Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 5'

A 16 anni dal G8 di Genova il Parlamento ha colmato una lacuna normativa grave, per cui l’Italia era stata più volte condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo

La Camera il 5 luglio ha approvato in via definitiva la legge che introduce nell’ordinamento italiano il reato di tortura: a 16 anni dal G8 di Genova questa lacuna normativa viene finalmente colmata. Era un atto doveroso, come ci ha ricordato in più di un’occasione la Corte europea dei diritti umani, accogliendo negli anni i ricorsi di oltre 40 cittadini italiani e stranieri (di età tra i 20 e i 64 anni all’epoca dei fatti) che nella scuola Diaz e nella caserma di Bolzaneto, nel luglio del 2001, vennero picchiati brutalmente dalle forze dell’ordine in una delle pagine più inquietanti degli ultimi lustri. La Corte ha infatti più volte condannato l’Italia, stabilendo che i ricorrenti erano stati torturati e i responsabili non erano stati puniti a dovere visto che il nostro Paese non aveva una legge adeguata a riconoscere e sanzionare gli atti di tortura: d’ora in poi, sperando non avvenga più nulla di simile, gli strumenti normativi ci saranno.

La legge introduce così nel Codice penale i reati di tortura e di istigazione alla tortura; per la prima imputazione si prevede una fattispecie aggravata se l’ignominiosa azione è commessa da un pubblico ufficiale. Il reato di tortura non è infatti “proprio” del pubblico ufficiale ma punisce con reclusione dai 4 ai 10 anni qualunque persona che, con minacce gravi o violenze o crudeltà psicologiche o un trattamento inumano e degradante, arrechi sofferenze fisiche o un trauma psichico a una persona privata della propria libertà personale o affidata alla sua custodia, vigilanza, controllo, cura e assistenza, oppure che si trovi in una posizione di inferiorità rispetto a chi cagiona la violenza. Le fattispecie aggravate sono tre: la prima riguarda il pubblico ufficiale quale autore del reato, e si configura come un abuso di potere e una violazione dei doveri inerenti alla funzione o al servizio; la pena prevista è in tal caso la reclusione da 5 a 12 anni. Viene precisato che tale fattispecie aggravata non si applica se le sofferenze derivano unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti (non è tortura una misura cautelare di arresto, per esempio). Il secondo gruppo di fattispecie aggravate consiste nell’avere causato lesioni personali gravi (aumento di un terzo della pena) o gravissime (aumento della metà). Altre fattispecie aggravate riguardano la morte come conseguenza della tortura in due diverse ipotesi: morte non voluta per effetto della tortura (30 anni di reclusione); morte come conseguenza voluta da parte dell’autore del reato (ergastolo). Si introduce poi nel Codice penale il reato di istigazione a commettere tortura da parte del pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio nei confronti di altro pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio. Chi istiga a commettere tortura è punito, per il solo fatto di incitare il crimine, con la reclusione da uno a cinque anni: non è rilevante, ai fini della punizione, che l’istigazione sia accolta e il reato è comunque tale anche se l’altro pubblico ufficiale si rifiuta di eseguirlo. Alla medesima pena soggiace anche chi pubblicamente fa apologia della tortura, di crimini contro l’umanità e di terrorismo; la pena è ulteriormente aumentata se tale apologia è effettuata tramite strumenti informatici.

La legge sancisce inoltre che le dichiarazioni ottenute da una persona in seguito a tortura non siano utilizzabili in un procedimento perché estorte in maniera del tutto impropria; ovviamente tale principio non è valido se le dichiarazioni servono a provare la responsabilità penale di chi ha usato violenza contro il dichiarante. Il provvedimento esclude poi il riconoscimento di qualsiasi forma di immunità – anche diplomatica, quindi indirizzata a politici, consoli, capi di Stato – ai cittadini stranieri che siano indagati o siano stati condannati da un altro Paese per avervi commesso torture, o siano indagati (o siano stati condannati) da un tribunale internazionale. Obbligo di estradizione verso lo Stato richiedente per lo straniero indagato o condannato per il reato di tortura; nel caso di procedimento davanti a un tribunale internazionale, lo straniero è estradato verso il Paese individuato dalla Corte. Coerentemente la legge integra il Testo unico sull’immigrazione vietando espulsioni, respingimenti ed estradizioni di cittadini stranieri nei confronti dei quali esista fondato motivo di ritenere che, nei Paesi di estradizione, correrebbero il concreto rischio di essere torturati. Questo è il contenuto della legge, con cui abbiamo messo un punto fermo su una questione aperta da troppo tempo e che rischiava di mantenere un’ambiguità inammissibile nel nostro ordinamento penale. Il Partito democratico si era impegnato a farlo ed è bene che questo impegno sia stato mantenuto.