Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 111'

*|MC:SUBJECT|*
Qualche precisazione circa la contestata legge sulla legittima difesa

La norma approvata specifica solo alcuni aspetti di un diritto già ampiamente sancito nell'ordinamento: non abbiamo introdotto la “licenza di uccidere”, ma elementi per discriminare meglio i casi
Il 4 maggio la Camera ha approvato in prima lettura la legge sulla “legittima difesa”, che vorrei spiegare per disinnescare le strumentalizzazioni. Per prima cosa voglio chiarire che la proposta di una nuova legge era stata presentata dalla Lega e che i regolamenti parlamentari prevedono obbligatoriamente l'esame in Aula di una quota di proposte avanzate dalla minoranza (e ci mancherebbe altro): la destra aveva presentato un testo e il gruppo Pd della commissione competente, ovvero la commissione Giustizia, ha ritenuto opportuno presentare a sua volta un altro testo, stravolgendo l'idea originaria (tanto che Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia hanno votato contro la norma approvata dalla Camera, ritenendola “morbida”). La proposta della Lega prevedeva, in poche parole, che chi usa un'arma contro un malvivente abbia sempre ragione; la nostra legge dice tutt'altro e introduce solo elementi per discriminare meglio i casi in cui la difesa a un'aggressione è legittima e quelli in cui non lo è. Lasciando inoltre l'ultima parola alla magistratura. Già oggi un magistrato valuta, infatti, se esiste una proporzione tra l'offesa e la difesa: la norma delinea ulteriori criteri con cui valutare questa proporzione, ma senza sancire che chi spara a un aggressore abbia sempre diritto a farlo. Non è questo il messaggio e non è questa la legge che abbiamo approvato. L'altra cosa che vorrei sottolineare è che siamo intervenuti su una normativa già esistente (del 2006, risalente al governo Berlusconi), che a sua volta interveniva su un diritto previsto dal Codice Rocco (cioè la base del Codice penale), perché pensiamo che anche la sinistra debba occuparsi di sicurezza, un tema che interessa tutti i ceti sociali e colpisce in particolare i più deboli. La sicurezza non è prerogativa della destra, che farebbe leggi davvero scellerate: basti pensare che la proposta della Lega sarebbe stata la legge permissiva d'Europa in materia. Non era quello che andava fatto, per questo abbiamo deciso di procedere con questa norma, ovviamente perfettibile, ma che non vuole incentivare in alcun modo i cittadini a commettere atti insani verso terzi, pensando di avere sempre il diritto dalla propria parte. Serve equilibrio: abbiamo cercato di trovare questo equilibrio. Con le novità introdotte non viene infatti meno il principio della proporzionalità tra l’offesa e la difesa (come aveva chiesto la Lega), né viene sancito che la difesa sia legittima se l’aggressore abbia già desistito o sia in fuga. Nessuna licenza di sparare insomma. Sottolineo infine che una legge sulla legittima difesa esiste in moltissimi Paesi: in Francia (abbiamo votato infatti una legge molto simile a quella francese), Gran Bretagna, Germania, Spagna, solo per citare i principali.
Vediamo dunque cosa dice il provvedimento, ma per capirlo occorre partire dall'articolo 52 del Codice penale che oggi disciplina “l'autotutela” di un cittadino in una situazione di pericolo imminente (per sé o per altri) da cui sia necessario difendersi, e in un momento in cui non sia possibile – per ragioni di tempo e di luogo – rivolgersi alla forza o all'autorità pubblica. Il Codice penale dunque prevede già il diritto a una difesa legittima. Nel 2006 una prima riforma a questo articolo introdusse poi la cosiddetta “legittima difesa domiciliare”: a questo scopo è già dunque oggi autorizzato l'uso di “un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo per difendere la propria o altrui incolumità”. L'arma deve essere detenuta “legittimamente” ovvero previa porto d'armi, perché appunto le armi si vendono solo tramite autorizzazione e il loro mercato – fortunatamente – in Italia non è liberalizzato: se una persona spara con un'arma detenuta illegalmente, questo ha conseguenze sulla liceità della difesa, poiché la persona non dovrebbe possedere quell'arma. Il Codice penale definisce inoltre il caso di un “eccesso colposo” (non volontario quindi) di legittima difesa, che si verifica quando viene superato il limite all’autotutela concesso dalla legge, ossia quando viene meno la proporzione tra minaccia e reazione o altri elementi costitutivi dell’art. 52. Il giudice oggi valuta l'accaduto, tenendo conto di una serie di circostanze oggettive, comprendendo la situazione in essere e bilanciando così azione e reazione. La nostra legge interviene ulteriormente sull'articolo 52, sopra descritto, specificando che si considera sempre legittima la difesa a un'aggressione in “un negozio o in un ufficio o in una casa”, se commessa di notte o se l'intrusione è accompagnata da violenza o inganno o minaccia. Siamo anche intervenuti sull'articolo 59 che riguarda la “disciplina dell'errore” (ossia la cosiddetta “legittima difesa putativa”, che prevede responsabilità a carico di chi si è difeso credendo erroneamente nella sussistenza di un pericolo, sempre che l’errore di valutazione sia determinato dalla sua colpa), stabilendo che la colpa di chi reagisce per autodifesa deve essere sempre esclusa quando la reazione (anche erronea quindi) sia conseguenza di un grave turbamento psichico causato dalla persona contro la quale è diretta la reazione. Nella legittima difesa è sempre esclusa la colpa della persona, che usa contro l'aggressore un'arma legittimamente in suo possesso, se l'errore si verifica in situazioni comportanti un pericolo reale per la vita, l'integrità fisica e la libertà personale o sessuale (una minaccia di stupro, per esempio), o se l'errore è conseguenza di uno stress emotivo gravissimo. Naturalmente, per evitare ogni tipo di arbitrio, il provvedimento prevede che debba esserci sempre la valutazione del caso concreto da parte del giudice e che la persona che, presumibilmente, si difende legittimamente, sia comunque sempre iscritta nel registro degli indagati. Dunque che si avvii un'indagine a suo carico; se si viene prosciolti, perché la difesa è davvero “legittima”, la persona ha diritto al rimborso delle spese legali (oggi oltre il 90% dei casi di questo genere termina con un proscioglimento). La nostra legge, dunque, parte dall'articolo 52 come già riformato dando ulteriori specifiche per la valutazione giuridica. Restano invece fermi i criteri – necessari – dell'attualità del pericolo, dell'impossibilità di rivolgersi alla forza pubblica e della proporzione tra difesa e offesa. La valutazione del caso spetta sempre al giudice, escludendo ogni tipo di automatismo e considerando l'iscrizione nel registro degli indagati un atto dovuto, a garanzia di tutti. Cito come mera esemplificazione il caso Pistorius (sebbene non sia un caso italiano) che ha sparato alla sua compagna affermando che pensava fosse un ladro: si è tenuto un processo e il giudice lo ha al fine condannato per omicidio. Funziona già così anche da noi e funzionerà così anche in seguito a questa legge.
Lo spirito del provvedimento è racchiuso nell'esigenza di specificare una miglior fattispecie di legittima difesa, ma senza una deregolamentazione che la legge non prevede in nessun modo. Se si uccide un ladro che scappa, senza aver usato violenza e dopo aver avvertito la presenza del proprietario, la difesa non è proporzionata; laddove non sussistano minacce o violenze, o pericolo per la vita o l'integrità fisica, come stabilito dalla legge, la reazione violenta è squilibrata rispetto all'aggressione; se non si possiede un'autorizzazione per detenere armi, ugualmente, si andrà incontro a problemi legali. Come detto, leggi simili esistono in moltissimi ordinamenti occidentali. Per molti l'ambiguità del testo sembrerebbe il riferimento alla “notte”: questo dettaglio non significa che le ore notturne siano condizione esclusiva per la difesa legittima, ma solo uno degli elementi che porta alla non punibilità. Se la domanda è: la legittima difesa vale solo di notte? La risposta è: no. La non punibilità scatta sempre a seguito dell'introduzione di un malvivente in uffici, negozi o case, laddove – lo ripeto – vi sia minaccia per persone o cose o inganno o sia esercitata violenza. Ora la discussione passa al Senato che, con ogni probabilità, cambierà alcuni aspetti della norma. Su cui secondo me si è fatto molto rumore per poco o nulla. Il voto su questo provvedimento non è certo di quelli che ritengo fondamentali per la Legislatura e abbiamo fatto cose ben più degne di interesse. Tra l'altro – in sintonia con quanto affermato dal Ministro Minniti – credo che la difesa armata in democrazia spetti ai corpi dello Stato, non al singolo. L'importante però è inquadrare le cose che si fanno nei contesti appropriati, capendo come e perché sono state realizzate. Dunque è falso che il Pd abbia introdotto una radicale innovazione normativa: il diritto a difendersi, in Italia, è già previsto. Tanto che i casi di cronaca più tristemente noti – il gioielliere che ha ucciso il ladro a Milano, per esempio – sono finiti con un proscioglimento perché l'autotutela è nel nostro ordinamento. Trovo dunque sbagliato creare un caso politico sulla materia: mi interessa invece restare nel merito, anche procedurale/legislativo, di questa faccenda. E il merito è quello che ho illustrato.

La Camera modifica la legge che norma l’amministrazione straordinaria delle grandi imprese


Alcune novità per accelerare le procedure e garantire le aziende fino all’ultimo istante utile, la materia purtroppo risulta di stringente attualità in seguito al commissariamento di Alitalia
Il 10 maggio la Camera ha approvato in prima lettura il Disegno di legge che delega il Governo alla riforma dell’amministrazione straordinaria per le grandi imprese in stato di insolvenza: un esempio di questa procedura è quanto accaduto di recente con Alitalia, di cui mi occupo infatti dopo aver illustrato il Ddl. Oggi la legge in vigore – applicata anche alla compagnia aerea appunto – è la Marzano del 2003 (dal nome dell'allora ministro delle Attività produttive, Antonio Marzano), il cui spirito nella sostanza non cambia: l’amministrazione straordinaria per una grande impresa è e resta finalizzata in primo luogo e per quanto possibile alla conservazione del patrimonio produttivo e dell’occupazione, tramite riattivazione o riconversione dell’attività imprenditoriale. Tale procedura è prevista oggi per le aziende con un numero di dipendenti di almeno 200 unità e debiti non inferiori ai due terzi dell’attivo dello stato patrimoniale e dei ricavi dell’ultimo anno di esercizio. La legge prevede la possibilità di una cessione grazie alla manifestazione di interesse di nuovi compratori, oppure una ristrutturazione economica e finanziaria tramite un programma di risanamento. In questi periodi, di massimo due anni, l’impresa viene commissariata, cioè “tolta” al management precedente. Le procedure sono poi semplificate (e vengono rafforzati i poteri dello Stato) se si tratta di imprese con almeno 500 dipendenti. Tale declinazione è stata usata per far fronte al crac Parlamat, per Ilva, per il Mercatone e, appunto, per Alitalia.
Il Ddl votato dalla Camera delega il Governo ad adottare un decreto legislativo per riformare questo istituto secondo principi volti a garantire iter più rapidi e maggiore coerenza sistemica. Si riconduce infatti a una procedura unica di amministrazione straordinaria sia la regolazione di insolvenza di singole grandi imprese sia dei gruppi facenti capo all’impresa. Attualmente l’estensione dell’amministrazione straordinaria alle imprese del gruppo prevede che queste siano ammesse solo a determinate condizioni (in particolare se risulta opportuna la gestione unitaria dell’insolvenza “di gruppo” perché più idonea ad agevolare, per i collegamenti di natura economica o produttiva esistenti tra le aziende, il raggiungimento degli obiettivi). Il Ddl modifica poi i presupposti di accesso all’amministrazione straordinaria: nelle singole imprese il numero minimo di dipendenti deve essere di 250 e di 800 in caso di procedura per più imprese di un gruppo; il concetto di “grande impresa” non è poi legato ai soli occupati, ma anche alla media del volume di affari degli ultimi tre anni. Le amministrazioni straordinarie sono in via generale affidate alle sezioni specializzate in materia d’impresa presso le sedi di Corti d’appello. Per quanto riguarda i tempi, entro 45 giorni (e non più 60) dal deposito della domanda del debitore, il tribunale (accertati i requisiti di insolvenza, dimensione dell’impresa, numero degli occupati, e ricevuto il via libera del ministero dello Sviluppo economico) dispone l’apertura della procedura di amministrazione straordinaria. L’istruttoria deve inoltre prevedere misure protettive analoghe a quelle previste per il concordato preventivo (fino alla fine della procedura i creditori non possono avviare azioni esecutive sul patrimonio del debitore). La legge delega istituisce l’albo dei commissari straordinari per l’amministrazione, per l’iscrizione nel quale sono richiesti alcuni requisiti tra i quali titoli, esperienza specifica nel campo della ristrutturazione d’impresa e assenza di conflitti di interesse. Una persona non potrà più (come invece accade ancora ed è accaduto più volte in passato) svolgere funzione commissariale su più crisi contemporaneamente. Le aziende quotate, con almeno mille dipendenti e che svolgono servizi pubblici essenziali (Alitalia risponde a tutti questi requisiti) potranno invece essere ammesse alla procedura direttamente dal ministero dello Sviluppo economico, con contestuale nomina del commissario (o commissari nei casi di maggiore complessità): la legge Marzano prevede oggi che la procedura di amministrazione e la nomina dei commissari sia disposta tramite Decreto (come si è visto nei giorni scorsi). Infine, tutte le imprese oggetto di confisca perché sottratte alle mafie, se in stato di indebitamento, possono essere ammesse all’amministrazione straordinaria anche in mancanza dei requisiti previsti per le altre aziende. Questi sono i punti della riforma (che passa al Senato), volti da una parte ad accelerare i tempi, dall’altra a dare tutte le garanzie possibili alle grandi imprese in crisi prima di alienare beni e intaccare patrimoni aziendali.
La norma illustrata risulta purtroppo di stringente attualità: la settimana scorsa è stato infatti incardinato nella competente commissione Trasporti proprio il Decreto – emesso ai sensi della legge Marzano – che contiene misure urgenti per la continuità del servizio svolto da Alitalia, che reca 600 milioni di prestito ponte per i prossimi sei mesi e che avvia il commissariamento dell’azienda. Provo a riassumere per sommi capi quanto avvenuto e le conseguenti scelte del Governo. Lo scorso anno Alitalia ha perso circa 400 milioni e pressoché terminato la liquidità. L’azienda ha quindi proposto ai lavoratori un piano di tagli ed esuberi che avrebbe potuto (come ultima spiaggia) tentare un pesante risanamento per il rilancio, ma il 24 aprile la maggioranza dei dipendenti ha votato “no” alla consultazione con cui la dirigenza chiedeva di approvare il piano. In assenza del quale le banche, che negli ultimi anni hanno perso oltre 500 milioni in investimenti nella compagnia, hanno smesso di erogare credito. Alitalia ha avviato quindi le pratiche per la richiesta di commissariamento, cioè per l’amministrazione straordinaria e per la nomina, da parte del Governo, di manager che possano traghettare la società verso la vendita a un'altra compagnia oppure al fallimento vero e proprio, con successiva alienazione di beni e contratti per ripagare i creditori. Il consiglio dei Ministri ha immediatamente varato il Decreto stanziando i fondi per assicurare i servizi, tenuto conto delle difficoltà molto gravi che deriverebbero dall'interruzione dei collegamenti aerei nazionali e internazionali (chi ha prenotato biglietti Alitalia potrà viaggiare normalmente). Il finanziamento da 600 milioni è un prestito e dovrà essere restituito entro sei mesi dalla sua definitiva erogazione e con priorità rispetto a ogni altro debito aziendale: le risorse sono dunque destinate alle esigenze gestionali, anche in relazione non solo agli utenti e ai dipendenti ma alla doverosa continuità dei sistemi di regolazione con gli altri vettori. Il Governo ha nominato Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari come commissari che provvederanno a pubblicizzare l’invito per le manifestazioni di interesse, ovvero il bando di vendita, che – se non è già arrivato mentre invio questa mail – arriverà a ore (il limite è il 17 maggio).
Come si è arrivati fin qui? La crisi che ha portato a questa situazione ha radici lontane e storicizzate. Nel corso degli ultimi anni è stata però “accelerata” dalla scelta errata di concentrare l'80% dei voli Alitalia sulle rotte nazionali (Roma-Milano, per esempio) o su alcune rotte europee, tutte sottoposte alla concorrenza non solo di altri vettori aerei a basso costo, ma persino dei treni ad alta velocità. Le principali compagnie aeree, che ugualmente non guadagnano molto sulle rotte a corto raggio, si rifanno infatti con le lunghe percorrenze, sulle quali Alitalia non ha investito (la rotta extracontinentale principale di Alitalia è quella verso il Nord America, che però porta 33mila passeggeri a settimana, pari a un settimo dell'analoga capacità di British Airways). Nel passato Alitalia ha avuto almeno due volte la possibilità di allearsi con altri partner, anche per investire di più sui voli a lunga percorrenza: nel 1996 (quando Alitalia era ancora sotto controllo pubblico) si parlò di una possibile fusione con Klm, dei Paesi Bassi, ma alla fine l'accordo non fu chiuso; nel 2006, dopo 10 anni di agonia, il Governo decise di privatizzare la compagnia e cercò un acquirente. Air France – che nel frattempo si era fusa proprio con Klm – fece un'offerta ma alla fine la proposta fu respinta da Esecutivo e sindacati (si prevedevano 3mila esuberi su circa 22mila dipendenti) e perciò non se ne fece nulla. Venne allora la volta della cordata italiana, Cai, creata da imprenditori che non necessariamente avevano esperienza nel settore ma che comunque rilevarono l'azienda. Che puntualmente nel 2013 si trovò a un passo dal fallimento. Per salvare Alitalia, allora, si trovò un accordo con Etihad, compagnia degli Emirati Arabi, che acquisì il 49% delle azioni, lasciando la maggioranza della società nelle mani della “vecchia” cordata di soci. La nuova società ha poi puntato sulla breve percorrenza: da una parte Etihad non aveva, da socio di minoranza e per collocazione geografica, gran vantaggio in un investimento cospicuo su tratte maggiori da e per l’Italia; dall'altra gli azionisti di maggioranza non hanno messo in campo le risorse necessarie per farlo. Come è evidente, negli ultimi 20 anni non sono mai state realizzate politiche di vero rilancio (né avviate alleanze con compagnie straniere realmente interessate a tale finalità). Lo Stato, infine, ha comunque erogato fondi dedicati, negli ultimi 10 anni, per alcuni miliardi di euro: pertanto il premier Gentiloni ha assicurato che la compagnia non sarà salvata con soldi pubblici. Per attrarre compratori resta il problema che i voli a lungo raggio di Alitalia rappresentano l'offerta più bassa d'Europa dopo quella greca. Il grado di connettività del nostro Paese nei confronti del resto del mondo è ampiamente sottopotenziato, mentre c'è una domanda importante di passeggeri in partenza da e per l'Italia proprio sulle tratte a lungo raggio (oggi a vantaggio degli altri gruppi): chi comprerà dovrà dunque fare investimenti di rilievo. Anche per questo “deficit”, il valore della compagnia è stimato attorno al miliardo di euro (e i debiti che si aggirano attorno ai 3). Il Governo ha detto di voler privilegiare le offerte per rilevare l'intera azienda, cercando di evitare il cosiddetto “spezzatino”, ovvero la vendita di pezzi scorporati della compagnia. Vedremo.
Ho voluto parlare di questa vicenda, in concomitanza con il Ddl di riforma per le crisi di grandi imprese, perché è una vicenda spinosa ed è a mio avviso un esempio di quello che un Paese non deve fare su un asset strategico come quello del trasporto aereo. Purtroppo, in questo caso non si sono rivelate lungimiranti né le scelte dei Governi né quelle delle associazioni dei lavoratori che rifiutarono una partnership con Air France che avrebbe probabilmente tamponato, nel 2006, una situazione che è andata sempre peggiorando proprio per i lavoratori stessi. Che dai 22mila di 10 anni fa, oggi sono poco più di 10mila. Il settore aeroportuale, con 4,2 miliardi di investimenti programmati nei prossimi 5 anni (quasi tutti finanziati dai gestori senza ricorso a contributi pubblici) è inoltre tra i settori più rilevanti dell'economia, strategico sia per la crescita del turismo nel nostro Paese sia per l’esportazione dei prodotti italiani nel mondo. La spinta maggiore allo sviluppo viene dai tre principali poli nazionali – Roma Fiumicino, Milano Malpensa e Venezia – che negli ultimi anni hanno investito più di quanto preventivato: l’obiettivo dei gestori è potenziare terminal e infrastrutture senza trascurare neppure il livello di fruibilità e persino l'estetica degli scali. Perché investire sugli aeroporti è conveniente per le imprese che vi operano. Spero che la vicenda Alitalia si concluda in maniera decorosa. Per la centralità del comparto e soprattutto, ovviamente, per il destino di migliaia di occupati.
700 anni dalla morte di Dante Alighieri: oltre 1 milione per le celebrazioni nazionali del 2021
Il 3 maggio la Camera ha approvato una misura che si occupa di tre celebrazioni prestigiosissime per il nostro patrimonio culturale e, a tale finalità, stanzia una cospicua dote di fondi. Da una parte, infatti, ricorrono nel 2019 e nel 2020 gli anniversari dei 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci e di Raffaello Sanzio; dall'altra nel 2021 i 700 anni dalla morte di Dante Alighieri. Quest'ultima celebrazione coinvolge e riguarda da vicino – come ovvio – la città di Ravenna, dove Dante ha trascorso gli ultimi anni della vita e dove è morto nel 1321 (la famosa tomba di Camillo Morigia, del 1780, è ovviamente successiva). Per celebrare queste ineguagliabili personalità, la legge approvata costituisce tre comitati nazionali presso il ministero dei Beni culturali: a ogni comitato è attribuito 1 milione 150mila euro, con autorizzazioni di spesa (per ciascuno) di 150mila euro sul 2018 e di 1 milione di euro per gli anni di riferimento delle celebrazioni (il 2021 nel caso dell'anniversario della morte di Dante). I comitati saranno composti, rispettivamente, da 15 membri (incluso il Presidente) che dovranno essere: esponenti della cultura italiana e internazionale competenti per la figura in questione; rappresentanti di soggetti pubblici e privati che operino nel settore culturale e abbiano maturato esperienza sull'artista o siano particolarmente coinvolti per l'ambito territoriale in cui agiscono (è il caso di alcune istituzioni culturali ravennati). Ogni comitato deve elaborare un programma relativo all'opera e ai luoghi legati ai tre grandi che comprenda attività di restauro, di ricerca, espositive, formative, manifestazioni letterarie, storiche, artistiche, mostre, percorsi didattici, ma anche piani per lo sviluppo del turismo culturale e per la promozione territoriale connessi alle celebrazioni. I piani e i programmi sono sottoposti poi all'approvazione del Ministero; i membri dei comitati percepiranno il solo rimborso spese per le attività sostenute in relazione al proprio obiettivo di lavoro. I tre comitati per Leonardo, Raffaello e Dante dovranno infine operare in coordinamento tra loro tramite una Cabina di regia, facente capo al Ministero stesso, per integrare i propri programmi e realizzare così un triennio in cui l'Italia celebrerà, in maniera organica e coerente, tre dei massimi rappresentanti della propria storia, nonché tre tra i massimi geni della cultura mondiale di tutti i tempi. In questo progetto, Ravenna sarà una città centrale per la ricorrenza dantesca. Per la quale arriveranno risorse destinate a un anno particolarmente importante.

Sostegno e sviluppo del comparto agricolo biologico: la Camera approva il Testo unico
La Camera ha approvato in prima lettura il Testo unico, che mancava, finalizzato a una miglior organizzazione e al sostegno dell’agricoltura e dell’agroalimentare biologico. Per “biologico” si intende il metodo di produzione (coltivazione e allevamento) che ammette solo l’impiego di sostanze naturali, escludendo totalmente le sostanze di sintesi chimica (diserbanti, insetticidi, composti chimici per concimi): questo modo di produrre viene definito dalla legge “di interesse nazionale” poiché è finalizzato alla qualità, alla sicurezza alimentare, al benessere animale e alla tutela dell’ambiente. Presso il ministero delle Politiche agricole è istituito il Tavolo tecnico per l’agricoltura biologica, cui vengono affidati i compiti di definire il Piano d’azione nazionale del comparto, esprimere pareri sui provvedimenti di carattere nazionale ed europeo sul biologico, proporre interventi di settore. Il Ministero adotterà quindi il Piano contenente interventi per: agevolare la conversione al biologico in particolare delle piccole imprese agricole; sostenere forme associative per rafforzare la filiera; migliorare il sistema di controllo e certificazione; incentivare la ricerca. Istituito anche il Fondo per lo sviluppo dell'agricoltura biologica, destinato al finanziamento del Piano d'azione (e dedicato al 30% alla ricerca), alimentato da un già vigente contributo annuale del 2% sulla vendita di prodotti fitosanitari, dovuto per la sicurezza alimentare. Vengono definiti i “distretti biologici” quali sistemi produttivi locali in cui tale produzione sia significativa: possono parteciparvi, come aderenti, anche gli enti locali che adottino politiche di tutela del biologico. Gli aderenti possono costituire poi un comitato direttivo e ottenere il riconoscimento dalla Regione di appartenenza. I produttori biologici potranno unirsi inoltre in organizzazioni (che dovranno rispondere a criteri definiti poi in sede di Conferenza Stato-Regioni) finalizzate alla commercializzazione in forma associata delle produzione, o per attivare piani operativi in merito alla programmazione della produzione stessa, alla gestione delle crisi di mercato, alla riduzione dei costi, alla promozione di pratiche colturali innovative. La legge norma anche la costituzione delle “organizzazioni interprofessionali”, composte dai rappresentanti delle attività economiche connesse alla produzione, alla trasformazione e al commercio e aventi come finalità di coordinare l'immissione dei prodotti sul mercato, redigere contratti-tipo per la vendita, svolgere ricerche sui consumatori. Tali organizzazioni sono sostanzialmente associazioni, dotate di statuto, e potranno costituire anche fondi tra i soci e stabilire regole (e contributi economici) per le imprese aderenti. Saranno riconosciute poi le “intese di filiera” nell'ambito delle quali possono essere realizzati anche contratti di rete. Infine, gli agricoltori che producono varietà di sementi biologiche iscritte nel registro nazionale hanno diritto alla vendita diretta in ambito locale. Come si vede, insomma, il provvedimento dà una disciplina quadro a un comparto in crescita – anche economica – e che negli ultimi anni si è imposto come un segmento sempre più rilevante. Ora il testo passa al Senato.

Nuova carta di circolazione: parere positivo in Commissione; attenzione alla riorganizzazione Aci
La commissione Trasporti (competente per la materia) ha dato parere positivo al decreto attuativo della riforma della Pubblica amministrazione che unifica in un unico documento i due, oggi previsti, che certificano: la proprietà degli autoveicoli e dei motoveicoli; tutti i dati sui veicoli stessi. Il primo documento, il Pra (Pubblico registro automobilistico), viene fornito oggi dall’Aci, e come noto include tutte le informazioni relative alle compravendite, i passaggi di proprietà, dunque tutti i dati di intestazione nell’arco di “vita” dell’automobile o del motoveicolo. Il secondo è il documento di circolazione, rilasciato dalla Motorizzazione civile, e necessario per immettere su strada i veicoli stessi, poiché assolve alla funzione di attestarne l’idoneità certificando tutte le caratteristiche (dalla targa, alla tipologia, alla marca, ecc) e la funzionalità, costituendo una sorta di “carta di identità” del mezzo. Con l’entrata in vigore della riforma della Pa non ci saranno più questi due documenti ma un’unica nuova “Carta di circolazione”: l’importo per il documento non potrà superare la somma dell’importo delle due tariffe vigenti (il decreto determina inoltre l’imposta di bollo unificata). Il risparmio per il cittadino sarà dunque relativo, ma sicuramente ci sarà meno burocrazia perché la carta sarà rilasciata dalla sola Motorizzazione civile, perciò le persone dovranno andare in un unico ufficio per espletare le pratiche. In molti Paesi c’è un unico documento per la circolazione ed è bene che anche da noi si proceda a una semplificazione: dobbiamo però stare attenti, come abbiamo evidenziato anche nella nostra raccomandazione, a realizzare una riorganizzazione assennata e congrua. I compiti oggi svolti dagli uffici del Pubblico registro automobilistico, cioè dall’Aci, saranno trasferiti infatti alle sedi del ministero delle Infrastrutture e trasporti, dunque alla Motorizzazione, introducendo un’unica modalità di archiviazione e senza nuovi oneri per la finanza pubblica. Questo significa una decisa riorganizzazione dell’Aci e occorre valutare la sostenibilità anche di questo aspetto. Certamente l’obiettivo principale è e resta la riduzione dei costi connessi alla gestione dei documenti da parte dello Stato (e si spera, in futuro, la riduzione dei costi anche per il cittadino). Ma riteniamo occorra anche tener conto degli effetti della riorganizzazione sugli uffici Aci coinvolti, prevedendo soluzioni adeguate.

Voto definitivo del Senato al Ddl sul lavoro autonomo, così come approvato dalla Camera in marzo
Il 10 maggio il Senato ha approvato in via definitiva il Ddl sul lavoro autonomo non imprenditoriale, senza modifiche rispetto al testo votato dalla Camera il 9 marzo scorso (ne ho scritto nella newsletter del 21 marzo, cui rimando per approfondimenti). Esprimo dunque soddisfazione per il voto finale a un provvedimento che prevede nuove e più chiare tutele per le partite Iva e i collaboratori, e norma inoltre il “lavoro agile” dipendente, ovvero la possibilità di scegliere una maggior flessibilità organizzativa nel lavoro subordinato. La riforma era una legge molto attesa da tanti professionisti, molti dei quali giovani, e da coloro che stanno sperimentando nuove forme di impiego subordinato con modalità differenti da quelle tradizionali. Sul fronte del lavoro autonomo si introducono regole più certe per i pagamenti e tutele contro le clausole e le condotte vessatorie nei contratti, così come ampie deduzioni fiscali per le spese sostenute dal lavoratore per la formazione o professionali. Previsti maggiori diritti in caso di malattia, gravidanza, congedo parentale e protezione in caso di disoccupazione, viene normata una giusta innovazione che consente ai liberi professionisti di essere equiparati alle Pmi ai fini dell'accesso ai piani operativi nazionali e regionali sui fondi strutturali europei. Se un professionista ha un progetto rilevante da implementare potrà dunque farlo come se fosse una piccola impresa. Per quanto riguarda il lavoro agile si disciplinano i termini dell'istituto che consente, tramite un documento siglato tra lavoratore e datore, di svolgere parte dell'occupazione da casa. La legge assicura lo stesso trattamento economico al lavoratore che svolga parte delle mansioni fuori dai locali aziendali, ma anche regole per la sua sicurezza e gli strumenti tecnologici da assegnare per lo svolgimento del compito.
Share
Tweet
Forward


Partito Democratico Ravenna · Via della Lirica 11, 48124 Ravenna (RA)






This email was sent to *|EMAIL|*
why did I get this? unsubscribe from this list update subscription preferences
*|LIST:ADDRESSLINE|*

*|REWARDS|*