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Renzi è il nuovo segretario con una vittoria nettissima, ma la partecipazione è in costante calo

In tutta Italia perdiamo per strada quasi 1 milione di elettori rispetto al 2013; in Emilia Romagna (così come anche a Ravenna) l'affluenza è quasi dimezzata. Il mio grazie ad Andrea Orlando
Quasi un milione e 850mila persone sono andate a votare alle primarie del nostro Partito e hanno indicato il segretario in Matteo Renzi, che ha stravinto con il 70,01%. Michele Emiliano ha ottenuto il 10,49%. Il candidato che ho sostenuto, Andrea Orlando, ha preso il 19,5%%. Il risultato dei “gazebo”, sostanzialmente in linea con quello dei congressi di circolo, ha ulteriormente favorito Renzi che – lo ricordo – aveva ottenuto il 66,73% dei circa 265mila voti (parteciparono poco meno del 60% degli iscritti), mentre Orlando aveva preso il 25,26% ed Emiliano l'8,01%. L'ex segretario torna così a guidare il Partito Democratico: è la prima volta che accade, anche perché è la prima volta che un ex segretario – dimessosi in seguito alla sconfitta referendaria, oltre a quella delle amministrative 2016 – si ripresenta. Il risultato evidentemente certifica che, per la base elettorale, Renzi è la persona giusta e, senza tanto girarci attorno, Orlando non ha sfondato. Sul piano locale, nei 91 seggi allestiti nella provincia di Ravenna si sono recati a votare 22.292 elettori, poco sopra il 50% rispetto all'affluenza alle primarie del 2013 quando avevano votato più di 42mila persone: il 76,57% ha oggi espresso la sua preferenza per Matteo Renzi, il 19,74% per Orlando e il 3,69% per Emiliano. Nei congressi di circolo la mozione di Matteo Renzi aveva preso il 66,86%, Orlando il 31,95%, Emiliano l'1,18%: alle primarie, aperte anche ai non iscritti, Renzi ha preso il 10% in più rispetto al voto dei circoli. In Emilia Romagna, infine, Renzi ha preso il 74%, Orlando quasi il 22% ed Emiliano il 4%. Nella nostra regione hanno votato circa 215mila persone: nel 2013 furono 402mila. Ovvero alle primarie del 2017 hanno votato, in Emilia Romagna, quasi 200mila persone in meno della volta precedente.
Dal risultato complessivo del Paese e dei nostri territori possiamo fin da ora rilevare un paio di cose. La prima è il preoccupante calo della partecipazione alle primarie: in Emilia Romagna, dove l'affluenza si è quasi dimezzata, pare che il Pd abbia perso un pezzo di elettorato attivo e coinvolto dalla sua proposta politica. A livello nazionale, faccio notare che quando il Partito Democratico fu fondato, nel 2007, Veltroni venne eletto con il 75,8% di 3 milioni 554mila persone (prese quindi circa 2,7 milioni di voti insomma): certo, il Pd era appena nato e la scelta del segretario fu molto sentita. Ma anche nel 2009, quando fu eletto Bersani con il 53,23%, l'affluenza fu consistente con 3,1 milioni di persone; e nel dicembre 2013, eletto Renzi per la prima volta con il 67,5%, l'affluenza andò a 2,8 milioni. Renzi prese allora quasi 1 milione 900mila consensi: il numero devi votanti era già in calo, ma la mobilitazione era ancora molto vasta. Ora siamo arrivati a 1 milione 850mila persone (meno di quanto prese Renzi da solo nel 2013), con una tendenza palese di disaffezione, soprattutto nel passaggio dalle ultime primarie a oggi. Non si può scaricare la responsabilità su di una persona o su una “compagine” interna. Dunque non credo sia corretto dire che questa disaffezione sia colpa di Renzi: è responsabilità di tutti. Si può dire però che, se le responsabilità di un distacco crescente tra cittadini e Pd vanno condivise, chi guida il Partito ha più oneri degli altri nell'ampliare la base del consenso e nel non perdere pezzi. In 10 anni il Pd, nato per superare le tradizioni politiche precedenti e realizzarne una sintesi innovativa, ha smarrito iscritti e parte dei dirigenti (non solo quelli che sono andati a formare altri movimenti, ma anche quelli che si sono allontanati dalla politica come Enrico Letta). Anche per questo in 10 anni abbiamo smarrito alle primarie oltre un milione e mezzo di persone: credo che il messaggio non sia tenero per nessuno. Restiamo una grande forza politica, l'unica capace di mobilitare democraticamente quasi 2 milioni di cittadini, ma negli anni abbiamo coinvolto sempre meno. Questo deve preoccupare Matteo Renzi, la cui figura gode di uno zoccolo duro persistente ma non riesce a creare un riscontro più ampio; questo deve preoccupare anche chi ha sostenuto Andrea Orlando, perché significa che il nostro Partito non crea grandi spinte o aspettative in una base elettorale che deve essere crescente. Invece pare calante.
La prima considerazione conduce così, inevitabilmente, alla seconda: vincere il confronto interno ottenendo circa 1,3 milioni di voti (nel 2013 erano, come ho scritto sopra, circa 1 milione 900mila) vuol dire, nell'odierno scenario “tripolare”, partire in salita per il confronto più importante, quello che alle prossime politiche deciderà chi deve guidare il Paese. Per spiegarmi meglio riporto due dati: alle elezioni del 2013, segretario Bersani, il Pd prende in termini assoluti 10 milioni 353mila voti (hanno votato il 75% degli aventi diritto e noi ci siamo intestati il 29,5%); alle europee, neo-segretario Renzi, il Pd prende il 40,8% ma su un'affluenza del 57,22%, che in termini assoluti significa 11 milioni 200mila voti, dunque 850mila voti in più rispetto alle politiche. Molti sicuramente, ma non così tanti da far pensare di poterci sedere sugli allori. Quel credito, dato alla nuova fase del Partito che Renzi interpretava, è andato poi scemando alle regionali 2014 e soprattutto alle amministrative 2016. I sondaggi, oggi, danno il Pd attorno al 28%: sappiamo bene che i sondaggi vanno presi con le pinze, ma questa stima associata al calo della partecipazione alla nostra vita interna mi fa pensare che bisogna rimboccarci parecchio le maniche. E che avere un consenso certificato di 1 milione 850mila di persone non basti affatto per stare sereni. Nonostante Andrea Orlando non sia diventato segretario vale dunque ugualmente l'idea che abbiamo sostenuto assieme a lui: bisogna voltare pagina rispetto al recente passato, sia all'interno del nostro Partito sia nelle politiche che metteremo in campo nei prossimi mesi. Anche chiarendo presto le alleanze e la direzione da intraprendere. A fronte di riforme estremamente positive, tra cui un allargamento dei diritti civili senza precedenti nella storia italiana (del testamento biologico scrivo proprio in questa newsletter), sono stati compiuti da Renzi anche passi falsi, che non hanno consentito al nostro Paese di crescere quanto avrebbe potuto e forse dovuto, e che non hanno permesso a grosse fasce della popolazione – dai ceti medi impoveriti ai 7 milioni di indigenti – di trovare risposte verosimili in una narrazione eccessivamente ottimistica sulla ripartenza italiana. Non possiamo permetterci di lasciare questa insoddisfazione agli appetiti delle destre, dunque dobbiamo comunicare e agire con più efficacia. E anche diversamente. La crisi ha creato divisioni profonde nella società, fatto aumentare la forbice tra i ricchi e i poveri (come certificano i dati Istat), eroso il potere d'acquisto delle famiglie e destato preoccupazioni fondate nei giovani circa il loro futuro: Renzi è segretario del Pd e a lui spetta il compito di raddrizzare il tiro, partendo dalle buone cose realizzate, ma fornendo una linea più convincente ai tanti che hanno paura dell'avvenire e rispondendo ai temi in agenda (innovazione tecnologica e lavoro, istruzione, uguaglianza, tenuta pensionistica, rapporto con l'Ue). A tal fine credo sarebbe bene per il segretario: sostenere convintamente il governo Gentiloni e occuparsi innanzitutto del Partito; mostrare uno scarto rispetto agli scorsi anni, ricominciando a coinvolgere di più i non appartenenti alla sua cerchia, lavorando meglio sui territori, affrontando davvero la complessità (che non si risolve mai con ricette semplici) e facendo crescere dirigenti che abbiano chiara in mente la propria rappresentanza. Faccio dunque un grande in bocca al lupo a Matteo Renzi, il nostro segretario: tutti noi gli daremo una mano, mettendo in campo le nostre idee per il futuro del Pd. Ringrazio infine, e tanto, Andrea Orlando, che si è assunto un compito difficilissimo con grande generosità e intelligenza. Io credo sia stato bravissimo: grazie Andrea.
La Camera approva il Disegno di legge sul testamento biologico e la libera scelta sulle cure

Il paziente terminale potrà decidere di sospendere trattamenti e terapie; ogni maggiorenne che lo verrà potrà redigere “disposizioni anticipate” sul fine vita. Il testo ora passa al Senato
Il 20 aprile la Camera ha approvato in prima lettura un Disegno di legge, storico per il nostro Paese, che reca norme per disciplinare il cosiddetto “testamento biologico” e il consenso informato circa le cure cui una persona desidera o meno sottoporsi in situazioni di compromissione irreversibile della salute. Come spesso avviene in questi casi, la maggioranza che ha approvato la legge è stata trasversale (il Pd, cui si deve il provvedimento, ha votato assieme a Mdp, Sinistra italiana e Movimento 5 stelle); come sempre avviene in questi casi, ovvero quando si introducono nuovi diritti, la norma non costringe nessuno a fare qualcosa (non si sarà certo obbligati a stendere il proprio “testamento biologico” o a interrompere trattamenti medici), ma dà facoltà a chi vuole di compiere scelte finora vietate dal nostro ordinamento. La legge, approvata in prima lettura dalla Camera, deve però ora passare al Senato: non so in quanto tempo Palazzo Madama troverà la quadra e se il testo resterà quello che noi deputati abbiamo varato. Ciò nonostante do conto del nostro lavoro e soprattutto del lavoro della competente commissione Affari sociali, che ha unificato svariate proposte per pervenire a un Ddl unico, il più condiviso possibile.
La norma affronta i temi del consenso informato alle cure sanitarie, la possibilità di sospendere i trattamenti stessi, le disposizioni anticipate con le quali il dichiarante enuncia, in linea di massima, i propri orientamenti sul “fine vita” nell'ipotesi in cui sopravvenga una perdita non ripristinabile della capacità di intendere e di volere. L'articolo 1 detta le linee generali di disciplina del consenso informato prevedendo che nessun trattamento sanitario possa essere iniziato o proseguito senza il libero assenso della persona maggiorenne interessata. Con ciò si intende promuovere il diritto di scelta, assieme alla relazione di fiducia tra medico e paziente, che trova il suo autentico fondamento nell'incontro tra l'autonomia decisionale di quest'ultimo e la competenza del medico. Se il paziente lo desidera, nella relazione di cura possono essere coinvolti anche i famigliari, o la parte dell'unione civile o il convivente o altra persona di fiducia. Ogni persona ha quindi diritto di conoscere le proprie condizioni di salute e di essere aggiornata in maniera del tutto comprensibile circa la diagnosi, la prognosi, i benefici e i rischi dei trattamenti sanitari indicati, le possibili alternative, le conseguenze dell'eventuale rifiuto del trattamento. Il consenso o il dissenso possono essere espressi in forma scritta ma, laddove non sia possibile, anche attraverso dispositivi che permettano alle persone con disabilità di comunicare (pensiamo a un caso celebre come quello di Piergiorgio Welby, capace di intendere e volere ma non di parlare o scrivere). Tutto questo porta alla possibilità, per chi lo desidera, di evitare quel che può essere considerato un “accanimento terapeutico”: il paziente che lo voglia potrà “abbandonare le terapie” (comprese la nutrizione e l'idratazione artificiali). Non solo: la legge vieta esplicitamente “l'accanimento” nella cura di una malattia inguaribile, con prognosi infausta e certa, mentre introduce il diritto alla sedazione palliativa profonda, usata per non far provare al paziente dolori insostenibili portandolo in uno stato di incoscienza. Il medico è tenuto in via generale a rispettare la volontà del paziente, ma è anche “esente da ogni responsabilità civile o penale”: questa espressione, in maniera un po' surrettizia, in realtà significa che un dottore è esente da responsabilità anche nel rifiutarsi di “staccare la spina” se il paziente lo chiede. Dunque c'è certamente, nella legge, la possibilità per il medico di non eseguire la volontà di una persona dunque di praticare di fatto un'obiezione di coscienza, sebbene non venga mai usata questa espressione (vedremo poi le conseguenze di questo comma). Per quanto riguarda i minori, il consenso informato è affidato a chi detiene la responsabilità genitoriale tenuto conto della volontà del giovane, in relazione all'età e al grado di maturità. Per quanto riguarda le persone interdette, il consenso o il rifiuto alle terapie è affidato al tutore.
Oltre al “fine vita”, vengono disciplinate dal Ddl le “disposizioni anticipate di trattamento” (Dat) definite come l'atto con cui ogni maggiorenne nel pieno delle sue facoltà può, in previsione di un'eventuale futura incapacità di autodeterminarsi, esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso o il rifiuto rispetto a essi (comprese le pratiche di nutrizione e idratazione artificiali). Si può indicare poi un fiduciario (in genere un famigliare, il coniuge, ma in ogni caso una persona scelta da chi firma le Dat) che rappresenti la persona nelle relazioni con il medico e le strutture sanitarie; “l'incarico” può essere revocato in qualsiasi momento senza obbligo di motivazione. Qualora la persona sia ormai incapace di determinarsi e manchi per qualunque motivo un fiduciario, le Dat che conservano efficacia sono le ultime del disponente; il medico può disattendere le disposizioni, però, laddove esistano terapie non prevedibili all'atto di sottoscrizione delle Dat e capaci di assicurare un reale miglioramento delle condizioni di vita. Per quanto riguarda la forma con cui vengono espresse le disposizioni anticipate, si stabilisce che debbano essere redatte con atto pubblico o con scrittura privata (esenti da imposta da bollo e qualsiasi tributo o tassa) e, analogamente al consenso informato, è previsto che qualora le condizioni fisiche del paziente non consentano di usare la forma scritta, le Dat possano essere espresse attraverso qualsiasi dispositivo che permetta alla persona disabile di comunicare. Ugualmente, in qualsiasi momento e con le stesse forme, può avvenire il rinnovo, la modifica o la revoca delle Dat. Le Regioni che adottino modalità telematiche di gestione della cartella clinica o altre modalità informatiche di gestione dei dati del singolo iscritto al Servizio sanitario possono, con proprio atto, regolamentare la raccolta della copia delle Dat, compresa l'indicazione del fiduciario. In generale, in caso di contrasto tra fiduciario e medico è previsto l'intervento del giudice tutelare. Per quanto riguarda i minori o gli interdetti, ossia le persone non capaci di intendere, in assenza di disposizioni anticipate di trattamento e laddove si crei un conflitto tra il rappresentante legale della persona e il medico, la decisione è rimessa ugualmente al giudice tutelare. Si disciplina infine la possibilità di definire e fissare in un atto – rispetto all'evolversi delle conseguenze di una patologia cronica e invalidante o caratterizzata da inarrestabile evoluzione degenerativa – una pianificazione delle cure condivisa tra paziente e medico, alla quale il medico è tenuto ad attenersi qualora il paziente venga a trovarsi nella condizione di non poter più esprimere la propria opinione. Al paziente e ai suoi famigliari devono essere ovviamente fornite tutte le informazioni sulla patologia in atto e il suo evolversi, sulla futura qualità della vita, sulle possibilità cliniche di intervenire, sugli effetti delle cure palliative: il paziente esprime il consenso o meno a quanto proposto dal medico e i propri intendimenti per il futuro. Con disposizione transitoria, si disciplina l'applicabilità delle norme di legge anche ai documenti contenenti la volontà di una persona, circa i trattamenti sanitari, già depositati davanti a un notaio prima dell'entrata in vigore della legge medesima, stabilendo dunque l'efficacia retroattiva della stessa per chi avesse comunque provveduto in forma privata a dichiarare il proprio intendimento.
Come più che evidente, il provvedimento garantisce la libera scelta dei singoli sulla propria esistenza e salute, laddove ci si trovasse in una condizione considerata invivibile: nessun obbligo per nessuno, si introduce una facoltà di autodeterminazione oggi vietata. Chi ritiene di non voler redigere un “testamento biologico” potrà ovviamente non farlo; chi ritiene di voler proseguire le cure a fronte di una prognosi senza speranza potrà farlo: la legge non obbliga qualcuno a fare qualcosa. La legge, come si vede, non ha niente a che fare poi con il suicidio assistito, come per esempio nel recente caso di Fabiano Antoniani (noto come dj Fabo), ma certamente sarebbe stata fondamentale nei casi del già citato Welby o di Eluana Englaro. Si tratta insomma di rendere più civile il nostro ordinamento, tenendo conto che purtroppo ogni giorno famigliari e medici sono già oggi chiamati a decidere sulla vita dei loro cari e dei loro pazienti in stato vegetativo. La responsabilità di interrompere terapie, quando non c'è più speranza per un malato, ricade oggi su di loro; fare chiarezza e far scegliere alle persone, in piena coscienza e libertà, il limite alle cure è un atto umano e giusto. La Camera ha approvato una norma che è un passo in avanti per il nostro Paese: non so dire cosa accadrà in Senato e se potremo davvero realizzare, dopo le unioni civili e il divorzio breve, anche questa misura per i diritti condivisa da moltissimi Paesi europei. Francia, Germania, Spagna, Portogallo e tutti i Paesi scandinavi hanno infatti norme sul biotestamento; altri Paesi hanno norme che consentono anche l'eutanasia. Sta di fatto che in Europa occidentale siamo rimasti solo noi e l'Irlanda a non avere regole sulla materia: mi pare arrivato il momento di fornirle ai cittadini.

L'Italia nel 2016 nel contesto europeo: il rapporto Istat fotografa pregi e deficit del Paese

Siamo una popolazione sana e longeva e, nonostante le impressioni, tuteliamo meglio l'ambiente rispetto ai nostri partner Ue; note dolenti invece su povertà, laureati, natalità e condizione femminile
Il lavoro del Parlamento, nelle ultime due settimane, si è focalizzato sulla discussione del testamento biologico e sull’approvazione del Def (delle cui linee guida ho scritto nella scorsa newsletter). Ne approfitto perciò per fornire un approfondimento di lettura e informazione, mettendo in fila i principali dati contenuti nel rapporto Istat “Noi Italia” che si occupa di collocare il nostro Paese nella dimensione europea attraverso una serie di indicatori che spaziano dall’economia alla cultura, dal mercato del lavoro all’ambiente. La comparazione dell’Italia rispetto ai principali partner Ue, nonostante alcuni progressi che Istat rileva, resta ancora nel 2016 complessivamente a nostro svantaggio: nella maggioranza dei casi siamo collocati al di sotto delle medie più importanti, al netto di alcune apprezzabili eccezioni. Per esempio l’Italia occupa una posizione di primo piano in tema di eccellenze agroalimentari, di competitività per le realtà agricole locali e per gli insediamenti di alto valore nelle aree interne del Paese. La tutela dell’ambiente è in generale un ambito in cui occupiamo una posizione molto buona rispetto all'Ue: usiamo energie più pulite, meno combustibili fossili, abbiamo ridotto i gas serra. Cose che si ripercuotono, in un modo o nell’altro, anche sullo stato di salute della popolazione e sulla longevità.
Andando nel dettaglio: ci confermiamo il quarto Paese più popoloso d’Europa (oltre 60 milioni 665mila cittadini) dopo Germania, Francia e Regno Unito (che nelle statistiche viene considerato ancora parte dell’Ue). Oltre 20 milioni di italiani vivono in tre regioni: Lombardia, Lazio e Campania. Nel 2016 ci sono 55,5 persone in età non lavorativa ogni 100 in età lavorativa: la cosa, evidentemente, ha un impatto sui conti pubblici e lo avrà sulla spesa pensionistica futura, specie considerando che non tutte le 100 persone in età da lavoro sono occupate. Continua poi incessantemente a diminuire il numero medio di figli per donna, che da 1,35 nel 2015 scende ulteriormente a 1,34 nel 2016: per garantire ricambio generazionale, e anche sostenibilità del sistema economico e pensionistico, occorrerebbero 2,1 figli per donna. Le donne italiane hanno in media 1,27 figli (1,34 nel 2010), le cittadine straniere residenti 1,94 (2,43 nel 2010): dunque le straniere residenti riequilibrano parzialmente le criticità demografiche, ma tendono ugualmente a fare meno bambini rispetto a qualche anno fa. Dal 2004 a oggi, inoltre, l’età media del primo parto è passato da 30 anni a 31,7 anni, segno che non solo si fanno pochi figli ma anche che si posticipa sempre più avanti il “primo nato” (con buona pace dei messaggi della ministra Lorenzin): è evidente, quindi, che le politiche per il lavoro, specie femminile, e per la famiglia sono ancora insufficienti e che non bastano i bonus una tantum a invogliare le donne, magari sotto-occupate o non occupate, a fare bambini. Nell’Ue a 28 Paesi (ripeto, nel rapporto è ancora conteggiato il Regno Unito) siamo infatti al 23° posto per natalità. Con 3,2 matrimoni ogni mille abitanti, l’Italia nel 2016 è terzultima per nozze (ci si è sposati meno solo in Portogallo e in Lussemburgo): nel Sud ci si sposa mediamente di più, mentre il Nord-ovest è una delle aree cui si sposa di meno in Europa. Gli stranieri regolarmente soggiornanti sono oltre 5 milioni (+0,2% rispetto al 2015) e rappresentano l’8,3% dei residenti: nel contesto europeo, il nostro Paese si colloca all’11° posto per numero di stranieri residenti (in Germania, per esempio, sono il 9,3%). Di questi 5 milioni, circa 4 milioni sono non comunitari, dunque extra Ue: dal 2011 il flusso di cittadini non comunitari è costantemente calato e molti che erano regolarmente soggiornanti si sono spostati in altri Paesi dell’Unione (questo non c’entra nulla con l’aumento dell’arrivo dei profughi, che è tutt’altra faccenda). Tra i cittadini extracomunitari il 50% ha un livello di istruzione da licenza media, il 39% il diploma, l’11% la laurea (tra gli italiani la laurea si attesta al 16%, considerando l'intera popolazione adulta). Nel 2016 le famiglie italiane hanno destinato ai consumi culturali il 6,7% della loro spesa, un valore inferiore alla media Ue (8,5%) e superiore solo a Cipro, Irlanda, Portogallo, Romania e Grecia. Diminuiscono le persone che leggono frequentemente quotidiani (in dieci anni si è passati dal 58% della popolazione al 43,9%) e libri (solo il 40,5% degli italiani ha letto più di un libro nel 2016): la lettura è prerogativa soprattutto delle donne e dei giovani. Oltre la metà della popolazione va invece spesso al cinema e a concerti; un terzo della popolazione pratica con frequenza sport.
In Italia la disuguaglianza è più elevata al Sud (la Sicilia è la regione con maggiori disuguaglianze) e si abbassa nel Nord-est: in confronto con i Paesi Ue, l’Italia ha un tasso di disuguaglianza leggermente superiore a quello medio, che comunque aumenta in tutto il continente, ma alcune zone (come l'Emilia Romagna per esempio e il già citato Nord-est) sono sotto la media Ue. Dunque un riscontro positivo per i nostri territori. L'1% degli italiani possiede il 25% della ricchezza nazionale, sia in termini di redditi che di patrimoni: un dato veramente molto preoccupante. Il tema diventa ancora più grave visto che l’11,9% delle persone vive in Italia in condizioni di povertà, superando del 3,4% la media Ue (che è dunque all’8,1%) e attestandosi al 9° posto tra i Paesi europei con i valori più elevati di povertà. La nostra mozione congressuale, in sostegno ad Andrea Orlando, aveva (e ha ancora) come primo punto proprio la riduzione di disuguaglianze e indigenza, che dal 2007 sono sempre aumentate (ma tra il 2015 a oggi non ci sono scostamenti significativi): bene la legge delega di contrasto alla povertà, approvata della Camere e di cui sono stati firmati i primi protocolli applicativi, ma è solo il primo passo da compiere visto che dobbiamo rispondere a oltre 7 milioni di persone che non riescono a vivere. I più poveri sono gli anziani over 65enni, le famiglie con padri e/o madri disoccupati, nuclei monogenitoriali con minori e occupazioni part-time. Nel Mezzogiorno la quota di indigenti è il triplo che nel Nord del Paese. Contemporaneamente, la quota di persone che si dichiara soddisfatta della propria situazione economica è in aumento (50,5%) e il picco è ovviamente al Nord (56,5%). Il tasso di occupazione è sotto alla media europea (65%) e si attesta al 61,1% (prendendo in considerazione la popolazione tra i 20 e i 64 anni), in lieve crescita rispetto agli scorsi anni. Forte lo squilibrio di genere: lavorano infatti solo il 51,2% delle donne contro il 71% degli uomini. L’incidenza del lavoro a termine si conferma invariata negli ultimi anni, attestandosi al 14%; cresce, di poco, l’occupazione part-time, che coinvolge il 18,8% dei lavoratori. Il tasso di disoccupazione, alla fine del 2016, è all’11,9% (ora ulteriormente in calo di qualche decimale), ma anche qui sono fortissime le differenze territoriali visto che nel Mezzogiorno dichiara di cercare lavoro una persona su cinque (dunque il 20% della popolazione). Nella graduatoria europea, l’Italia è sesta per disoccupazione, assieme a Grecia, Spagna, Croazia, Portogallo e Cipro. Scende però dopo anni la disoccupazione giovanile (attorno al 37,9%), grazie anche alle misure messe in campo in questa Legislatura, ma anche in questo caso sono forti le differenze territoriali (in Calabria la disoccupazione giovanile è al 58%) e di genere (il 54,4% delle ragazze che cercano impieghi non li trovano). Grecia, Spagna e Croazia, assieme all’Italia “vantano” una disoccupazione tra i giovani che è circa il doppio della media Ue (al 20,4%). Sono oltre 2,2 milioni (il 24,3% della popolazione di quella fascia di età) i giovani tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non lavorano, in calo rispetto agli scorsi anni anche grazie al programma Garanzia Giovani, che cerca di trovare o un tirocinio o un percorso formativo o un periodo di apprendistato, ai ragazzi che si iscrivono. Il 26,2% delle persone tra i 30 ai 35 anni è oggi laureata, ma l’Italia continua a ricoprire il penultimo posto in Europa, visto che la media Ue dei laureati per quella fascia d’età è il 38,7% (peggio di noi fa solo la Romania con poco più del 25%). La spesa pubblica in istruzione incide sul Pil solo per il 4%, un valore più basso della media Ue al 4,9% e tra i più bassi del continente (siamo quartultimi per spesa in istruzione e ricerca). Anche in Italia, come in tutti i Paesi Ue, le donne costituiscono oltre il 50% delle persone con un titolo di laurea. Peccato che poi però lavorino meno degli uomini e con stipendi inferiori: quello femminile appare insomma come un problema di civiltà e di avanzamento sociale, prima ancora che di lavoro.
Come si diceva, buone performance arrivano da altri versanti, a partire dalla salute: la mortalità per tumori e malattie del sistema cardio-circolatorio è in costante calo dal 2013 (rispettivamente, nel 2016, 25,8 persone e 31 persone ogni 10mila abitanti). Questi due valori sono tra i più bassi d’Europa, dunque ci ammaliamo meno ed evidentemente abbiamo uno stile di vita e un’alimentazione migliori, anche se siamo tra le popolazioni che fumano di più. Visto il buon livello medio di salute ci confermiamo primi per speranza di vita, stimata in 80,6 anni per gli uomini e in 85 anni per le donne. Altro punto virtuoso è la tutela del territorio e dell'ambiente: le aree protette coprono il 19% della superficie nazionale, la qualità delle acque balneabili migliora di anno in anno, sono in continuo calo i rifiuti urbani (486 kg per cittadino l’anno) e lo smaltimento in discarica, mentre aumentano il riciclo e il riuso. La differenziata ha superato il 47,5%, oltrepassando l’obiettivo del 45% previsto dalla normativa nazionale in materia. Secondo gli obiettivi di Kyoto, entro il 2020 dovevamo tagliare i gas serra del 20% e ora siamo al 19,8%, dunque bene. Sull’agroalimentare siamo il Paese con più certificazioni: i nostri prodotti sono il 27,5% dell’intero ammontare dell’Ue per quanto riguarda i riconoscimenti Dop e il 17,4% per i riconoscimenti Igp. Sempre sulla qualità ambientale e delle produzioni, consumiamo meno energia elettrica rispetto agli altri Paesi e soprattutto, con una quota del 33,4%, l’Italia si posiziona sopra la media Ue (27,5%) per consumi da fonti rinnovabili. Diminuiscono i reati e siamo sotto la media Ue anche per gli omicidi (in 23esima posizione, con 0,78 omicidi commessi ogni 100mila abitanti). Pessimo segnale, invece, è costituito dal fatto che su 10 omicidi 3 siano cosiddetti “femminicidi”; il Nord-est ha la percentuale più alta di omicidi commessi da partner o ex partner della donna. Nonostante il calo di tutti i reati, soprattutto di quelli “comuni” (furto, spaccio, ecc.) la percezione del rischio resta alta: il 38,9% delle persone percepiscono infatti un elevato rischio di criminalità.
Sul fronte delle attività produttive, gli effetti della crisi economica si riflettono ancora in un calo del numero di imprese, che restano comunque 61 ogni mille abitanti: l’Italia rimane infatti tra i primi 8 Paesi Ue per densità di aziende. Il nostro problema è dimensionale, poiché una media azienda italiana ha 3,8 addetti, valore inferiore alla media Ue che è di 5,8 addetti. Dunque, ancora una volta, constatiamo che abbiamo imprese piccole che faticano a crescere. Tra il 2010 e il 2016 la produttività del lavoro in Italia è aumentata dell’1,1%, a un ritmo decisamente inferiore a quello medio Ue (+5,1%). Interessante è il fatto che il nostro tasso di “auto-imprenditorialità” sia al 29,8%: Germania e Francia si attestano rispettivamente al 9% e al 10%. Questo, purtroppo, non significa solo il dato, positivo, che siamo un popolo molto portato a fare impresa, ma certifica anche il dato, negativo, che molti lavori da dipendenti sono diventati a partita Iva o che molte partite Iva nascondono in realtà un lavoratore dipendente. Il Pil pro capite italiano (21mila euro lordi) è aumentato dello 0,8% in termini reali: misurato in potere d’acquisto (confrontando dunque Pil pro capite e differenti livelli dei prezzi nei Paesi Ue) risulta inferiore del 4,5% rispetto a quello medio Ue e più basso del 5% rispetto a Francia e Germania (che ha il Pil pro capite più alto d'Europa, con 28mila euro lordi). Lo scorso anno i prezzi delle abitazioni sono aumentati mediamente in tutta Europa, tranne che nei Paesi con meno crescita economica tra cui il nostro, ma rispetto agli anni precedenti la caduta dei prezzi del mattone si è fermata. Tutti i dati qui riportati, a mio avviso, forniscono indicazioni utili anche per la politica: l’Italia è davvero il “Bel paese”, nel senso che abbiamo una buona cultura del territorio (nonostante scandali ed episodi gravi), stili di vita più sani che altrove, longevità, e abbiamo fatto molto per ridurre emissioni nocive e differenziare le fonti energetiche. Accanto a queste cose, che non possono che essere salutate positivamente, permangono problemi evidenti, che si ripercuotono soprattutto nell’occupazione (specie femminile), nel basso potere d'acquisto medio e nella bassa natalità. Le nostre imprese sono poi magari agguerrite e valide, ma piccole; l’occupazione cresce ma debolmente e il nostro tasso di attività e produttività è insoddisfacente; i giovani vanno relativamente poco all'università, su cui investiamo infatti poco; il livello di disuguaglianza tra i cittadini (pari a quello del Regno Unito, che però ha la capitale più ricca d’Europa, Londra) associato alla persistente povertà e un Pil pro capite inferiore alla media Ue devono farci capire che ridistribuzione, investimento per formazione e ricerca, solidarietà sociale, sicurezze per il lavoro dovrebbero essere al centro delle scelte di governi e Parlamento. Il quadro dell’Istat è utile: fotografa il Paese, inserendolo nel contesto comunitario, e deve essere un’occasione di riflessione anche per la politica.
Firmato il decreto attuativo per l'Ape sociale: le domande da inviare all'Inps fino al 30 giugno
Il 18 aprile il premier Gentiloni ha firmato il decreto attuativo per l'anticipo pensionistico a carico dello Stato, cosiddetta “Ape sociale” introdotta con l'ultima legge di Bilancio: si spera che la misura possa debuttare a giorni, anche se il testo non è ancora approdato in Gazzetta Ufficiale. Tuttavia mi pare giusto dare le coordinate essenziali sull'Ape sociale previste dal decreto: il prestito bancario, che consente al lavoratore che abbia compiuto 63 anni di andare in pensione prima dei aver maturato i requisiti di legge, è restituito agli istituti di credito tramite risorse pubbliche. L'Ape sociale pertanto è destinata solo ad alcune categorie che sono: i lavoratori con 30 anni di contributi che non hanno più impieghi perché assistono un parente di primo grado con handicap grave; i lavoratori con 30 anni di contributi che hanno un'invalidità almeno al 74%; i disoccupati con 30 anni di contributi che non percepiscono più ammortizzatori sociali; i lavoratori con 36 anni di contributi che hanno svolto mansioni gravose, non per forza continuative, per 6 anni negli ultimi 7 (operai dell'edilizia, dell'industria estrattiva, conduttori di mezzi pesanti, conciatori, badanti, maestre d'asilo, alcune professioni sanitarie, ecc). L'Ape sociale garantisce un importo fino a 1.500 euro lordi mensili: l'eventuale quota eccedente è a carico dell'interessato. Le domande vanno indirizzate all'Inps e si ha tempo fino al 30 giugno per rientrare nella prima finestra utile di pagamento della prestazione, che dovrebbe scattare tra settembre e la fine dell'anno. Una seconda finestra per i pensionamenti anticipati è prevista poi tra il primo gennaio e il 30 marzo 2018 e consentirà ai lavoratori di ritirarsi in giugno. La misura ha una natura sperimentale: i fondi stanziati per il 2017 sono pari a 300 milioni e a 600 milioni per l'anno prossimo. L'Inps dovrà effettuare un monitoraggio delle richieste, prevedendo uno scorrimento delle graduatorie in caso le domande eccedessero le risorse disponibili. In quel caso, ovviamente, si dovranno disporre criteri ulteriori in accordo con il Governo. Ancora in fieri i decreti attuativi per l'Ape volontaria (a carico del lavoratore che sceglie di ritirarsi in anticipo) e per il ritiro dei lavoratori precoci dopo 41 anni di contributi: speriamo arrivino a ore o al massimo a giorni.

Confronto positivo con il Governo: le piattaforme non saranno esentate dai versamenti Imu e Tasi
Il 20 aprile ho scritto una lettera al premier Gentiloni per chiedergli di non inserire nel testo finale della manovra correttiva – Decreto che ho illustrato nella scorsa newsletter – una norma, paventata da più fonti, che avrebbe esentato le piattaforme estrattive offshore dall'obbligo di versamento Ici, Imu e Tasi, addirittura con effetto retroattivo a partire dal 2011. Sarebbe stato un regalo alle compagnie petrolifere e un danno erariale consistente per i Comuni che ospitano sul proprio territorio le piattaforme, come Ravenna. Il costo totale per gli enti locali italiani sarebbe stato complessivamente di 300 milioni di euro e per il nostro capoluogo di circa 40 milioni. La lettera, sottoscritta poi da altri miei colleghi, ha avuto un esito positivo e sono soddisfatto che questa sbagliata norma sia stata espunta dal testo ufficiale del Decreto, apparso la settimana scorsa in Gazzetta Ufficiale. Bene, anche perché una scelta differente sarebbe stata in aperto contrasto con la sentenza del 24 febbraio 2016 della Cassazione – che richiamavo nella mia lettera al Governo – che sancisce che tali fabbricati siano ascrivibili al catasto edilizio urbano, dunque assoggettabili come gli altri ai tributi comunali sugli immobili.
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