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Sabato scorso si è concluso in commissione Bilancio l'esame della manovra correttiva sui conti pubblici, ovvero il Decreto che il Governo ha messo a punto per reperire 3,4 miliardi di euro necessari alle esigenze di finanza pubblica. Il Decreto, che ora arriva in Aula a Montecitorio, è via via diventato un provvedimento “omnibus”, con dentro di tutto: se giustamente reca misure e risorse per il terremoto in Cento Italia (ma anche per il sisma dell'Emilia e de L'Aquila) o regole per il turn over nelle pubbliche amministrazioni, il Dl ha assorbito anche il prestito da 600 milioni per Alitalia, le spese per il G7, e una miriade di altre cose ancora. Illustrerò diffusamente il provvedimento nella prossima newsletter, quando lo avremo votato, ma qui voglio solo dire una cosa: nel corso dell'esame in Commissione è stato approvato, e dunque è entrato nella manovra, un emendamento che a mio avviso il Governo non avrebbe dovuto presentare. Si tratta della nuova disciplina per il lavoro occasionale, certamente necessaria dopo l'abrogazione totale dei voucher (decisa dal Governo stesso, soprattutto per disinnescare il referendum promosso dalla Cgil che si sarebbe dovuto tenere domenica scorsa): come ho scritto più e più volte, non ho ritenuto lungimirante abrogare totalmente i buoni-lavoro, che potevano restare per alcuni impieghi domestici e alcune piccole occupazioni nel settore privato, ma trovo ugualmente sbagliato reintrodurre una norma su una materia tanto sensibile all'intero di un Decreto sui conti pubblici su cui, con ogni probabilità, verrà messo il voto di fiducia. Il modo con cui si è arrivati a disciplinare nuovamente le prestazioni occasionali non è affatto dei migliori: il Governo non ha interloquito minimamente con le parti sociali, a cominciare da chi aveva promosso il referendum, per trovare un'intesa o una soluzione condivisa. Anzi, con un emendamento del tutto fuori luogo in un Decreto urgente già inzeppato di altre decine di norme, ha introdotto il “contratto di prestazione occasionale”, compiendo una forzatura sbagliata. In commissione Bilancio la minoranza orlandiana del Pd non ha votato a favore dell'emendamento. Passato con i voti della maggioranza renziana, di Forza Italia e della Lega. Credo che queste forzature facciano molto male innanzitutto al nostro Paese e anche, tanto, al nostro Partito.
La Camera vota in via definitiva la legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo
Approvata una norma che punta soprattutto sull’educazione dei minori, specie tramite progetti scolastici, ma che dà anche più garanzie sulla rimozione di contenuti online offensivi e denigratori
Il 17 maggio la Camera ha approvato in via definitiva la legge per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo, ossia il bullismo esercitato su internet, social network, messaggistica istantanea o altre piattaforme telematiche, e che può comportare la diffusione online di immagini o contenuti denigratori. L'impianto del provvedimento è stato modificato in Senato e quella approvata è una norma piuttosto diversa da quella licenziata dalla Camera nel settembre scorso: la legge votata si occupa infatti solo di cyberbullismo e non più di bullismo in senso lato, ma soprattutto è destinata solo ai minori e non agli adulti (che erano compresi invece nel nostro Ddl) mentre sono tante le donne – in particolare – che subiscono umiliazioni tramite tale modalità e con esiti anche atroci (come hanno evidenziato alcuni casi di cronaca). Nonostante questi limiti – preferivo la legge da noi votata in settembre, più ampia e articolata, di cui scrissi in autunno – abbiamo comunque deciso l'approvazione senza ulteriori modifiche, perché questo era il quarto passaggio parlamentare (ci sono state due letture a Montecitorio e due al Senato): basta dunque con i rimpalli infiniti tra le Camere. Il testo offre così, almeno, le prime risposte concrete a un problema molto sentito, visto anche il moltiplicarsi di episodi che rendono necessario un intervento legislativo in materia: pertanto, prendendola come punto di inizio, abbiamo varato la misura soprattutto in vista dell’avvio del prossimo anno scolastico. È in ogni caso una buona legge, che costituisce un passo in avanti nel contrasto di questo odioso fenomeno: il provvedimento introduce infatti misure di carattere educativo per favorire la consapevolezza tra i giovani del disvalore e la gravità insita in atti dileggianti, quando non persecutori, che possono generare emarginazione, discredito e che in taluni casi hanno portato alle conseguenze più nefaste come i suicidi di chi ne è stato oggetto.
La norma vede nella scuola il soggetto fondamentale per creare un argine rispetto al dilagare del fenomeno e prevede che in ogni istituto sia individuato un docente che diventi il referente per le iniziative contro il cyberbullismo, da promuovere anche in collaborazione con la Polizia postale, le associazioni e i centri di aggregazione giovanile del territorio. Il dirigente scolastico ha invece l’obbligo di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti in atti di cyberbullismo e di attivare adeguate azioni di carattere educativo. Agli uffici scolastici regionali è demandata la promozione della pubblicazione di bandi per il finanziamento dei progetti elaborati da reti scolastiche per azioni integrate di contrasto al cyberbullismo e di educazione alla legalità. I servizi sociali territoriali adotteranno piani di sostegno ai minori vittime di atti di cyberbullismo nonché iniziative rieducative – anche attraverso attività riparatorie o di utilità sociale – dei minori autori degli atti. Il ministero dell'Istruzione dovrà istituire un tavolo tecnico che rediga, ogni due anni, linee di orientamento per il contrasto al cyberbullismo nelle scuole; in particolare le linee guida dovranno contemplare una specifica formazione del personale e misure di sostegno o rieducazione dei minori coinvolti in tali episodi. Per quanto riguarda l’intervento sulle piattaforme online, il minorenne vittima del bullismo informatico (oppure, ovviamente, anche il genitore o il tutore) può rivolgere istanza al gestore del sito internet o del socia media per ottenere immediati provvedimenti inibitori quali l'oscuramento, la rimozione, il blocco di qualsiasi dato personale del minore diffuso in rete. Il gestore del sito deve rispondere alla richiesta entro 24 ore ed entro 48 ore agire di conseguenza rimuovendo il contenuto; in caso contrario l'interessato può rivolgersi, con segnalazione o reclamo, al Garante della privacy che entro le successive 48 ore dovrà prendere tassativamente provvedimenti. In via generale, al minorenne ultraquattordicenne autore di cyberbullismo si applica infine la disciplina dell'ammonimento: finché non sia stata sporta querela o denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia, il Questore potrà convocare il minore responsabile (insieme a un genitore o a chi ne fa le veci) ammonendolo di tenere una condotta conforme alla legge. Sono previste infine misure di sostegno all'attività della Polizia postale, cui sono inoltre assegnati obblighi annuali di relazione al tavolo tecnico sui risultati dell'attività di contrasto al cyberbullismo: in particolare, per le attività in ambito scolastico connesse all'uso sicuro di Internet è previsto un finanziamento di 203mila euro all'anno nel triennio 2017-2019. La norma qui illustrata e votata in via definitiva vuole dunque dare una prima risposta, orientata più che altro all’educazione e alla prevenzione, mettendo le istituzioni scolastiche al centro degli interventi più importanti, e prevedendo tempi certi anche per la rimozione dei contenuti offensivi.

Approvati in via preliminare i tre principali decreti attuativi della riforma del Terzo settore

Misure di rafforzamento, agevolazioni fiscali e riordino normativo per sostenere un ambito cruciale per il Paese; ora esaminare attentamente i provvedimenti, al fine di sventare qualunque ambiguità
Il consiglio dei Ministri ha approvato in via preliminare i tre decreti attuativi più rilevanti della riforma del Terzo settore, che ora vengono inviati alle Commissioni parlamentari competenti e alla Conferenza Stato-Regioni per i necessari pareri prima dell’adozione definitiva. I tre provvedimenti riguardano: la revisione della normativa vigente per gli enti non profit grazie al Codice del Terzo settore; la nuova disciplina dell’impresa sociale; il riordino del cinque per mille. Ricordo, prima di illustrarne i contenuti, che finalità complessiva della legge delega approvata un anno fa è la valorizzazione delle tantissime iniziative che concorrono a perseguire il bene comune e a elevare i livelli di coesione sociale favorendo l'inclusione e il pieno sviluppo delle persone. Dunque anche a sostenere il welfare e a rispondere alle esigenze di comunità e cittadini. Ricordo inoltre che la misura tocca oltre 300mila realtà che si avvalgono di circa 5 milioni di volontari e occupano quasi 1 milione di persone. Parliamo insomma di una riforma di vasta portata, tra le più significative della Legislatura.
Il primo decreto racchiude in un Codice i principi generali, le attività del Terzo settore, le regole per i bilanci, i regimi fiscali e altro ancora: con i suoi oltre 100 articoli, il Codice del Terzo settore sarà la disciplina unitaria che, dando attuazione alla Delega, si sostituisce alle discipline differenti previste finora per le singole categorie di enti non profit. Quando entrerà in vigore saranno abrogate, per esempio, la legge quadro sul volontariato, quella sulle associazioni di promozione sociale e le disposizioni sulle Onlus. Il nuovo Codice prevede l'istituzione di un Registro unico nazionale del Terzo settore al quale gli enti dovranno iscriversi obbligatoriamente (se ne hanno i requisiti) per ricevere finanziamenti pubblici, raccogliere fondi, esercitare attività convenzionate o accreditate con la Pa e beneficiare delle agevolazioni tributarie. Vengono dunque definite afferenti al Terzo settore: le attività con finalità civiche, solidaristiche, di utilità sociale, di assistenza sociale, socio-sanitaria e sanitaria, di beneficenza, di istruzione e formazione, per la tutela e la promozione del patrimonio culturale o dell'ambiente, per i diritti civili, la ricerca scientifica di interesse pubblico, per la cooperazione internazionale, e altre di interesse generale. Le attività possono erogare beni e servizi, o riguardare la produzione e lo scambio di beni e servizi. Tali attività possono essere realizzate mediante organizzazioni di volontariato, associazionismo sociale, enti filantropici, imprese sociali e cooperative sociali, società di mutuo soccorso, associazioni (anche senza personalità giuridica) e fondazioni (tranne quelle bancarie). Il Codice del Terzo settore detta le disposizioni generali applicabili agli enti – specificandone poi le regole puntuali – per quanto riguarda l’organizzazione, l’amministrazione e il controllo, la contabilità e la trasparenza. Ai fini della valutazione delle attività svolte, gli enti del Terzo settore con entrate oltre al milione di euro dovranno depositare presso il Registro nazionale e pubblicare sul proprio sito internet il proprio bilancio sociale, redatto secondo linee guida che saranno emanate dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, nonché gli eventuali compensi attribuiti a qualsiasi titolo ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti e agli associati. Chi lavora nel Terzo settore ha diritto a un trattamento economico non inferiore a quello previsto dai contratti collettivi di riferimento. Il Codice introduce anche un criterio di proporzionalità in base al quale, in ciascun ente, la differenza retributiva tra lavoratori non può superare il rapporto 1 a 6 (ovvero nessun lavoratore può ricevere un compenso che sia meno di un sesto rispetto a quello di un altro lavoratore). Semplificata la procedura per acquisire personalità giuridica, vengono istituiti presso il ministero del Lavoro, come detto, il Registro unico nazionale, e il Consiglio nazionale del Terzo settore quale organo consultivo e rappresentativo degli enti.
Il Codice riordina le agevolazioni fiscali e per farlo innanzitutto distingue le attività “commerciali” e quelle “non commerciali”, fissando di conseguenza il regime di tassazione. Sono considerate non commerciali le attività di interesse generale svolte gratuitamente o dietro versamento di corrispettivi simbolici, che coprono solo parte del loro costo effettivo e, comunque, abbiano un costo decisamente inferiore rispetto a servizi simili offerti sul libero mercato (sono considerati non commerciali anche i servizi di pubblica utilità prestati in accreditamento o convenzione con la Pa). Se i proventi delle attività svolte in forma commerciale superano le entrate derivanti da attività non commerciali, l'ente si considera invece “commerciale”. Gli enti non commerciali avranno un regime di tassazione scontato con la determinazione forfettaria del reddito d’impresa. Si istituisce poi dal prossimo anno il “social bonus”, ossia un credito d'imposta al 65% per le erogazioni liberali in denaro fatte da persone fisiche, e al 50% se fatte da società, ed effettuate in favore degli enti del Terzo settore non commerciali che abbiano presentato al ministero del Lavoro e delle politiche sociali un progetto per recuperare immobili pubblici inutilizzati o beni mobili e immobili confiscati alla criminalità organizzata e assegnata agli enti. Dal 2018 ci sarà una detrazione Irpef del 30% per le erogazioni liberali in denaro a favore degli enti del Terzo settore non commerciali, per un importo fino 30mila euro l'anno (la detrazione sale al 35% se l'erogazione è destinata a organizzazioni di volontariato); sono agevolate anche le donazioni, da parte di imprese, di derrate alimentari, prodotti farmaceutici o beni funzionanti ma difettosi che non possono essere messi in commercio. Gli istituti di credito potranno emettere “titoli di solidarietà”, ovvero obbligazioni e altri titoli di debito (tassativamente non collegati a strumenti derivati), per sostenere le attività degli enti iscritti al Registro nazionale. Questi titoli avranno una scadenza non inferiore a tre anni e daranno diritto a interessi con periodicità almeno annuale: per l'entrata in vigore di questa innovazione serve però il via libera della Commissione europea. Dunque il Codice riordina l'intera normativa fiscale per il Terzo settore, con agevolazioni anche in materia di imposte indirette, di tributi locali, per l'imposta di registro, ipotecaria e catastale con riferimento agli immobili. Specifiche disposizioni sono destinate dalla legge alle organizzazioni di volontariato e al rafforzamento dei Centri di servizio per il volontariato (Csv): il volontariato è infatti al centro dell'intera disciplina e ne è il valore fondativo. Con la legge viene allargato il raggio d'azione dei Csv, che sarà aperto ai volontari di tutti gli enti del Terzo settore così riconfigurato: nella governance dei Centri potranno perciò partecipare rappresentanti dei volontari di tutti gli enti del settore. Vengono ridefiniti i criteri per il nuovo accreditamento dei Csv e per il controllo del loro operato, si stabilisce l'incompatibilità tra la carica di presidente di un Csv e altre cariche in istituzioni pubbliche e private. Per dare corpo a tutta questa complessa serie di norme, si istituisce presso il ministero del Lavoro un Fondo per il finanziamento del Terzo settore da 30 milioni di euro annui e finanziato inoltre con iniziative promosse dalle organizzazioni stesse; le modalità di utilizzo delle risorse dovranno essere disciplinate previa consultazione del Consiglio nazionale del Terzo settore. Si stima poi che le nuove misure fiscali comporteranno un vantaggio complessivo per gli enti di quasi 105 milioni di euro annui. Il Codice norma infine attività di vigilanza e controllo, anche fiscale, nonché quelle di carattere sanzionatorio.
Il secondo decreto attuativo riguarda l'impresa sociale, oggi disciplinata dalla legge 155/2006 che la descrive come un'organizzazione imprenditoriale che svolge attività economica per la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale ma che non può dividere i ricavi e gli avanzi di gestione. Nel testo approvato vengono introdotti profili di novità, tra cui l'attribuzione di diritto alle cooperative sociali e ai loro consorzi della qualifica di impresa sociale e la possibilità di distribuire utili e avanzi a condizioni prefissate. Soprattutto con la riforma potranno acquisire la qualifica di impresa sociale tutte le organizzazioni private, incluse quelle costituite in forma societaria, che esercitano in via stabile e principale un'attività di interesse generale senza scopo di lucro, adottando inoltre modalità di gestione responsabili e trasparenti e favorendo il coinvolgimento dei lavoratori, degli utenti e di altri soggetti interessati alle attività. Per essere un'impresa sociale l'attività di interesse generale deve rappresentare almeno il 70% dei ricavi complessivi dell'ente: l'impresa sociale è dunque una qualifica che un ente costituito in una qualsiasi forma (associazione, fondazione, società) potrà assumere se rispetta alcune regole. Si amplia conseguentemente l'ambito delle attività di interesse generale da esercitare affinché un ente possa qualificarsi come impresa sociale, includendo per esempio: le prestazioni sanitarie riconducibili ai Lea (livelli essenziali di assistenza); i servizi per la salvaguardia dell'ambiente; gli interventi di tutela e valorizzazione del patrimonio culturale e del paesaggio; la ricerca scientifica di interesse sociale; la formazione extra-scolastica finalizzata in particolare a prevenire la dispersione scolastica; la cooperazione allo sviluppo; il commercio equo e solidale; il microcredito; l'agricoltura sociale; l'organizzazione e la gestione di attività sportive dilettantistiche riconosciute dal Coni. Si considera inoltre di interesse generale l'attività dell'impresa in cui, per il perseguimento di finalità civiche, siano occupati in grande percentuale lavoratori molto svantaggiati, disoccupati di lungo corso, persone con disabilità, persone senza fissa dimora e in condizione da povertà tale da non poter gestire in autonomia un'abitazione. Quale ente del Terzo settore, l'impresa sociale non può avere come scopo principale distribuire utili e avanzi di gestioni a soci, amministratori o dipendenti: utili e avanzi devono essere prioritariamente destinati all'attività statutaria o a un incremento del patrimonio. Tuttavia si introduce la possibilità per le imprese sociali costituite in forma di società di remunerare in misura limitata il capitale conferito dai soci, ovvero destinare una quota inferiore al 50% degli utili e degli avanzi di gestione annuali o a un aumento gratuito del capitale sociale o alla distribuzione di dividendi in misura contenuta (e fissata da parametri legati all'interesse dei buoni fruttiferi postali). Le imprese sociali potranno inoltre fare erogazioni gratuite in favore di altri enti del Terzo settore che non siano, a loro volta, imprese sociali e che non abbiano relazioni (non siano né fondatori né associati) con l'impresa sociale che eroga fondi o beni. Anche per le imprese sociali si prevede l'obbligo di proporzionalità nei trattamenti retributivi tra lavoratori dipendenti, ma in un rapporto 1 a 8 anziché 1 a 6, e che i lavoratori siano remunerati in analogia con il contratto collettivo di riferimento. Nelle imprese sociali è ammessa la presenza di volontari, ma il loro numero non potrà superare quello dei dipendenti; tali imprese sono poi tenute alla trasparenza sulla remunerazione delle cariche apicali e dei titolari degli organismi dirigenti. Nelle imprese sociali di grandi dimensioni, i lavoratori e anche gli utenti possono nominare almeno un componente degli organi di amministrazione e di controllo. Detassati gli utili o gli avanzi di gestione che incrementino le riserve indivisibili dell'impresa e vengano destinati allo svolgimento dell'attività statutaria, si normano incentivi fiscali per favorire investimenti di capitale nelle imprese sociali: in analogia con le start up innovative è introdotta una detrazione Irpef del 30% per le somme investite nel capitale dell'impresa sociale costituita da massimo 3 anni (l'investimento massimo detraibile non potrà superare il milione di euro se fatto da una persona, e sale a 1,8 se fatto da un'impresa).
Da ultimo il Governo ha approvato il decreto che riforma il cinque per mille: rispetto alla disciplina vigente si allarga la platea dei destinatari estendendola a tutti gli enti del Terzo settore iscritti nel Registro unico nazionale. Rimangono inalterati i restanti settori di destinazione del beneficio: la ricerca scientifica e l’università, la ricerca sanitaria, le attività sociali svolte dal Comune di residenza del contribuente, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, ecc. Nuovi obblighi sulla trasparenza per le risorse erogate con la previsione di sanzioni per il mancato rispetto: in caso di inadempimento circa la pubblicazione sul proprio sito degli importi percepiti e del relativo rendiconto si prevede prima una diffida ad adempiere entro 30 giorni e, in caso di persistenza dell’inadempimento, l’applicazione di una sanzione amministrativa corrispondente al 25% del contributo percepito. Le amministrazioni erogatrici del cinque per mille, dal canto loro, hanno l’obbligo di pubblicare sul proprio sito web l’elenco dei soggetti destinatari, con indicazione del relativo importo e del link al rendiconto pubblicato sul sito del beneficiario. Questi i contenuti dei decreti. Rilevo, per ora, che restano alcune perplessità sulla disciplina dell'impresa sociale: bisogna fare in modo che questa riformulazione non finisca per “fagocitare” la cooperazione sociale, che è la più importante esperienza di economia sociale su base partecipativa del nostro Paese. Il decreto sull'impresa sociale non deve aprire alla competizione “commerciale” un ambito che deve restare ancorato, per sua natura, alla solidarietà e alla pubblica utilità. E le prime reazioni del mondo del Terzo settore testimoniano che ci sono dei punti da chiarire prima dell'approvazione definitiva dei decreti. La riforma è davvero molto significativa, quindi va costruita senza margini di ambiguità: ci sono moltissime misure che porteranno finalmente a un consolidamento delle attività del comparto, permettendo di distinguere con chiarezza gli enti che hanno i requisiti per rientrarvi e quelli che non li hanno. Proprio per la positività della legge, quindi, sarà importante fornire ulteriori elementi migliorativi.
Il Governo vara il Decreto sui vaccini, che tornano obbligatori per accedere a nidi e materne
Il 19 maggio il Governo ha varato il Decreto sui vaccini che ora sarà inviato alle Camere per la conversione in legge: i contenuti sono noti, ma li riepilogo in poche parole perché è una questione molto importante. Il consiglio dei Ministri, con questo provvedimento, ha reintrodotto l'obbligatorietà delle vaccinazioni per l'ammissione negli asilo nido e nelle scuole materne, che era stata sospesa da anni: dal prossimo settembre, dunque, i bambini fino ai 6 anni dovranno effettuare 12 vaccinazioni (antidifterica, antitetanica, antipolio, antiepatite B, antipertosse, tre contro la meningite, antimorbillo, antirosolia, antiparotite, antivaricella) per poter accedere ai servizi educativi. I vaccini diventano con ciò obbligatori per l'iscrizione stessa. Come norma transitoria, valida solo per l'inizio del prossimo anno scolastico, la ministra dell'Istruzione Fedeli ha chiarito che è obbligatoria la mera richiesta di vaccinazione: i bambini potranno essere iscritti se i genitori certificheranno entro la prima metà di settembre alle segreterie degli istituti di aver fatto domanda per le vaccinazioni. Dall'anno scolastico 2018/2019, invece, si entra a regime, e a scuola solo a fronte delle vaccinazioni effettuate. Dai 6 ai 16 anni scattano altri tipi misure: le famiglie dovranno presentare alla scuola, ogni anno, i certificati di vaccinazione; se non lo faranno il dirigente scolastico potrà segnalarlo alla Asl, che contatterà la famiglia e darà un arco di tempo nel quale mettersi in regola. Se la famiglia continuerà a non vaccinare il bambino, vengono introdotte invece multe sostanziose – da 500 a 7.500 euro – e, nei casi di recidiva più grave, la Asl potrà segnalare la situazione alle sezioni dei Tribunali che si occupano di minori per un'eventuale sospensione della potestà genitoriale. Dunque, dai 6 anni il bambino potrà in ogni caso iscriversi a scuola (prevale il diritto all'istruzione), ma le famiglie che non vaccinano andranno incontro a salatissime multe e, in situazioni critiche, a soluzioni molto pesanti addirittura sulla potestà educativa. Il dovere di vaccinare i propri figli, per la loro tutela e per la tutela degli altri bambini, è un passo avanti che la nostra Regione aveva già compiuto con la legge del novembre 2016 che prevedeva l'obbligo vaccinale: sono contento che l'Emilia-Romagna abbia fatto da apripista, ma soprattutto che il Governo abbia varato questa norma. Era fondamentale infatti superare le difformità a livello regionale e fornire un'unica linea di indirizzo su un tema tanto rilevante. Le 12 vaccinazioni che diventano obbligatorie sono quelle già previste dal Piano nazionale vaccini, che a tal fine stanzia 413 milioni di euro fino al 2019: molte vengono eseguite assieme e tutte sono gratuite per queste fasce d'età. Sono favorevole a questa misura: credo che sulla materia debba avere competenza la comunità scientifica accreditata, non il web o dicerie oscurantiste che ci fanno tornare indietro di decenni su temi cruciali, come la salute dei nostri figli e la salute pubblica più in generale.

Bonus nido o per l’assistenza domiciliare: da luglio le domande per il contributo da 1.000 euro
Il 23 maggio l'Inps ha pubblicato la circolare che rende operativo il “bonus nido”, misura prevista dalla legge di Bilancio, ovvero un contributo di 1.000 euro che le famiglie potranno chiedere per i figli nati o adottati dal 1° gennaio 2016. Il beneficio spetta a tutti nuclei residenti in Italia, compresi quelli dei stranieri con permesso di soggiorno di lungo periodo o aventi lo status di rifugiati, e indipendentemente dal reddito famigliare. I 1.000 euro possono essere usati per il pagamento delle rette degli asili nido, pubblici e privati, ma anche per le necessità di assistenza domiciliare di bambini disabili o affetti da patologie croniche o gravi: dunque il bonus vale per l'asilo per i piccolissimi o per l'assistenza nei casi in cui purtroppo il bambino ne abbia bisogno e non possa andare al nido. La domanda dovrà essere presentata da chi ha sostenuto la spesa dell'asilo, portando la documentazione (quindi è necessario dimostrare l'iscrizione per usufruire del contributo), mentre in caso di assistenza famigliare è richiesto il certificato medico che attesti lo stato di salute del bambino. Il bonus per il nido sarà erogato in 11 rate da 91 euro a cadenza mensile; per l'assistenza domiciliare la somma invece sarà versata dall'Inps in un'unica soluzione. Le domande si potranno presentare dal prossimo 17 luglio e fino al 31 dicembre, o tramite i servizi telematici dell'Inps, o chiamando il numero verde dell'Istituto di previdenza, oppure rivolgendosi a un patronato. Per il 2017 è prevista una spesa complessiva di 144 milioni di euro. Se si intende richiedere il bonus per più figli è necessario presentare una domanda per ciascuno di loro.

Riattivati gli iter per la cassa in deroga in Emilia-Romagna, bloccati per un errore dell'Inps

Il 25 maggio il Governo ha risposto in commissione Lavoro a un'interrogazione urgente, che ho firmato assieme ad altri deputati emiliano-romagnoli, relativa al rigetto da parte dell'Inps delle domande di trattamenti di cassa integrazione in deroga autorizzati dalla Regione Emilia-Romagna. A metà maggio, infatti, le imprese si sono viste recapitare il diniego, senza che ne fosse preventivamente informata la Regione, e questo ha comprensibilmente gettato nel panico circa 100 aziende e 800 lavoratori. Nei giorni successivi ci hanno contattato sia la Regione, che le organizzazioni sindacali e le associazioni economiche territoriali per denunciare l’accaduto e chiedere di intervenire tempestivamente presso il Ministero del Lavoro. Dopo costanti contatti siamo arrivati a questo risultato: l’Inps ha scritto nuovamente alle imprese e alla Regione annullando i propri atti di diniego e il Ministero ha chiarito in Commissione che tutto è scaturito da un errore procedurale dell'Istituto di previdenza. Il Ministero ci ha inoltre informato del fatto che sono in corso, come da prassi, le verifiche da parte di Inps sulle singole domande. Rispondendo alla comunicazione ministeriale abbiamo preso atto della retromarcia rispetto all’errore, ma anche lamentato tempi troppo lunghi: attività produttive e lavoratori da mesi attendono risposte certe e soprattutto le risorse per gli ammortizzatori. Il Governo si è impegnato affinché gli ultimi controlli siano svolti in tempi celeri.

Rete tra Governo e associazioni d'impresa per supportare le aziende nella trasformazione 4.0

Per dare piena attuazione al Piano Industria 4.0 messo in campo con l'ultima Finanziaria, oltre alle risorse (circa 13 miliardi di euro in tre anni) e ai super ammortamenti al 250% per gli investimenti sulla digitalizzazione, servono conoscenze e una cultura d'impresa focalizzata sulle competenze indispensabili a massimizzare i benefici delle nuove tecnologie. A tal fine il 22 maggio il ministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda ha presentato il “Network nazionale Industria 4.0” costituito da numerosi punti informativi e consulenza sparsi su tutto il territorio nazionale: il network, messo in piedi con il necessario sostegno della associazioni di categoria, dovrà fornire informazioni, formazione, consulenza specialistica, mettendo inoltre in contatto centri di ricerca, università, start up, Pmi e imprese. La “rete” per ora si compone di: 77 Punti d’impresa digitale (Pid) gestiti dalle Camere di Commercio, che si concentreranno soprattutto sulla diffusione della conoscenza di base delle tecnologie in ambito Industria 4.0; 100 Hub di innovazione in capo a Confartigianato, Cna, Confindustria e Confcommercio che offriranno sia formazione avanzata e soluzioni specifiche per i settori di competenza sia coordinamento tra le strutture di trasformazione digitale e i centri di trasferimento tecnologico. Infine, a stretto giro un decreto attuativo del Ministero istituirà e finanzierà i cosiddetti “Competence center”, ossia 5 o 6 centri di eccellenza tecnologica che fanno capo anche ad alcune università e che avranno come compiti principali: la valutazione della maturità digitale delle imprese, attraverso l’individuazione delle aree di intervento prioritarie; l’alta formazione, attraverso la promozione di linee produttive dimostrative e lo sviluppo di processi; i progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale attraverso tecnologie e soluzioni già presenti sul mercato, o prossime alla commercializzazione, e il sostegno alle potenziali imprese committenti nella fase di implementazione e di controllo dei risultati. A metà del 2018 verranno monitorati gli esiti ottenuti tramite questo network di promozione di cultura d'impresa 4.0, che si affianca quindi all'erogazione delle risorse per farla funzionare più efficacemente.
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Partito Democratico Ravenna · Via della Lirica 11, 48124 Ravenna (RA)






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