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Una Legislatura decisamente riformista, come quella appena conclusa, è intervenuta in maniera incisiva anche nel settore della giustizia sia nel suo complesso che nella definizione di alcuni reati gravi prima assenti nel nostro ordinamento. Per esempio abbiamo introdotto nel Codice penale nuovi reati contro l’ambiente: disastro ambientale, inquinamento ambientale, traffico e abbandono di materiali radioattivi e omessa bonifica. Tutti capi di imputazione prima incredibilmente non pervenuti e oggi invece comportamenti pienamente perseguibili. Tanto più importanti, inoltre, perché realizzati prevalentemente o quasi esclusivamente dalla criminalità organizzata: secondo Legambiente ogni anno in Italia si registravano circa 30mila illeciti ambientali per un giro d’affari stimato in 15 miliardi di euro. E, sempre secondo Legambiente, nei primi due anni dall’entrata in vigore della legge si sono registrati meno reati ambientali, gli arresti sono aumentati del 20% e il fatturato delle ecomafie si è ridotto del 32%. Questa Legislatura ha realizzato anche una profonda rivisitazione del Codice antimafia, in particolare per rendere più efficace l’utilizzo dei beni (o aziende) sequestrati ai clan e permettere un iter agevolato per le confische: se la mafia va colpita subito e celermente in ciò che più le sta a cuore, cioè il patrimonio e gli affari, il pubblico poi deve essere in grado di continuare a far vivere le attività produttive prima gestite dalla criminalità. Abbiamo varato misure più chiare per rendere più lineare questo percorso. Dichiaratamente contro le mafie è stato normato anche il reato di voto di scambio, che punisce fino a 12 anni lo scambio di promesse (voti in cambio di denaro o altri vantaggi) tra mafiosi e politici, ed è stato introdotto il reato di autoriciclaggio, volto a punire (oltre i 5 anni se l’atto è riconducibile alle mafie) chi “lava in proprio” il denaro sporco –  un crimine che inquina pesantemente il sistema produttivo del Paese – ovvero chi trasferisce denaro proveniente da un atto illecito (da lui commesso in precedenza) in attività economiche, imprenditoriali o finanziarie, con la finalità di ostacolare l’identificazione della sua origine. Abbiamo poi reintrodotto il falso in bilancio, istituito un’Autorità nazionale contro la corruzione con poteri ampi di monitoraggio, e recuperato miliardi di evasione fiscale. Una cosa di cui si parla poco, ma su cui abbiamo agito visto che abbiamo reso tracciabili i pagamenti tra fornitori e Pa (con la fattura elettronica), più efficaci i sistemi per sventare le frodi dell’Iva, collaborato con gli altri Stati Ue per far cadere il segreto bancario in molti paradisi fiscali, e recentemente introdotto una web tax per i colossi dell’online che eludono sistematicamente il fisco. È necessario fare ancora di più, ma intanto il recupero dell’evasione è passato dai 12 miliardi circa del 2012 ai 20 del 2017. Tra i nuovi reati introdotti in questa Legislatura vale decisamente la pena di segnalarne altri due: quello di depistaggio, fortemente sostenuto dall’associazione dei famigliari delle vittime della strage di Bologna, e quello che punisce la tortura, che avrebbe aiutato non poco dopo i terribili fatti del G8 di Genova, della scuola Diaz e della caserma di Bolzaneto. Per avere giustizia è senza dubbio necessario avere una buona “infrastruttura” generale: per questo abbiamo realizzato la riforma dell’ambito civile, quella dell’ambito penale e quella per le crisi aziendali.  Tutte estremamente complesse e tecniche, ma volte innanzitutto a snellire i tempi per i procedimenti, a togliere dalle Aule i casi più semplici (dunque a evitare il dibattimento), a rafforzare la certezza della pena. Sul fronte del civile abbiamo compiuto passi in avanti notevoli circa lo smaltimento degli arretrati: le pendenze sono scese in questi anni, passando dagli oltre 5 milioni 200mila cause aperte nel 2013 a 3 milioni e mezzo nel 2016. Un numero ancora alto, ma nettamente in calo anche grazie agli strumenti di conciliazione extragiudiziale introdotti, la negoziazione e gli arbitrati. Il Ministero guidato da Orlando ha immesso in ruolo migliaia di nuove unità in Tribunali e Procure, in questi anni, perché per avere un meccanismo che funziona servono risorse umane adeguate numericamente e qualitativamente. Per le crisi aziendali lo spirito della riforma è sventare il fallimento cercando di individuare precocemente le crisi d’impresa, favorendo poi tutte le soluzioni esistenti e possibili per non far cessare le attività produttive (con la conseguente perdita di posti di lavoro). In tutto ciò, non possiamo poi scordare che dal 2015 a oggi ci sono stati sanguinari attacchi terroristici in Europa: abbiamo quindi subito introdotto il reato di reclutamento, punito con l’arresto dai 5 agli 8 anni; stessa pena per chiunque organizzi, finanzi, propagandi viaggi legati al terrorismo o per i “lupi solitari” che si auto-addestrano. La cosa ci ha permesso di arrestare decine di persone. Assieme alla necessaria repressione, abbiamo votato norme volte all’altrettanto necessaria prevenzione: dalla possibilità più semplice data ai prefetti di allontanare e segnalare persone ritenute (a ragion veduta ovviamente) pericolose, all’idea di usare nei confronti dei sospettati di terrorismo le stesse regole per i sospettati per mafia. È stata istituita la Procura nazionale antiterrorismo come estensione della Procura nazionale antimafia, con funzioni di coordinamento delle indagini penali e di prevenzione in materia di terrorismo; i membri dell’intelligence – che in questi anni hanno operato egregiamente per proteggere il nostro Paese – possono avere colloqui in carcere con detenuti in grado di fornire informazioni utili alle indagini. Parlamento e Governi hanno poi giustamente agito sulla prima, più elementare, forma di giustizia: rendere più sicure le città in cui viviamo. Oltre al già citato potere di allontanamento di persone ritenute pericolose, che è una cosa di buon senso, sono stati stanziati 1,3 miliardi tra il 2016 e il 2017 per la riqualificazione delle periferie urbane, volti a rigenerare, recuperare e rendere più vivibili le zone meno sicure delle città. Ravenna ha beneficiato delle risorse per i progetti della Darsena, ma l’obiettivo nazionale è dare più sicurezza a luoghi altrimenti davvero marginali (quartieri come Corviale a Roma, Scampia a Napoli, ecc.). Dunque i bandi degli ultimi 2 anni avevano primariamente come obiettivo il ripristino della sicurezza in zone assai problematiche. Da ultimo, come ho già detto molte volte, sono assolutamente favorevole alle scelte prese dal ministro dell’Interno Minniti in tema di immigrazione: sarebbe demenziale sottostimare l’impatto che l’arrivo di centinaia di migliaia di persone l’anno ha sulla percezione della sicurezza. Soprattutto considerando che i profughi vengono ospitati prevalentemente proprio nelle periferie – già disagiate – di molte città italiane. Ugualmente assurdo è non capire che l’arrivo di migliaia di migranti vada gestito con intelligenza, accuratezza, con piani di accoglienza chiari e filiere ben oliate. Che è quello che abbiamo deciso di fare. È stato giusto intanto porre un freno agli arrivi dei migranti tramite l’accordo con la Libia: grazie alle nuove norme sull’immigrazione il numero degli sbarchi si è ridotto del 33% (i migranti sbarcati sulle nostre coste sono passati da 175.323 nei primi 11 mesi del 2016 a 117.395 negli stessi mesi del 2017). Questo crollo dei flussi migratori è positivo perché può garantire meglio a chi ne ha diritto un trattamento dignitoso e perché indebolisce i trafficanti di esseri umani (criminali legati al terrorismo internazionale o alle mafie). In Libia, l’Italia sta ora lavorando su tre assi fondamentali: contrasto ai trafficanti (per questo abbiamo votato, il 17 gennaio, per l’invio di militari in Niger, che confina con la Libia), miglioramento degli standard di accoglienza e sostegno alle comunità locali. È proprio in seguito al forte pressing del Governo italiano che le agenzie delle Nazioni Unite sono intervenute nella gestione dei campi di detenzione libici dove è assolutamente urgente e prioritario garantire il rispetto dei diritti umani (è prevista a breve l’apertura del primo centro di transito per richiedenti asilo dell’Onu a Tripoli). Prima della legge Minniti, inoltre, l’iter per ottenere l’asilo politico poteva richiedere attese di mesi o addirittura anni: un limbo esistenziale e giuridico inaccettabile da un punto di vista della dignità umana, e che poteva veder crescere il rischio di comportamenti illegali. Con la legge sono state completamente riviste le procedure per le richieste di asilo e per i rimpatri: nuove modalità di identificazione, scambio di dati, disciplina delle visite, rito abbreviato. Sono stati realizzati nuovi centri di permanenza per il rimpatrio, più piccoli e distribuiti in tutte le regioni, potenziate le Commissioni territoriali e i Tribunali competenti che si occupano di immigrazione e protezione internazionale, istituite 26 sezioni specializzate in materia di immigrazione nei Tribunali sedi di Corte d’Appello. Infine, la legge ha affrontato anche il tema dell’integrazione dei migranti nel tessuto sociale e culturale promuovendo la partecipazione dei richiedenti protezione internazionale in attività socialmente utili (prima era vietato) per favorire la conoscenza del contesto in cui sono ospitati e in cui magari resteranno come cittadini. Il tema della giustizia è insomma estremamente articolato e passa primariamente dalla sicurezza basilare nella nostra vita quotidiana alla ragionevolezza nel gestire i flussi di persone in arrivo, dal contrasto alla criminalità più efferata (tra cui ovviamente quella che gestisce il traffico di immigrati, che non è portato avanti da enti caritatevoli) fino ad arrivare al funzionamento stesso della giustizia, su cui grazie alle riforme (soprattutto del civile) abbiamo compiuto passi in avanti notevoli.