Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 12'

La revisione si concentra in particolare sulla gestione dei beni confiscati ai clan: produrre valore  sociale colpendo gli affari della criminalità è fornire una risposta concreta di contrasto alle mafie

Il 27 settembre la Camera ha approvato in via definitiva una vasta riforma del Codice antimafia, inerente in particolare alla gestione e alla valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata, e comprendente una delega al Governo per la tutela del lavoro nelle aziende sottratte ai clan. La legge, votata dalla Camera nel novembre 2015, è stata poi modificata in Senato: secondo alcuni la prima versione era più lineare (in particolare sulle misure cautelari) rispetto a quella uscita da Palazzo Madama, che non stravolge però affatto il senso della normativa. Infatti condivido la posizione del capogruppo Pd della commissione Giustizia Walter Verini e del relatore Pd della riforma, Davide Mattiello, che hanno spinto per approvare il nuovo Codice senza emendare ulteriormente il testo: nel caso, infatti, la legge sarebbe dovuta tornare nuovamente in Senato per un’altra lettura, con il rischio concreto di restarci “incastrata” (specie durante la sessione di bilancio). Siamo così giunti invece a uno dei traguardi più rilevanti della Legislatura, visto che il nuovo Codice potrà rendere più incisivo il contrasto alle mafie perché riordina le misure di prevenzione, l’Agenzia per i beni confiscati, sostiene le attività produttive tolte ai clan dando un messaggio di legalità. E rispondendo alle esigenze di chi lotta per lo sviluppo dei territori in cui la criminalità insiste. Non a caso la riforma è nata da una proposta di iniziativa popolare presentata nel 2013 da 120mila cittadini e promossa da molte associazioni (tra cui Libera e la Cgil); sulla proposta ha  lavorato fin dall’inizio della Legislatura la commissione Antimafia presieduta dall’On. Rosy Bindi, e ovviamente il Ministro competente Andrea Orlando. La necessità di rimettere mano alla normativa partiva da una constatazione: il 90% delle imprese sottratte alle mafie è andata incontro al fallimento proprio a seguito delle misure di prevenzione patrimoniale (confisca e sequestro), con grave danno all’economia e al lavoro in territori dove occorre decisamente scongiurarlo. La frammentarietà degli strumenti fin qui predisposti e la mancanza di un quadro organico non avevano portato, negli anni, agli esiti auspicati. Il Legislatore si è perciò mosso su un doppio binario: da una parte vengono introdotte procedure per semplificare l’amministrazione giudiziaria delle attività illecite; dall’altra sono previste azioni più efficaci di supporto alle aziende sequestrate. È infatti deleterio far passare l’idea che con la mafia si lavora e con lo Stato no: dunque le aziende prese alla criminalità vanno aiutate a funzionare.

Il provvedimento è ovviamente molto complesso ed è pertanto suddiviso in 7 Titoli piuttosto tecnici. I primi due riguardano le misure di prevenzione personali (come la sorveglianza speciale e l’obbligo di soggiorno) e patrimoniali (come il sequestro e la confisca cautelare): la riforma estende le misure precauzionali previste oggi per i mafiosi anche agli indiziati per corruzione, peculato, truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche (tutti reati contro la Pa) e agli indiziati per delitti consumati o tentati con finalità terroristiche. Bisogna senza dubbio stare attenti a equiparare le misure di prevenzione destinate agli indiziati di corruzione a quelle destinate ai mafiosi. Se si ravviseranno criticità, le norme in questione si potranno però modificare con aggiustamenti successivi senz’altro più celeri rispetto alla revisione complessiva del Codice, come sancito anche da un ordine del giorno votato dalla Camera – su cui concordo in pieno – che chiede un monitoraggio affinché non ci siano abusi. In generale, la legge rende più tempestiva l’adozione delle misure di sequestro e confisca di beni inserendo l’obbligo di trattazione prioritaria di questi casi: a tal fine si istituiranno sezioni dedicate e i dirigenti degli uffici giudiziari dovranno adottare le azioni necessarie, da comunicare al Csm (Consiglio superiore della magistratura) che ogni anno valuterà gli effetti delle scelte organizzative. Si dà poi potere ai Pm, in fase di indagine, di accedere al Sid ovvero il sistema di interscambio dati dell’Agenzia delle Entrate; si sancisce che il tribunale competente disponga le misure preventive e le questioni di competenza debbano essere eventualmente eccepite alla prima udienza; se il tribunale accoglie l’incompetenza territoriale, il sequestro eventualmente disposto perde efficacia qualora, entro 20 giorni, il tribunale ritenuto competente non ridisponga l’atto. Nelle situazioni in cui non sia possibile confiscare beni coinvolti negli affari malavitosi (per esempio perché antecedentemente sono stati trasferiti a terzi in buona fede), ci si può avvalere precauzionalmente su altri beni dello stesso valore, e anche di legittima provenienza, di cui l’imputato abbia disponibilità. Per quanto riguarda le aziende, una volta disposto il sequestro il tribunale per le misure preventive può procedere con l’amministrazione giudiziaria. La riforma raddoppia inoltre la durata massima dell’amministrazione giudiziaria (da sei mesi a un anno) rendendo possibile la proroga fino a una durata massima complessiva di 24 mesi (attualmente il massimo è 12 mesi), per far sì che ci sia un tempo congruo a risolvere i problemi aziendali senza che questo si abbatta sul destino dei lavoratori e dell’impresa: l’amministratore giudiziario (che segue la gestione dei beni), in questo tempo esercita tutte le facoltà spettanti al titolare dei diritti, compresa quella di negoziare i debiti. Il tribunale deve fissare puntualmente i compiti dell’amministratore: per verificarne il corretto adempimento la corte può autorizzare ispezioni e, nel caso venga accertata una violazione delle prescrizioni, sollevare l’amministratore. Si introduce infine il nuovo istituto del controllo giudiziario sulle aziende che può essere messo in atto dagli inquirenti qualora esista il pericolo di infiltrazione mafiosa (o anche per violazioni gravi del nuovo Codice degli appalti) o se sussistono indizi di sfruttamento del lavoro, riciclaggio, usura.

Il terzo capitolo della legge reca modifiche alla gestione e alla destinazione dei beni sequestrati e confiscati. Intanto la norma prevede che, qualora la situazione dei beni coinvolti sia particolarmente complessa, il tribunale possa nominare più amministratori giudiziari; viene rimessa a un decreto del ministro della Giustizia la definizione di criteri che assicurino la corrispondenza tra i profili professionali degli amministratori e le tipologie dei beni sequestrati, per garantire le idonee competenze. Si introduce un tetto massimo al numero di situazioni gestite da ogni professionista iscritto all’Albo degli amministratori giudiziari (non potranno essere più di tre contemporaneamente); non potranno assumere il compito il coniuge, i parenti fino al sesto grado, i conviventi del magistrato che conferisce l’incarico (finalità della norma è, evidentemente, evitare situazioni molto ambigue). L’amministratore giudiziario può essere nominato anche tra il personale dipendente dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione dei beni sequestrati e in tal caso non ha diritto a compensi aggiuntivi a eccezione del rimborso spese. La legge prevede strumenti finanziari in favore delle aziende sequestrate e confiscate, necessari alla valorizzazione delle attività: l’accesso al Fondo dedicato deve essere richiesto dall’amministrazione giudiziaria dopo l’adozione dei provvedimenti di prosecuzione dell’attività di impresa adottati dal Tribunale. L’amministratore giudiziario deve infatti presentare un progetto per la prosecuzione (o la ripresa) delle attività e il progetto deve ricevere una valutazione entro 30 giorni; dato il via libera alla prosecuzione dell’attività, oltre all’accesso alle risorse di sostegno, conservano poi efficacia le autorizzazioni, le concessioni, i titoli abilitativi già rilasciati antecedentemente al sequestro. Si istituiscono nelle Prefetture dei tavoli sulle aziende sottratte alle mafie, cui sono chiamati a partecipare rappresentanti della Regione, degli enti locali e associazioni di lavoratori e imprese del territorio, per favorire la collaborazione degli operatori economici con le attività coinvolte e promuoverne la continuità produttiva. I beni immobili definitivamente confiscati e facenti parte del patrimonio dello Stato potranno essere trasferiti con procedure semplificate a enti non profit e associazioni, individuati come assegnatari qualora si ravvisi un interesse pubblico nella loro azione, agli enti locali anche per finalità economiche purché accompagnate dal vincolo di reimpiego dei proventi, o alle forze di polizia, alle  forze armate, ai vigili del fuoco.

Il quarto Titolo riguarda la tutela dei terzi (per esempio eventuali creditori delle imprese) nelle procedure che seguono al sequestro aziendale: in sostanza si assicura che non vengano pregiudicati i legittimi diritti di soggetti che nulla c’entrano con il proprietario o i proprietari delle aziende, ma che vantano onesti crediti nei confronti dell’attività. In questo Titolo il Senato ha inserito poi ex novo ulteriori disposizioni: si sanzionano con la reclusione da uno a 4 anni e la confisca dei pagamenti ricevuti coloro che omettono di adempiere ai doveri informativi nei confronti dell’amministratore giudiziario; si prevede che i concessionari di lavori o di servizi pubblici debbano acquisire la documentazione antimafia prima di stipulare, autorizzare o approvare contratti o sub-contratti relativi a lavori, servizi e forniture pubblici se i contratti complessivamente superano i 150mila euro. Il testo riorganizza, al quinto Titolo, l’Agenzia nazionale per i beni confiscati, trasformandola in una sorta di “autorità” che presiede all’intera filiera e controlla tutti i passaggi relativi a gestioni e assegnazioni, ponendola sotto il controllo del Viminale. Vengono poi ridefiniti i compiti dell’Agenzia, che ha la propria sede a Roma (e altre 6 sedi secondarie, tra cui una a Bologna), valorizzandone il ruolo in fase di sequestro e attribuzione, e potenziandone le possibilità di acquisizione di dati attraverso i canali informatici di tutte le autorità competenti (dai Ministeri, alle agenzie fiscali e le Prefetture). Il direttore sarà scelto tra specifiche figure professionali su proposta del ministro dell’Interno; del direttivo è chiamato a far parte almeno un esperto in materia di finanziamenti europei mentre il personale dell’ente deve essere selezionato tra esperti in gestione aziendale, accesso al credito, progettazione comunitaria. Il personale sarà complessivamente di 200 unità e il reclutamento avverrà per la metà con procedure di mobilità e per un’altra metà con procedure selettive. Il sesto Titolo contiene alcune modifiche al Codice penale e di procedura penale e alla legislazione complementare, al fine di sostanziare le misure di legge (per esempio le modalità di individuazione di collegi e sezioni destinate in via esclusiva alla trattazione prioritaria dei procedimenti di prevenzione patrimoniale). Si estende inoltre a tutti i reati di stampo mafioso, o per finalità terroristiche, o per gravi atti contro la Pa, agli ecoreati e all’autoriciclaggio (delitto introdotto in questa Legislatura) l’istituto della confisca allargata, ovvero una confisca prevista in caso di condanna che viene disposta quando – pur in mancanza di un nesso tra denaro, bene e reato – si accerta che il patrimonio del reo sia sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o all’attività professionale svolta e quando il condannato non è in grado di giustificarne la provenienza. L’ultima parte del provvedimento delega il Governo all’adozione di norme per la tutela del lavoro nelle imprese sequestrate e confiscate sottoposte all’amministrazione giudiziaria. I decreti attuativi dovranno prevedere incentivi e forme di premialità fiscale e contributiva per le aziende, misure per l’emersione del lavoro irregolare, pieno accesso all’integrazione salariale e agli altri ammortizzatori sociali. La delega deve essere esercitata entro quattro mesi (un’ulteriore ragione per approvare celermente la riforma).

Il lavoro su questo provvedimento è uno degli impegni normativi più qualificanti, nella lotta alla mafia, intrapreso da anni; averlo reso legge dello Stato è un ottimo risultato di questa Legislatura.