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Il 26 luglio la Camera ha approvato in prima lettura (il testo sarà discusso dal Senato in autunno) la proposta di legge sul sistema pensionistico dei parlamentari e che ridetermina retroattivamente i vitalizi per gli ex parlamentari. Secondo la norma, d’ora in poi la pensione sarà riconosciuta a chi è stato almeno 5 anni in Parlamento e al compimento del sessantacinquesimo anno di età. Dalla prossima Legislatura i criteri anagrafici per la pensione dei parlamentari saranno poi quelli della legge Fornero: l’adeguamento comporterà dunque un aumento dei requisiti di età richiesti per l’accesso all’assegno. Anche se abbiamo letto e sentito ovunque che si tratta di un’inedita riforma, quanto deciso con questa legge è quanto in gran parte previsto dai regolamenti interni di Montecitorio e Palazzo Madama dal 2012, quando sono stati aboliti i vitalizi e si è deliberato che ogni parlamentare potesse avere accesso a una pensione dai 65 anni di età o, in caso di più mandati, dai 60 anni, col calcolo contributivo (dunque ricevendo quanto versato). Con la legge approvata si sancisce in sostanza, per via normativa, il limite ai 65 anni, la determinazione del trattamento previdenziale tramite il contributivo e la congruità anagrafica con la riforma Fornero. La novità più rilevante è che vengono rideterminati i vitalizi in essere per adeguarli alle nuove norme introdotte: dall’entrata in vigore, gli ex parlamentari che beneficiano del vecchio vitalizio percepiranno il reddito previdenziale decurtato. Per non innescare un effetto che sarebbe molto pericoloso, con un emendamento in Aula si è sancito che un adeguamento retroattivo simile non si possa in alcun modo applicare alle pensioni in essere degli altri lavoratori: nel caso, infatti, si tratterebbe di ricalcolare gli assegni pensionistici, anche retributivi, dunque si aprirebbe un varco legislativo che potrebbe danneggiare tutti i cittadini. Rilevo però che questa legge costituirebbe un precedente normativo sulla materia. La legge non si applicherà poi ai soli parlamentari ma prevede che (entro 6 mesi dall’entrata in vigore) le Regioni e le Province autonome adeguino obbligatoriamente ai principi del provvedimento la disciplina dei trattamenti previdenziali previsti per i Consiglieri, pena il decurtamento dei trasferimenti dedicati. La norma prevede poi che, nel caso in cui un parlamentare in pensione sia nominato ad altra carica pubblica, si sospenda l’erogazione del trattamento pensionistico per il periodo in cui la persona ricopre la carica; per “carica pubblica” si intende anche la nomina in organi di amministrazione di enti pubblici o di enti privati in controllo pubblico. Restano anche per i parlamentari il principio della reversibilità pensionistica e le regole per le rivalutazioni annuali previste per tutti i lavoratori. Il mio giudizio sulla faccenda è semplice: penso sia una norma che non cambia quasi nulla rispetto a quanto deciso nel 2012, fa risparmiare una sciocchezza allo Stato sui trattamenti pregressi ma potrebbe avere effetti nefasti sulla popolazione visto che si modificano diritti (per quanto opinabili) acquisiti.