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Quanto fatto è un punto di partenza da consolidare e migliorare: ora vorremmo tagliare stabilmente il cuneo fiscale, ripensare la disciplina dei licenziamenti collettivi, monitorare le delocalizzazioni

In vista del dibattito che condurrà, nei prossimi mesi, alla legge di Bilancio 2018, la sinistra del Pd ha presentato intanto un puntuale “manifesto” ritenendo ci sia ancora molto da fare contro la precarietà del lavoro, la concorrenza sleale, l’impoverimento dei ceti medi. Sono necessari a nostro avviso principi chiari: per questo abbiamo formulato 10 proposte che circoscrivono la visione organica dello sviluppo sociale ed economico che abbiamo in mente. Senza delineare la direzione dello sviluppo complessivo che vogliamo è anche impossibile, infatti, declinare obiettivi favorevoli e credibili per i lavoratori. Proprio in quest’ottica abbiamo avanzato quindi 10 proposte sulle quali vorremmo che, in primo luogo nel Pd, si aprisse un confronto ampio.

Innanzitutto desideriamo prendere posizione su un tema che oggi demarca differenti visioni del futuro: non siamo per il protezionismo, per il ritorno al passato e la chiusura in un piccolo mondo antico che oltre tutto non esiste più da secoli. Certamente però non siamo a favore di una globalizzazione senza regole. Siamo per scambi commerciali equi e regolati, per la tracciabilità delle merci, per la difesa dei marchi e dell’origine dei prodotti, per una forte politica doganale europea contro il dumping (per esempio quello dell’acciaio messo in atto dalla Cina, come ha rilevato anche l’Ue prendendo le prime contromisure) che genera effetti distorsivi sul mercato con gravi ripercussioni sui lavoratori. Dunque non pensiamo che il futuro sarà chiudersi nei propri confini e arroccarsi in una specie di autarchia implosiva: il futuro è dare più regole al mercato, partendo dall’Ue come organismo del tutto in grado di mettere in atto politiche condivise per i propri Stati membri. In tal senso, dunque, riteniamo molto positiva la decisione presa il 20 giugno dall’Europarlamento di introdurre un nuovo pacchetto di misure contro la concorrenza sleale e a difesa dei produttori europei (l’atto deve ora essere discusso in Commissione e in Consiglio dell’Ue): è la direzione giusta. Seconda cosa: riteniamo molto positivo il programma per Industria 4.0 messo in campo dal governo Renzi e dal ministro Calenda con l’ultima legge di Bilancio e tuttavia riteniamo che questo piano debba essere accompagnato anche da un programma “Lavoro 4.0” visto che robotizzazione e digitalizzazione modificheranno sempre più le nostre vite e gli impieghi di milioni e milioni di persone. Dunque occorre un ragionamento ampio sulla trasformazione dei lavori a seguito dell’informatizzazione capillare cui assisteremo sempre più: invitiamo il nostro Partito a farlo rapidamente perché è sempre meglio giocare in anticipo anziché risolvere in ritardo. Ma fin da ora si può intanto promuovere un’azione di buon senso e serietà: bisogna contrastare il fenomeno delle aziende che delocalizzano all’estero dopo aver usufruito di aiuti di Stato (defiscalizzazioni, crediti di imposta, ecc) nel nostro Paese o aver vinto gare d’appalto in Italia. Se la concorrenza è un valore, vanno assolutamente combattuti comportamenti opportunistici. Terzo punto, molto semplice: sulla base di quanto già avviene in molti Paesi europei e in attuazione dell’articolo 46 della nostra Costituzione, occorre prevedere la presenza di rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Quarto: bisogna contrastare sempre e ovunque il dumping salariale, i contratti “pirata” e illegittimi e le cooperative spurie. Nelle gare d’appalto va cancellato il concetto di massimo ribasso rispetto alla componente lavorativa e data piena attuazione alla clausola sociale nel cambio di appalti: per questi temi il nuovo Codice degli appalti può essere importante, ma laddove non sia totalmente risolutivo bisogna monitorare le singole situazioni senza remore. In molti settori (call center, imprese di pulizie, ecc) continuano infatti a essere stipulati contratti illegittimi che danneggiano i lavoratori in primis e pure le imprese che invece rispettano leggi e accordi. Chiediamo che il Parlamento non inviti più ai tavoli di confronto le associazioni datoriali e sindacali firmatarie di contratti non allineati e scorretti. A questo si lega la quinta proposta: bisogna creare una certificazione delle organizzazioni sindacali del lavoro e dell’impresa definendo regole per misurare la loro reale rappresentatività. Pertanto proponiamo di recepire in una legge l’accordo Cgil, Cisl, Uil e Confindustria (ormai sottoscritto dalle principali organizzazioni di imprese), denominato “Testo unico sulla rappresentanza”, che si propone di misurare e certificare la rappresentanza ai fini della contrattazione collettiva nazionale.

Sesto punto: proponiamo di determinare standard universali e inderogabili per le retribuzioni e le tutele, anche tramite la legislazione. Se vogliamo evitare la competizione al ribasso sia per il lavoro dipendente che per quello autonomo dobbiamo introdurre per i professionisti un equo compenso sotto al quale non si possa scendere e un salario minimo per i lavoratori che non abbiano un contratto di lavoro di riferimento; allo stesso modo occorre delineare tutele minime per chi lavora, sia da autonomo che da dipendente. Proponiamo dunque standard per tutti i lavori, fissati attraverso la contrattazione delle parti sociali realmente rappresentative, o per legge nel caso di lavoratori come i collaboratori che non hanno a disposizione un contratto di riferimento. Settima proposta: vogliamo rendere strutturale la flessibilità pensionistica, qualificando meglio l’anticipo a 63 anni in via di sperimentazione in questi mesi. In una fase come questa è poi opportuno prolungare la durata degli ammortizzatori sociali e ripristinare, almeno per tutto il 2018, l’indennità di mobilità. L’ottava proposta riguarda il disegno complessivo delineato tramite la riforma del lavoro varata dal Parlamento: chiediamo di rivedere le modalità di erogazione degli incentivi per le assunzioni a tempo indeterminato, che vanno resi strutturali configurandoli come un taglio del cuneo fiscale duraturo e non temporaneo, in modo tale da fornire certezze di costo alle imprese e favorire le assunzioni a tempo indeterminato. La nostra convinzione è che il lavoro stabile debba costare meno di quello flessibile e, affinché questo diventi realtà, bisogna agire sulla diminuzione del cuneo fiscale, se non vogliamo rimanere un Paese agli ultimi posti della classifica sul livello delle paghe a causa di una struttura contrattuale che sembra fatta apposta per penalizzare l’occupazione non occasionale. Non riteniamo poi che l’occupazione si possa creare tramite la precarietà e la possibilità più facile di licenziare, pertanto chiediamo di rivedere la normativa innanzitutto dei licenziamenti collettivi (su cui la commissione Lavoro della Camera aveva espresso parere fermamente contrario, non recepito dal governo Renzi) e la normativa dei licenziamenti individuali per motivi economici e disciplinari prevedendo in parecchi casi l’obbligo di reintegra. Nona proposta: occorre dare attuazione all’Accordo stipulato dal governo Renzi con i sindacati sulla previdenza in merito alla pensione contributiva di garanzia, che stabilisce uno standard minimo pensionistico (per esempio 1.500 euro lordi mensili) che per essere raggiunto può essere integrato con l’attuale importo dell’assegno sociale. La necessità di implementare l’accordo è in particolare diretta al futuro prossimo, quando le pensioni saranno erogate solo tramite il metodo contributivo: bisogna pensare ai giovani riconcependo il concetto stesso di “pensione”, che deve diventare uno strumento di inclusione e cittadinanza al di là della contribuzione che si è versata. Altrimenti rischieremo di avere molti milioni di lavoratori che, una volta ritirati dagli impieghi (magari discontinui), diventano indigenti o comunque non riescono a vivere. Infine, la sinistra Dem chiede al Pd stesso di rivalutare profondamente il valore della concertazione, del dialogo sociale e del rapporto con i corpi intermedi della rappresentanza. Troppe volte in questi anni si è proceduto non tenendo conto dei sindacati, delle associazioni di professionisti, dei giovani, degli studenti. La democrazia si basa invece sulla partecipazione dei corpi intermedi e delle categorie sociali, non sulle decisioni prese dall’alto: siamo passati dall’errato meccanismo del consociativismo all’indifferenza e perfino talvolta all’ostilità. Va ricostruito un terreno di confronto costante, rispettoso e dialettico, fissando tempi e procedure di consultazione preventiva delle forze sociali per tutto quel che pertiene lavoro, previdenza, diritti.

Queste sono le 10 proposte della sinistra Pd: il nostro atteggiamento è come sempre quello di esaminare i dati di fatto e promuovere il cambiamento laddove serva. I dati di fatto ci dicono che l’Italia è ripartita, ma che ugualmente si colloca al 15° posto in Europa per livello salariale, con distacchi enormi dai maggiori Paesi dove i lavoratori guadagnano decisamente di più. Risulta a nostro avviso ormai evidente che il tentativo di allentare i vincoli del diritto del lavoro e del livello dei salari ha come risultato il deprezzamento all’infinito delle retribuzioni e delle tutele. Questa situazione impone riflessioni e ripensamenti, anche su alcuni temi impostati in questa Legislatura. Se non vogliamo che vinca il populismo dobbiamo assumere l’uguaglianza come risposta alle esigenze dei più deboli e un nuovo umanesimo del lavoro come orizzonte che si contrapponga alla pura logica del mercato. Da questo punto di vista la questione retributiva e dell’equo compenso assume importanza fondamentale. Le idee ci sono, ora sta alla discussione pubblica e politica accoglierle.