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Il mio sostegno alla candidatura di Andrea Orlando; chi è uscito ha rinunciato al confronto e alla possibilità di migliorare il Partito Democratico

Sono dispiaciuto per quanto accaduto, ma trovo insensata la scelta di non affrontare il dibattito congressuale. Ora il Pd deve però realizzare un nuovo e più inclusivo progetto per il futuro
Alcuni dirigenti hanno abbandonato il Pd e formato un nuovo gruppo parlamentare: la loro decisione ha creato sconcerto e senso di caos prima di tutto tra la nostra gente. Molti non hanno capito neppure le ragioni di questa scelta. Non sta a me cercare di metterle in fila, lo farà chi se ne è andato. A me sta invece spiegare perché credo nel progetto politico che stiamo costruendo da anni. Ben consapevole dei suoi limiti, ma anche delle sue potenzialità. Il Partito Democratico ha certo parecchi difetti, ma è un luogo di discussione e costruzione: le battaglie politiche si possono fare e si fanno, dentro e non fuori. Matteo Renzi non è stato un segretario dotato di lungimiranza, capacità di ascolto, volontà di aggregazione in passaggi e snodi cruciali. Mentre, il 21 febbraio, si riuniva un'importante Direzione nazionale, Renzi è andato in California a visitare le imprese della Slicon Valley. Credo potesse farlo in un'altra occasione e non condivido il suo atteggiamento, perché gli addii non sono un fatto irrilevante e non devono esserlo soprattutto per chi ha guidato il Partito fino a due giorni prima. Mi rattrista invece personalmente, oltre che politicamente, l'uscita dal Pd del nostro ex presidente di Regione e oggi Commissario straordinario per la ricostruzione del Centro Italia, Vasco Errani. Non appoggio la sua scelta e non l’appoggio perché da persone come Errani ho imparato l'importanza di avere sempre una cultura di governo e la necessità di una sinistra che aspiri a cambiare le cose. Per questo è nato il Pd, progetto di unione tra le tradizioni democratiche più importanti del dopoguerra italiano: per cambiare le cose abbiamo deciso, nel 2007, di aspirare a guidare assieme il Paese, le Regioni, i territori. Si deve andare avanti su questa strada, perseguendola e correggendola se necessario, ma senza rinunciare a quello che insieme abbiamo costruito. La stima personale e l'amicizia per molti che se ne sono andati resta immutata, ma non posso tacere che a mio avviso è stato compiuto un grosso errore. Da un punto di vista politico più ampio questa scissione rischia poi di rafforzare soprattutto il partito di Beppe Grillo. Un movimento, quello sì, leaderistico, verticistico, privo di sfumature e dialogo interno. Un movimento, quello sì, opaco e nascosto, che dello streaming e della trasparenza ha fatto le proprie false parole d'ordine, mentre alla fine siamo noi a fare le dirette delle assemblee nazionali e delle direzioni, a discutere e a fare le primarie il 30 aprile, mostrando il coraggio che solo una comunità aperta possiede. Noi siamo più deboli e a renderci tali sono state motivazioni stratificate, ma pure il binomio di una scarsa responsabilità da parte di chi aveva il dovere di ricomporre i dissidi (l'ex segretario) e da parte di chi, a mio avviso, aveva tutti gli strumenti per lavorare dentro al Pd e organizzare la propria legittima battaglia interna. Sbagliato non provarci nemmeno (per fondare l’ennesimo movimento di minoranza): i margini c'erano, ci sono e negli scorsi anni, aggiungo, sono stati male utilizzati da chi ora ha scelto di uscire dando vita a un nuovo partito, elettoralmente concorrente del Pd. Non resta che prenderne atto.
Noi che restiamo nel Partito Democratico dobbiamo invece rimboccarci le maniche e dare più sostanza al nostro progetto. Dal 2013, essendo al Governo, abbiamo fatto politiche redistributive, per la crescita economica, per la tutela dei diritti, per la sburocratizzazione, per una giustizia più efficiente: tutto questo va rivendicato e Matteo Renzi è stato a mio parere un premier molto migliore di quanto non sia stato come segretario. Da presidente del Consiglio è riuscito a fare alcune cose molto buone, altre opinabili, ma ha senza dubbio contribuito a restituire dinamismo a un Paese stanco e fiaccato. Fare il segretario del Pd però è ben altra cosa dall’essere presidente del Consiglio: non ho infatti votato Renzi allo scorso congresso e non lo voterò in questo. Non ho mai pensato che Renzi, fornito di alcune doti evidenti, sia la persona giusta per guidare una comunità politica vasta e plurale. Credo che il Partito Democratico debba cambiare, che sia indispensabile una maggior condivisione nelle scelte innanzitutto al suo interno, e una piattaforma politica più convincente e inclusiva per le persone che si sono sentite poco rappresentate da una “narrazione” che ha raccontato un ottimismo sovradimensionato rispetto alla realtà. Le politiche di un governo di coalizione sono poi necessariamente frutto di mediazioni: proprio per questo credo che il Pd debba avere un profilo più autonomo. La totale sovrapposizione tra partito e governo non giova invece né all'identità del partito né al lavoro dell'Esecutivo: credo sia un errore vedere il partito come un megafono che serve a propagandare la politica di un governo di coalizione. Il nostro partito è una comunità di persone, portatore di energie e competenze molto diffuse e poco valorizzate. Credo che se avessimo saputo coinvolgere di più le persone, costruire una partecipazione più intensa e frequente dei territori, un confronto più sereno con le associazioni e i sindacati, avremmo commesso meno errori e prodotto un'elaborazione politica migliore. La capacità autonoma di elaborazione politica del Pd è fondamentale per portare al governo quegli ideali uguaglianza, di giustizia sociale e di solidarietà che ci caratterizzano. Senza tale autonomia il partito si indebolisce anche nella sua funzione fondamentale di ascolto della società e di selezione delle classi dirigenti. Per questo ritengo che Andrea Orlando sia la persona più titolata a guidare il Pd: il ministro della Giustizia può rappresentare alcune istanze inevase o scarsamente affrontate in questi anni e, da persona pacata ma ferma qual è, rappresenta inoltre la figura più indicata per questa fase che sarà probabilmente contraddistinta proprio dalla capacità di instradare un governo di coalizione (visto che in seguito alla sconfitta referendaria e alle sentenze della Consulta mi pare ovvio che avremo un sistema tendenzialmente proporzionale). Importante dunque avere come segretario una persona in grado di dialogare con gli altri partiti che serviranno per formare il governo, qualora come spero il Pd vincesse le elezioni. In un sistema proporzionalizzato è poi del tutto evidente che il leader di una colazione che si candida a governare il Paese non potrà essere scelto dagli elettori delle primarie di un solo partito: l'automatismo previsto dallo nostro statuto, secondo il quale il nostro segretario è automaticamente il candidato premier, è una sciocchezza da superare. Oggi scegliamo il segretario del Pd. Il premier bisognerebbe sceglierlo prima delle elezioni, con primarie di coalizione come si fece nel 2012. Per guidare il Pd, intanto, credo che abbiamo bisogno di un segretario che sappia confrontarsi con umiltà e che riapra quei canali di discussione con la società che si sono interrotti. Abbiamo bisogno di qualcuno che sia capace si ascoltare e di unire, non di dividere. L’obiezione che, essendo stato Ministro nel Governo Renzi, Orlando sia organico all’ex segretario mi pare invece molto miope: Orlando, che viene dal Pci e infine dai Ds, è uno dei componenti della sinistra dei Democratici. Come membro di primo piano del Pd ha ricoperto e ricopre un incarico importante, che ha svolto con grande impegno, ma come iscritto candidabile alla segreteria esprime uno stile e un’idea decisamente contrastanti con quelli dell’ex segretario e certamente anche di Michele Emiliano. Lavorare lealmente all’interno di un governo e mantenere una posizione autonoma non sono elementi contraddittori tra loro (e ci mancherebbe altro).
Orlando si è candidato dicendo di non volersi rassegnare “al fatto che la politica debba diventare solo prepotenza”. Non mi rassegno neppure io. E, come Orlando, credo anche che negli ultimi due anni ci sia stato un deficit di analisi che ci ha (ce lo dicono sia le amministrative del 2016 sia il referendum del 4 dicembre) fatto allontanare dalle persone. Il congresso è il momento in cui chiedersi per quali ragioni è avvenuto, in che cosa il nostro lavoro non ha funzionato, come correggere il tiro. Andrea Orlando è a mio parere l’unico candidato che può mettere dentro alla discussione un alto tasso di contenuti e non di slogan. Va infatti irrobustita la capacità di pensare il Paese e di percepirlo: non è una questione accademica, ma una questione che deve portare a un'agenda politica più chiara e comprensibile a tutti, soprattutto a chi è meno protetto e socialmente più debole. Il punto su cui oggi il Pd dovrebbe lavorare di più è quello su cui credo che non abbiamo fatto abbastanza, cioè la riduzione delle diseguaglianze sociali. La disuguaglianza è oggi in tutto il mondo il cancro della democrazia, e un partito che si chiama “democratico” deve dunque lottare per favorire l'uguaglianza: questo è, in buona sostanza, quel che ha detto il ministro della Giustizia all’Assemblea nazionale. Il tema centrale in questo momento è rinnovare i programmi mettendosi convintamente su questa strada, e far maturare una forza di centro sinistra, come l'abbiamo voluta quando è nata, che renda la nostra società più democratica dunque più giusta. Si può fare e lavorerò per farlo, partendo dal congresso e dando il mio appoggio a Orlando. Gli spazi per la discussione ci sono. Chi se ne è andato ha abdicato alla possibilità di utilizzarli.
La Camera approva il Decreto “Milleproroghe”: gli interventi principali dai trasporti al fisco

Viene rifinanziata la Dis-Coll, l'ammortizzatore sociale per i lavoratori atipici; 17 milioni vanno al sostegno ai redditi del comparto pesca; confermati i rinnovi contrattuali per i precari dell'Istat
La Camera il 23 febbraio ha approvato in via definitiva l'annuale Decreto battezzato “Milleproroghe” ovvero il provvedimento che procrastina le soluzioni normative non entrate ancora a regime, prorogando i termini per la loro applicazione o per la realizzazione di una nuova disciplina sulle materie. Nella maggior parte dei casi si tratta di garantire continuità ed efficienza all'azione amministrativa, ma quest'anno il Decreto è piuttosto corposo e va dai trasporti al fisco. Cito i principali provvedimenti.
Quello che ha maggiormente tenuto banco è la proroga al 31 dicembre per la regolamentazione, in capo al ministero dei Trasporti, dell'esercizio di nuove forme di trasporto come quelle offerte dall'applicazione “Uber” e da altri servizi di noleggio con conducente: la cosa ha provocato lo sciopero selvaggio dei taxisti, che anni fa si sono opposti alla liberalizzazione delle licenze e ora si oppongono a un mercato che non li vede come unici protagonisti. Dopo che la categoria ha messo a ferro e fuoco il centro di Roma (con il sostegno del Sindaco Virginia Raggi e di Beppe Grillo), il Ministro Delrio è intervenuto per cercare una mediazione: ci sarà presto un intervento organico sulla materia attraverso una misura che normi un assetto diventato in questi anni plurale e concorrenziale, ma limitando probabilmente alcune forme di trasporto e sicuramente delineando meglio la territorialità di alcune licenze (se si ha un permesso per servizio a noleggio con conducente in una città, non si potrà poi andare a esercitarla altrove). Le proteste dei taxisti sono però a mio avviso irricevibili oltre che gravissime in termini di ordine pubblico: il mercato dovrebbe aprirsi, pur regolamentato si intende, alle nuove realtà del trasporto. Per ora, comunque, nel Milleproroghe la norma resta così e vedremo cosa accadrà nelle prossime settimane. Proroga al 31 dicembre 2018 anche per le concessioni per l'esercizio del commercio su aree pubbliche, dunque per le licenze dei “venditori ambulanti” autorizzati: entro quella data, però, ci dovrà essere un riordino da parte degli enti locali per poi giungere con criteri chiari ai nuovi bandi di gara (come vuole la direttiva Ue Bolkestein, la stessa che regola le concessioni marittime). L'impegno è quello di arrivare al 2019 con un assetto che, nel rispetto della concorrenza, tuteli anche i tanti lavoratori ambulanti che oggi operano legittimamente. Il Decreto, approvato previa voto di Fiducia dunque non modificabile dalla Camera (lo abbiamo varato come ricevuto dal Senato, pena la sua scadenza) ha mantenuto la decisione, sbagliata, di mettere in difficoltà l'attività dei bus low cost, ossia i servizi di trasporto interregionale a prezzo scontato portati in Italia da società estere come Flixbus e Megabus e utilizzati da centinaia di migliaia di persone. Il testo prevede che solo “gli operatori la cui attività principale è il trasporto passeggeri su strada”, e non piattaforme digitali (come è invece la società che gestisce il servizio di Flixbus), possano ottenere l'autorizzazione a operare sulle tratte interregionali: di fatto un blocco alla concorrenza. Non è così che si costruisce un trasporto più vicino ai cittadini, contraddicendo inoltre la direzione in cui vanno tante altre positive azioni sulla materia: fortunatamente abbiamo approvato un Ordine del giorno per cancellare questa norma nel primo provvedimento utile a farlo. Il Governo alla fine ci ha dato ragione, mi auguro sia conseguente. Per finire, sempre sul fronte dei trasporti, è prorogato a fine marzo il termine per il pagamento del contributo per l'iscrizione all'albo nazionale degli autotrasportatori per conto terzi.
Una parte delle misure riguardano invece la Pa, in deroga alla normativa vigente e per soddisfare al meglio le esigenze di alcuni ambiti: l'amministrazione penitenziaria è autorizzata ad assumere 887 agenti tramite lo scorrimento delle graduatorie; l'Istituto superiore di sanità potrà bandire concorsi per l'assunzione a tempo indeterminato di 230 persone; vengono rinnovati i contratti a termine dei ricercatori Istat, fino alle procedure di concorso per l'assunzione e comunque non oltre la fine del 2019. Sempre per far funzionare meglio la macchina pubblica, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) potrà destinare 30 milioni di euro per interventi urgenti e non rinviabili destinati a nuove sedi di uffici giudiziari. Sul fronte del lavoro, scelta senza dubbio fondamentale è stata quella di aver previsto la proroga dell'indennità di disoccupazione per i collaboratori (Dis-coll), ossia l'ammortizzatore sociale per i co.co.co o i lavoratori a progetto, che sarebbe scaduta a fine anno e viene invece “allungata” fino al 30 giugno 2017. La riforma del mercato del lavoro ha infatti previsto un uso residuale dei contratti atipici, favorendo il nuovo contratto a tempo indeterminato e prevedendo l'utilizzo dei co.co.co solo in casi particolari: al momento, però, ci sono molte decine di migliaia di contratti di questo tipo in essere, pertanto viene chiarito che il collaboratore che perde l'occupazione entro la fine di giugno potrà ancora beneficiare di un sostegno al reddito. In seguito la Dis-coll dovrebbe diventare strutturale attraverso la legge delega sul lavoro autonomo, in Aula questa settimana. Sostegno da 17 milioni di euro per il 2017 destinato ai trattamenti di integrazione salariale nel settore pesca (per supportare i redditi durante il “fermo pesca” obbligatorio per legge) e proroga al 31 dicembre per i contratti di lavoro a tempo determinato delle Province, al fine di garantire la continuità dei servizi (con particolare riguardo ai Centri per l'impiego) nel rispetto dei vincoli finanziari vigenti. Si stabilisce poi che, entro un limite di spesa pari a 117 milioni di euro, sia concesso un ulteriore intervento di integrazione salariale straordinaria destinata ai lavoratori di imprese operanti in aree di crisi industriale complessa. Le università potranno prorogare fino al 31 dicembre, con risorse proprie e previo parere favorevole del dipartimento di afferenza, i contratti di ricercatore a tempo determinato, in scadenza durante l'anno, anche a coloro che non hanno ancora partecipato alle procedure di abilitazione scientifica nazionale. Per quanto riguarda il fisco viene estesa a tutto quest'anno la detraibilità del 50% dell'Iva pagata per l'acquisto di unità immobiliari residenziali di classe energetica A e B, mentre scompare dalla dichiarazione dei redditi 2018 l'obbligo di indicare gli estremi di registrazione del contratto di locazione a canone concordato che beneficia della tassa fissa al 30%. Da ultimo, ma importante, il Decreto stanzia ulteriori nuove risorse (32 milioni di euro) per i territori del Centro Italia colpiti dai recenti sismi, e contiene le proroghe sui rinvii dei versamenti fiscali per le zone franche emiliane, al fine di proseguire e terminare la ricostruzione dopo il terremoto del 2012.

Riforma Pa: presentati il nuovo Testo unico del pubblico impiego e altri 4 decreti attuativi

In vigore definitivamente le norme sugli assenteisti, che consentono di licenziare in 30 giorni i dipendenti che frodano Stato e cittadini; dal 30 giugno inizia il riordino delle società partecipate
Il consiglio dei Ministri nelle scorse settimane ha dato il via libera alle correzioni dei decreti attuativi della riforma della Pubblica amministrazione dopo la sentenza della Consulta che, non affermandone l'illegittimità costituzionale per i contenuti, aveva però eccepito sulla mancanza di un'intesa forte con le Regioni (che avevano solo emesso “pareri”). Perciò il ministro Madia ha realizzato un tempestivo intervento correttivo, concertato con gli Enti, e il Governo ha quindi varato in via definitiva le misure che nella sostanza sono ribadite. Oltre a questo, sono stati poi presentati altri decreti attuativi alla legge delega approvata dalle Camere, tra cui il nuovo Testo unico del pubblico impiego. Cerco di fare il punto. Il primo decreto legislativo “corretto” e ora definitivamente in vigore riguarda le nuove norme che permetteranno di allontanare dalla Pa gli assenteisti: simulare un falso ingresso sul posto di lavoro per poi andarsene potrà portare d'ora in poi al licenziamento nel giro di 30 giorni. I tempi per arrivare a decidere sulla sanzione da attribuire al dipendente che non svolge il proprio dovere si riducono da 4 a 3 mesi infatti nella generalità dei casi, ma a un solo mese per tutti i casi in flagranza, ossia per il dipendente che viene per esempio colto nell'atto di timbrare il cartellino per poi andarsene. Sospensione di 48 ore e rischio di licenziamento anche per il dirigente pubblico che non interviene su tali inaccettabili comportamenti. Si tratta di una stretta positiva anche per difendere la stragrande maggioranza dei lavoratori del pubblico impiego, che svolgono il proprio dovere, punendo invece chi il proprio dovere non lo fa e anzi raggira con ciò lo Stato, gli enti pubblici, la collettività. Il secondo decreto approvato definitivamente ed entrato in vigore riguarda il riordino delle società partecipate: tenendo conto della nuova intesa con le Regioni viene posticipata al 30 giugno, con una proroga di tre mesi, la data in cui i Comuni e le Regioni dovranno presentare i piani in cui mettere nero su bianco le partecipazioni da eliminare perché al di fuori di nuovi target (il fatturato di una società partecipata deve essere almeno di 1 milione di euro in tre anni; non possono giustamente più esistere società con più amministratori che dipendenti). Oltre a questa proroga, alle Regioni viene affidata la facoltà di escludere dall'applicazione delle nuove regole società con precise finalità di utilità pubblica.
Cinque, invece, i nuovi provvedimenti presentati il 23 febbraio: parto dai lineamenti principali del decreto che norma il nuovo Testo Unico del pubblico impiego. Viene data una nuova impostazione per le assunzioni, che non saranno più determinate dalla “dotazione organica” cioè dai posti presunti come necessari, ma dal nuovo “Piano triennale dei fabbisogni” ossia tramite una programmazione meno rigida e che potrà differenziare i vincoli del turn over all'interno dei diversi settori della pubblica amministrazione tenendo conto delle esigenze degli uffici. Obiettivo è quello di favorire gli enti in base al reale bisogno di personale, alle effettive attività svolte o da svolgersi perché programmate, garantendo le unità che servono. Saranno le singole Pa a dover adottare il “Piano triennale”: sulla base dei numeri individuati potranno essere poi parametrati i concorsi e i posti per le assunzioni. Per superare il precariato “storico” delle Pa si dà invece il via libera a un piano straordinario di assunzioni 2018-2020: in base al proprio fabbisogno (e a fronte della copertura finanziaria) le Pa potranno stabilizzare a tempo indeterminato personale non dirigenziale già selezionato previa concorso e che abbia maturato almeno 3 anni di servizio, anche non continuativi, nei precedenti 8 anni. Nello stesso triennio, il personale precario che non abbia invece superato alcun concorso per l’ingresso ma abbia i requisiti di continuità previsti (3 anni di servizio negli ultimi 8) potrà accedere a una corsia preferenziale sui nuovi bandi, dunque a questi lavoratori è destinata una “riserva” sui posti, sempre comunque determinati dai Piani di fabbisogno. Oltre al piano straordinario di assunzioni, si mettono poi paletti per evitare il ricorso futuro al lavoro precario: le Pa non potranno più stipulare contratti di collaborazione coordinata continuativa (co.co.co.) oggi ancora previsti nel pubblico impiego. Per quanto riguarda i tempi determinati e i contratti in somministrazione, le amministrazioni pubbliche possono stipularli “soltanto per comprovate esigenze di carattere esclusivamente temporaneo o eccezionale” attingendo in prima battuta alle graduatorie in essere. Questi contratti, in ogni caso, sono vietati alle amministrazioni che devono riassorbire i propri precari attraverso il piano triennale di stabilizzazioni. Lievissima revisione dell'articolo 18, che per il pubblico impiego resta com'è sempre stato ossia con il diritto al reintegro a fronte di licenziamento senza giusta causa: l'unica differenza è che, in caso di licenziamento illegittimo, d'ora in poi il lavoratore avrà diritto oltre al reintegro a un risarcimento che copre al massimo 24 mesi di stipendio perduto durante il processo di accertamento. Oggi il lavoratore aveva diritto a un ristoro economico su tutto il periodo in cui non aveva lavorato nella Pa, anche se superiore ai 2 anni: viene dunque posto un limite massimo al risarcimento economico, lasciando tutto il resto intoccato e fatte salve le possibilità di licenziare per giusta causa o in flagranza di illecito o per un illecito comprovato, come scritto sopra. Infine, due passaggi importanti: il primo è il rapporto tra la legge e la contrattazione collettiva, il secondo riguarda le visite fiscali. Si specifica che la contrattazione collettiva sia subordinata alla legge qui esposta per quanto riguarda le sanzioni, il licenziamenti, la mobilità e le regole generali per la valutazione delle prestazioni ai fini del salario accessorio (di cui scrivo a breve). La contrattazione collettiva, in coerenza con il settore privato, disciplina invece la struttura del contratto, i rapporti tra i diversi livelli, le regole più puntuali sulle valutazioni, la durata dei contratti nazionali e integrativi. Gli accertamenti medico-legali sui dipendenti pubblici assenti per malattia passano in via esclusiva all'Inps: obiettivo è rafforzare l’efficacia dei controlli tramite un’unica banca dati, quella dell’Inps appunto, per massimizzare inoltre il “tasso di rendimento” delle visite fiscali. La certificazione medica dovrà obbligatoriamente essere inviata per via telematica. Si rimanda invece a un ulteriore decreto ministeriale l'eventuale armonizzazione tra pubblico e privato della fascia di reperibilità a fronte di assenze per motivi di salute: oggi le fasce sono di quattro ore al giorno per il privato e di sette per il pubblico.
Altro decreto presentato è quello che norma la valutazione delle performance dei dipendenti pubblici: la valutazione dei risultati, che fa in capo alle amministrazioni, riguarderà in primo luogo gli uffici nel loro complesso e solo in seconda battuta i singoli dipendenti. Mi pare un’interessante novità, perché premia il lavoro collegiale che credo sia centrale in tutti i lavori ma in particolar modo in quello della Pa. A definire i “buoni risultati” saranno le priorità generali strategiche nazionali, che andranno diversificate a seconda dei settori: a puro titolo di esempio, potranno essere cruciali parametri come il rispetto dei tempi nei pagamenti ai fornitori, l'incremento della digitalizzazione, il rispetto dei vincoli di finanza pubblica, ecc. Gli obiettivi specifici delle amministrazioni saranno invece fissati dall'ente stesso. I dirigenti sono i primi responsabili dell'attribuzione dei trattamenti economici, tenuto però conto di nuovi meccanismi di distribuzione delle risorse affidati al contratto collettivo nazionale che stabilirà la quota da destinare rispettivamente alla performance organizzativa e a quella individuale e criteri idonei a garantire che alla differenziazione dei giudizi corrisponda un'effettiva diversificazione dei trattamenti economici correlati. Il rispetto delle disposizioni in materia di valutazione non costituisce solo condizione necessaria per l'erogazione di premi e salario accessorio, ma sarà centrale anche per il riconoscimento di incarichi di responsabilità e di incarichi dirigenziali. Se i risultati sono negativi, la responsabilità potrà avere impatti anche sulle progressioni di carriera dei componenti degli uffici. Per la prima volta, poi, i cittadini potranno esprimersi sui risultati degli uffici stessi, mediante un rilevamento della soddisfazione degli utenti sulla qualità dei servizi resi. Riassumendo dunque: la valutazione dovrà innanzitutto misurare il lavoro degli uffici e in seconda battuta dei singoli; la distribuzione delle risorse sarà decisa in maniera prioritaria dai contratti nazionali; la valutazione negativa peserà sulle promozioni; i cittadini potranno dare un giudizio sui servizi. Un altro decreto riguarda aspetti tecnici per la riorganizzazione del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, dopo l’avvenuto trasferimento in capo al medesimo delle competenze del Corpo forestale in materia di lotta contro gli incendi boschivi e di spegnimento con mezzi aerei. Un'altra misura riordina le quattro Forze di polizia (Polizia di Stato, Arma dei carabinieri, Corpo della guardia di finanza e Corpo di polizia penitenziaria) per immettere nuove unità a sostegno dell'intero settore della sicurezza e riordinare le carriere del comparto: in ballo, su entrambi i fronti, ci sono 600 milioni di euro per quest'anno e oltre 1 miliardo sul 2018. Per accedere, tramite concorso e dopo il corso di formazione, alle carriere di ispettori e ufficiali occorrerà inoltre avere un titolo di studio universitario. Infine, un ultimo decreto disciplina il nuovo documento unico di circolazione, che attesterà anche la proprietà degli autoveicoli: un documento solo al posto dei due attuali.
Con questi decreti attuativi la riforma della Pa, varata a metà del 2015 e certamente una delle più complesse e significative di tutta la Legislatura, è in dirittura di arrivo. Precedentemente infatti sono entrati in vigore il riordino delle Autorità portuali, lo snellimento delle procedure per la Conferenza dei servizi, la semplificazione della Scia, la riduzione delle Camere di commercio, le norme che consentono l'accesso da parte dei cittadini agli atti della Pa. Ancora da attuare definitivamente la riforma della dirigenza pubblica e di quella sanitaria, che entreranno in vigore a stretto giro. Si tratta di un risultato molto importante che contribuisce a rafforzare il sistema amministrativo. Un fatto da rivendicare, esito del lavoro di un Governo di centro sinistra.

Omicidi domestici: la Camera approva la legge che tutela finalmente i figli delle vittime
Il 1° marzo la Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge di iniziativa parlamentare volta a rafforzare le tutele per gli orfani di crimini domestici. Il provvedimento interviene intanto sull’omicidio aggravato dalle relazioni personali, che oggi riguarda il solo omicidio del coniuge punito con la reclusione da 24 a 30 anni: la misura aumenta la pena estendendola fino all’ergastolo, ma soprattutto contempla tra questi tipi di assassinio non solo la morte della moglie (o del marito, ma sono casi molto molto minoritari), ma pure dell’ex moglie (o ex marito) da cui si è separati e del convivente a qualunque titolo (unione civile o meno). Va precisato inoltre che l’autore del crimine non è necessariamente il genitore del figlio della vittima e che per “orfani di crimini domestici” si intendono anche persone di maggiore età ma non economicamente autonome dalla famiglia. Dal punto di vista procedurale la norma vuole dare risposte, già nelle prime fasi del processo, al figlio che ha perso il genitore innanzitutto garantendo l’accesso al patrocinio a spese dello Stato. La maggior tutela viene perseguita anche anticipando al primo grado di giudizio la liquidazione del danno patito: oggi accade infatti che, dopo un lungo iter nel quale i figli si costituiscono parte civile, alla condanna penale del reo si accompagni solo una generica condanna per la responsabilità civile che obbliga poi la parte lesa ad avviare una nuova causa per ottenere la liquidazione del danno. Non sarebbe più così: la proposta prevede che, quando si procede per tale tipo di omicidio, il giudice in sede di condanna anche non definitiva assegni almeno il 50% del presumibile danno che sarà integralmente liquidato in seguito. Altro aspetto importante è che la legge interviene sull’indegnità a succedere, rendendo automatica la sua applicazione: il marito che uccide la moglie, per fare un esempio chiaro, non eredita nulla e gli eventuali beni vanno automaticamente ai figli (ugualmente oggi si deve promuovere un’azione civile per ottenere questo risultato) così come la pensione di reversibilità. Si prevede infine che i figli delle vittime di omicidio domestico abbiano diritto all’assistenza psicologica gratuita e siano esenti da spese per le prestazioni sanitarie e farmaceutiche in seguito al trauma. Se minore, il figlio delle vittima potrà essere dato in affido (se l’omicida è il padre o la madre, dunque è ancora vivo) privilegiando i parenti fino al terzo grado. Si incrementa infine di 2 milioni di euro annui il Fondo per vittime della mafia e reati violenti, che viene destinato anche ai figli delle persone uccise da compagni/e o mariti/mogli, non solo per la copertura delle spese sanitarie o legali ma pure per l’erogazione di borse di studio e l’inserimento lavorativo degli orfani. Sono misure che danno risposte importanti a chi, oltre a perdere un genitore, si ritrova attualmente in una situazione di oggettiva difficoltà economica e legale. La discussione del provvedimento passa ora al Senato.

Al via il “sismabonus”: detrazioni fino all'85% sui lavori per la messa in sicurezza degli edifici
Il ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, ha firmato il 28 febbraio il decreto che dà attuazione al credito di imposta per la messa in sicurezza antisismica degli edifici privati, istituito con la manovra di Bilancio 2017. Il pacchetto, composto da un decreto, da linee guida e da un modello di asseverazione, rende operativo dal 1° marzo il nuovo sconto fiscale che può coprire fino a un massimo dell’85% della spesa sostenuta dai cittadini. Si stanziano a tal fine oltre un miliardo di euro l’anno fino, almeno, al 2021. Il sistema messo a punto individua otto classi di rischio sismico, dalla A+ alla G (rischio più grave): per accedere allo sconto fiscale, il proprietario di un immobile dovrà incaricare un professionista di valutare la situazione esistente e la classe di rischio. Il professionista dovrà poi progettare un intervento di messa in sicurezza, stimando il miglioramento possibile. A seconda dell’intervento conseguito, dunque a seconda della qualità del miglioramento ottenibile, sarà possibile ricevere uno sconto fiscale progressivo: si va dal 50% per lavori più basilari fino all’80% per quelli più strutturali, mentre per le parti comuni dei condomini si potrà salire all'85%. Tutte le detrazioni potranno essere ricevute nell'arco di cinque anni e riguardano prime e seconde case, ma anche i capannoni delle attività produttive, per i quali è prevista una procedura agevolata. I cittadini avranno quindi a disposizione uno strumento per ottenere la riduzione del rischio sismico sulla propria abitazione, concretizzando una delle parti più significative del progetto del Governo Renzi, denominato “Casa Italia”, che punta alla prevenzione antisismica del patrimonio pubblico e privato. La speranza è che ci sia un ampio utilizzo dello sconto, molto simile nella filosofia di fondo agli “ecobonus” in vigore da anni. Per saperne di più clicca qui

Alternanza scuola-lavoro: il 36,1% degli studenti delle superiori ha svolto un periodo in azienda
Al centro di polemiche e contestazioni, la legge 107/2005 chiamata “Buona scuola” ha però intanto prodotto un risultato a mio avviso positivo grazie all'introduzione dell'alternanza scuola-lavoro: se è vero che abbiamo un problema grave di disoccupazione giovanile, credo che legare maggiormente il percorso di studi alle attività lavorative sia una scelta sensata. I recenti dati forniti dal ministero dell'Istruzione ci dicono che, nello scorso anno scolastico, il 36,1% degli studenti degli ultimi anni delle superiori ha svolto periodi di formazione in azienda. Guardando le ripartizioni si tratta di circa il 50% degli studenti degli istituti tecnici, di circa il 60% di quelli dei professionali, e di poco meno del 20% per i licei. Una fetta di studenti, soprattutto liceali come si evince dai numeri, ha scelto invece “l'alternanza” nell'istituto sotto forma di esperienza aziendale “simulata”, oppure un periodo distaccato in enti pubblici, ordini professionali, biblioteche. La stragrande maggioranza degli imprenditori che hanno aperto le porte agli alunni, in seguito ad accordi con gli istituti, è concentrata nelle regioni settentrionali (Lombardia in testa, seguita da Veneto, Piemonte, Emilia Romagna). Complessivamente la novità ha comunque toccato in vario modo 652.641 studenti, mentre l’anno prima i giovani che avevano effettuato un periodo di apprendistato, presso enti pubblici o imprese, erano stati 273.111. Lobiettivo fondamentale è far decollare un rapporto più saldo tra formazione e lavoro, sulla falsariga del sistema duale tedesco (dove la disoccupazione giovanile è sotto il 10%).
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