso regole più semplici e meno burocrazia. Oltre agli incentivi economici, alle scelte sul lavoro, ai diritti, abbiamo anche portato a termine riforme strutturali per lo Stato, la macchina pubblica e dunque l’infrastruttura del Paese, e su settori economici delicati, come la portualità e la nautica, cui ho dedicato una peculiare attenzione.