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Il 21 settembre il nostro deputato Emanuele Fiano ha ufficialmente depositato in commissione Affari costituzionali il testo della legge elettorale, valida per Camera e Senato, su cui è iniziata la discussione. Non so come andrà a finire, o se ci saranno novità a giorni o a ore, e per ora non mi esprimo limitandomi a illustrare a grandi linee il contenuto-base della legge che, come ormai da (opinabile) tradizione prende il nome latineggiante del proponente, dunque “Rosatellum” dal nome del nostro capogruppo Ettore Rosato. La riforma in sostanza è un sistema proporzionale su cui si innesta un correttivo maggioritario: sono previsti infatti 231 collegi uninominali alla Camera e 113 collegi uninominali al Senato, dunque 344 parlamentari saranno eletti tramite vittoria nel collegio. Ossia è eletto il candidato più votato del singolo collegio. I restanti parlamentari, circa i 2/3, saranno eletti tramite il listino plurinominale bloccato di circoscrizione, secondo le percentuali prese dalla loro lista su base nazionale. La distribuzione dei seggi che si viene a creare è per il 36% su base maggioritaria e per il 64% su base proporzionale nazionale: un sistema misto, dunque, con soglia di sbarramento al 3% per le singole liste sia alla Camera che al Senato. Il sistema riconosce una quota di genere: nel complesso delle candidature, presentate da ogni lista o coalizione di liste nei collegi uninominali e plurinominali a livello nazionale, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 60%. Le pluricandidature, ovvero la possibilità per un candidato di presentarsi in più collegi, sono consentite solamente per la parte proporzionale e con un limite massimo di tre collegi, e non sono invece previste per i collegi uninominali; il candidato di un collegio uninominale può però essere presente anche nei listini dei collegi plurinominali, sempre per un massimo di tre. Altra novità è che i voti delle liste che non riescono a entrare in Parlamento sarebbero assegnati alla coalizione di riferimento della lista, con l’effetto di spingere i partiti (specie minori) a formare alleanze pre-elettorali. Nella proposta di legge non è ammesso il voto disgiunto e la nuova scheda elettorale conterrà i nomi dei singoli candidati di collegio associati ai partiti che li sostengono, con accanto i nomi del listino della circoscrizione relativa; i voti non assegnati a un partito, ma a un singolo candidato nel collegio, vengono ripartiti proporzionalmente all’interno della coalizione che lo sostiene (con un tecnicismo della ripartizione ancora da definire). Quel che fin da ora è certo, è che si tratta dell’ultimo tentativo possibile e plausibile per pervenire a una nuova legge e scongiurare di andare a votare con i due disomogenei sistemi elettorali, uno per la Camera e l’altro per il Senato, emersi da due differenti verdetti della Consulta. Tra i sistemi che si possono ora mettere in piedi, mi pare che il disegno di legge presenti due buone cose: non rinuncia a una quota di maggioritario dunque tende a stabilizzare parzialmente il quadro politico per consentire un po’ di governabilità; apre alle alleanze, con il risultato di spingere i partiti a dire prima del voto da che parte vogliono stare, ma senza forzare alla creazione di “listoni” unici che finirebbero solo per confondere le acque.