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«Quasi un milione e 850mila persone sono andate a votare alle primarie del nostro Partito e hanno indicato il segretario in Matteo Renzi, che ha stravinto con il 70,01%. Michele Emiliano ha ottenuto il 10,49%. Il candidato che ho sostenuto, Andrea Orlando, ha preso il 19,5%%. Il risultato dei “gazebo”, sostanzialmente in linea con quello dei congressi di circolo, ha ulteriormente favorito Renzi che – lo ricordo – aveva ottenuto il 66,73% dei circa 265mila voti (parteciparono poco meno del 60% degli iscritti), mentre Orlando aveva preso il 25,26% ed Emiliano l’8,01%. L’ex segretario torna così a guidare il Partito Democratico: è la prima volta che accade, anche perché è la prima volta che un ex segretario – dimessosi in seguito alla sconfitta referendaria, oltre a quella delle amministrative 2016 – si ripresenta. Il risultato evidentemente certifica che, per la base elettorale, Renzi è la persona giusta e, senza tanto girarci attorno, Orlando non ha sfondato. Sul piano locale, nei 91 seggi allestiti nella provincia di Ravenna si sono recati a votare 22.292 elettori, poco sopra il 50% rispetto all’affluenza alle primarie del 2013 quando avevano votato più di 42mila persone: il 76,57% ha oggi espresso la sua preferenza per Matteo Renzi, il 19,74% per Orlando e il 3,69% per Emiliano. Nei congressi di circolo la mozione di Matteo Renzi aveva preso il 66,86%, Orlando il 31,95%, Emiliano l’1,18%: alle primarie, aperte anche ai non iscritti, Renzi ha preso il 10% in più rispetto al voto dei circoli. In Emilia Romagna, infine, Renzi ha preso il 74%, Orlando quasi il 22% ed Emiliano il 4%. Nella nostra regione hanno votato circa 215mila persone: nel 2013 furono 402mila. Ovvero alle primarie del 2017 hanno votato, in Emilia Romagna, quasi 200mila persone in meno della volta precedente.

Dal risultato complessivo del Paese e dei nostri territori possiamo fin da ora rilevare un paio di cose. La prima è il preoccupante calo della partecipazione alle primarie: in Emilia Romagna, dove l’affluenza si è quasi dimezzata, pare che il Pd abbia perso un pezzo di elettorato attivo e coinvolto dalla sua proposta politica. A livello nazionale, faccio notare che quando il Partito Democratico fu fondato, nel 2007, Veltroni venne eletto con il 75,8% di 3 milioni 554mila persone (prese quindi circa 2,7 milioni di voti insomma): certo, il Pd era appena nato e la scelta del segretario fu molto sentita. Ma anche nel 2009, quando fu eletto Bersani con il 53,23%, l’affluenza fu consistente con 3,1 milioni di persone; e nel dicembre 2013, eletto Renzi per la prima volta con il 67,5%, l’affluenza andò a 2,8 milioni. Renzi prese allora quasi 1 milione 900mila consensi: il numero devi votanti era già in calo, ma la mobilitazione era ancora molto vasta. Ora siamo arrivati a 1 milione 850mila persone (meno di quanto prese Renzi da solo nel 2013), con una tendenza palese di disaffezione, soprattutto nel passaggio dalle ultime primarie a oggi. Non si può scaricare la responsabilità su di una persona o su una “compagine” interna. Dunque non credo sia corretto dire che questa disaffezione sia colpa di Renzi: è responsabilità di tutti. Si può dire però che, se le responsabilità di un distacco crescente tra cittadini e Pd vanno condivise, chi guida il Partito ha più oneri degli altri nell’ampliare la base del consenso e nel non perdere pezzi. In 10 anni il Pd, nato per superare le tradizioni politiche precedenti e realizzarne una sintesi innovativa, ha smarrito iscritti e parte dei dirigenti (non solo quelli che sono andati a formare altri movimenti, ma anche quelli che si sono allontanati dalla politica come Enrico Letta). Anche per questo in 10 anni abbiamo smarrito alle primarie oltre un milione e mezzo di persone: credo che il messaggio non sia tenero per nessuno. Restiamo una grande forza politica, l’unica capace di mobilitare democraticamente quasi 2 milioni di cittadini, ma negli anni abbiamo coinvolto sempre meno. Questo deve preoccupare Matteo Renzi, la cui figura gode di uno zoccolo duro persistente ma non riesce a creare un riscontro più ampio; questo deve preoccupare anche chi ha sostenuto Andrea Orlando, perché significa che il nostro Partito non crea grandi spinte o aspettative in una base elettorale che deve essere crescente. Invece pare calante.

La prima considerazione conduce così, inevitabilmente, alla seconda: vincere il confronto interno ottenendo circa 1,3 milioni di voti (nel 2013 erano, come ho scritto sopra, circa 1 milione 900mila) vuol dire, nell’odierno scenario “tripolare”, partire in salita per il confronto più importante, quello che alle prossime politiche deciderà chi deve guidare il Paese. Per spiegarmi meglio riporto due dati: alle elezioni del 2013, segretario Bersani, il Pd prende in termini assoluti 10 milioni 353mila voti (hanno votato il 75% degli aventi diritto e noi ci siamo intestati il 29,5%); alle europee, neo-segretario Renzi, il Pd prende il 40,8% ma su un’affluenza del 57,22%, che in termini assoluti significa 11 milioni 200mila voti, dunque 850mila voti in più rispetto alle politiche. Molti sicuramente, ma non così tanti da far pensare di poterci sedere sugli allori. Quel credito, dato alla nuova fase del Partito che Renzi interpretava, è andato poi scemando alle regionali 2014 e soprattutto alle amministrative 2016. I sondaggi, oggi, danno il Pd attorno al 28%: sappiamo bene che i sondaggi vanno presi con le pinze, ma questa stima associata al calo della partecipazione alla nostra vita interna mi fa pensare che bisogna rimboccarci parecchio le maniche. E che avere un consenso certificato di 1 milione 850mila di persone non basti affatto per stare sereni. Nonostante Andrea Orlando non sia diventato segretario vale dunque ugualmente l’idea che abbiamo sostenuto assieme a lui: bisogna voltare pagina rispetto al recente passato, sia all’interno del nostro Partito sia nelle politiche che metteremo in campo nei prossimi mesi. Anche chiarendo presto le alleanze e la direzione da intraprendere. A fronte di riforme estremamente positive, tra cui un allargamento dei diritti civili senza precedenti nella storia italiana (del testamento biologico scrivo proprio in questa newsletter), sono stati compiuti da Renzi anche passi falsi, che non hanno consentito al nostro Paese di crescere quanto avrebbe potuto e forse dovuto, e che non hanno permesso a grosse fasce della popolazione – dai ceti medi impoveriti ai 7 milioni di indigenti – di trovare risposte verosimili in una narrazione eccessivamente ottimistica sulla ripartenza italiana. Non possiamo permetterci di lasciare questa insoddisfazione agli appetiti delle destre, dunque dobbiamo comunicare e agire con più efficacia. E anche diversamente. La crisi ha creato divisioni profonde nella società, fatto aumentare la forbice tra i ricchi e i poveri (come certificano i dati Istat), eroso il potere d’acquisto delle famiglie e destato preoccupazioni fondate nei giovani circa il loro futuro: Renzi è segretario del Pd e a lui spetta il compito di raddrizzare il tiro, partendo dalle buone cose realizzate, ma fornendo una linea più convincente ai tanti che hanno paura dell’avvenire e rispondendo ai temi in agenda (innovazione tecnologica e lavoro, istruzione, uguaglianza, tenuta pensionistica, rapporto con l’Ue). A tal fine credo sarebbe bene per il segretario: sostenere convintamente il governo Gentiloni e occuparsi innanzitutto del Partito; mostrare uno scarto rispetto agli scorsi anni, ricominciando a coinvolgere di più i non appartenenti alla sua cerchia, lavorando meglio sui territori, affrontando davvero la complessità (che non si risolve mai con ricette semplici) e facendo crescere dirigenti che abbiano chiara in mente la propria rappresentanza. Faccio dunque un grande in bocca al lupo a Matteo Renzi, il nostro segretario: tutti noi gli daremo una mano, mettendo in campo le nostre idee per il futuro del Pd. Ringrazio infine, e tanto, Andrea Orlando, che si è assunto un compito difficilissimo con grande generosità e intelligenza. Io credo sia stato bravissimo: grazie Andrea».