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In un momento di crisi economica, stimolare redditi, potere d’acquisto, aziende, era la priorità: alla fine di questi anni si può dunque considerare molto positivamente la scelta di istituire il cosiddetto “bonus” da 80 euro mensili (ossia 960 all’anno) per tutti i lavoratori che guadagnano meno di 1500 euro netti al mese, introdotto a metà del 2014 e reso permanente alla fine del 2015 con la legge di Bilancio. Le persone che hanno diritto a questa misura sono 11,2 milioni, un italiano su cinque. Faccio presente che si tratta della più grande operazione di redistribuzione salariale mai fatta e che, in concreto, si è tradotta in un aumento del potere d’acquisto di un’ampia fascia di persone; la misura ha dato una sensibile spinta anche ad accelerare la ripresa economica visto che secondo le rilevazioni Istat il 90% del bonus è stato speso in consumi. Meno equa, a mio avviso, ma comunque importante per il ceto medio, la scelta di sopprimere a tutti l’Imu e la Tasi sulla prima casa di proprietà: certamente l’abolizione poteva avvenire tenendo conto di criteri di progressività, ma in ogni caso dal 2016 i cittadini hanno una tassa in meno da pagare (cosa che, appunto, ha contribuito a far calare la pressione fiscale). Sia per andare incontro alle spese delle famiglie, sia per rilanciare alcuni settori economici, in questi anni abbiamo sempre mantenuto tramite le leggi di Bilancio i principali crediti d’imposta per le riqualificazioni energetiche negli edifici, per le ristrutturazioni, l’acquisto di mobili ed elettrodomestici ad alta efficienza energetica e, dopo l’agghiacciante terremoto in centro Italia, abbiamo introdotto i nuovi sisma-bonus, ovvero i crediti d’imposta fino anche all’85% per chi mette in sicurezza antisismica la propria casa o il proprio condominio. Sono tutte misure concrete che si riverberano positivamente sull’esistenza di ognuno di noi. Per quanto riguarda le imprese, è stata poi abolita l’Irap sul costo del lavoro, che dal 2017 è integralmente deducibile dalla base imponibile dell’imposta regionale sulle attività produttive: una riduzione del carico fiscale su aziende e autonomi che, anch’essa, ha certamente aiutato la ripresa e gli impieghi. Il pacchetto di misure più rilevanti per le imprese è però quello dedicato alla transizione verso Industria 4.0: il balzo in avanti della produzione industriale nel 2017 (+5,3% sul 2016) non nasce dal nulla, ma è stato stimolato dalla decisione del Governo e del Parlamento di investire 20 miliardi in 4 anni sull’ammodernamento delle attività produttive, sulla digitalizzazione, il sostegno alle start up, la ricerca. Il Piano nazionale varato a fine 2016 (che si è aggiunto, ex novo, agli incentivi già esistenti come il fondo Sabatini per l’acquisto di macchinari e altri su brevetti e aziende innovative) ha un potenziale enorme per la realtà italiana, la seconda manifattura europea e la settima del mondo, ed è chiaramente finalizzato a farci essere competitivi di fronte ai cambiamenti dei processi produttivi dati dall’informatizzazione, dalla robotica e dalle tecnologie avanzate. Il pacchetto di misure comprende incentivi economici (dai fondi per ricerca e brevetti, alle detrazioni fiscali per le aziende che innovano, al superammortamento al 250% per l’acquisto di beni finalizzati alla digitalizzazione) e la creazione di una cabina di regia nazionale per coordinare le politiche industriali del nostro Paese: da tempo mancava una previsione pianificata, una strategia articolata per le politiche industriali e l’ammodernamento delle imprese. Noi lo abbiamo fatto. E tutto questo si sta traducendo in dati concreti, attestati dal balzo del 22% degli ordinativi dei macchinari innovativi nei soli primi 3 mesi del 2017 e in un fabbisogno di 117mila lavoratori con titoli di studio legati all’innovazione (nella legge di Bilancio per quest’anno, non a caso, una parte delle risorse per il 4.0 sono destinate alla formazione di nuove competenze).