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Tolto dal testo ogni riferimento al consumo personale, abbiamo almeno fornito una cornice organica per l’utilizzo terapeutico della sostanza, unanimemente riconosciuto come benefico

Il 19 ottobre la Camera ha approvato in prima lettura la legge, che ora passa al Senato, che disciplina la coltivazione e la somministrazione della cannabis a solo uso medico. Da membro dell’intergruppo parlamentare per la legalizzazione della marijuana, e avendo firmato la proposta che ne disciplina del tutto la coltivazione e la vendita, non posso che essere d’accordo con la decisione, sebbene sia solo un primo risultato e depotenziato rispetto a quanto si potrebbe fare e sarebbe giusto fare. Come ho già scritto in alcune newsletter, il commercio illegale della marijuana avvantaggia solo le mafie (e a dirlo al Parlamento è stata la Procura nazionale antimafia) visto che il consumo resta negli anni invariato e che i danni determinati dalla sostanza sono considerati unanimemente inferiori a quelli determinati da fattori legali o addirittura quotidiani assai più impattanti (dallo smog all’alcol). Dunque ritengo che sarebbe razionale far emergere il fenomeno, dando allo Stato la gestione del monopolio (come per le sigarette insomma), e commercializzando il prodotto in appositi punti di vendita, monitorati e dedicati: anziché far arricchire i clan potremmo avere più risorse pubbliche da investire altrove. Pare però che i tempi non siano maturi per questa ragionevole opzione: la legge che abbiamo approvato ha infatti espunto qualsivoglia riferimento ai cannabinoidi per uso privato “ricreativo” ma per lo meno ha fornito una cornice organica, chiara e senza fraintendimenti (oggi ci sono varie normative regionali sulla materia, e disomogenee tra loro) sull’uso della cannabis per ragioni mediche, dunque terapeutiche. Che è perfettamente legale.

Il provvedimento infatti è volto a garantire equità nell’accesso alla sostanza da parte dei pazienti, mediante la fissazione di criteri uniformi sul territorio nazionale, a promuovere la ricerca scientifica su ulteriori impieghi della cannabis a uso medico, a disciplinare la produzione della cannabis (attualmente legittima solo nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze). Vengono inoltre promossi studi di tecnica farmaceutica presso le università e studi di genetica delle varietà vegetali della cannabis presso gli istituti di ricerca. La questione sull’uso medico della cannabis è normativamente un po’ bizzarra: fino alla legge Giovanardi del 2006 (considerata poi incostituzionale dalla Consulta), le leggi italiane consentivano l’uso di farmaci a base di cannabinoidi (di cui la marijuana è un derivato), noti per le loro potenzialità analgesiche e usati in mezzo mondo per la terapia del dolore. Era invece comunque vietata la coltivazione della canapa per la produzione dei medicinali da questa derivati, quindi la importavamo dall’estero (dall’Olanda per l’esattezza). La legge Giovanardi ha poi deliberato, con evidenze scientifiche pari a zero (e anzi attirandosi critiche e fomentando appelli di ricercatori e docenti universitari), che la canapa e i suoi derivati non avessero alcun valore terapeutico dunque ne ha vietato l’uso medico (oltre a equiparare penalmente la marijuana alle droghe pesanti, come l’eroina o la cocaina). Nel 2014, come detto, la Corte costituzionale ha dichiarato illegittime le norme sugli stupefacenti contenute nella legge Giovanardi, e le tabelle di distinzione tra sostanze leggere e pesanti sono tornate, con un Decreto, a quelle antecedenti, depenalizzando di fatto il consumo di cannabis. Una provvedimento ministeriale del 2015 ha poi, inoltre, ripristinato la possibilità di usare i cannabinoidi per uso terapeutico. La legge votata il 19 ottobre fa un passo ulteriore e norma più chiaramente le forme e i modi con cui i cannabinoidi possono essere utilizzati per tale scopo, ossia norma l’assunzione di medicinali a base di cannabis che il medico curante prescrive per un’opportuna terapia. La legge chiarisce poi che tali medicinali sono a carico del Servizio sanitario nazionale qualora usati per alcuni importanti patologie e per la terapia del dolore. Va precisato che l’uso medico della cannabis non è una terapia risolutiva, ma un trattamento sintomatico (ovvero interviene sui sintomi, come il dolore appunto) o un sostituto a determinate sostanze, da abbinare a trattamenti standard per alcune patologie, laddove queste non siano efficaci per il paziente o provochino in lui effetti secondari non tollerabili. Per quanto riguarda l’efficacia della cannabis, c’è ampia letteratura scientifica che considera molto positivo il suo impiego come analgesico in malattie come la sclerosi multipla, le lesioni del midollo spinale, ma pure in casi di dolore cronico (di solito trattato con antinfiammatori o farmaci cortisonici o oppioidi che però appunto non è detto siano per ognuno efficaci e giusti). I cannabinoidi sono poi considerati ottimali per gli effetti collaterali (nausee e altri malori) causati dalla chemioterapia, dalla radioterapia o dalle terapie contro l’Hiv; stimolano l’appetito di chi soffre di disturbi alimentari o di altri disturbi legati anche a tumori o Aids; riducono movimenti involontari corporei in sindromi come quella di Tourette e altre.

Come detto, alcune Regioni (tra cui la nostra) sulla base del provvedimento del 2015 hanno cominciato già a erogare la cannabis a uso terapeutico, a carico del Sistema sanitario, ma non tutte le Regioni hanno regole simili e molte non ne hanno nessuna. Pertanto la legge rende uniforme il regime dell’uso terapeutico nonché la rimborsabilità dei farmaci a base di cannabinoidi per alcuni casi rilevanti (negli altri casi i farmaci saranno a pagamento). Conseguentemente all’entrata in vigore della legge, votata per ora solo dalla Camera, le Regioni dovranno fornire ogni anno all’Istituto superiore di sanità i dati aggregati per patologia, età e sesso dei pazienti trattati con preparati a base di cannabis, tenendo conto della normativa sulla privacy, riferendo i risultati delle terapie. Per quanto riguarda la produzione, lo Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze resta in via generale il luogo deputato a coltivare la quantità congrua per il fabbisogno nazionale ma laddove la produzione non risulti sufficiente saranno individuati enti o imprese autorizzate alla coltivazione e alla trasformazione della cannabis per uso medico (tali soggetti dovranno operare, ovviamente, seguendo protocolli standard). L’Agenzia italiana del farmaco e l’Istituto superiore di sanità dovranno produrre, con cadenza semestrale, contributi informativi destinati ai medici. Questi i contenuti di una legge che in realtà rafforza le disposizioni precedenti, rendendole omogenee e promuovendo la ricerca nonché una maggiore informazione sulle possibilità di cura per i pazienti afflitti da malattie gravi o disturbi cronici.