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Il 30 aprile ci saranno le primarie del Pd: il mio sostegno ad Andrea Orlando è netto perché è ora di cambiare strada. In questi anni abbiamo assistito a un calo degli iscritti, della partecipazione, ad alcune sconfitte inequivocabili (non solo il referendum del 4 dicembre, ma anche le amministrative dello scorso anno, il cui esito non è mai stato analizzato), all'uscita di alcuni dirigenti: non penso siano risultati da ricordare con soddisfazione. Sono sempre stato “disciplinato”, come si usa dire nei partiti, e l'ho dimostrato in primo luogo nel lavoro in Parlamento perché credo che se si aderisce a una forza politica non si debba essere disfattisti, ma propositivi, e che remare contro serva poco. Conta migliorare quel che la realtà ci presenta e cercare di portare il nostro contributo. Ritengo inoltre che chi vince abbia la responsabilità di guidare e l'onere di prendere decisioni. Ugualmente, però, ho sempre messo in luce quel che non andava, attendendomi una dialettica interna che invece spesso è mancata; ugualmente presumo che decidere e trarre sintesi non significhi non prendere in considerazione chi non la pensa esattamente come noi. Se Matteo Renzi vincerà le primarie sarà il segretario del Pd, ma spero che allora cambi registro rispetto al recente passato. Sia nei confronti di chi, ineluttabilmente, sarà “minoranza” sia rispetto alla continua drammatizzazione del proprio ruolo: non si vive di solo protagonismo e il 4 dicembre dovrebbe averlo dimostrato.
Ovviamente mi auguro vinca Orlando, il cui atteggiamento non è divisivo, e oggi bisogna ritrovare la capacità di unire che è andata spegnendosi con Renzi nel corso degli ultimi anni. Orlando, l'ho qui scritto già parecchie volte, è l'unico candidato alla segreteria in grado di ricomporre le fratture che si sono create, avendo in mente un progetto “ulivista” ovvero un progetto riformatore che non si preoccupi solo del posizionamento, pur essenziale, in alcune aree del centro, ma che guardi anche a sinistra. Come ha detto lui stesso, intervenendo a Ravenna a inizio aprile, “un partito che si dice popolare e riformista deve aggredire di più le rendite di posizione e contrastare efficacemente l'esclusione sociale: non si tratta di inseguire nostalgie del passato, ma di ricollocare il Pd nel pieno della questione sociale ed europea”. Concordo pienamente. E concordo anche sul fatto che il Pd sia l'unica forza che garantirà la tenuta democratica di questo Paese (dunque che sarà essenziale anche per la tenuta dell'Ue), ma che per farlo deve assolutamente superare l'eccesso di leaderismo, l'arroccamento sul “capo”, il periodo in cui le riunioni terminano esattamente come sono cominciate. Il Pd deve parlarsi di più al proprio interno per poter ricostruire una capacità di dialogo con la società: solo così potremmo ricominciare realmente a costruire un fronte delle forze progressiste che diventi progetto di governo da contrapporre all'avanzata di destre e populismi. Orlando è l'unico in grado di ritrovare la strada per cui il Pd è nato. Dal 30 aprile con Andrea Orlando segretario sarà possibile riprendere con più chiarezza e convinzione le fila del nostro progetto.
Def e manovra correttiva: conti in ordine, ma occorre proseguire con misure per la crescita

Il Governo vara il Decreto per ridurre il deficit, reperendo 3,4 miliardi come da richiesta Ue; secondo il Documento di economia e finanza il Pil aumenterà dell'1,1% e il debito calerà di un punto
L'11 aprile il consiglio dei Ministri ha presentato il Def, ovvero il Documento di economia e finanza che contiene il Pnr (Piano nazionale di riforma), e varato contemporaneamente anche un corposo Decreto che tiene assieme la manovra correttiva da 3,4 miliardi richiesta dall'Europa per ridurre il deficit e altre misure, in particolare per gli enti locali e per i territori del Centro Italia colpiti dal sisma. Il Def, come ogni anno, aggiorna invece i parametri finanziari e delinea le proposte dell'Esecutivo per le politiche nazionali: come sappiamo non è una legge, ma assieme al Pnr fornisce al Parlamento i contorni entro cui si muoverà l'azione legislativa nel prossimo futuro. La manovra correttiva, redatta sotto forma di Decreto, avrà invece un impatto immediato sul bilancio, come da sollecitazione di Bruxelles: nello scrivere parto da quest'ultima, riservandomi di illustrarla dettagliatamente quanto il Dl sarà inviato alle Camere per la conversione e dunque vedremo il testo.
Obiettivo della norma è recuperare risorse: per favorire nuove entrate il Governo è riuscito a evitare aumenti di tasse (a parte le accise su tabacchi e giochi) e si è concentrato su altre azioni di reperimento. Tra queste il cosiddetto “split payment”, ossia una forma di recupero dell'Iva destinata alle Pa, alle società controllate e a quelle quotate: questi soggetti dovranno versare l'Iva direttamente nelle casse dello Stato e i loro fornitori riceveranno le fatture al netto dell'imposta, data appunto subito all'Erario. La misura dovrebbe fruttare 1,3 miliardi di euro. Un forte recupero di fondi avverrà anche tramite una nuova “rottamazione” delle liti fiscali pendenti: fino al 30 settembre i contribuenti con cause aperte con lo Stato potranno far domanda per sanare il loro debito e pagheranno l'importo indicato nell'atto impugnato in primo grado e gli interessi calcolati fino al 60° giorno dalla notifica dell'accertamento. Dunque niente sanzioni e interessi incrementali, ma certezza da parte del fisco di ricevere l'imposta: la misura dovrebbe fruttare circa 2 miliardi. Per far quadrare i conti ci sono poi nuovi tagli alle missioni e ai beni e servizi dei Ministeri, per un ammontare di circa 600 milioni e, come detto, aumenteranno le imposte sui tabacchi e soprattutto sui giochi: dal Lotto al Gratta e vinci raddoppia il gettito erariale (dal 6% al 12%) e cresce anche il prelievo su slot e videolottery. Una cosa positiva anche per disincentivare le ludopatie. Accanto a queste decisioni se ne aggiungono alcune più tecniche come il giro di vite per l'Ace (aiuto alla crescita economica), una deduzione destinata alle imprese che si calcolerà d'ora in poi solo sugli ultimi 5 anni di capitalizzazione (in questo modo la deduzione sarà più limitata e restituirà alcune decine di milioni di euro alla fiscalità generale), mentre si propone di introdurre la cedolare secca al 21% per gli Airbnb, ovvero gli affitti turistici di durata inferiore ai 30 giorni. Tutte queste scelte correggono un possibile sfondamento dei conti pubblici, riducono il deficit del 2017 e contribuiscono all'obiettivo di portare il debito pubblico, nel 2018, al 131%, come da programmazione del Def. Come detto, il Dl varato non contiene solo la manovra di recupero, ma anche altre disposizioni. La più rilevante è l'istituzione delle zone franche urbane nelle aree colpite dai terremoti degli scorsi mesi: a tal fine si costituisce un Fondo da 1 miliardo di euro l'anno per 3 anni destinato alla ricostruzione e al sostegno fiscale alle attività produttive (sconti, esenzioni o sospensioni dei versamenti tributari, seguendo l'esempio di quanto fatto per il terremoto dell'Emilia). Le risorse sono aggiuntive a quelle già stanziate con la legge di Bilancio e che ammontavano a 9 miliardi. Nel Decreto trovano spazio anche la stabilizzazione del Fondo per il trasporto pubblico locale (4 miliardi 800 milioni di euro per il 2017 e circa 5 miliardi dal prossimo anno), norme per il rinnovo del materiale rotabile e l'adeguamento delle linee ferroviarie regionali agli standard di sicurezza nazionali. Da ultimo, viene allentato il turn over negli enti locali al fine di immettere ulteriori 7mila unità di nuovo personale rispetto a quanto oggi possibile. Per i piccoli Comuni è previsto lo sblocco totale, per quelli oltre i 10mila abitanti si passa dal 25% al 75% (dunque ogni 4 pensionamenti si potranno assumere 3 persone e non più una), ma per gli enti che rispettano i vincoli di finanza pubblica il turn over potrà arrivare addirittura al 90%.
Venendo al Def, dal punto di vista macroeconomico il Governo stima la crescita del Pil nel 2017 all'1,1% e all'1% nel 2018 e 2019. Non si tratta di cifre troppo incoraggianti: se i conti sono in ordine, la crescita pare ancora insoddisfacente soprattutto considerando che la media dell'Ue è prevista all'1,8%. Se la Germania è in linea con la media europea, i Paesi dell'Est vanno a ritmi molto sostenuti (com'è ovvio, partendo da livelli inferiori) e la Spagna non più in crisi supera il 2%, va rilevato che l'Italia è ultima in Europa per incremento del Pil. A fronte di tale evidenza, come ha detto il ministro dell'Economia Padoan, “la strategia italiana deve puntare ancora a risanare il debito e far ripartire più decisamente l'economia: siamo in una fase di transizione verso una crescita più solida”. Insomma, la direzione intrapresa è giusta e intenzione dell'Esecutivo è di proseguire con una politica espansiva, ma il nostro Paese – anche a causa dell'enorme evasione fiscale – fatica ancora. Sempre secondo le stime del Governo, nel 2018 il debito pubblico dovrebbe invece scendere al 131% in rapporto al Pil (dal 132%) e il deficit calare, passando dal 2,1% attuale all'1,2%. Per rispettare questi obiettivi la legge di Bilancio dovrà reperire circa 16 miliardi (e 20 miliardi andranno trovati per evitare l'aumento dell'Iva previsto dalle clausole di salvaguardia): la manovra d'autunno, la cui entità complessiva dipenderà comunque dal risultato delle trattative con Bruxelles sui nuovi margini di flessibilità utilizzabili per il 2018, non parte in discesa. Per ora il Def dice chiaramente che si intendono attuare misure di riduzione della spesa e lotta all'evasione per trovare i soldi che servono. A parte questo, certamente il quinto Def elaborato nel corso della Legislatura offre anche l'opportunità di fissare i risultati conseguiti dal nostro Paese in questi anni: vale dunque la pena ricordare che l'andamento del Pil è tornato con il segno positivo solo dal 2014 dopo 7 anni di recessione e che il numero di occupati supera oggi di 734 mila unità il punto di minimo toccato nel settembre 2013. Anche per effetto della decontribuzione e della riforma del lavoro, il miglioramento si è riflesso in una contrazione del numero degli inattivi, del tasso di disoccupazione e del ricorso alla Cassa integrazione guadagni (Cig). Positive le performance sui consumi delle famiglie, in crescita anche nel 2016 (+1,3%) e che il Governo precedente ha sostenuto mediante diverse misure di politica economica, a cominciare dai famosi “80 euro”. Partivamo insomma molto molto male e abbiamo intrapreso la strada giusta: volontà del Governo Gentiloni è infatti “continuare nel solco delle politiche economiche adottate dal 2014, per liberare le risorse del Paese dal peso eccessivo dell’imposizione fiscale e rilanciare investimenti e occupazione”. I lineamenti contenuti nel Pnr (il piano nazionale di riforma) forniranno con ciò i punti principali per la legge di Bilancio 2018, dunque le indicazioni di questi giorni (che approfondirò poi) sono senz'altro importanti. I punti principali del piano sono: revisione della spesa e lotta all'evasione; lavoro e welfare; solidità del sistema del credito; sistema giudiziario; investimenti e sviluppo territoriale.
Tra le misure promosse dall'Esecutivo nel Pnr c'è la decontribuzione triennale sui contratti stabili per gli under 35, ovvero una riduzione del cuneo fiscale e del costo del lavoro dedicata a chi accede ai primi impieghi: secondo le stime, una decontribuzione mirata di questo genere potrebbe attivare 50mila nuove assunzioni. Sempre sul fronte del lavoro, si intenderebbe definire anche un intervento destinato agli impieghi femminili: donne e giovani, dunque, dovrebbero essere al centro delle scelte a sostegno dell'occupazione. Per quanto riguarda il pubblico impiego, sono stanziati 2,8 miliardi per l'aggiornamento della contrattazione: tale cifra consente un aumento medio di 85 euro al mese per lavoratore, mentre le risorse disponibili oggi arrivavano ad aumenti da 35 euro al mese. Dunque molto bene, anche perché il contratto è scaduto da 8 anni. Un altro punto importante è l'intenzione di rafforzare gli interventi per l’inclusione sociale, partendo dalle previsioni contenute nella legge delega di contrasto alla povertà e ampliando dal 2018 le risorse per rendere il “reddito di inclusione sociale”, introdotto dalla legge, uno strumento più universalistico ed esteso a più categorie rispetto a quelle oggi contemplate. L'altra indicazione, su questa materia, è anche di procedere celermente con il riordino delle prestazioni sociali per incrementare il valore del reddito e costruire percorsi di formazione per gli adulti che devono reinserirsi nel mondo del lavoro (il sostegno riguarda infatti le persone e i nuclei famigliari in età da lavoro). Nel Pnr si fa anche cenno a un riordino delle detrazioni fiscali, che in Italia sono centinaia e sono cresciute eccessivamente non garantendo spesso la progressività della tassazione stessa. Dunque il Governo si impegnerebbe a rimettere mano ai tanti crediti di imposta e sgravi per disegnare un quadro più ordinato e anche più equo (non sarebbe errato legare alcuni bonus ai redditi o ai patrimoni complessivi della persona o della famiglia). La concorrenza è un altro dei punti di cui si parla: dispiace dire che il Ddl concorrenza votato nel 2015 dalla Camera è fermo da un anno e mezzo in Senato. Al momento il Ddl è calendarizzato entro aprile, ma il Pnr dà conto della volontà di chiudere rapidamente l’iter e mettere subito in cantiere una nuova legge sulla concorrenza che si concentri su altri settori. Entrano nel Def e nel Pnr anche le privatizzazioni (di un'altra tranche di Poste italiane, di Enel ed Eni), che andranno ovviamente definite con provvedimenti dedicati: il valore del conferimento potrebbe arrivare a 20 miliardi in 4 anni, ma capiremo meglio in seguito come si intende procedere. Tra le ultime cose che voglio segnalare, c'è il via libera ai 47,5 miliardi di investimenti da qui al 2032 previsti nella legge di Bilancio 2017: fondi per i nuovi contratti di programma Rfi (Rete ferroviaria italiana) e Anas (in particolare per le manutenzioni), per i corridoi europei, finanziamenti per le reti regionali, per i lavori sulle metropolitane e sulle strade cittadine, per la rimozione delle barriere architettoniche e i piani di recupero delle periferie sono le voci principali. Il Governo ha annunciato di voler proseguire anche nell’attuazione delle riforme della giustizia già avviate, con particolare riguardo al processo penale e alla revisione della prescrizione.
Per la prima volta, infine, il Def tiene conto degli indicatori del benessere economico, ossia di parametri che esulano dal mero Pil, ma cercano di “quantificare” la qualità della vita, le diseguaglianze economiche, la qualità del lavoro, della salute e il livello di istruzione della popolazione, le emissioni di Co2 e altri gas clima alteranti, la qualità dell'ambiente. Il Governo italiano, primo in Europa e tra i Paesi del G7, ha deciso di introdurre dunque gli indicatori a partire da questo Def: accanto agli obiettivi tradizionali si dovrà tener conto di altre dimensioni che concorrono alla vivibilità di una società, fissandone poi i livelli programmatici. In linea di principio, il benessere trae vantaggio dall’aumento del Pil ma non coincide con il Pil: come auspicato da diverse organizzazioni internazionali (Onu, Ocse, Ue), è tempo che la politica economica assuma impegni per migliorare ambiti più specifici della vita dei cittadini. Il Governo italiano ha intanto, per primo, recepito questa sollecitazione. Per il momento mi fermo qui: da una parte, infatti, il Decreto legge arriverà alle Camere per l'approvazione, dall'altra i lineamenti del Pnr e del Def dovranno trovare sostanza in provvedimenti, e senza dubbio nella manovra di Bilancio per il 2018.

La Camera approva il Decreto che detta nuove regole per la gestione del fenomeno migratorio

Snellimento degli iter per le domande dei richiedenti asilo, che nell'attesa potranno essere impiegati in lavori di pubblica utilità; norme più severe per i rimpatri di chi non ha diritto a restare
Il 12 aprile la Camera ha approvato in via definitiva il Decreto che reca disposizioni per accelerare i procedimenti in favore dei richiedenti asilo e che detta regole più efficaci per il contrasto all'immigrazione irregolare. Dei lineamenti generali della misura avevo scritto nella mia newsletter del 21 febbraio, dopo che il ministro dell'Interno Minniti ne aveva illustrato i contenuti in un'audizione alla Camera: il titolare del Viminale aveva presentato infatti questo Decreto assieme a quello – di cui ho scritto un mese fa dopo il voto di Montecitorio – contenente norme per la sicurezza urbana, integrandoli in un disegno unitario volto a dare più garanzie ai cittadini, tenendo fermo il dovere dell'accoglienza dei profughi che fuggono da situazioni disumane. Di cui nelle scorse settimane abbiamo visto immagini devastant: le persone che fuggono da luoghi come la Siria – ma non è certo l’unico Paese in cui la vita non vale nulla – hanno diritto a ricevere quella protezione che tutte le istituzioni internazionali garantiscono tramite Convenzioni e Dichiarazioni universali.
Tornando al Decreto, in prima battuta il provvedimento si occupa di velocizzare le procedure per il riconoscimento o il diniego della protezione internazionale, consentendo modalità più celeri per i colloqui presso le commissioni territoriali (e quella nazionale) che devono, di fatto, compilare “un dossier” sulla persona, da cui poi dedurre gli elementi per l’assenso o meno della richiesta di asilo. Oggi tali colloqui devono essere verbalizzati, mentre d’ora in poi potranno anche essere registrati con videocamere e, solo in seguito, riportati per iscritto attraverso mezzi automatici di traduzione vocale (cosa che, appunto, snellisce i tempi). Il verbale finale e la videoregistrazione sono poi resi disponibili all’autorità giudiziaria, in caso di ricorso del richiedente asilo contro la decisione. Le 20 commissioni territoriali, composte da operatori specializzati, sono infatti titolate a verificare l’identità e la veridicità delle affermazioni del potenziale rifugiato, tenuto conto della situazione politica e sociale del Paese di provenienza e di quella specifica del richiedente nel Paese, dunque sono titolate a concedere o meno protezione umanitaria; la commissione nazionale per il diritto all’asilo ha invece compiti di indirizzo e coordinamento, ma anche di esame per i casi di cessazione e revoca degli status concessi. Oggi mediamente servono 2 anni per ricevere una risposta alla domanda di protezione: intanto si cerca di abbattere il tempo per la formulazione delle decisioni nelle commissioni, inoltre si istituiscono sezioni specializzate in materia di immigrazione presso ogni tribunale distrettuale (ovvero presso i 26 tribunali di Corte d’appello), per assicurare più velocità ai ricorsi in materia. Le sezioni dovranno essere composte da magistrati già in servizio, scelti perché dotati di specifiche competenze (come l’aver seguito per due anni procedimenti analoghi), mentre per la formazione di magistrati che intendono acquisire competenze saranno organizzati corsi con il contributo dell’Ufficio europeo di sostegno all’asilo e dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati. Le sezioni saranno specializzate per le controversie relative al: diritto di soggiorno in Italia di cittadini Ue e di loro famigliari (diritto che risponde anch’esso ad alcune richieste ineludibili, trascorsi 3 mesi, quali motivazioni di lavoro o studio) e che possono anche essere allontanati per motivi di sicurezza dello Stato; riconoscimento della protezione internazionale o accertamento dello stato di “apolidia”, ovvero il fatto di non possedere alcuna cittadinanza; accertamento anche della cittadinanza italiana laddove si sospetti una falsificazione. Si disciplina quindi la possibilità di impugnazione dei provvedimenti delle commissioni relativi al diniego della protezione internazionale: per tali impugnazioni si elimina un grado di giudizio e si applica il “rito camerale” a contraddittorio scritto anziché l’attuale “rito sommario di cognizione”. Il nuovo rito implica che si depositino memorie scritte o videoregistrazioni e che il giudice decida sulla base di queste. Se la controversia è particolarmente complessa il giudice può chiedere invece l’udienza. Il tribunale deve inoltre decidere entro 4 mesi, e non più 6, sul rigetto o meno del ricorso: in questo secondo caso, al ricorrente si riconosce lo status di rifugiato o la protezione umanitaria. Questa prima parte del Decreto costruisce quindi passaggi finalizzati a uno snellimento degli iter procedurali, compresi quelli della giustizia, rispetto a oggi.
Si modificano poi alcune norme per l’accoglienza dei richiedenti protezione e asilo. Intanto il richiedente deve essere obbligatoriamente iscritto all’anagrafe della popolazione residente: i responsabili dei centri di prima accoglienza o del sistema di protezione Sprar (per i richiedenti asilo) devono comunicare entro 20 giorni il nome del nuovo arrivato all’ufficio anagrafe del Comune. Si sancisce poi che il richiedente, se oggetto di un provvedimento di respingimento già pendente, sia sottoposto a misure restrittive qualora si ritenga che la domanda di asilo sia stata presentata allo scopo di impedire il respingimento o l’espulsione: il trattenimento della persona avverrà nei nuovi Cpr (centri di permanenza per i rimpatri) se il richiedente è comunque sospettato di aver compiuto crimini o di essere pericoloso per l’ordine pubblico o se appunto ci sia il dubbio che la domanda sia stata presentata solo per ritardare l’esecuzione dell’espulsione a suo carico. Infine si inserisce un’interessante innovazione per permettere di impiegare i richiedenti, durante l’attesa di accoglimento o meno della loro domanda, in attività di utilità sociale, cosa oggi vietata. Con ciò si vuole favorire la partecipazione e agevolare la futura integrazione di chi aspetta il permesso di restare in Italia: compiere attività utili alle comunità locali può essere un modo anche per imparare la lingua e conoscere il luogo in cui magari si resterà a vivere. L’impegno è su base volontaria, e credo dipenderà molto dalle capacità degli enti territoriali di coinvolgere le persone che vivono nei centri di accoglienza: gli impieghi possono infatti essere individuati e promossi da Comuni assieme alle Regioni, anche d’intesa con le organizzazioni del terzo settore, con le associazioni datoriali e le associazioni che si occupano di immigrazione. Questa norma, che offre l'opportunità di costruire percorsi per i futuri rifugiati, è un punto valorizzante per il rapporto tra comunità e nuovi arrivati. Si recano poi modifiche al Testo unico sull’immigrazione del 1998 (Turco-Napolitano) per rendere possibile l’allontanamento di uno straniero con permesso di soggiorno Ue (dunque non necessariamente rilasciato dal nostro Paese) e titolare di protezione internazionale se in presenza di fondati motivi di ordine pubblico e sicurezza (è vietato però espellere la persona in uno Stato che possa renderlo oggetto di persecuzione per motivi etnici, religiosi o di orientamento politico). In ogni caso questa norma implica uno scambio maggiore di informazioni tra i Paesi dell’area Schengen e, conseguentemente, il Decreto dà facoltà di inserire più informazioni rispetto a oggi nel Sistema di informazioni Schengen. Il Viminale e la Direzione centrale della Polizia potranno inserire segnalazioni nel sistema europeo, al fine di prevenire l’ingresso di qualcuno non solo in Italia ma anche in altri Paesi membri o al fine di rendere nota una persona alle autorità europee. Per farlo si deve ritenere che una persona abbia commesso un reato grave o abbia intenzione di commetterlo nel territorio di uno Stato Ue. I provvedimenti di espulsione, adottati dal ministro dell’Interno per motivi di ordine pubblico e sicurezza, vengono dibattuti con rito abbreviato. Dunque il Decreto fornisce elementi per rafforzare l’allontanamento di soggetti su cui si nutrono sospetti, confortati ovviamente da evidenze, e per coordinare il lavoro delle istituzioni sovranazionali, cosa importantissima soprattutto sul fronte dei cosiddetti “lupi solitari”, che come abbiamo visto hanno spesso alle spalle provvedimenti e segnalazioni ignoti agli altri Stati dell’Unione.
La parte più “securitaria” del provvedimento, per cui in molti ci accuseranno di essere repressivi e su cui si punterà di più l’attenzione (mentre trovo che il Decreto abbia un senso ampio e organico), riguarda le disposizioni per l’identificazione e l'espulsione. Intanto gli stranieri che entrano in Italia devono essere condotti presso appositi “punti di crisi” e sottoposti a rilevamento delle impronte digitali. Al contempo tutti devono ricevere informazioni sulla procedura di protezione internazionale cui potrebbero aver diritto e sulla possibilità di ricorso al rimpatrio volontario assistito anche immediato. Anche lo straniero irregolare, privo di permesso di soggiorno e che si trovi già sul nostro territorio, deve essere identificato qualora non lo sia stato. L’articolo 19 del Decreto istituisce poi i nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr) dove devono essere trattenuti gli immigrati irregolari da riportare nei Paesi di provenienza: ricordo qui che, per concretizzare il rimpatrio, il Paese di provenienza deve riconoscere la persona come suo cittadino, dunque servono accordi bilaterali con gli Stati e in ogni caso tempo per le verifiche. In questo tempo il cittadino straniero irregolarmente soggiornante viene trattenuto nel Cpr che, a differenza dei vecchi Cie (centri di identificazione ed espulsione) saranno piccoli, uno per Regione, con capienza limitata fino a 1.600 posti totali (dunque le unità per Regione non saranno mai molto oltre il centinaio). La dislocazione dei Cpr è disposta sentito il presidente della Regione, puntando a un’ubicazione esterna dai centri urbani e in strutture di proprietà pubblica idonee. Ai Cpr si applicano le disposizioni sulle visite che valgono per l’ordinamento penitenziario, dunque sono visitabili senza alcuna autorizzazione in qualsiasi momento dalle massime autorità dello Stato, degli enti territoriali e della magistratura. Tale decisione è finalizzata ad assicurare condizioni di rispetto della dignità della persona, cosa che sarà specifico oggetto di verifica soprattutto da parte del Garante dei diritti dei detenuti, che può accedere sempre a ogni spazio del Cpr senza alcuna restrizione. Per la realizzazione e la gestione dei nuovi Cpr (comprese le spese per i rimpatri) sono stanziati 13 milioni di euro tramite il Fondo asilo cofinanziato dall’Ue. Il Viminale autorizza anche l’assunzione di 250 persone a tempo indeterminato da destinare alle commissioni deputate all’esame del diritto all’asilo: la necessità di aumentare le risorse umane nelle commissioni va di pari passo con la necessità di accelerare l’iter delle pratiche e con l’incremento del numero delle richieste di protezione internazionale (da 62mila domande nel 2014 siamo passati a 123mila nel 2016). Faccio infine presente che nessuna delle disposizioni relative al trattenimento o all’espulsione si applica ai minori stranieri non accompagnati per i quali il Parlamento ha approvato in via definitiva la legge che sancisce giustamente che i bambini e i ragazzini vadano sempre tutelati e sia loro sempre destinato un permesso di soggiorno (ne ho scritto nella mia ultima newsletter).
A commento di questo provvedimento vorrei dire tre cose: la prima è che se la politica estera dell’Occidente resterà quella che è (o peggiorerà ulteriormente) dovremo abituarci ad accogliere sempre più persone che fuggono da un inferno che anche i nostri Paesi – con scelte sbagliate – hanno contribuito a creare. Dunque non è il caso di voltarsi dall’altra parte, ma semmai di realizzare politiche migliori sul fronte multilaterale, invertendo una tendenza che parte dall’invasione dell’Afghanistan nel 2001. La destabilizzazione di continenti produce fame, miseria e morte: conseguentemente aumentano le migrazioni, ossia le persone che cercano di sfuggire da fame, miseria e morte. Pare che la direzione della presidenza Trump sia invece un'altra: l'Europa in proposito dovrebbe far sentire una voce comune, perché l'escalation bellica di queste settimane non è quel che serve. La seconda cosa è poi che l’Europa deve fare di più al proprio interno per le politiche di ricollocamento dei profughi, affinché non siano solo i Paesi del Mediterraneo, come il nostro, a dover supplire all’assenza di piani condivisi ed efficaci sul fenomeno. Infine vorrei dire che se c’è un tema su cui il governo Gentiloni è intervenuto con grande determinazione è proprio quello della sicurezza e della gestione delle migrazioni dimostrando una visione corretta, ossia quella di contrastare irregolarità e illegalità, ma di proteggere chi ha diritto a essere accolto. Credo che il Decreto qui riassunto vada esattamente in questa direzione.
La Camera vota il Decreto che abroga i voucher e ripristina la responsabilità solidale negli appalti
La Camera ha approvato il Decreto che abroga i voucher e ripristina la responsabilità solidale negli appalti: del provvedimento, voluto dal governo Gentiloni in primo luogo per disinnescare il referendum promosso dalla Cgil, scrissi quando fu varato. Qui non mi dilungo anche perché la legge è molto semplice e consta di due articoli che rispondono ai due quesiti referendari su cui non siamo chiamati a votare. Il primo articolo sopprime il lavoro accessorio, prevedendo un regime transitorio per i buoni già “comprati” fino al 17 marzo 2017 (data di entrata in vigore del Decreto) e che potranno essere utilizzati fino al 31 dicembre. Segnalo in questo contesto una precisazione del ministero del Lavoro, che ha chiarito che la legge non coinvolge i voucher per il “baby-sitting” o il “contributo per l'asilo nido”, una misura sociale introdotta in via sperimentale nel 2012 e poi prorogata per ora fino a tutto il 2018: la ragione è che tale prestazione (da 600 euro al mese per massimo sei mesi) è concepita per le madri lavoratrici che, terminato il periodo di congedo obbligatorio e tornate al lavoro, possono godere di un aiuto economico per coprire le spese per l'asilo nido o per la baby sitter. Bene dunque, perché, appunto, si tratta di uno strumento destinato alle madri ed erogato sotto forma di voucher spendibili, ma non riguarda la disciplina del lavoro accessorio che è invece abrogata. L'articolo 2 reintroduce la responsabilità solidale tra committente e appaltatore in relazione ai trattamenti retributivi (comprese le quote per il Tfr), contributivi e i premi assicurativi dovuti comunque e sempre ai lavoratori subordinati durante il periodo di esecuzione del contratto di appalto. Se su questo punto non ho niente da obiettare, sul primo fronte sottolineo nuovamente che adesso resta inevasa la questione di come inquadrare i lavoratori che, legittimamente, possono essere considerati come “occasionali”: cito a esempio chi fornisce ripetizioni private, piccoli lavori di giardinaggio, i prestatori d'opera in manifestazioni sportive o culturali, le collaboratrici domestiche, alcuni lavori in agricoltura o nel turismo. Quel che lascia perplessi è che gli operatori sono stati dotati, dal 2003, di uno strumento il cui campo di applicazione è stato negli anni allargato senza controllo e ora, di punto in bianco, vedono una soppressione totale di tale strumento senza una soluzione per determinati fabbisogni. Un conto erano gli abusi, da combattere senza alcun dubbio come da nostra proposta di legge (era all'esame della commissione Lavoro), un altro il vuoto normativo. Vedremo come si intenderà procedere.

La Camera approva la mozione Pd per rafforzare le politiche attive in materia di lavoro

Il 12 aprile la Camera ha approvato la mozione del gruppo Pd per favorire le politiche attive per il lavoro e potenziare i centri per l'impiego. La mancata approvazione della riforma costituzionale, che prevedeva un pieno trasferimento allo Stato delle competenze in materia, non fa infatti venir meno la necessità di attuare un forte coordinamento tra le attività svolte dai centri per l'impiego sui territori, le attività dell'Inps a sostegno del reddito dei disoccupati e il ruolo dell'Anpal, l'Agenzia nazionale. La costruzione di una “filiera” efficiente in questo senso è ancora in corso d'opera, eppure le politiche attive rappresentano e devono rappresentare uno strumento fondamentale per ridurre la disoccupazione. Va fatto presente inoltre che per i servizi dedicati al lavoro il nostro Paese spende annualmente circa 500 milioni di euro a fronte dei 9 miliardi spesi dalla Germania e dei 5 spesi dalla Francia, tanto che ogni 300 disoccupati in Italia c'è un solo addetto (in Germania il rapporto è 21 a 1, ossia ogni operatore segue 21 disoccupati). Dunque, per far funzionare davvero bene il reinserimento di chi perde o cerca lavoro occorre fare di più, rafforzando i centri sui territori e realizzando politiche più concertate a livello nazionale. La nostra mozione, approvata dalla Camera, impegna pertanto il Governo ad attuare un maggior coordinamento con le Regioni, ad adottare misure che accelerino il pieno funzionamento operativo dell'Anpal quale soggetto definito dalla riforma del lavoro come centro delle politiche attive, a incrementare il più possibile le risorse per le politiche attive stesse e per rendere l'offerta dei servizi coerente e congrua con la platea delle persone che cercano lavoro.

Varati in via definitiva gli otto decreti delegati previsti dalla riforma della scuola
Il 7 aprile il Governo ha approvato in via definitiva (dunque dopo l'esame delle Commissioni parlamentari competenti) gli otto decreti attuativi alla riforma della scuola, come da legge 107/2015 cosiddetta “buona scuola”: sistema integrato dell'educazione dagli 0 ai 6 anni fino alla prima elementare, sostegno alla disabilità, effettività del diritto all'apprendimento con nuovi 30 milioni destinati alle borse di studio, sostegno alla cultura umanistica e artistica, e altri ancora i contenuti dei provvedimenti. Tra questi vorrei segnalare in particolare quello relativo al nuovo sistema di formazione e accesso al ruolo degli insegnanti della scuola secondaria (dunque medie e superiori), che credo possa interessare anche i ragazzi e i giovani adulti che intendono intraprendere questo importante lavoro. Quello previsto dal decreto è un cambio di passo rilevante: con il nuovo percorso un laureato magistrale che deciderà di dedicarsi all’insegnamento dovrà prima vincere un concorso pubblico nazionale, poi affrontare un triennio retribuito di formazione sul campo volto all'inserimento progressivo nella funzione docente. Durante il triennio acquisirà le competenze necessarie (pedagogiche, organizzative, tecnologiche); una volta superate le prove intermedie e quella finale l’aspirante docente sarà automaticamente immesso in ruolo senza necessità dell’anno di prova e senza aver dovuto svolgere attività di insegnamento in condizione di precariato. Il prossimo anno dovrebbe essere bandito il primo concorso per una quota dei posti che si renderanno vacanti dal 2021-22 (la formazione è triennale), ma il nuovo sistema entrerà a regime progressivamente per dare risposte coordinate anche a chi ha già intrapreso la professione di insegnante con gli iter precedenti. Il decreto ha dunque cercato di definire i percorsi per il futuro tenendo però conto di chi, attraverso le tante modalità previste dai sistemi di abilitazione che si sono succeduti nel tempo, ha acquisito titoli che non possono andare dispersi. Il nuovo sistema si pone come obiettivo anche di evitare il riprodursi di nuove sacche di precariato. Per quanto riguarda gli altri decreti attuativi, qui le informazioni
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