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Il 22 novembre la competente commissione Trasporti ha dato parere positivo al decreto integrativo della riforma dei porti, attuata secondo quanto stabilito dalla riforma della Pubblica amministrazione di cui è parte. Gli interventi più significativi del decreto integrativo, che dettaglia le disposizioni generali, riguardano in particolare le modalità di classificazione dei porti, l’attribuzione al piano regolatore portuale del compito di definire le funzioni di ciascuno scalo, le regole del lavoro all’interno degli scali. Come ho più volte scritto, avendone seguito l’iter in maniera molto ravvicinata (visto che Ravenna è uno dei 15 scali strategici del Paese), la riforma Madia ha modificato la natura delle Autorità portuali (Ap) rendendole Autorità di sistema portuale, riducendone il numero e riorganizzandone le competenze (alcuni scali oggi hanno un ruolo di supervisione anche per altri, geograficamente inseriti nel sistema del porto principale). Dunque si è superata la logica dell’Ap intesa come struttura amministrativa per lo più coincidente con una singola struttura portuale (struttura monoscalo) per passare alle Autorità di sistema alle quali fanno capo più porti. La conseguenza è stata la riduzione del numero delle Ap, che è passato da 24 a 15; nei porti in cui aveva sede un’Ap soppressa viene istituito un Ufficio territoriale portuale. Altri elementi importanti della riforma sono la governance delle Autorità di sistema, che deve tener conto del ruolo delle Regioni e degli enti locali coinvolti nella designazione del Presidente e nella composizione del Comitato di gestione, e la semplificazione delle procedure doganali e amministrative. Il decreto integrativo si occupa di aspetti più tecnici, definendo le modalità e le regole delle operazioni portuali quali il carico, lo scarico, il trasbordo, il deposito, il movimento delle merci e degli altri materiali, svolti nell’ambito portuale, e i servizi portuali riferiti a prestazioni specialistiche, complementari e accessorie al ciclo delle operazioni prettamente portuali. Si interviene inoltre sulla concessione delle banchine e delle aree portuali alle imprese che svolgono operazioni o servizi e si disciplina, per l’esecuzione delle operazioni e dei servizi, il lavoro afferente alle imprese o alle agenzie che forniscono lavoro temporaneo. Per esempio le aziende che intendono ottenere una concessione portuale devono presentare piani di impresa con proposte di investimento e indicazioni precise anche sui volumi di traffico e sul livello di assunzioni. Ogni Autorità di sistema deve infine definire un Piano strategico, da aggiornare ogni 3 anni, che valga come documento di ricognizione e analisi dei fabbisogni, anche lavorativi, dei porti: sulla base del Piano, il presidente dell’Autorità di sistema portuale deve adottare piani operativi di intervento per il lavoro portuale finalizzati alla formazione professionale o per la riconversione o ricollocazione del personale interessato. L’Autorità di sistema portuale potrà poi destinare una quota (non eccedente al 15%) delle proprie entrate, derivanti dalle tasse a carico delle merci imbarcate e sbarcate, per finanziare i piani operativi di intervento per il lavoro portuale. Col decreto integrativo, pertanto, abbiamo anche voluto qualificare sempre più gli impieghi e garantire la massima sicurezza a chi lavora negli scali. Ora, con l’ultimo passaggio in Commissione, abbiamo realizzato pienamente quel riordino che il sistema italiano attendeva da oltre 20 anni e che servirà a sviluppare e rilanciare la portualità del nostro Paese.