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Il Senato ha approvato definitivamente e senza modifiche la nuova legge elettorale, che dunque è il sistema con cui andremo al voto: dopo l’approvazione della Camera, il via libera di Palazzo Madama sancisce i profili di una riforma necessaria per avere regole ragionevoli, finalizzate a stabilizzare il più possibile il quadro politico e a cercare, almeno, maggioranze per governare. Le modalità con cui è stata approvata la legge, come ho scritto nella mia ultima newsletter dopo il voto della Camera, non sono state le migliori, ma probabilmente erano le uniche possibili, in questo contesto, per pervenire a una legge assolutamente urgente, poiché era impensabile e deleterio andare alle urne con due sistemi diversi, e incompatibili tra loro, per le due Camere. Al dovere di rimettere mano alla legge elettorale ci ha richiamato infatti più volte il capo dello Stato, Mattarella, e senza questa approvazione si sarebbe in ogni caso posto il problema di ricorrere a una decretazione per uniformare le norme in vigore. Aver chiesto voti di fiducia, impedendo una discussione parlamentare chiara e trasparente, non fa certamente bene alle istituzioni e ha avuto anche come effetto quello di allontanare dal Pd il presidente del Senato Grasso, che dopo l’approvazione della legge è entrato nel gruppo Misto lasciando il Partito Democratico. Una scelta che mi dispiace, che non condivido ma che non è un buon segnale. Una scelta, forse, in ogni caso difficilmente evitabile, visto che Grasso appare sempre più vicino ai parlamentari che mesi fa hanno lasciato il Pd per formare Mdp. Al netto delle considerazioni politiche, credo che la legge elettorale fosse improrogabile, dunque realisticamente andasse varata. E che le condizioni per farlo fossero né più né meno quelle che abbiamo visto. Venendo ai contenuti, che ho già descritto abbondantemente, la legge prevede 232 collegi uninominali per la Camera e 116 per il Senato: il candidato più votato del collegio, con formula maggioritaria, è eletto in Parlamento. L’assegnazione dei restanti seggi parlamentari (circa i 2/3) avviene invece nell’ambito di collegi plurinominali, con metodo proporzionale a seconda della percentuale presa dalle liste o dalle coalizioni di liste che superino le soglie di sbarramento: sono quindi eletti in ciascun collegio plurinominale, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati del listino bloccato secondo l’ordine di posizione. Il listino è composto da un elenco di candidati che non può essere inferiore a due né superiore a quattro per ciascun collegio plurinominale. La distribuzione dei seggi che si viene a creare è per il 36% su base maggioritaria e per il 64% su base proporzionale. Non è ammesso il voto disgiunto: se l’elettore traccia un segno sul nome del candidato nel collegio uninominale e vota per una lista cui il candidato non è legato, il voto è nullo. Il riparto dei seggi da assegnare alle liste o alle coalizioni di liste nei collegi plurinominali avviene alla Camera a livello nazionale con metodo proporzionale e con soglia di sbarramento del 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni; per quanto riguarda le coalizioni, non vengono in nessun caso computati i voti dei partiti che non abbiano superato l’1%. Al Senato l’assegnazione dei seggi è effettuata con il metodo proporzionale a livello regionale, come previsto dalla Costituzione, con le stesse soglie di sbarramento. Abbiamo realizzato un sistema con alcune buone caratteristiche e che mette da parte definitivamente i “resti” dell’Italicum e della legge Calderoli che ci aveva consegnato la Consulta con due sentenze. Ora il Governo dovrà disegnare i nuovi collegi tramite un provvedimento che sarà messo a punto a breve: ne scriverò appena sarà varato e di conseguenza saranno noti i collegi elettorali.