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Seguendo l’articolo 116 della Costituzione, che prevede maggiori margini di manovra per i territori e che nulla ha a che fare con spinte sovraniste: un modo razionale di porre un tema complesso

La questione catalana, con lo scontro tra Barcellona e Madrid, ha portato alla ribalta il tema delle tensioni indipendentiste e sovraniste presenti non solo in Spagna ma in svariati Paesi europei. La vicenda spagnola è delicata e complessa: mi limito a dire che i comportamenti di entrambi i lati della medaglia certificano la debacle di una classe dirigente (sia quella spagnola che quella catalana) che ha portato la situazione in un vicolo cieco. Mandare la Guardia civil a reprimere un voto popolare è un atto irresponsabile; la proclamazione di indipendenza da parte di Barcellona lo è altrettanto. Trovo pericolosa e sbagliata la deriva separatista imboccata da una regione ricca, avanzata e dinamica, pienamente europea, come la Catalogna; trovo allucinante arrivare all’assalto dei seggi pensando di tenere unito il Paese con il pugno di ferro. Senza voler addentrarmi nel caso specifico, credo però che quanto accaduto in Spagna debba farci riflettere su due cose: la prima è la persistenza di spinte centrifughe in un mondo in cui, in realtà, si conta davvero se si è uniti e si fa sistema, ovvero la percezione coltivata anche in buona fede da alcune comunità – di solito quelle più ricche, che hanno visto declinare il proprio stile di vita in maniera più evidente dall’inizio della recessione – che il frazionamento sia la soluzione per i complessi problemi della contemporaneità; la seconda è che la dialettica centro-periferia è oggi molto stratificata, perché i territori non sono più, soltanto, “parti” di uno Stato, ma di comunità più ampie, come l’Unione europea, che è fonte di diritto anche per la Spagna e che – tenendo a sua volta conto del diritto spagnolo – non ha potuto che constatare l’incostituzionalità del referendum catalano e al contempo la necessità di un confronto tra le parti per ricomporre la situazione. Tutto questo, d’altro canto, non significa in nessun modo che i territori non possano promuovere una maggior agibilità al loro interno e un corretto dialogo istituzionale in tale direzione.

Nelle ultime settimane, sull’onda degli accadimenti spagnoli, si è parlato molto dei due referendum promossi dalle Regioni Lombardia e Veneto (si terranno il 22 ottobre), che chiederanno ai propri abitanti se vogliono avanzare richieste di maggior autonomia secondo quanto previsto dall’articolo 116 della Costituzione. Come purtroppo accade spesso, i media hanno fatto un po’ di confusione equiparando le vicende nostrane con quelle iberiche: le due cose non hanno niente a che fare l’una con l’altra poiché in Spagna si parla di “indipendenza” di una Regione, formulata attraverso una procedura non contemplata dalla Costituzione, mentre in Italia si parla di un rafforzamento dell’autonomia territoriale secondo quanto previsto dalla nostra Carta. Dunque nessun paragone è possibile. Per di più è molto ironico il fatto che, mentre in Lombardia e in Veneto si discute in maniera propagandistica del referendum che chiederà più poteri territoriali, in Emilia-Romagna abbiamo già intrapreso questo percorso elaborando un documento di indirizzo, discusso con i Comuni e le parti sociali, e che è stato già votato il 3 ottobre dall’Assemblea legislativa bolognese. Anche la nostra Regione, ovviamente, si è mossa all’interno di quanto sancito nell’articolo 116 che, disponendo le Regioni a statuto speciale, stabilisce che quelle a statuto ordinario possano chiedere ulteriori forme di autonomia su alcune materie (non tutte), su iniziativa della Regione interessata e attraverso una legge che deve poi essere approvata dalle Camere tenendo conto dell’accordo tra Governo e Regione. L’Emilia-Romagna, a differenza di Veneto e Lombardia, ha già impiegato tempo ed energie per selezionare i contenuti della proposta, condividerli con i territori, votarli, e avviare il negoziato con lo Stato. Poca propaganda, nessuna millanteria, molta sostanza. La nostra proposta è infatti sul tavolo ed è concreta: si punta a ottenere più autonomia legislativa e amministrativa per poter gestire direttamente, e con risorse certe, materie ritenute fondamentali per la crescita sociale ed economica, individuate in quattro aree strategiche (consentite, appunto, sia dall’articolo 116 che dal 117). Si tratta di lavoro e formazione; impresa, ricerca e sviluppo; sanità; tutela dell’ambiente e del territorio. Quel che l’Assemblea legislativa ha deciso è una forma di autonomia rafforzata, con cui migliorare i già alti standard regionali, attuare modelli organizzativi sempre più innovativi, valorizzare sempre più tutti i territori, fondare lo sviluppo sulla coesione e sull’equità sociale perché solo se questi fattori vanno di pari passo siamo davvero in condizione di competere con le aree più avanzate del mondo, dunque di attrarre investimenti, saperi e competenze, senza lasciare indietro nessuno. Dunque un rafforzamento per realizzare le politiche di centro sinistra, laburiste, che caratterizzano il nostro territorio. Il documento di indirizzo per l’avvio di questo percorso è stato approvato dalla Giunta a fine agosto e il 3 ottobre l’Assemblea, approvandolo, ha dato mandato al Presidente Bonaccini di avviare il negoziato con lo Stato. Ora si dovrà sottoscrivere l’intesa con l’Esecutivo e infine le Camere dovranno esaminare e votare l’accordo. La vicenda, ancora in itinere, non c’entra nulla con quanto accaduto in Catalogna (così come il referendum promosso da Zaia e Maroni non c’entra niente con l’indipendenza del “lombardo-veneto”), dunque non intendo di certo farne un’equiparazione. Quel che mi interessa mettere in luce è invece la possibilità di un atteggiamento non di retroguardia nel porre il rilevante tema delle autonomie territoriali. L’atteggiamento della nostra Regione è propositivo, fattivo ed è anche molto diverso da quello della Lega: se i cittadini voteranno “sì” il 22 ottobre, la Lombardia e il Veneto si ritroverebbero davanti all’articolo 116 della Costituzione e alla stessa “filiera” autorizzativa che noi abbiamo già percorso almeno per metà. Facendo meno rumore mediatico. Se non si devono assolutamente sottostimare le richieste dei territori, esercitate nel rispetto delle Costituzioni, anche i territori che chiedono più margini di azione possono farlo in maniera più o meno efficace e soprattutto più o meno ideologica.

L’importante questione delle autonomie territoriali va infatti sempre inserita in un’orizzonte politico, ovvero si può promuovere l’autonomia facendo leva sull’illusione di trincerarsi “a casa propria”, in un piccolo mondo antico che non esiste, oppure si può promuovere un’autonomia fondata sulla valorizzazione territoriale ben consapevoli che la prosperità di una comunità è conseguenza dei rapporti complessi che da una comunità nascono e si sviluppano e che lì ritornano. Dunque il modo di porre la questione è, implicitamente, un modo di configurare e leggere le relazioni tra le istituzioni e tra soggetti politici ed economici. Io credo che viviamo in un contesto storico in cui lo sviluppo di un territorio non è riducibile a quel territorio, cioè in un contesto in cui la dimensione per competere è tutt’altro che “regionale”: ai miei occhi l’obiettivo della valorizzazione non è il separatismo identitario (secondo gli istinti cavalcati anche dalla Lega, per intenderci), magari fondato sull’idea di “impresa” che avevamo 30 anni fa, ma è rendere la propria “casa” più solida, più capace di creare coesione e benessere attraverso relazioni a 360 gradi. L’autonomia che condivido parte dall’idea che una Regione voglia essere messa nelle migliori condizioni previste dall’ordinamento dello Stato per lavorare bene, creare progresso sociale e avere una comunità più in grado di affrontare la complessità e le sfide, che sono globali. E avendo ben chiaro che ogni Paese presenta differenziazioni interne (ci sono territori più deboli e fragili che devono recuperare terreno; ci sono regioni più forti e trainanti) e che l’Unione europea presenta differenziazioni tra regioni e tra Paesi. Ma le differenze, all’interno di sistemi complessi, si affrontano ineludibilmente avendo in mente un’idea organica di società, che può essere dialettica o identitaria, sinergica o chiusa, solidale o egoista. Io so da che parte stare e visto che spesso ci si chiede cosa sia di sinistra, credo sia di sinistra pensare che le autonomie territoriali più avanzate possano essere una spinta non solo per un Paese migliore, ma per un’Ue che non sia solo una strettoia di regole monetarie, vincoli di spesa e parametri di bilancio, ma diventi (il percorso è lungo e difficile) sede per scelte molto più importanti e sentite. Il punto è uscire dal limbo in cui ci troviamo, dove i politici regionali usano talvolta lo Stato per coprire le proprie inefficienze, quelli nazionali usano spesso l’Europa come scusa per coprire le proprie mancanze, e l’Ue è reticente –  per questioni di un eccesso di interessi di parte – a costruire un edificio più solido perché più politico. Tutti questi atteggiamenti, lungi dal produrre benessere, generano solo l’illusoria idea del ripiegamento. In un mondo in cui si muovono dati, persone, investimenti idee, tecnologie, non vincerà invece l’isolamento ma il coordinamento tra i livelli finalizzato al benessere della maggioranza e la sinergia tra Paesi e territori. La sfida si vince facendo sistema, non chiudendosi “nel piccolo”, e la deriva sovranista è prodromica solo a farsi del male (basti vedere quanto sia sta negoziando sulla Brexit, perché la Gran Bretagna sa bene che, senza accordi che la tutelino, andrebbe incontro a una crisi pesantissima). In questo quadro, il rafforzamento delle autonomie serve nella misura in cui è consapevole delle relazioni reali e se fa funzionare meglio le cose per poter dialogare con credibilità a livelli istituzionali ed economici ulteriori. Una legittima prospettiva di autonomia territoriale che irrobustisca società, lavoro, servizi, tutela dell’ambiente, investimenti, come quella chiesta dall’Emilia-Romagna, può mettere in circolo iniziative molto positive per la Regione, il Paese, l’Europa. Perché esprime, nei modi e nei contenuti, una visione decisamente, organicamente, politica. Quando parliamo di territori, insomma, parliamo di entità dotate di poteri ma inserite in un contesto, nazionale e sovranazionale, continentale e globale. Oggi si cresce facendo rete: questa è la sfida che ogni territorio deve lanciare, anche all’Ue, ma che in primo luogo deve aver chiara per il proprio sviluppo.