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Il 15 novembre la Camera ha approvato in via definitiva la legge che reca disposizioni per la tutela dei dipendenti che segnalano reati di cui siano venuti a conoscenza nell’ambito di un rapporto di lavoro, sia nel settore pubblico che in quello privato. Nell’ordinamento italiano, la legge Severino del 2012 aveva già introdotto, in relazione alla sola pubblica amministrazione, una disciplina di protezione del lavoratore che segnala illeciti cui sia venuto a conoscenza in ragione del suo ruolo. Già oggi, quindi, l’articolo 54-bis del Testo unico del pubblico impiego prevede che “fuori dei casi di calunnia o diffamazione, il dipendente che denuncia all’autorità giudiziaria, alla Corte dei conti o all’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) o riferisce al proprio superiore condotte illecite” non possa essere sanzionato, licenziato o sottoposto a misure discriminatorie per motivi legati alla denuncia. La legge che abbiamo approvato modifica in alcune parti (e quindi sostituisce) il sopracitato articolo: la nuova disciplina prevede che “nell’interesse della pubblica amministrazione” il dipendente possa denunciare comportamenti scorretti al “responsabile della prevenzione della corruzione” dell’ente (che deve perciò essere individuato tra i dirigenti), o all’Anac o all’autorità giudiziaria (ordinaria o contabile). Confermato il fatto che il segnalante non possa essere soggetto a sanzioni, demansionato, né ovviamente licenziato o sottoposto ad altre misure ritorsive, rispetto alla legge Severino l’onere della prova sarà invertito: d’ora in poi spetterà all’ente dimostrare l’estraneità dell’eventuale misura, adottata nei confronti del lavoratore, rispetto alla segnalazione. L’Anac, a cui l’interessato o i sindacati comunicano eventuali atti discriminatori, applicherà all’ente (se responsabile) una sanzione pecuniaria fino a 30mila euro. Vietato rivelare l’identità della persona che denuncia (in alcuni casi fino alla fase istruttoria, in altri anche in seguito), non sono assolutamente ammesse segnalazioni anonime. Ogni tutela viene invece meno nel caso di condanna del segnalante in sede penale (anche in primo grado) per calunnia, diffamazione o quando siano accertati dolo o colpa grave. L’innovazione principale della legge è però che le tutele di cui sopra varranno non solo per la Pa, ma si estenderanno al settore privato, stabilendo che nei modelli organizzativi e di gestione delle società siano previsti divieti di atti di discriminatori, sanzioni per chi viola la tutela del segnalante ma pure per chi effettua segnalazioni infondate. La norma corrobora i provvedimenti che si occupano di lotta alla corruzione: bene. A mio avviso, però, servivano più garanzie anche per la difesa del “segnalato” che non è necessariamente colpevole (è più che giusto ricordarlo) e che rischia di trovarsi di fronte a denunce di persone di cui non può conoscere l’identità. Una cosa, insomma, che comporta una certa dose di ambiguità.