Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 12'

I ministeri dello Sviluppo economico e dell’Ambiente hanno messo a punto il documento con gli indirizzi generali: stop al carbone, copertura da rinnovabili al 27% dei consumi nel 2030

Il ministero dell’Ambiente e quello dello Sviluppo economico hanno varato, il 10 novembre, la Strategia energetica nazionale (Sen), ossia il documento che fissa gli obiettivi che il nostro Paese deve raggiungere in materia fino al 2030, dettando dunque gli indirizzi generali della politica energetica italiana. Gli orientamenti principali della Sen, emersi anche da una consultazione durata mesi tra i due Dicasteri e le categorie più coinvolte (e frutto inoltre di audizioni, workshop, decine di incontri con associazioni, contributi di cittadini e aziende, ecc.), sono stati presentati in Parlamento due settimane fa dai Ministri Galletti e Calenda: l’ordinamento italiano prevede infatti uno strumento di pianificazione/indirizzo in correlazione alle direttive e ai regolamenti europei e, soprattutto, nel rispetto degli Accordi di Parigi sul clima. In questo quadro, il Parlamento italiano è chiamato a un ruolo consultivo sebbene la Sen sia comunque stata preventivamente discussa con le Commissioni competenti, mentre in seguito si procederà al confronto con le Regioni chiamate a partecipare attivamente alla sua attuazione. La Sen precedente, all’inizio del Millennio, aveva tra le priorità la diversificazione delle fonti e l’incentivazione delle rinnovabili: oggi l’Italia è in linea con i protocolli internazionali (la Sen precedente faceva riferimento a quello di Kyoto) e con i target europei. Quel che c’è da fare ora è quindi imprimere una svolta più significativa, in linea con l’Accordo di Parigi del 2015 che prevede un’ingente riduzione globale delle emissioni di Co2, arrivate lo scorso anno a un livello inedito nella storia umana: il primo e più importante obiettivo è quindi ancora una volta quello ambientale, finalizzato a fermare il surriscaldamento globale. Di questo, sostanzialmente, parlerò nell’illustrare le linee guida. La Sen si occupa però anche delle politiche per allineare i nostri prezzi energetici a quelli europei (visto che in media i nostri sono più alti) e di come migliorare la sicurezza nelle forniture. In sintesi, i pilastri fondamentali sono tre: la tutela dell’ambiente, la competitività, la sicurezza degli approvvigionamenti e delle reti.

L’Italia, relativamente povera di materie prime energetiche convenzionali, ha manifestato grande attenzione alle rinnovabili per ridurre la dipendenza dall’estero e mitigare gli effetti ambientali delle fonti fossili: nel complesso, perciò, partiamo oggi da un sistema basato principalmente su gas e rinnovabili, con il petrolio ancora indispensabile in particolare per i trasporti. I progressi compiuti dal nostro Paese in un tempo ridotto offrono un’ottima piattaforma operativa per arrivare a due importanti obiettivi indicati dalla Sen, ovvero: la decarbonizzazione totale del Paese; la copertura al 27% (almeno) delle produzioni da fonti rinnovabili sui consumi complessivi, che si intende tradurre per il settore elettrico nella copertura della metà dei consumi (oggi è al 33,5%), per quello termico al 30% dei consumi (oggi è al 19,2%) e di arrivare al 18% nei trasporti (oggi è al 6,4%). Per quanto riguarda la decarbonizzazione, il limite del 2030 dovrebbe essere anticipato dal Governo al 2025, anno in cui si intende uscire dalla produzione. Per far uscire l’Italia dalla produzione del carbone sono fondamentali le energie di transizione e le infrastrutture: la decarbonizzazione deve far fronte infatti alla questione dell’adeguatezza, ovvero si deve prevedere come si rimpiazza, in totale sicurezza per il sistema, un’equivalente capacità di produzione in maniera da non esporsi a shock pericolosi. Andare verso l’uscita anticipata al 2025 prevede la realizzazione di una lista chiara di infrastrutture da realizzare da qui ai prossimi anni per non trovarci impreparati e pertanto l’Esecutivo ha dato mandato a Terna – Rete elettrica nazionale – di individuare il dettaglio delle infrastrutture che servono a tal fine. Poiché la sostituzione totale del carbone con le rinnovabili non è oggettivamente ancora fattibile, il gas è individuato come il mezzo principale che dovrà accompagnare la transizione, dunque bisogna sostituire intanto le centrali a carbone con quelle a gas che inquinano meno. La Sen non prevede invece la realizzazione di nuovi rigassificatori, ma il monitoraggio dell’attuale situazione per “valutare se la creazione di altri impianti porti alla possibilità di ottenere un prezzo dell’energia più basso” (cosa su cui Calenda è parso scettico, a fronte di studi che non danno ancora previsioni esaustive), che parrebbe la vera ragione per la realizzazione di nuovi impianti. Il Governo, per ora, sul tema non prende dunque impegni, mentre è molto più deciso rispetto al metano che si trasporta in forma liquida sulle navi o nello stato originario attraverso i gasdotti, e sulle “ristrutturazioni” degli impianti rinnovabili. In questo caso si parla di revamping (processo di manutenzione e/o ristrutturazione di impianti fotovoltaici già esistenti) o repowering (gli interventi che comportano modifiche e/o sostituzioni parziali o totali per incrementarne la potenza nominale e la produzione annua), che saranno sempre più necessari. L’obiettivo più ambizioso è, insomma, l’uscita dal carbone entro 7/8 anni, un risultato che darebbe una fortissima spinta a rispondere agli obiettivi dell’Accordo sul clima perché significherebbe non produrre più energia da una fonte che, bruciando, genera Co2 che finisce nell’aria. Siamo davanti a un grande cambiamento e serve consapevolezza: per uscire dal carbone dobbiamo dotarci di maggiori infrastrutture per il gas (e andranno anche monitorate e diversificate le modalità di importazione), di migliorie sugli impianti da rinnovabili, assicurare un prezzo dell’energia competitivo e certezza negli approvvigionamenti in uno scenario geopolitico complesso. Dunque, se la sfida di avere tecnologie verdi con costi di produzione ormai prossimi a quelli delle fonti tradizionali è quasi vinta, gli obiettivi del futuro propongono al settore un vero cambio di paradigma, quello di garantire sicurezza e flessibilità a un sistema in cui la quota delle rinnovabili dovrà diventare preponderante e in cui non si produrrà più carbone. Essenziale sarà poi anche supportare le bioraffinerie, l’uso di biocarburanti al posto dei derivati dal petrolio, sviluppare un’economia circolare tra fonti primarie e produzione di energia e infine sostenere filiere nazionali come quella del biometano, anche allo scopo di abbattere i prezzi.

Gli obiettivi di Parigi comportano infatti la riduzione del 40% di Co2 entro il 2030: tali impegni, presi congiuntamente dall’Unione europea come soggetto giuridico, prevedono sanzioni se non si raggiungono i risultati. La quota del -40% di Co2 è suddivisa per singoli Stati, dunque ogni Paese deve conseguirla (in altri accordi, c’era un sistema complessivo che consentiva “scambi” di quote tra Stati più e meno virtuosi): il ministero dell’Ambiente, in particolare, ha lavorato per arrivare ai criteri di suddivisione tra i vari settori, perché questo forte abbattimento nell’arco di 13 anni coinvolge tutti, dalle industrie ai cittadini. A livello industriale, l’abbattimento di Co2 è intanto fissato al 33%, una cosa che implica ovviamente dei costi: sapendo che il 33% è una quota molto alta, l’Italia ha mantenuto (seguendo un protocollo previsto dagli Accordi) una “riserva” di 115 milioni di tonnellate di Co2 che servirà se non raggiungessimo il target assegnato, andando così ad abbassare la percentuale. Sono infatti in gioco economie private e pubbliche (raggiungere i target industriali costa anche agli Stati) ed è quindi ragionevole prevedere una riserva in caso di difformità tra assegnazione e conseguimento. Tema molto sensibile è quello del trasporto: l’elettrico è l’obiettivo del futuro, ma da qui ai prossimi 13 anni non sarà la soluzione pervasiva, dunque dovrà andare di pari passo con l’uso dei biocarburanti, del metano e con le politiche per la mobilità sostenibile. Un grave problema italiano è infatti quello del parco auto circolante: 17 milioni di auto, ossia il 44% del totale, sono altamente inquinanti. Una suggestione, ancora da valutare, appare interessante: visto che la quota (che è minimale per ogni consumatore ma importante a livello nazionale) ancora presente in bolletta elettrica e destinata a incentivare le rinnovabili sta andando a esaurimento, si potrebbero trarre risorse dal decremento degli incentivi per destinarle allo svecchiamento del parco auto circolante che, anch’esso, deve contribuire al contenimento delle emissioni di Co2 e potrebbe invece costituire un problema. I superammortamenti previsti dalle ultime leggi di Bilancio hanno permesso alle aziende di cambiare i propri mezzi, dunque di ammodernare i trasporti aziendali, ma non sono state ancora fatte politiche di incentivazione equivalenti per i privati: l’idea è di iniziare a farlo utilizzando una parte dei circa 250 milioni annui che si “libereranno” dalle bollette elettriche per agevolare i privati (a basso reddito) a comprare mezzi meno inquinanti, auto elettriche, ibride, a metano. Ugualmente occorre sostenere programmi di car sharing per gli spostamenti casa-lavoro (in materia c’è una proposta di legge che andrebbe, anch’essa, approvata) e stornare una quota per il sostegno nella ricerca di carburanti alternativi. Non va sottostimato il fatto che proprio la vecchiaia del nostro parco auto privato rischia, sul medio periodo, di portarci fuori dagli obiettivi di Parigi. Dunque è ora di porsi il problema. Se si va verso l’esaurimento del sostegno alle rinnovabili in bolletta elettrica, la Sen disegna invece ingenti incentivi economici per la ricerca e l’innovazione della filiera stessa, al fine di accompagnare in maniera definitiva l’intero meccanismo delle rinnovabili alla maturità tecnologica, ovvero a sviluppare da sola le infrastrutture di minor costo e maggior efficienza. Tra le idee messe a confronto c’è infine l’ipotesi di destinare parte del prelievo fiscale sulla benzina per gli investimenti in efficienza energetica delle rinnovabili. Altro grande tema ambientale – che coinvolge anche gli impianti che producono energia pulita – è quello del consumo di suolo: la strategia incentiva il riutilizzo e non il consumo di nuove superfici, che significa dunque rimettere mano a vecchi impianti (e sburocratizzare il sistema per farlo), far attenzione all’impatto sul territorio e alla tutela del paesaggio. Sul tema sarebbe intanto importante che il Senato approvasse il Ddl, votato alla Camera e fermo a Palazzo Madama, che limita il consumo del suolo dettando regole precise; poi sarà fondamentale avere una buona governance diffusa, ragionando con gli enti locali per capire quali aree usare per gli inevitabili nuovi impianti, al di là dei rifacimenti (solo per fare un esempio, si calcola che l’80% dell’eolico raggiungerà la fine del proprio ciclo di vita entro il 2030). Si tratta di un lavoro di grande concertazione e innovazione, in cui il fotovoltaico dovrà essere sempre più integrato agli edifici, si dovranno riconvertire e riqualificare impianti e infrastrutture, trasformare le raffinerie in bioraffinerie, altre attività produttive in filiere per la bioplastica, ecc.

Su tutti questi ambiti, che sono importantissimi e lo saranno sempre più, la Sen traccia obiettivi al 2030 e una proiezione di massima al 2050 (che sconta chiaramente l’imprevedibilità di molti fattori quali lo sviluppo tecnologico, i prezzi internazionali delle materie prime, gli assetti geopolitici): per aggiornare le proiezioni, il Governo ha pubblicato con il Cnr e l’Enea il catalogo delle tecnologie disponibili, da monitorare man mano per vedere se siamo sempre in linea con l’innovazione. Infine c’è un grande tema legato alla governance per attuare gli obiettivi della Sen, messa a punto dal ministero dello Sviluppo economico e da quello dell’Ambiente, ma le cui finalità interagiscono con tanti altri ministeri, come quello dei Trasporti, dell’Economia, dell’Agricoltura. Pertanto è ritenuta indispensabile una cabina di regia nazionale perché molti Dicasteri dovranno parlarsi e non solo per determinare le politiche energetiche e raggiungere risultati ambientali, ma per dar vita al piano industriale del Paese, che è un elemento implicito nel documento. Tutto questo potrebbe portare alla creazione di posti di lavoro, perché politiche di innovazione industriale e politiche ambientali sono, assieme alla robotica e alla digitalizzazione, le grandi questioni del futuro dunque costituiscono un potenziale bacino di occupazione per i prossimi anni.