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A fronte dei buoni risultati sugli investimenti delle imprese, ripartiti grazie ai forti sgravi fiscali, le nuove misure illustrate per il 2018 vogliono incentivare la necessaria sinergia tra aziende e lavoro

Due settimane fa i ministri Calenda (Attività produttive), Poletti (Lavoro), Fedeli (Istruzione, Università e Ricerca) e Padoan (Economia) hanno illustrato congiuntamente in un convegno alla Camera i risultati relativi al piano “Industria 4.0” 2017 e le linee guida per il 2018. Vale la pena qui ricordare rapidamente che il programma Industria 4.0 è stato messo a punto, per la prima volta in Italia, nel corso del 2016, quando è stata svolta un’indagine conoscitiva sulle misure necessarie a una transizione verso un’economia basata sulle nuove tecnologie informatiche, la robotizzazione e i processi produttivi che prevedono sempre più un’interazione stretta tra esseri umani, macchine e reti di comunicazione o informazione che gestiscono sistemi di dati. Non a caso questa nuova fase viene vista a livello internazionale come una rivoluzione industriale, quella caratterizzante la nostra epoca. All’inizio del settembre 2016, le Commissioni competenti hanno terminato l’indagine e realizzato, assieme al Ministero, un documento conclusivo che è servito come piattaforma programmatica per le misure deliberate da Governo e Parlamento nella legge di Bilancio 2017. Più in generale, però, questa articolata serie di misure si poneva e si pone  ancora in un orizzonte di medio periodo, durante il quale rinnovare la politica industriale italiana, rimasta indietro sulla programmazione 4.0 rispetto alle maggiori economie europee e mondiali (pur restando l’Italia, saldamente, la seconda industria manifatturiera d’Europa dopo la Germania e la sesta del mondo). La strategia di medio periodo, oltre alle necessarie infrastrutture (a partire dalla banda ultralarga in tutto il Paese), prevede anche un lavoro concertato da parte dei dicasteri dell’Università, del Lavoro e dello Sviluppo economico, volto non solo a incentivare gli investimenti ma a creare le competenze utili alle innovazioni industriali. Il documento conclusivo individuava infatti cinque punti-chiave: la creazione di una cabina di regia inter-ministeriale e con rappresentanti delle categorie e delle parti sociali (che è stata attivata); gli investimenti infrastrutturali sulla rete internet; le competenze e la formazione; la ricerca pubblica e privata; le agevolazioni per le imprese. Di questi punti, nella prima fase si è dato positivo slancio alla crescita degli investimenti aziendali tramite cospicui interventi pubblici, previsti appunto con la legge di Bilancio, in cui sono stati messi in campo 13 miliardi nel triennio 2017-2019: l’intenzione, seguendo l’esempio di quanto fatto in Germania, era fare da leva a ulteriori e rilevanti risorse private tramite investimenti pubblici. La legge di Bilancio 2017 prevedeva infatti: l’iper-ammortamento al 140% per l’acquisto di nuovi beni strumentali e un super-ammortamento al 250% per gli investimenti sulla digitalizzazione (quindi su robotica e tecnologie digitali prevalentemente, ma non solo). Oltre a questo, il credito d’imposta per le spese in ricerca e innovazione effettuate dalle aziende, che prima era al 25%, è stato raddoppiato passando al 50% (e i limiti di credito massimo per impresa passati da 5 a 20 milioni di euro), mentre 1 miliardo è andato al Fondo centrale di garanzia per le Pmi, finalizzato alla digitalizzazione e alle start-up, e un altro miliardo ai contratti di sviluppo per Industria 4.0, dunque sostanzialmente all’implementazione di processi e prodotti.

Partiamo dunque dai risultati, che sono senza dubbio molto buoni, ma da cui si può trarre una riflessione utile a comprendere dove è arrivato il momento di agire con più convinzione. Il ministro Calenda ha fornito gli ultimi dati disponibili, che parlano di una crescita degli ordinativi del 9% nei primi 6 mesi dell’anno sui macchinari innovativi (se guardiamo all’andamento del fatturato dei macchinari, nell’ultimo anno l’Italia ha battuto anche la Germania): l’obiettivo di arrivare a questo incremento in breve tempo era ambizioso, ma è stato raggiunto, dunque gli incentivi stanno evidentemente funzionando. A fronte di questi esiti, è chiaro che nel 2018 verranno rifinanziate le principali misure previste lo scorso anno “probabilmente rivedendo le aliquote dunque l’ammontare complessivo dell’ammortamento e i perimetri degli incentivi”, ha detto il Ministro: l’ottica è di consolidare la tendenza, stimolando sempre più i privati a “stare di più sulle proprie gambe”. Se non ci sono invece statistiche ufficiali sull’attività di ricerca e sviluppo delle imprese, fa fede un’indagine effettuata da Unioncamere: 24mila imprese (sulle 68mila intervistate) spendono in ricerca e innovazione; di queste 24mila, 11.300 hanno speso di più nell’anno in corso, sfruttando gli incentivi dedicati, con una crescita media tra il 10% e il 15% della spesa. L’80% delle imprese che investono in ricerca e sviluppo, secondo l’indagine, ha infatti considerato gli incentivi pubblici “molto utili”. Tutta la parte che stimolava la ripresa degli investimenti e degli ordinativi ha dato quindi risultati in linea con le previsioni, che erano di alto profilo: la componente fiscale del piano ha funzionato e non sembrano da sottostimare neppure le misure per favorire la ricerca. Calenda è partito da qui anche per sottolineare gli aspetti su cui non sono stati ancora raggiunti congrui obiettivi: gli investimenti collegati allo sviluppo delle start-up hanno raccolto sul mercato privato meno di quanto ci si aspettasse (solo il +2% rispetto a quando il piano non era attivo). Quanto ai Centri di competenza – ossia la creazione di poli universitari di eccellenza in sinergia con le imprese – si registra un palese ritardo del decreto attuativo, che va emanato entro l’anno per non perdere i 20 milioni di finanziamento (mentre altri 10 milioni sono previsti per il 2018). Dunque la criticità si deve risolvere a breve. Anche sulla banda ultralarga i progressi sono lenti: secondo il Ministro non è un problema di risorse visto che sono previsti 3,5 miliardi di interventi pubblici e 1,3 miliardi sono già stati deliberati. Il nodo, in questo caso, è relativo all’esecuzione dei lavori nelle aree a fallimento di mercato, che vedono molte ritrosie da parte degli operatori. Infine una criticità è quella relativa alla formazione dei lavoratori e alle competenze necessarie per soddisfare i nuovi processi produttivi.

È proprio su questo punto che si concentreranno i nuovi interventi pubblici, annunciati dai ministri di Istruzione, Lavoro e Sviluppo economico, e che saranno molto probabilmente inseriti nella prossima legge di Bilancio. Il capitolo “lavoro-formazione” rappresenta la voce fondamentale del piano nazionale Industria 4.0 per il 2018, perché la “fase due” deve implementare misure che tengano assieme modernizzazione delle imprese (su cui appunto ci sono risultati confortanti) e nuove competenze, nella convinzione che la “rivoluzione digitale” – per produrre risultati concreti e soprattutto sviluppo sociale – debba essere accompagnata da un forte investimento sull’aggiornamento professionale. La sfida riguarda sia la formazione di chi già lavora, sia i percorsi di studio per formare i giovani sulle nuove competenze richieste dalle aziende per non trovarsi con percorsi che non rispondono all’offerta di impieghi che si va creando (con il risultato paradossale di avere una forte disoccupazione giovanile e aziende che non trovano i profili di cui hanno bisogno). La strategia illustrata dai Ministri poggia dunque su tre assi di intervento. Il primo è l’introduzione  di un credito d’imposta per gli investimenti in attività di formazione legate a Industria 4.0, nell’ambito degli accordi contrattuali di secondo livello raggiunti da imprese e sindacati, con un possibile sconto fiscale del 50%. Il credito d’imposta per le spese in formazione, mirate a preparare dipendenti in grado di usare le nuove macchine o apprendere nuovi processi, si potranno con ogni probabilità ricevere solo per spese incrementali, dunque aggiuntive e superiori rispetto a quelle effettuate su corsi e formazione nell’ultimo triennio. “Nel 2018 le imprese che effettueranno una spesa incrementale in formazione avranno accesso al nuovo credito di imposta”, ha detto Calenda, “che si applicherà alle spese relative ai costi del personale che ha sostenuto corsi, pattuiti attraverso accordi sindacali, con focus su almeno una tecnologia 4.0 quali vendita e marketing, informatica, nuove tecnologie di produzione”. Questa, a quanto pare, sarà la principale novità, a mio avviso intelligente perché se le spese aziendali per i beni strumentali sono ripartiti, bisogna ora costruire competenze idonee per le persone. Giustamente, poi, si sta pensando di ammettere all’incentivo solo l’incremento di spesa rispetto al triennio precedente, ovvero rispetto al 2015-2017: intanto c’è molto terreno da recuperare, considerando che la partecipazione di lavoratori tra 24 e 65 anni a corsi di formazione tocca in Italia solo l’8,3% del totale. Inoltre mi pare una cosa saggia non dare incentivi “a prescindere”, ma sulla base di una maggiorazione di spesa, concertata con i sindacati, la qual cosa chiarisce che l’obiettivo è dare davvero nuove competenze ai lavoratori e non ricevere riscontri economici sulla base di generiche spese formative o di spese formative “ordinarie”. Il secondo punto dovrebbe essere la conferma dell’apprendistato duale, rilanciato dalla riforma del lavoro, che si ispira al modello tedesco e che coniuga lavoro e formazione. I primi numeri della sperimentazione sono incoraggianti: i giovani inseriti nei percorsi “istruzione e formazione professionale” sono stati 21.297, le assunzioni con l’apprendistato di primo livello sono state 10.612, mentre 1.120 sono gli apprendistati di alta formazione e ricerca. L’Esecutivo mira a stabilizzare l’apprendistato duale con l’obiettivo di consentire a più giovani di inserirsi nel mercato del lavoro attraverso gli studi e il coordinamento aziendale, con un finanziamento annuo maggiore rispetto a oggi. Discorso simile anche per il terzo punto, vale a dire la valorizzazione degli Istituti tecnici superiori (Its): queste scuole di tecnologia post diploma, alternative all’università e partecipate dalle imprese, sono una realtà ancora di nicchia e gli studenti italiani iscritti sono ancora meno di 8mila (in Germania sono 760mila, in Francia 529mila, in Spagna 400mila, nel Regno Unito 272mila). Eppure l’82% dei ragazzi che hanno frequentato un Its ha trovato lavoro subito dopo la fine della scuola. Obiettivo è incrementare i fondi per il supporto agli Its, rispetto all’attuale dotazione di 13 milioni, per incentivare l’apertura di nuovi istituti di concerto con le attività produttive. Queste sono, a grandi linee, le misure annunciate e ora si attendono i dettagli, ma l’indicazione emersa dalla cabina di regia è apparsa chiara: avanti con le misure di stimolo per le imprese (con alcune valutazioni su perimetro, entità, platea dei beni agevolabili perché i conti della manovra vanno ancora messi a punto) e contemporaneamente aprire una “fase due” incentrata sulla sinergia “lavoro-formazione” per non disallineare i bisogni delle aziende dalle competenze delle persone.

Dal canto suo, il ministro dell’Economia e delle Finanze Padoan ha sottolineato ulteriormente che i margini di spesa non saranno enormi e che la prossima sarà una manovra di completamento dei risultati della Legislatura. Dunque il Ministro ha ribadito che investimenti, internazionalizzazione e giovani saranno le priorità sulle quali concentrare le risorse. Nel 2018 il focus sarà spostato su formazione aziendale, scuola, istituti tecnici professionali, sperando poi di dare il via presto ai Centri di competenza universitari, che su ricerca e sviluppo potranno essere dirimenti. Come ha detto Calenda, la sfida è passare da “Industria 4.0 a un Ecosistema 4.0” con al centro il lavoro e una visione complessiva, organica, integrata dell’intero sistema culturale, economico e industriale. Sono d’accordo: è solo così che legheremo lo sviluppo produttivo a un cambiamento più profondo. La strada è ancora lunga, ma è tracciata e anche in questo caso sarebbe fondamentale che la prossima Legislatura portasse avanti con la stessa serietà la strategia di sviluppo che abbiamo impostato noi (e difficilmente qualcun altro lo farà).