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Il New York Times e BuzzFeed hanno indagato sulla possibilità che la campagna elettorale italiana sia condizionata da siti e pagine social “opache”, riconducibili in particolare alle forze populiste

Alcune settimane fa il quotidiano probabilmente più autorevole del mondo, ovvero il New York Times, ha dedicato un lungo e approfondito articolo sulla concreta eventualità che la campagna elettorale italiana (come accaduto negli Stati Uniti nel 2016) possa essere condizionata da una serie di siti che producono notizie false e le propagano in rete tramite i social network (primo tra tutti Facebook) con la finalità di manipolare l’opinione pubblica. Anche il sito Usa “BuzzFeed”, nella sua versione italiana, ha realizzato un’inchiesta sul tema indagando su una rete di circa 200 siti, facenti capo a una società romana che controllerebbe centinaia di pagine Facebook (con migliaia di utenti e milioni di fan), responsabili di mettere online le fake news (notizie false). Le due testate arrivano a risultati analoghi, ovvero che esistono “reti” tra pagine Facebook e siti che realizzano notizie ad arte in particolare contro i migranti, la politica e i partiti di governo, spesso dal tenore nazionalista o fomentanti il conflitto culturale e religioso. Le inchieste hanno avuto ancor più eco perché, in quegli stessi giorni, sui social si era diffusa una foto della sottosegretaria Maria Elena Boschi e della presidente della Camera Laura Boldrini a un funerale: nella didascalia c’era scritto che Boschi e Boldrini fossero alle esequie di Totò Riina. La notizia, ovviamente, è una bugia sesquipedale ma è diventata subito “virale”: il primo a diffonderla dalla propria pagina è stato un attivista grillino (di cui ometto il nome), poi la foto è stata rilanciata nella pagina “Virus5Stelle” da altri attivisti dell’area del Movimento di Grillo e dal di lì ha veleggiato nel web. Mi pare un buon esempio per capire cosa intende il New York Times quando scrive che la campagna elettorale in Italia rischia di essere falsata, diventando il “punto più debole di una sempre più vulnerabile Europa”. Secondo sia il New York Times che BuzzFeed i beneficiari di questa epidemia di bufale sarebbero soprattutto la Lega e il Movimento 5 Stelle: a loro “attivisti” (più o meno riconosciuti dai partiti) sono riconducibili decine pagine da cui partono le fake news, come abbiamo visto per la foto di Boschi e Boldrini. La presidente della Camera, tra l’altro, era stata vittima mesi fa di un altro macabro falso: in rete girava una foto che ritraeva sua “sorella”, che in virtù del legame privilegiato (con “la casta”, ovviamente) gestiva addirittura 340 cooperative che si occupano di immigrati. La sorella di Laura Boldrini è però morta anni fa di malattia e quella ritratta nella foto era un’attrice americana: l’indecente balla per alcuni giorni si è ugualmente diffusa in maniera esponenziale e forse alcune persone sono tuttora convinte che la cosa sia vera. La verità invece è che esistono reticolati di pagine e siti, alternativi ai classici canali di informazione, che possono arrecare danni enormi. I canali di informazione tradizionali, ovviamente, non sono esenti dal dover destinare la massima attenzione alle bufale né sono esenti, purtroppo, dal creare allarmi per influenzare l’opinione pubblica (due programmi di Rete 4 arrivarono, alcuni anni fa, a pagare falsi “rom” per denunciare casi inventati e fare scalpore). Insomma: la questione delle notizie false non nasce con i social, ma la differenza fondamentale è che i social rendono le bufale ancor più pervasive, di difficile individuazione, controllo e verifica.

Come detto, secondo BuzzFeed al centro di una delle reti di siti ci sarebbe un’azienda, titolare poi di pagine Facebook (come DirettaNews o iNews24). Per dare un paio di dati: la pagina Facebook di DirettaNews – per qualche giorno sospesa poi ripristinata – con 3 milioni di fan, ha prodotto oltre 25 milioni di interazioni, tra “mi piace” e condivisioni. I siti correlati producono notizie di gossip, consigli per la salute (un tema delicatissimo), articoli su casi di cronaca spesso falsi, con toni molto drammatici fatti apposta per suscitare sgomento e diventare virali. Come: “Roma, marocchini buttano giù una porta e occupano uno stabile”, notizia inesistente; oppure “Imam: se le donne mettono il velo non verranno molestate”, notizia ugualmente infondata. Un amministratore della pagina di iNews24 risulta riconducibile anche alla gestione della pagina “Prima gli italiani”, che promuove campagne contro gli immigrati, e alla pagina “La luce di Maria” (1,5 milioni di fan) che pubblica preghiere, notizie di apparizioni mistiche, così come suggerimenti per sconfiggere le malattie privi di basi scientifiche. Il “reticolato” messo in piedi in Italia è simile ad altri rilevati in giro per il mondo, ed è finalizzato a fare denaro (i ricavi, con inserzionisti e condivisioni continue, possono essere ingenti sia per i siti che per i social) mettendo a repentaglio la corretta informazione e influenzando la percezione della realtà delle persone. E magari orientandone le scelte elettorali. Se l’inchiesta di BuzzFeed si è occupata di siti che pubblicano articoli di stampo populista, xenofobo, o ultra cattolico, riconducibile a un’unica fonte, il New York Times si è concentrato sui legami politici di molte pagine di bufale. Che, appunto, rinviano secondo il quotidiano ad attivisti della Lega e del Movimento 5 Stelle. L’inchiesta del giornale americano cita le ricerche di un informatico italiano, che ha collaborato anche con agenzie di intelligence, il quale riporta che il sito “Noi con Salvini” avrebbe lo stesso codice di identificazione Google di siti che sostengono il Movimento 5 Stelle e di una serie di siti cospirazionisti dichiaratamente filorussi. Secondo l’autorevole quotidiano newyorchese, legata a questa fabbrica di disinformazione ci sarebbe addirittura la Russia, sospettata di aver già usato metodi di condizionamento di massa per le presidenziali Usa, per il referendum su Brexit e per quello in Catalogna. Avere lo stesso codice di identificazione Google non significa affatto che i gestori siano gli stessi – ci tengo a precisarlo, proprio per non dare informazioni errate – ma è una coincidenza che può aprire a ulteriori accertamenti. In ogni caso, tutto questo mette in luce un’ipotesi inquietante, ovvero che ci possono essere legami tra forze politiche e canali non ufficiali legati a quelle forze che usano le stesse “infrastrutture” di rete. Intanto, giustamente, il segretario del Pd Renzi si è proposto di presentare dei report per rilevare le fake news individuate dal nostro Partito. Una delle cose più preoccupanti sarebbe l’idea che alcune forze populiste (non solo in Italia) siano legate alla Russia: una grande inchiesta Usa sulle interferenze di Mosca nell’elezione di Trump ha individuato una ventina di canali youtube che hanno promosso video anti-Clinton divenuti virali in America tramite i social. Qualche giorno fa l’ex vice-presidente Usa Joe Biden ha parlato di presunti tentativi di ingerenza della Russia nell’esito del referendum costituzionale italiano del 4 dicembre 2016: l’ex vice di Obama afferma poi che Mosca sta aiutando Lega e Movimento 5 Stelle in vista delle prossime elezioni politiche. Il capo dei servizi segreti tedeschi – durante un recente incontro Ue sulla cyber-sicurezza – ha invece accusato i giganti del web di non assumersi le responsabilità sociali che dovrebbero. La faccenda, insomma, non è da sottostimare.

Chi da molto tempo è impegnato sul fronte del contrasto alle fake news è Laura Boldrini, che in primavera ha lanciato la campagna “Bastabufale” dopo il convegno – tenutosi un anno e mezzo fa alla Camera – dal sintomatico titolo “Non è vero ma ci credo: vita, morte e miracoli di una fake news”. Da qui sono nati successivamente dei tavoli di lavoro con imprese, scuole, rappresentanti della Federazione stampa e i giornalisti cosiddetti “debunkers”, ossia esperti nel controllo dei dati e dei fatti che si occupano di svelare i falsi, per le testate ufficiali ma non solo. Dalle note di sintesi dei tavoli tematici sono emerse due cose fondamentali: bisogna innanzitutto potenziare il processo di alfabetizzazione digitale a partire dalle scuole; bisogna fare una grande campagna di informazione di massa, attraverso tutti i canali a disposizione, per aumentare il livello di consapevolezza delle persone adulte circa la pericolosità delle “bufale” online e insegnare il più possibile a riconoscerle. Perché la minaccia, ben presente, è di inquinare gravemente il discorso pubblico. Pensiamo per esempio ai vaccini e ai temi legati alla salute: secondo alcuni debunkers, la disinformazione su queste materie è spesso pilotata e le notizie create scientemente. In seguito le persone, in buona fede, rilanciano in rete cose false. Si tratta di disinformazione studiata a tavolino per essere propagata, con conseguenze concrete e devastanti: sul tema dei vaccini si sono fomentate idee a detrimento dei bambini e dei cittadini. Con le stesse tecniche si possono influenzare gli orientamenti elettorali. Il pensiero che la rete sia un luogo in cui navigano notizie “sicure” è – questa sì – una grande falsità. Oltre tutto bisogna essere consapevoli che “like” e addirittura commenti possono essere generati automaticamente da algoritmi, come lo spam, e che i messaggi negativi possono essere prodotti da programmi software concepiti esattamente a tal fine (si chiamano “bot” e fanno sì che se io scrivo, mettiamo, un commento positivo su qualcosa si generino automaticamente dieci messaggi negativi su quella cosa, per screditarla): è chiaro che tutto questo non ha niente a che vedere con la libertà di opinione o con la corretta informazione. Va formata una consapevolezza adeguata: il primo passo, che cerco anch’io di fare con questa newsletter, è fornire elementi per capire che la situazione a lungo termine può danneggiare profondamente la società. Una cittadinanza confusa che rilancia notizie false sulla salute o sulla politica è sempre più ingovernabile e sempre meno informata. Certamente servirebbe una presa di posizione chiara da parte dei social, che non possono ritenersi neutrali su temi tanto importanti. Mentre un altro “comparto” che deve essere coinvolto è quello dei media tradizionali: giornali, tv, siti seri o collegati a testate cartacee. Il coinvolgimento dovrebbe essere duplice: da un lato, infatti, l’ordine dei giornalisti dovrebbe essere davvero pronto a sanzionare chi “spara” notizie false sapendo che lo sono; dall’altro bisogna che il giornalismo non si indebolisca perché deve fornire un argine contro la cattiva informazione. Qui si rilevano però molti problemi: una parte del mercato pubblicitario che andava a giornali e siti a essi collegati è passato negli anni ai social o a siti assai meno autorevoli, con la conseguenza che ci sono meno soldi per i media tradizionali. Meno soldi significa meno persone al lavoro, meno qualità, tempi più veloci per le verifiche delle notizie. Trovare notizie e verificarle costa. La crisi dell’informazione tradizionale è anche una crisi di risorse. Di conseguenza sono ancora pochi i media italiani che hanno al loro interno figure come i debunkers, con il risultato che le stesse testate talvolta pubblicano notizie non verificate che si rivelano false (come il recente caso, fintissimo, di un musulmano di 35 anni che avrebbe sposato una bambina di 9 anni a Padova, finito anche sul sito del Corriere della sera prima della smentita totale delle autorità competenti).

Al termine di questo lungo discorso, vorrei intanto che si capisse bene la differenza tra una cattiva informazione, che è sempre esistita, finalizzata a condizionare l’elettorato (Silvio Berlusconi ne è stato raffigurazione vivente) e la manipolazione via Internet. Le differenze a mio avviso sono due: una è la dimensione globale della bugia, legata alla dimensione mondiale della rete, associata alla pervasività che la velocità della condivisione può generare. Le fake news possono essere prodotte ovunque, ma pensate per un “mercato” di utenti (o elettori) per servire interessi transnazionali a cui è spesso arduo risalire. La seconda grande differenza è che tutti possono  diventare veicolo (il più delle volte involontario) di menzogne, diffondendole addirittura pensando di fare un servizio alla comunità. Tramite i social noi ci sentiamo protagonisti, ma in alcuni casi siamo invece i primi plagiati per poi renderci inconsapevolmente parte attiva del plagio. Al fondo di tutto questo c’è il fatto che Internet ha modificato il modo con cui ci relazioniamo con la verità e i social hanno impresso un’ulteriore accelerazione: i modi di leggere una notizia sono sempre meno razionali e sempre più emozionali, dunque le notizie sensazionalistiche fanno più presa e sono veicolate più rapidamente. Non stupisce, perciò, che il rapporto annuale del Censis rilevi che a oltre il 50% degli utenti internet italiani sia capitato di dare credito a notizie false. Pertanto io penso che dobbiamo parlare sempre di più di questi fenomeni ed educare le persone, fin dalla scuola, a valutare la qualità dell’informazione per capirne la veridicità e comprendere le dinamiche che hanno creato la notizia e ne regolano la circolazione. Sulla formazione degli alunni sono partiti progetti pilota ma occorre fare di più e usare parte di quegli 80milioni già messi in campo per le competenze digitali in 5mila scuole per progetti didattici che insegnino “come stare in rete” e a riconoscere le fake news. Bisogna poi ovviamente rivolgersi agli adulti, chiarendo che la fabbrica del falso, come per ogni merce, anche per l’informazione oggi raggiunge una diffusione mai vista prima grazie al web. Il punto è che le notizie possono essere prodotte esattamente come una qualsiasi merce contraffatta. Esistono infine – dato interessante – degli studi che rispondono alla domanda: “su cosa fanno presa le notizie false?”. La risposta è abbastanza semplice: le notizie false fanno presa su chi in esse trova “prove” per sospetti che già aveva, confermando pregiudizi, complottismi, sensazioni irrazionali non verificate. Dobbiamo insomma stare attenti a questa fabbrica del falso, supportata dall’emotività e dal pregiudizio: è una questione seria che a lungo andare determinerà la qualità delle nostre democrazie.