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La Camera approva una riforma necessaria per garantire al Paese regole ragionevoli, finalizzate a stabilizzare il più possibile il quadro politico e a cercare maggioranze sensate per governare

Il 12 ottobre la Camera ha approvato con voto di fiducia la nuova legge elettorale, di cui avevo  illustrato nella mia ultima newsletter le linee guida: su di esse la maggioranza delle forze politiche era pervenuta a un accordo che la discussione in commissione Affari costituzionali ha confermato. Si è dunque ampiamente convenuto che fosse fondamentale e necessario modificare i sistemi elettorali precedenti, emersi da due sentenze della Corte Costituzionale e differenti per Camera e Senato. Come sappiamo, un primo tentativo di riforma era avvenuto in giugno, quando in Commissione si era giunti a un testo condiviso con il partito di Beppe Grillo: il “patto” era però sfumato subito in Aula a causa di un ripensamento del Movimento 5 Stelle. La maggioranza che nei giorni scorsi ha trovato la quadra sul nuovo sistema elettorale comprende invece Pd, Ap, Forza Italia e Lega; contrari Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e Mdp.

Per approvare la legge elettorale avrei preferito una discussione parlamentare senza ricorso al voto di fiducia. Eppure questa evidente forzatura risponde a un’altra forzatura (che aveva affondato già l’accordo di giugno): quella di schivare l’inevitabile richiesta, da parte di alcuni partiti, di decine e decine di voti segreti durante la discussione. La normalità sarebbe di poter discutere della legge elettorale alla luce del sole e seriamente. Poiché, però, la normalità era risultata mesi fa un’anomalia e poiché interesse del Paese era ed è di avere una legge elettorale migliore di quella in vigore, credo che la scelta compiuta la settimana scorsa sia stata forzata quanto ineludibile: non potevamo permetterci di non approvare il nuovo sistema (e speriamo che il Senato segua senza intoppi il percorso tracciato), minando il suo percorso di approvazione con un sicuro stillicidio di voti segreti. Questa riforma, necessaria, mette finalmente da parte i “resti” dell’Italicum per Montecitorio e della legge Calderoli per Palazzo Madama, due leggi disomogenee tra loro per soglie di sbarramento e logiche interne (da una parte si spinge un partito a correre da solo, dall’altra a formare coalizioni), e senza nessun correttivo maggioritario. Due leggi con cui sarebbe deleterio andare al voto: per dare un margine di governabilità alla prossima Legislatura, questi sistemi andavano modificati (e non ho mai smesso di dirlo e scriverlo). Dopo il naufragio della proposta di giugno, il Pd ha continuato a lavorare per questo obiettivo perché la finalità non è favorire questo o quello, ma dare una chance di stabilità al Paese. Dispiace per chi oggi batte in pugni sul tavolo, ma ci sono cose concrete da portare in salvo e non per interessi di parte, ma per senso di responsabilità: se è impossibile, infatti, cambiare il quadro politico – che da bipolare è diventato tripolare e forse ancor più frammentato – è però doveroso aiutare questa frammentazione a ricomporsi per dare maggioranze che siano le più ragionevoli possibili. La legge approvata va in questa direzione e ritengo sia responsabilità del Parlamento garantire il quadro istituzionale più chiaro che si può: abbiamo votato una disciplina sensata, omogenea e politica. Ovvero condivisa dalla maggioranza delle forze parlamentari. Credo fosse un dovere e a questo dovere, oltre tutto, il presidente della Repubblica Mattarella ci ha giustamente spesso richiamato.

Venendo ai contenuti, vado nel dettaglio rispetto a quanto scritto in precedenza tenendo presente comunque che la sostanza non è cambiata. La riforma elettorale, valida sia per la Camera che per il Senato, delinea un sistema misto con base proporzionale su cui si innesta un correttivo maggioritario. La legge prevede infatti 232 collegi uninominali per la Camera e 116 per il Senato: il candidato più votato del collegio, con formula maggioritaria, è eletto in Parlamento. L’assegnazione dei restanti seggi parlamentari (circa i 2/3) avviene invece nell’ambito di collegi plurinominali, con metodo proporzionale a seconda della percentuale presa dalle liste o dalle coalizioni di liste che superino le soglie di sbarramento: sono quindi eletti in ciascun collegio plurinominale, nei limiti dei seggi ai quali ciascuna lista ha diritto, i candidati del listino bloccato secondo l’ordine di posizione. Il listino è composto da un elenco di candidati che non può essere inferiore a due né superiore a quattro per ciascun collegio plurinominale. La distribuzione dei seggi che si viene a creare è per il 36% su base maggioritaria e per il 64% su base proporzionale. Per l’elezione della Camera il territorio nazionale è ripartito in 28 circoscrizioni: alcune di esse coincidono con il territorio regionale, in altri casi il territorio regionale è ripartito in più circoscrizioni (2 in Piemonte, 4 in Lombardia, 2 in Veneto, 2 in Lazio, 2 in Campania, 2 in Sicilia). Per l’elezione del Senato il territorio nazionale è ripartito in 20 circoscrizioni corrispondenti alle Regioni. Ogni circoscrizione è suddivisa in collegi uninominali e in collegi plurinominali; questi ultimi sono costituiti dall’aggregazione di collegi uninominali contigui e tali che a ciascuno di essi sia assegnato un numero di seggi non inferiore a tre e non superiore a otto per la Camera e non inferiore a due e non superiore a otto per il Senato. Ciascun partito o gruppo politico organizzato che intende presentarsi alle elezioni è tenuto a depositare il proprio simbolo presso il Viminale, depositando anche il programma elettorale e indicando il nome del capo della forza politica. Sia alla Camera sia al Senato i partiti possono presentarsi come lista singola o in coalizione. La coalizione deve essere unica a livello nazionale (non ci si può presentare in differenti territori con coalizioni diverse) e i partiti in coalizione devono presentare candidati unitari nei collegi uninominali, mentre possono presentare il proprio listino plurinominale per l’assegnazione proporzionale dei seggi. Sia alla Camera sia al Senato nessun candidato può essere incluso in più di 5 collegi plurinominali; il candidato del collegio uninominale può correre solo per un collegio uninominale ma può essere candidato anche nei collegi plurinominali, fermo restando il limite di 5. Il deputato eletto in più collegi plurinominali è proclamato nel collegio nel quale la lista cui appartiene ha ottenuto la percentuale minore di voti rispetto al totale dei voti validi del collegio. Il deputato eletto in un collegio uninominale e in uno o più collegi plurinominali si intende invece eletto nel collegio uninominale. Se nei collegi uninominali il seggio è assegnato al candidato che consegue il maggior numero di voti, in caso di parità tra candidati viene eletto il più giovane.

Per garantire la rappresentanza di genere, nella successione interna delle liste dei collegi plurinominali, sia della Camera sia del Senato, i candidati devono essere collocati secondo un ordine alternato di genere. Nel complesso delle candidature presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%; nel complesso delle liste dei collegi plurinominali, nessuno dei due generi può essere rappresentato nella posizione di capolista in misura superiore al 60%. L’elettore disporrà di un’unica scheda recante il nome del candidato nel collegio uninominale e il contrassegno di ciascuna lista (o, nel caso di liste in coalizione, i contrassegni di tali liste), con a fianco i nominativi dei candidati – da due a quattro – delle liste del collegio plurinominale. Se si traccia un segno sul simbolo della lista, i voti vanno automaticamente al candidato di collegio uninominale e ai candidati del listino bloccato. Qualora il segno sia tracciato solo sul nome del candidato nel collegio uninominale, i voti andranno alla lista che lo presenta; nel caso di più liste collegate in coalizione, i voti sono ripartiti tra le liste della coalizione in proporzione ai voti ottenuti da ciascuna. La legge non ammette il voto disgiunto: se l’elettore traccia un segno sul nome del candidato nel collegio uninominale e vota per una lista cui il candidato non è legato, il voto è nullo. Il riparto dei seggi da assegnare alle liste o alle coalizioni di liste nei collegi plurinominali avviene alla Camera a livello nazionale con metodo proporzionale e con soglia di sbarramento del 3% per le singole liste e al 10% per le coalizioni; per quanto riguarda le coalizioni, non vengono in nessun caso computati i voti dei partiti che non abbiano superato la soglia dell’1%. Al Senato l’assegnazione dei seggi è effettuata con il metodo proporzionale a livello regionale, come previsto dalla Costituzione, con la stessa soglia di sbarramento della Camera. Il candidato di un partito escluso dal riparto dei seggi, perché non raggiunge il 3%, ma eletto nel proprio collegio uninominale (e che dunque è risultato il più votato del suo collegio) viene comunque eletto in Parlamento. Questi i contenuti. Queste le regole che ci porteranno al voto nei prossimi mesi.

Come avevo già scritto, penso che il sistema elettorale approvato presenti in particolare due buone cose: non rinuncia a una quota di maggioritario dunque tende a stabilizzare parzialmente il quadro politico per consentire più governabilità; apre alle alleanze pre-elettorali e alle coalizioni, con il risultato di spingere i partiti a dire prima del voto da che parte vogliono stare ma consentendo loro di allearsi pur restando separati, dunque evitando “listoni” che rischiano solo di confondere le acque.