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Esito dell’accordo con la Libia, siglato da Minniti, che finalmente passa da un’idea emergenziale nella gestione dei confini a una di stabilizzazione e sviluppo degli Stati da cui partono i migranti

Il 29 agosto ho tenuto un incontro con l’eurodeputato Damiano Zoffoli alla festa dell’Unità di Ravenna intitolato “L’Europa e la crisi del Mediterraneo”: abbiamo parlato di migrazioni, della sfida che costituiscono e del dovere di governare il fenomeno. È un tema che ritengo centrale per lo sviluppo europeo e di tutti i nostri Paesi e che, credo, l’Ue dovrà affrontare in maniera sempre più concertata e coesa. Dunque bene, intanto, per la sentenza della Corte di giustizia, che il 6 settembre ha sancito che tutti gli Stati Ue devono accogliere una quota di richiedenti asilo (anche se arrivati in altri Paesi) e non possono rifiutarsi di farlo. L’Italia sta facendo da anni la propria grandissima parte nell’accoglienza dei profughi (un fatto riconosciuto con molti elogi proprio dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker, mercoledì 13 settembre, nel discorso sullo stato dell’Unione) e, più di recente, nel contenimento dei flussi in arrivo attraverso le decisioni del governo Gentiloni in materia e soprattutto le scelte del ministro dell’Interno Minniti. In luglio (ne ho scritto nella mia newsletter di inizio agosto) il Viminale ha infatti siglato un accordo bilaterale con la Libia del presidente riconosciuto dall’Onu Sarraj per fermare – con il contributo di alcune navi della nostra Marina che supportano il lavoro della Guardia costiera libica – le imbarcazioni dei trafficanti di esseri umani, che arrivano sulle nostre coste da anni, e respingerle sulla terraferma a Tripoli. La strategia sta dando i suoi frutti: se, infatti, dall’inizio dell’anno a fine agosto sulle coste italiane sono sbarcati 98.488 migranti (il 10,5% in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno quando erano stati quasi 110mila), sul dato incidono in maniera significativa il calo di sbarchi registrato in luglio (il 51,3% in meno rispetto al 2016) e soprattutto in agosto quando sono sbarcati appena 3.235 immigrati contro i 21.294 dell’agosto di un anno fa. Una flessione notevole, che ci dice che abbiamo intrapreso la strada giusta, anche perché l’arrivo di troppi profughi non consente neppure di accogliere bene le persone già presenti in Italia garantendo a loro e agli italiani stessi una giusta integrazione. La strategia italiana è stata non a caso ritenuta molto positiva sia nella recente (14 settembre) riunione dei ministri dell’Interno dei Paesi Ue, sia nell’importante vertice tra Francia, Spagna, Germania e Italia, visto che il documento conclusivo del vertice a 4 (Macron, Rajoy, Merkel e Gentiloni) tenutosi a Parigi a fine agosto ha pienamente ribadito i principi elaborati dal nostro Paese sull’immigrazione. E che posso sintetizzare così: si deve passare dall’idea dell’intervento “di emergenza” ai confini italiani ed europei a una visione di stabilizzazione geopolitica delle relazioni tra Europa e gli Stati africani più in crisi, da cui nasce la maggioranza del flusso migratorio. Dunque bisogna lavorare sull’Africa, migliorandone le condizioni interne, per prevenire gli arrivi e gestire meglio la convivenza con chi si trova sul nostro territorio.

Sta di fatto che il documento del vertice a 4 – passaggio fondamentale per l’agenda europea dei prossimi mesi – sancisce che: per affrontare le cause profonde delle migrazioni occorre rafforzare le condizioni socioeconomiche delle comunità di origine dei migranti; per prevenire le partenze è necessario fermare i migranti in Libia o prima ancora che arrivino in Libia. Niger e Ciad verranno infatti aiutati dall’Ue a rafforzare la loro frontiera con la Libia e a soccorrere le persone in pericolo che cercano di attraversare il deserto; ugualmente si cercherà di migliorare la cooperazione con il Mali (al centro ancora di una situazione grave umanitaria); mentre in Libia l’impegno europeo è di sostenere l’economia dei territori e lavorare con 14 comunità locali site sulle rotte migratorie. Gli ultimi punti, inerenti alla Libia, ricalcano perfettamente l’accordo già sottoscritto tra l’Italia e le comunità libiche alla vigilia del vertice di Parigi: la verità è che abbiamo fatto da apripista. Ora le politiche europee dovranno sostenere con determinazione anche il lavoro dell’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati e dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni nei Paesi africani, creando infrastrutture per i migranti, in collaborazione con le comunità locali, che siano dotate di standard adeguati. “Gli sforzi tesi a scoraggiare le migrazioni irregolari in mare devono essere accompagnati da misure destinate a migliorare i diritti dell’uomo e le condizioni di vita dei migranti”, si legge nel documento: lo cito testualmente perché  non c’è la minima intenzione di ignorare questo delicatissimo punto e anzi il nostro impegno è di sviluppare forme di accoglienza dignitose e rispettose dei migranti in loco. È una questione importantissima: nessuno lo nega. La affronteremo e la stiamo già affrontando. Dunque io penso che complessivamente abbiamo intrapreso una giusta e sistemica strategia, e che l’Italia ha ottenuto un primo forte riconoscimento per le proprie scelte, basate su un approccio non più emergenziale ma di sviluppo e supporto dei Paesi africani, allo scopo di fronteggiare le cause strutturali del fenomeno. I progetti comuni dovranno essere finanziati dai fondi dell’Ue per l’Africa, mentre la Commissione europea potenzierà la gestione integrata delle frontiere comunitarie per supportare la capacità di controllo marittimo, e l’Italia a tal fine riceverà nuovo personale. Sono d’accordo con l’operazione messa in campo dal nostro Governo, che con ciò ha dato il “la” a una nuova rotta Ue: contrastare il traffico di esseri umani (che significa anche contrastare il terrorismo che spesso lo gestisce) è indispensabile per rafforzare le istituzioni Ue e di ogni Paese. Pertanto verranno spese risorse, giustamente, per scuole, ospedali e infrastrutture nelle comunità locali del Sud della Libia con cui abbiamo stretto accordi (sono 12 i progetti già presentati, concertati tra Italia e comunità libiche, per 12 città): è cruciale che a una economia illegale e al traffico di esseri umani si sostituisca un’economia legale portatrice di sviluppo. Bene quindi che anche altri importanti Stati europei abbiano voluto appoggiare l’accordo stipulato a Roma tra il nostro Governo e la Libia; fondamentale poi allargare a Ciad, Niger e Mali il dialogo per favorire lo sviluppo di ulteriori soluzioni; cruciale mettere risorse sul piatto. Ricordo infatti che, su pressione tedesca, l’Europa ha investito 3 miliardi di euro nel rapporto con la Turchia, al fine di chiudere le frontiere “di terra” usate dai migranti per arrivare nell’Est del nostro continente (e poi in Germania), e altri 3 miliardi saranno investiti nei prossimi anni. Noi sosteniamo che un analogo e maggiore impegno finanziario sia da mettere in campo nei confronti dell’Africa, per migliorare le condizioni di vita.

Il lavoro delle nostre istituzioni nazionali è proseguito ulteriormente: il ministro dell’Interno Minniti è infatti andato in Libia, a Bengasi, per incontrare anche il generale Khalifa Haftar, che presiede il controllo della Cirenaica, al fine di coinvolgere questa parte del Paese nelle scelte italiane e comunitarie. È stato un passaggio importante e di certo necessario, perché Haftar e dunque la Cirenaica devono essere portati all’interno della strategia (cosa che può supportare anche la stabilizzazione più profonda della Libia). Il titolare del Viminale sta poi mettendo a punto il Piano per l’integrazione, altro fondamentale pilastro per governare non i flussi in arrivo, ma una migliore integrazione culturale con i cittadini stranieri che vivono qui, una gigantesca questione da non sottovalutare se non vogliamo fomentare razzismo, discriminazione e idee deleterie. Obiettivo del Piano è accogliere in maniera corretta i migranti regolari, ovvero chi ha diritto a restare in Italia per ragioni umanitarie o perché ha i requisiti di legge, e al tempo stesso “formare” questi nuovi cittadini per far loro conoscere le regole del vivere comune e i principi fondamentali del nostro Stato. Il Piano prevederà probabilmente la partecipazione a corsi o attività subito dopo la presentazione della richiesta di asilo da parte del profugo: visto che, dal momento della presentazione della domanda a quello della decisione possono passare molti mesi e anche più di un anno, occorre che questo tempo sia sfruttato in maniera costruttiva, non solo dando un tetto alle persone ma coinvolgendole nella comunità, in modo che poi siano in grado di convivere al fianco dei residenti. I richiedenti asilo dovranno partecipare a corsi per imparare l’italiano e a incontri di mediazione culturale che rendano gli stranieri consapevoli delle nostre leggi, del nostro ordinamento, delle nostre regole. Si vogliono realizzare corsi di formazione per l’inserimento nel mondo del lavoro, affinché i richiedenti asilo diventino autosufficienti il prima possibile non appena ottenuto lo status di rifugiato; infine i richiedenti asilo potranno probabilmente essere impiegati – cosa oggi vietata– in lavori di pubblica utilità a titolo gratuito, mentre attendono la fine dell’iter per la propria richiesta, un’innovazione che può consentire alle persone di intrecciare rapporti positivi con la comunità di accoglienza. Parlerò dei dettagli quando saranno noti, ma di certo per quanto riguarda il Piano per l’integrazione è l’Italia ad aver preso a modello altri Paesi europei, visto che in Francia sono obbligatori percorsi di formazione per la conoscenza della lingua e i principi dello Stato (tra cui la laicità) e ugualmente simili iter esistono in Germania. Va però infine anche ricordato che questi Paesi hanno procedure più veloci per rendere cittadini europei i bambini nati da genitori stranieri: credo che a fronte di politiche più nette su arrivi e accoglienza, anche noi dovremmo prevedere questa possibilità approvando definitivamente la legge per la cittadinanza dei bambini nati in Italia, votata alla Camera e bloccata in Senato. I bambini che nascono e studiano qui sono sostanzialmente, profondamente, italiani e come tali vanno trattati: ritengo che questa legge sia una delle più qualificanti dell’intera Legislatura e auspico davvero che non si areni a Palazzo Madama.

In sintesi, penso che le politiche sull’immigrazione impostate da Minniti siano finalmente all’altezza dei nostri bisogni: i Paesi europei, e tanto più il nostro (esposto agli arrivi via mare), non devono subire questo fenomeno ma governarlo con raziocinio. Anche, appunto e come già detto, per non alimentare idee razziste e sbagliatissime. Ma per non alimentare queste idee bisogna tener presente che l’integrazione non è una questione banale o di immediata risoluzione, e che l’arrivo di molte migliaia di persone l’anno nel nostro Paese non è una passeggiata: sarebbe sciocco trattare questi temi con superficialità. Governare i flussi, dunque, è anche necessario per contenere i numeri e garantire la giusta accoglienza ai profughi nel nostro territorio. Un’accoglienza basata sui diritti e i doveri, sulla solidarietà e il rispetto delle regole, sull’incontro con altre culture e l’accettazione piena del nostro ordinamento e dei nostri valori da parte di chi trova qui ospitalità.