Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 8'

I dati trimestrali 2017 forniti dall’Istat (+1,5%) sono migliori delle stime di inizio anno (+1%). L’ultima Finanziaria della Legislatura dovrà sostenere i risultati ottenuti in 4 anni di buon lavoro

Ripresi i lavori parlamentari, nelle prossime settimane si imposteranno le ultime questioni che terranno occupata la Legislatura, in particolare la legge di Bilancio le cui linee guida dovranno essere presentate entro metà ottobre. In vista della manovra, vale a mio avviso la pena ricordare gli ultimi dati economici forniti dall’Istat il 1° settembre, che parlano di una crescita del Pil superiore alle attese (+1,5% nel secondo trimestre 2017 e non il +1% previsto a inizio anno dal Governo), ma pure di un’ulteriore crescita dei consumi, degli investimenti, di importazioni ed esportazioni  (+8% negli ultimi sei mesi). Per quanto riguarda il fatturato nei servizi, il nostro Paese vede un +2,7% nel secondo trimestre 2017 rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, l’industria un +4,4% su base annua e buoni segnali provengono dai settori ad alto contenuto tecnologico, con una crescita trimestrale del commercio di macchinari e attrezzature del 4,7% e addirittura dell’8% su base annua. Il nostro Paese è insomma uscito dalla fase critica e sta consolidando una più decisa e strutturale ripresa produttiva. Confortata e migliorata anche dal dato, fornito ugualmente dall’Istituto nazionale di statistica, sul numero degli occupati in Italia che ha superato i 23 milioni di persone, una cifra che non si registrava dal 2008, ovvero dall’inizio della crisi, e dal calo della disoccupazione all’11,2% (a fine 2016 era al 12%). In generale si conferma la tendenza di medio periodo nella crescita degli impieghi, con circa 290mila occupati in più nel 2017 e un congruo aumento rispetto al 2016 delle ore lavorate, sintomo del fatto che i nuovi rapporti di lavoro hanno un certo respiro, che non si riduce ai cosiddetti “mini-jobs” o alle collaborazioni occasionali, e che non sono pochi i lavoratori ad aver trovato una ricollocazione nel mercato dopo un periodo di cassa integrazione o disoccupazione. L’Istat parla infatti di una ripresa “a elevata intensità occupazionale”, in cui i segnali di consolidamento economico si associano a un assorbimento del lavoro da parte del sistema produttivo. L’occupazione giovanile mostra timidi segnali, con un saldo positivo di 47mila occupati dall’inizio dell’anno: tuttavia il tasso di disoccupazione giovanile, che si aggira sempre attorno al 37-38%, resta ancora troppo elevato (e su questo occorrerà intervenire ulteriormente). Al netto di quest’ultimo, importante, tassello, i numeri ci dicono però senza dubbio che le politiche economiche messe in campo dai nostri Governi, dunque in primo luogo dal Pd, hanno realizzato risultati concreti e tangibili. La decontribuzione per le assunzioni a tempo indeterminato, i cospicui crediti d’imposta e ammortamenti per la digitalizzazione di Industria 4.0 (che trainano l’aumento del commercio dei macchinari e degli investimenti tecnologici), gli sgravi fiscali (di molti tipi, a cominciare dagli 80 euro per il lavoro dipendente, e su molti settori) per cittadini e aziende, le politiche per il welfare a sostegno di chi è in difficoltà: tutto questo ha concorso a riportare il nostro Paese sulla strada della crescita. Sono dati di fatto, oggettivi, che andranno ricordati nei prossimi mesi, quando si scalderanno “i motori” della campagna elettorale in vista del voto e si inizieranno a fare analisi sugli effetti delle riforme degli ultimi 4 anni e mezzo. La verità è che abbiamo contribuito a far uscire il Paese dalla peggior recessione del dopoguerra. E ora dobbiamo portare a casa un’ultima Finanziaria, quella per il 2018, che probabilmente avrà un’ambizione politica più contenuta rispetto alle leggi di Bilancio precedenti, ma che dovrà fornire i necessari elementi di “manutenzione” dei risultati acquisiti.

Come ha anticipato nelle scorse settimane il ministro dell’Economia Padoan, ci saranno alcuni interventi per le imprese, il lavoro e le famiglie, ma dentro i margini di un “sentiero stretto”, cioè dentro margini che non facciano aumentare il debito pubblico, un’assoluta necessità per l’Italia specie considerando che il prossimo anno verrà forse meno, benché gradualmente, l’acquisto dei titoli di Stato del nostro debito da parte della Banca centrale europea, un’azione che ha abbattuto la spesa sugli interessi del debito in questi ultimi anni, dunque un’azione (fortemente voluta da Mario Draghi) che ha sostenuto la nostra ripresa economica così come la ripresa economica di tutti gli Stati dell’eurozona. Le risorse, che ci sono, saranno quindi usate per ribadire le prioritarie misure per lo sviluppo e il lavoro, e per mantenere i conti in ordine. Da quanto anticipato da Padoan, le voci di spesa principali saranno quelle dedicate a incoraggiare l’occupazione giovanile (che come abbiamo visto è ancora un ambito da monitorare e sostenere fortemente) e a consolidare gli investimenti e la modernizzazione tecnologica. Il ministro del Lavoro Poletti, la scorsa settimana, ha infatti riferito alla Camera la volontà dell’Esecutivo di mantenere sgravi contributivi al 50%, nei primi tre anni, per le assunzioni a tempo indeterminato dei giovani (fino a 29 o 32 anni: i limiti di età sono da definire), una misura che il Governo vorrebbe rendere non più episodica ma strutturale, dunque permanente. Significherebbe che l’impresa che assume un giovane verserebbe la metà dei contributi, nei primi tre anni di attività, mentre l’altra metà verrebbe versata dallo Stato: un incentivo forte per l’occupazione dei venti/trentenni. Quasi sicuramente certe sono poi le risorse per il piano Industria 4.0 (dunque proroghe degli ammortamenti, crediti di impresa per digitalizzazione e sviluppo tecnologico, ecc), i fondi per il rinnovo del contratto dei dipendenti pubblici, gli stanziamenti per potenziare il Reddito d’inclusione (Rei) destinato agli indigenti e varato in via definitiva a fine agosto dal Governo. È molto probabile che queste saranno le “mosse” fondamentali, se si eccettuano ovviamente le spese strutturali e indifferibili (dalle infrastrutture all’istruzione, dalle missioni all’estero ai fondi per gli enti territoriali, ecc) e alcuni interventi sulle pensioni. Su quest’ultimo fronte, l’Esecutivo ha paventato l’intenzione di rendere strutturale l’Ape sociale, ovvero la possibilità oggi sperimentale di ritiro anticipato per le categorie di lavoratori più deboli, e di rafforzare l’Ape sociale per le madri  (si parla di abbassare fino ad altri 2 anni l’età in cui si può chiedere l’anticipo pensionistico). Ma queste sono ancora ipotesi: vedremo a breve come si configurerà realmente il nuovo “pacchetto” per la previdenza. Di certo le volontà dichiarate dovranno sempre tenere un occhio aperto sui conti: la maggiore crescita del Pil prevista per il 2017 potrebbe portare 2-3 miliardi in più di gettito fiscale, ma è anche vero che dobbiamo usarne alcuni per disinnescare gli aumenti dell’Iva, per esempio, e come detto per non far aumentare il debito pubblico. A fronte di una situazione su cui vigilare, ma molto migliorata rispetto a qualche anno fa, va detto senza inutile trionfalismo, ma con nettezza, che i dati macroeconomici indicano che in questi anni il Pd ha lavorato per il miglioramento del Paese, portando l’Italia fuori dalle secche. Io credo che possiamo e dobbiamo rivendicare i risultati che abbiamo ottenuto. Sapendo che si può sempre fare di più e meglio, dunque senza pensare che tutto va bene ed essendo consapevoli che esistono crisi sociali ancora in corso, ma che di certo molto è cambiato da quando abbiamo preso in mano un’Italia in profonda recessione e con un crollo occupazionale che pare oggi invertito. Dopo 10 trimestri consecutivi di aumento del Pil la ripresa è sempre più strutturale: senza tanti giri di parole, fin qui è stato fatto un buon lavoro. E, senza tanti giri di parole, è il Partito Democratico ad averlo portato avanti con determinazione.