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Il 28 novembre la Camera ha approvato, in prima lettura, una modifica all’articolo 438 del Codice di procedura penale per escludere l’applicabilità del rito abbreviato ai delitti punibili con la pena dell’ergastolo. Ricordo che il giudizio abbreviato è un procedimento speciale “deflattivo”, nel quale non si procede al dibattimento: su richiesta dell’imputato, la fondatezza o meno dell’imputazione viene decisa in udienza preliminare anziché alla fine del dibattimento, e in caso di condanna il reo riceve uno sconto di pena (diminuzione di un terzo) o una reclusione massima di 30 anni al posto dell’ergastolo. Al momento non ci sono infatti reati per cui sia precluso il rito abbreviato, pertanto la proposta prevede che questa opportunità sia esclusa per tutti i delitti per i quali la legge prevede la possibilità dell’ergastolo (dunque i più gravi). In udienza preliminare l’imputato può però chiedere al giudice di valutare l’imputazione formulata dal Pm, al fine di derubricare eventualmente il reato in un altro di minore gravità per cui non sia previsto l’ergastolo, e consentire così all’imputato l’accesso al rito abbreviato e la conseguente riduzione di pena. La discrezionalità dunque spetta sempre al giudice che può valutare in questo caso il capo di imputazione stesso. La proposta di legge inserisce poi nel Codice di procedura penale ulteriori specificazioni per disciplinare il rito abbreviato in Corte d’assise, ossia l’organismo giudicante per i reati gravi: qualora si proceda per un delitto di competenza della Corte, per il quale la legge ovviamente non preveda l’ergastolo, il giudice dell’udienza preliminare dopo aver predisposto l’abbreviato deve trasmettere gli atti perché non può prendere parte al collegio giudicante. Altre disposizioni riguardano la precedenza, nel calcolare la pena, delle aggravanti sulle attenuanti, ossia la prevalenza di eventuali aggravanti su eventuali attenuanti equivalenti.