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In Italia come in tutta Europa la componente femminile è penalizzata e, con il regime contributivo oggi in vigore, lo sarà ancor più in futuro: servono azioni correttive su occupazione e previdenza

Un anno e mezzo fa la commissione Lavoro della Camera ha avviato un’indagine conoscitiva sulle disparità tra uomini e donne nei trattamenti previdenziali per fotografare la situazione e capire di conseguenza cosa fare. Il 6 luglio la Commissione ha presentato il documento finale in un convegno a Montecitorio: riporto i dati principali ritenendo siano interessanti per inquadrare un fenomeno molto importante.

I dati statistici, che riguardano chi è in pensione, registrano in Italia rilevanti differenziali di genere, ma la nostra situazione non è dissimile da quella europea e neppure da quella dei Paesi più avanzati, nei quali le differenze tra uomini e donne in materia pensionistica sono notevoli. Tali differenze rappresentano la trasposizione attuale del mondo del lavoro del passato, visto che l’ammontare della pensione è correlato alla vita lavorativa conclusa e pertanto condizionato dalle retribuzioni percepite (e dalle diversità retributive con gli uomini), dai periodi di disoccupazione o astensione lavorativa per cure famigliari, dalla presenza di carriere frammentate, dall’incidenza per le donne del part-time e dalle scarse posizioni apicali che le donne hanno ricoperto. Per quanto riguarda l’ammontare dei redditi, il differenziale di genere in Europa è del 38%: il Paese con meno divario nelle pensioni tra uomini e donne è la Danimarca, con circa il 6%, mentre ampissimo è il divario in Germania e in Olanda, dove le differenze raggiungono il 46%. In questo contesto l’Italia si situa in una posizione “migliore” della media, con il 33% di differenziale. Mediamente in Ue la pensione percepita da un uomo è di 1.530 euro, quella percepita da una donna di 915 euro. In Germania un uomo riceve mediamente una pensione di 1.800 euro e una donna di 1.000 euro, in Olanda il rapporto è di 2.383 (uomo) a 1.286 (donna), nella virtuosa Danimarca 2.120 (uomo) a 1.982 (donna), in Italia la pensione media maschile è 1.654 euro e quella femminile 1.062 euro. Ovviamente questo è frutto di molti fattori impossibili da riassumere qui (dalle modalità di calcolo alle storie talvolta complesse dei singoli Paesi, come appunto la stessa Germania) ma come già evidenziato le differenze di genere nel campo pensionistico sono frutto delle diseguaglianze nella storia lavorativa. I dati sovraesposti fotografano la situazione occupazionale trascorsa: difficile ma certo non impossibile estrapolare le tendenze future dai dati che abbiamo sull’occupazione odierna, tenendo conto delle carriere discontinue che coinvolgono oggi entrambi i sessi e del passaggio progressivo al calcolo contributivo puro (il calcolo retributivo, che prendeva a parametro gli ultimi stipendi percepiti, tendeva comunque ad avvantaggiare l’elemento più forte economicamente, dunque l’elemento maschile). Oggi in Europa il tasso di occupazione nella fascia di età tra i 15 e i 64 anni è del 70,9% per gli uomini e del 60,4% per le donne, con un differenziale di genere del 10,5%; nel nostro Paese il divario occupazionale tra uomini e donne è del 19,8% visto che lavorano il 51,2% delle donne e il 71% degli uomini. Con riferimento all’ammontare delle retribuzioni, il divario di genere in Ue è di circa il 16%, inferiore rispetto a quello italiano. Tutto questo si ripercuoterà sui trattamenti previdenziali futuri così come si rifletterà nelle pensioni future anche il ricorso al part-time: nell’Unione europea il 32,4% delle donne occupate lavora a tempo parziale, mentre solo l’8,8% degli uomini fa ricorso a tale modalità. Ovunque, ancora oggi, la minor partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne è infatti legata al maggior carico nel lavoro di cura famigliare (il 44% delle lavoratrici part-time in Ue indicano la scelta del tempo parziale come conseguenza di responsabilità famigliari) che si traduce  in minori opportunità di carriera e in minori versamenti contributivi. Sulle donne grava in sostanza il lavoro domestico non retribuito con punte massime in Italia, Irlanda e Portogallo.

Focalizzandoci sull’Italia, secondo i numeri forniti dall’Inps la spesa pensionistica per gli uomini supera di quasi il 40% quella per le donne; sulle pensioni indennitarie l’incidenza degli uomini è poi il triplo di quella femminile (ciò è riconducibile ai maggiori livelli occupazionali maschili in settori caratterizzati da rischi per la sicurezza come le costruzioni o il trasporto); viceversa l’incidenza delle donne è maggiore per le prestazioni di natura assistenziale (invalidità civile, pensioni sociali). Se le donne che percepiscono una pensione da lavoro inferiore ai mille euro al mese sono il 46,8%, gli uomini che percepiscono meno di mille euro al mese sono il 27,1%; all’opposto solo il 10,2% delle pensionate percepisce un reddito superiore ai 2mila euro al mese rispetto al 24% dei pensionati maschi. Se guardiamo all’andamento attuale del mercato del lavoro, il tasso di occupazione, nel 2016 rispetto al 2015 (e in generale negli ultimi anni), è cresciuto leggermente sia per gli uomini (+0,9%) che per le donne (+0,8%); il livello degli stipendi invece resta nettamente inferiore per la componente femminile. Le lavoratrici dipendenti tra i 58 e i 63 anni, dunque prossime alla pensione, hanno una retribuzione mediamente inferiore del 25% rispetto a quella maschile. Inoltre vale la pena ricordare che il 22,4% delle donne interrompe la propria attività lavorativa per motivi famigliari mentre tali interruzioni interessano solo il 2,9% degli uomini. Le donne che dopo una gravidanza perdono il lavoro è inoltre salito dal 18% del 2005 al 22,3% del 2012: nel 60% dei casi l’interruzione lavorativa dopo una gravidanza assume una durata superiore ai 5 anni, con evidenti ricadute anche sul futuro pensionistico. In sintesi: in Italia oggi le lavoratrici sono più precarie, meno pagate e interrompono più spesso la propria carriera quindi versano meno contributi. Dal complesso dei dati emerge chiaramente una discriminazione di genere sul lavoro che si trasformerà in una discriminazione previdenziale. Ovviamente i dati sovraesposti fanno pensare che serve intervenire rispetto allo stesso mondo del lavoro; tuttavia, visto l’oggetto della relazione, ci si è chiesti soprattutto come la normativa in materia previdenziale possa migliorare e dove sia stata carente. Il processo di allineamento delle età di pensionamento tra i generi, collegato all’innalzamento dei requisiti di vecchiaia e collegato al passaggio al calcolo contributivo, non è stato per esempio accompagnato all’adozione di misure correttive volte a promuovere una più estesa partecipazione femminile nel mercato del lavoro o un ampio accesso alle donne ai lavori di qualità o a garantire una compensazione per le donne che si fanno carico di lavori di cura non retribuiti. Da queste evidenze emerge la necessità di creare un’architettura pensionistica dotata di meccanismi redistributivi (magari con la previsione di minimi inderogabili), di nuove reti di protezione che tutelino i lavoratori a basso reddito o con carriere discontinue e di misure volte a dare valore (tramite per esempio i contributi figurativi) ai lavori di cura famigliare. Serve agire sia sul fronte del lavoro che sui meccanismi di conteggio pensionistico.

La ragione principale per cui le donne lavorano meno e con carriere intermittenti è insomma che su di loro grava il peso della famiglia: di conseguenza garantire servizi migliori per l’infanzia, servizi sociali e assistenziali, non è solo un diritto per l’utenza, ma un intervento che aiuta le donne a lavorare. Riguardo al sistema previdenziale sarebbe bene intanto pensare a nuovi contributi figurativi per compensare il lavoro di cura non retribuito che spesso costringe le donne a interrompere (o abbandonare) i propri impieghi. Forme di accredito figurativo legate al lavoro di cura famigliare risalgono alla riforma Dini del 1995, con cui sono stati riconosciuti 160 giorni per ciascun figlio per assenze dal lavoro fino al sesto anno di età del bambino, 25 giorni l’anno per assenze motivate dalla cura rivolta a figli portatori di handicap, e altre agevolazioni. Attingendo all’esperienza di Paesi più avanzati a livello europeo occorrerebbe dunque innanzitutto estendere il sistema delle contribuzioni figurative a situazioni che la normativa italiana oggi non riconosce. Va fatto presente però che questi tipi di politiche non aiutano a risolvere radicalmente il problema, assumendo anzi un carattere “risarcitorio”: poiché la donna si occupa della casa e della famiglia le si riconosce qualcosa in più (ed è sacrosanto), ma non si creano nei rapporti di lavoro condizioni che non la penalizzino né nei rapporti famigliari situazioni che non la vedano ancora, sostanzialmente, come l’angelo del focolare. L’indagine suggerisce infatti – tenendo ferma l’idea di estendere le contribuzioni figurative – che è addirittura prioritario investire nei servizi che servono alle donne, per non spingerle a restare a casa: in questi servizi (asili, strutture socio assistenziali, ecc), tra l’altro lavorano soprattutto proprio le donne, per cui investire su questo ambito ha una doppia valenza poiché le donne sono sia “utenti” beneficiarie che lavoratici. Si potrebbero poi ipotizzare alcune forme di intervento inedite: tener conto maggiormente – ai fini del calcolo contributivo – dei periodi meglio remunerati delle carriere femminili escludendo del tutto o in parte quelli a basso salario (avviene in Canada, ma pure in Gran Bretagna e in Svizzera) o prevedere maggiorazioni contributive per chi si occupa dei figli (è la direzione della Francia) o riconoscere benefici specifici e forti incentivi economici alle donne che non interrompono la propria carriera per la famiglia (è la strada della Germania). Quanto alle pensioni di reversibilità, restano ancora di primaria importanza nel nostro Paese poiché svolgono una funzione “compensativa”. L’idea di un loro superamento, evocata anche di recente, trascura il fatto che il lavoro femminile è penalizzato e non comparabile al livello di retribuzione maschile. Dunque: solo quando i modelli culturali evolveranno verso una parità dei ruoli si potrà prescindere dalla ancora delicata funzione delle pensioni di reversibilità. La vera parità passa però dalla piena condivisione del lavoro domestico, dunque da un’educazione di genere che non metta il maschio al centro delle scelte e la donna in subordine.

Proprio la pensione di reversibilità ci fa capire che, fino al 2011, la legislazione pensionistica in Italia ha tenuto conto della posizione di debolezza delle donne nel mondo del lavoro e degli effetti che questo avrebbe avuto sul versante previdenziale: la pensione di reversibilità, fino al 1977, era riconosciuta infatti solo alle donne dunque pensata per loro. Anche la riforma Dini, che ha segnato il passaggio al sistema contributivo, ha tenuto conto – come si è visto – di una serie di istituti volti a compensare almeno parzialmente gli effetti negativi delle interruzioni di carriera. Con la riforma Fornero-Monti del 2011 la logica compensatoria è stata abbandonata. Sebbene la parificazione dell’età per le pensioni di vecchiaia tra uomini e donne sia stata perseguita gradualmente (l’unificazione totale dei requisiti parte nel 2018), tra il 31 dicembre 2011 e il 1° gennaio 2012 c’è stato l’innalzamento improvviso di 22 mesi per chiedere il ritiro. Una cosa che ha colpito molte donne, che da sempre hanno utilizzato il canale della pensione di vecchiaia più di quello della pensione di anzianità: in una notte si è passati dai 60 ai 62 anni necessari (per poi arrivare mano a mano ai 66 anni e 7 mesi del 2018). Questo, associato al conteggio contributivo, ha comportato un significativo peggioramento del trattamento previdenziale femminile che – proiettando i dati odierni – si aggraverà negli anni a venire. Nel contesto in cui è stato approvato il decreto “Salva Italia” non ci si è posti molti interrogativi, ma ora possiamo e dobbiamo farlo. In un’ottica non solo di breve periodo un passo fondamentale è l’introduzione della valutazione dell’impatto di genere nella definizione delle scelte politiche di maggior portata sociale: una valutazione sull’impatto di genere della riforma Fornero avrebbe consentito di individuare effetti discriminatori negli interventi adottati, favorendo la consapevolezza di quanto fosse urgente e necessario apportare quei correttivi che, con fatica, abbiamo cercato di portare avanti in questa Legislatura. In questi anni abbiamo cercato infatti di mitigare gli effetti più negativi della riforma Fornero attraverso il mantenimento di “opzione donna” e anche con gli anticipi pensionistici. La legge di Stabilità 2016 ha inoltre previsto l’inclusione del periodo obbligatorio di maternità ai fini della determinazione dei premi di produttività legati alla presenza in servizio; una correzione strutturale è stata quella che, con la legge di Bilancio, permette il cumulo contributivo senza riscatto; abbiamo introdotto il “buono” pagato dallo Stato per le baby sitter e gli asili nido estendendone l’applicazione anche alle madri lavoratrici autonome o imprenditrici. Saranno poi importanti le previsioni contenute nel Ddl sul lavoro agile, poiché potranno consentire alle lavoratrici di organizzare anche da casa una parte delle proprie mansioni dunque di organizzare i tempi “vita-lavoro” in maniera più confacente alle loro esigenze. Sono tutti segnali (ancora non sufficienti) che però testimoniano come si sia tornati a porre attenzione a temi che negli anni della crisi erano passati decisamente in secondo piano. Ci sono già all’ordine del giorno varie proposte per prevedere una contribuzione figurativa come riconoscimento dei lavori di cura, sapendo bene che la soluzione sarà solo un’equa distribuzione del lavoro domestico. Mi auguro in ogni caso che questa Legislatura possa ancora agire sulla materia (il tavolo tra Governo e sindacati è aperto e sta lavorando a nuove misure sulle pensioni in vista della legge di Bilancio 2018) e che questa indagine conoscitiva sia una spinta a intervenire: non si può stare a guardare una situazione in cui la soluzione alle criticità del lavoro femminile si configura o in un decremento della natalità  o in una penalizzazione delle donne che hanno messo su famiglia. Questo significa solo che non ci sono riconoscimenti congrui né per il lavoro femminile in quanto equivalente a quello maschile, né per quello di cura come bene comune e sociale. Questi mancati riconoscimenti avranno poi ripercussioni nelle erogazioni pensionistiche future. Dunque è meglio fare qualcosa prima.