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Un cambio di strategia necessario per contrastare i traffici di esseri umani: con l’operazione aiuteremo le autorità libiche nelle loro acque territoriali, individuando le imbarcazioni da fermare

Il 2 agosto la Camera ha approvato la risoluzione che sancisce il via libera del Parlamento alla missione navale di supporto alla Guardia costiera libica, come da delibera varata il 28 luglio dal consiglio dei Ministri e licenziata il 1° agosto dopo l’esame delle competenti commissioni Esteri e Difesa. Vediamo sinteticamente di cosa si tratta ma prima di tutto perché è stato deciso questo cambio di linea, che condivido pienamente.

In Libia, dopo la caduta del regime di Gheddafi, sono saltati tutti gli equilibri politici e il Paese, oltre a vivere una sorta di guerra civile permanente, è diventato area privilegiata per il traffico illegale di persone. Miliziani e capi delle tribù, nelle quali la Libia è storicamente suddivisa – e che la dittatura di Gheddafi teneva a bada con pugno di ferro – hanno assunto il controllo dei traffici dei migranti, che arrivano nel Paese da moltissime altre Nazioni africane e dal Medio oriente. I singoli clan o trafficanti, sempre legati a organizzazioni criminali e molto molto spesso a gruppi terroristici tra cui soprattutto l’Isis, gestiscono giri d’affari di decine e decine di milioni di dollari l’anno. Dal 2012, dunque, è cresciuto enormemente questo orribile “business” e sono cresciuti gli arrivi a Lampedusa: l’Italia – sotto l’egida dell’Unione europea e del programma Frontex – decise allora, perciò, di dispiegare nelle proprie acque territoriali più navi militari con il compito di individuare i natanti in difficoltà in mare aperto e raccogliere i migranti, distruggendo o sequestrando poi i barconi che li trasportavano. Accompagnando questa giusta attività, la “flotta umanitaria”, ovvero quella delle Ong, si è via via sempre più spinta verso le coste libiche, per rispondere a chiamate di soccorso provenienti dai barconi. I trafficanti hanno però approfittato di questa tendenza e hanno cambiato strategia: invece di tentare la traversata fino alle coste siciliane su natanti destinati ad essere distrutti o sequestrati, i migranti sono stati caricati sempre più su semplici gommoni e le richieste di aiuto lanciate non appena questi sono partiti. Col risultato che le navi delle marine europee e delle Ong che si trovano nei nostri confini o in acque internazionali (e solo, appunto, una missione apposita può permettere di andare in confini extra Ue) prendono ovviamente le persone, le trasbordano su imbarcazioni sicure e le portano a terra in Italia. Nel 2016 l’Unione europea tramite Frontex ha iniziato a eccepire sulle modalità di presenza in mare delle navi delle Ong, responsabili di creare effetti distorsivi nella dinamica dei soccorsi. Nel febbraio 2017 l’ultimo rapporto dell’Agenzia afferma senza mezzi termini che le attività delle Ong a ridosso della costa libica producono conseguenze non volute, rischiando di agevolare il lavoro dei trafficanti, che fanno partire sempre di più gommoni stracarichi di persone, dotati del minimo di carburante sufficiente a percorrere le poche miglia marine di acque territoriali, per poi essere soccorsi. In questo modo, secondo Frontex, anche le Ong contribuiscono senza volerlo ad aiutare i traffici. Questo rapporto non è un’accusa, ma deve certamente stimolare la ricerca di soluzioni razionali e strumenti correttivi. Che non si trovano né nei blocchi navali come chiede follemente la Lega, né nelle denunce demenziali fatte dal Movimento 5 Stelle, con Di Maio che ha accusato le Ong di essere “taxi per migranti” né in altre dichiarazioni superficiali e avventate. È ovvio però che servano soluzioni. Come la missione di supporto italiana approvata dalla Camera, che ora illustro, e come anche il codice di condotta per le Ong che ha fatto tanto discutere ma che serve proprio a tutelare il sacrosanto lavoro delle Organizzazioni non governative. Che non sono Governi nazionali né rappresentano l’Ue, ma sono associazioni umanitarie preziosissime e il cui lavoro deve essere armonico con le necessità reali e utile a risolvere i problemi.

Dopo questa necessaria premessa, risulterà molto più chiaro il senso della missione approvata il 2 agosto, che non è appunto un blocco navale né una missione offensiva, ma un’operazione di contrasto al traffico di esseri umani adeguata alla realtà di questi anni, dunque in acque libiche. Due navi della Marina militare italiana (il pattugliatore Borsini e una nave di supporto tecnico) sono approdate perciò a Tripoli, dove c’è la base operativa della missione e dove fa base anche una nave della Guardia di finanza che abbiamo già inviato a metà luglio, con il compito di monitorare la situazione del porto nonché di riparare 4 motovedette fuori uso della Guardia costiera libica. A queste navi se ne affiancheranno altre due, che saranno distaccate dalla missione nel Mediterraneo “Mare sicuro”, dalla quale provengono anche i fondi italiani (34 milioni di euro) per questa nuova operazione che durerà fino al 31 dicembre (gli altri circa 100 milioni di euro provengono invece da finanziamenti europei). Le quattro navi della Marina militare italiana entreranno nelle acque libiche per sostenere il lavoro delle autorità locali nel fermare gli scafisti. La delibera, che contiene le regole di ingaggio e tutela per i 700 militari italiani impegnati nell’operazione, prevede che a fermare le barche dei trafficanti e a riportare sulla terraferma i migranti saranno le motovedette libiche: il nostro personale fornirà solo supporto “tecnico-logistico” (i nostri militari avranno però la potestà di intervenire con la forza se attaccate con le armi dagli scafisti o anche in difesa della Guardia costiera libica, laddove questa fosse attaccata). Il nostro compito è offrire sostegno informativo e interscambio di dati ma, a fronte di pattugliamenti congiunti, a fronteggiare i trafficanti dovranno essere le forze della Guardia costiera e della Marina libiche. Le nostre navi daranno in sostanza un aiuto a Tripoli nell’individuare le navi, nelle acque libiche, che dovranno essere fermate e starà alle motovedette del Paese entrare conseguentemente in azione. I migranti fermati in mare saranno portati in centri sotto il controllo dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) e dell’Organizzazione mondiale per le migrazioni (Oim): nei centri di raccolta si potranno avviare le procedure per la richiesta di asilo, ma anche organizzare i rimpatri volontari assistiti. Il nostro intervento è un passo in avanti per rafforzare sia la capacità della Libia di agire contro i trafficanti sia di controllare le frontiere esterne. Non è un invio di grandi flotte, ma di poche unità: non sfugge però a nessuno che questa operazione dovrà dare un contributo anche a governare i flussi migratori che raggiungono il nostro Paese. Siamo poi ben consapevoli che questo monitoraggio delle acque vada accompagnato dal proseguimento del lavoro delle organizzazioni internazionali per la stabilizzazione politica della Libia e per dare le massime garanzie umanitarie ai migranti che verranno fermati. Da una parte si dà una mano per il controllo delle acque, dall’altra è necessario rendere migliore la capacità di accoglienza dei rifugiati in Libia. Il percorso di stabilizzazione del Paese è una priorità, europea e italiana, sulla quale siamo impegnati da tempo fornendo collaborazione e assistenza alle forze di Polizia libiche. Si tratta di un percorso difficile, ma questa missione può avere un impatto positivo in materia contribuendo a ridurre la piaga del traffico di persone, una delle prime voci di finanziamento delle organizzazioni criminali che tengono il Paese nel caos. I trafficanti di uomini, oltre che spietati, sanno piegare ai loro disgustosi intenti anche le intenzioni di chi certamente è animato da buoni propositi. L’Europa e l’Italia devono a maggior ragione governare razionalmente il fenomeno e credo che supportare la Libia nel controllo del mare sia un modo per farlo.