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Resta la necessità di un nuovo sistema, visto che oggi sono in vigore due modalità di voto incoerenti per Camera e Senato. Ma ora finiamola di rincorrere le urne: la politica pensi a lavorare bene

Doveva essere la settimana della legge elettorale. E in effetti lo è stata, ma non nel senso in cui ci si aspettava. Giovedì 8 giugno, infatti, anziché procedere con i voti la Camera ha ritenuto opportuno un ritorno in Commissione del testo. Doveva essere la settimana dell’approvazione, è stata quella del rinvio. O, molto più probabilmente, dell’addio al cosiddetto “sistema tedesco” su cui pareva che i maggiori partiti avessero trovato una convergenza.

L’incidente che ha provocato questa reazione è di per sé piuttosto banale: una buona parte del Movimento 5 Stelle ha votato a favore di un emendamento della deputata Biancofiore (Forza Italia) sui collegi del Trentino Alto Adige. L’incidente era però stato preceduto, mercoledì 7, dal voto segreto sulle pregiudiziali alla legge stessa, che aveva visto mancare all’appello 66 deputati rispetto a quanto conteggiato sulla carta, e dal proclama di Beppe Grillo che chiedeva di ri-consultare online gli aderenti al Movimento (che però erano già stati consultati la settimana precedente, dando il loro assenso alla legge). Giovedì mattina il clima era quello di un’intesa appesa a un filo. Che si è spezzato ben presto su una modifica non dirimente: la cosa ha restituito però l’immediata impressione che l’accordo appena nato fosse già finito. Per capire cosa è successo è ovviamente necessario ricordare che negli ultimi giorni di maggio i leader di Pd, Movimento 5 Stelle, Forza Italia e Lega (dunque Renzi, Grillo, Berlusconi e Salvini, nessuno dei quali siede in Parlamento) erano pervenuti a un’intesa: proporzionale con sbarramento al 5%, candidato di collegio e listini bloccati circoscrizionali alla base del patto. Che, pareva, avrebbe condotto a una rapida approvazione alla Camera e a un altrettanto veloce voto al Senato (e forse alle elezioni a settembre). Il “patto” si è però dissolto in Aula. Su richiesta del capogruppo Pd Ettore Rosato si è perciò convenuto di far tornare il testo – su cui la competente Affari costituzionali aveva lavorato dal 1° giugno fino a lunedì 5 – in Commissione, per vedere se su questo dettato normativo ci sono margini di rinegoziazione (ne dubito) e per capire come procedere. Una scelta politica, ma non obbligata perché le leggi possono subire modifiche in Assemblea: è anzi, questa, una parte decisiva del lavoro parlamentare. L’emendamento Biancofiore, ossia il “casus belli”, non era una bomba atomica sul testo, poiché non ne snaturava impianto e senso. Per non procedere però con quello che, probabilmente, sarebbe stato uno stillicidio, si è ritenuto più opportuno interrompere il voto. In ogni caso non è certamente andata in scena una gran pagina politica.

Faccio alcune considerazioni: personalmente – come i miei colleghi della minoranza Dem – non apprezzavo nel merito i contenuti delle legge dunque non trovavo soddisfacente l’accordo cui anche il Pd era pervenuto. Non sono favorevole al proporzionale senza alcun elemento di maggioritario che consenta di sostanziare almeno una prospettiva di governabilità. La legge che ci apprestavamo a votare ci avrebbe portato nella migliore delle ipotesi alle larghe intese, nella peggiore all’instabilità politica. Ciò detto, trovavo positivo e assolutamente degno di nota il fatto che si fosse giunti a una convergenza ampia tra le forze politiche: non è il solo Pd a essere titolato a fare le regole fondamentali del sistema parlamentare ed è quindi auspicabile che su queste regole ci sia la convergenza di più gruppi parlamentari. Pertanto, come appunto i miei colleghi della minoranza, avrei votato la legge seguendo il comportamento che abbiamo sempre tenuto e che terremo fino alla fine della Legislatura: la maggioranza del Pd aveva deciso una linea in Direzione nazionale e noi non avremmo fatto quelli che mettono i bastoni tra le ruote. Abbiamo visto però che fine ha fatto l’accordo. Dunque ora si riparte da capo, con la consapevolezza che resta in ogni caso la necessità di realizzare una legge elettorale poiché attualmente ci sono due sistemi (frutto di due sentenze della Corte costituzionale su due diverse leggi, la Calderoli e l’Italicum) tra loro disomogenei e che porterebbero a una composizione parlamentare caotica. I due sistemi ora in vigore prevedono infatti: per la Camera un proporzionale con premio di maggioranza alla lista che ottiene almeno il 40% dei voti (cui andrebbero alla fine il 54% dei seggi) e sbarramento al 3%; per il Senato un proporzionale senza premio di maggioranza e soglia di sbarramento all’8% per le singole liste e al 3% per le coalizioni di liste che arrivino al 20%. Andare al voto in questo modo sarebbe una lotteria. Concordo quindi con le indicazioni fatte trapelare dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella: serve una nuova discussione politica per tentare di realizzare una legge, in alternativa occorre armonizzare le leggi esistenti, mentre non sarebbe corretto ricorrere ora a una decretazione d’urgenza. Da quanto accaduto in Aula si potrebbe dunque trarre (volendolo) qualcosa di buono, cercando un compromesso che non sia né un maggioritario puro (non lo vuole nessuno tranne il Pd), né un proporzionale puro. Ora che è saltato il tavolo si possono ridiscutere le cose e magari cercare di innestare degli elementi di maggioritario; in alternativa la scelta “minima” sarebbe almeno quella di armonizzare i due sistemi di voto attualmente in vigore per le Camere.

Altra considerazione: l’impressione che ho avuto, ma credo la abbiano avuta tanti cittadini, è che – al netto della totale inaffidabilità e della grave mancanza di serietà del Movimento 5 Stelle, puniti anche dal voto amministrativo – l’accordo sul “sistema tedesco” sia stato fatto in fretta per andare al voto in fretta. Ma fare le cose in fretta porta a sbattere. Non procedere ora a un confronto, anche minimale, sulla legge elettorale per pensare solo al voto sarebbe una scelta sventata. L’altra cosa positiva che forse si può trarre da questo non pregevole “gioco delle parti” è che ora la corsa dissennata verso le urne sembra essersi fermata. Almeno è quello che viene detto: spero sia vero. E lo spero non certo per bieche e risibili ragioni “personali” (vorrei che fosse chiaro che per i destini di un singolo parlamentare è davvero del tutto indifferente andare a votare a fine settembre, inizio ottobre o a febbraio-marzo), ma per ragioni politiche. Intanto ci sono leggi da approvare prima delle elezioni: tra queste cito la riforma del procedimento penale, la legge sulla concorrenza, la riforma del lavoro portuale, la legge sulla cittadinanza per i bambini che nascono in Italia da genitori stranieri, il nuovo Codice antimafia, l’introduzione del reato di tortura. Reputo poi sbagliato votare in autunno, quando il Parlamento dovrà mettere a punto una difficile legge di Bilancio: per non far scattare gli aumenti dell’Iva dobbiamo trovare circa 14 miliardi di euro e il Paese meriterebbe di avere più garanzie sui propri conti pubblici. Troverei responsabile che fosse il ministro Padoan, il più titolato a portare a termine la Legislatura dal punto di vista economico, a supervisionare i lavori sulla nuova Finanziaria. In alternativa, il Paese meriterebbe una legge di Bilancio scritta da un nuovo Governo politicamente solido, ma è impossibile che possa avvenire: vorrei infatti ricordare che, nel 2013, passarono due mesi tra le elezioni e l’insediamento del governo Letta e che, in generale, senza l’indicazione di un vincitore chiaro formare il Governo richiede tempo. Una situazione simile, a ridosso della legge di Bilancio 2018, è da scongiurare definitivamente: il rischio sarebbe l’esercizio provvisorio, l’aumento dell’Iva, una legge di Bilancio realizzata senza una direzione politica. Se il testo che è tornato in Commissione non avrebbe consentito ai cittadini di indicare con chiarezza un Esecutivo (con un potenziale effetto di indecisione nella composizione del Governo, se non di fluttuazione post-voto), andare al voto con le leggi in vigore porterebbe ugualmente a una situazione precaria. Dunque è meglio evitare di pensare alle urne: la scelta migliore è non avere fretta, pensare ai conti pubblici, far redigere la prossima Finanziaria da chi ha seguito l’andamento dei conti negli ultimi anni, nel frattempo cercare in ogni modo di pervenire a una nuova legge elettorale, andare al voto all’inizio del 2018 mostrando vera responsabilità verso il Paese. Prima di giocare alle elezioni anticipate, ora i leader e i partiti dovrebbero dimostrare di saper raggiungere un risultato sul sistema di voto. Magari tenendo conto del fatto che gli accordi politici si fanno senza alcun dubbio anche fuori dalle Camere, ma che poi sono le Camere in una democrazia parlamentare a essere titolate a ratificarli. Il ritorno in Commissione ha mostrato la fragilità di un accordo realizzato “a prescindere”. Che, infatti, nel momento in cui è approdato in Aula ha iniziato a perdere la propria quadratura.

La legge elettorale deciderà l’assetto politico dei prossimi anni, il ruolo che al suo interno avrà il Pd, dunque il futuro del Paese e del centro sinistra nel Paese. La legge rinviata in Affari costituzionali non avrebbe aiutato a costruire il centro sinistra per cui è nato il Pd; andare al voto con i due Consultellum non aiuterebbe a definire la situazione politica. Bisogna assolutamente lavorare sulla legge tenendo presente una cosa: che le regole del gioco si devono fare insieme, ma per promuovere la democrazia dell’alternanza tra coalizioni o gruppi ben differenti nella propria proposta. Sperando comunque che non si facciano ulteriori pasticci in nome di elezioni anticipate di 4-5 mesi, una cosa ormai politicamente irrilevante ma un azzardo per il Paese, perché potrebbe non esserci una guida stabile nel momento più delicato dell’anno: quello in cui si mettono in sicurezza i conti e si decidono gli investimenti per la crescita e lo sviluppo sociale.