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Prima di dar conto, come sempre, del lavoro della Camera nelle scorse settimane, vorrei dire alcune parole su quanto sta accadendo all'interno del nostro Partito. Come sappiamo domenica si è tenuta l’assemblea nazionale che, di fatto, è stata il primo passo verso il congresso deliberato dalla Direzione del 13 febbraio. Matteo Renzi si è dimesso; alcune personalità del Pd (Bersani, Rossi, Emiliano, Speranza) stanno uscendo dal Partito. La nostra gente, i nostri iscritti o elettori o simpatizzanti, sono legittimamente in preda a un vasto disorientamento. Una parte del Pd da settimane agita il fantasma della scissione, che si sta concretizzando (al momento non è pervenuta realmente, ma si vive sul “chi va là” e magari quando riceverete questa newsletter ci sarà stata compiutamente), si parla di “resa dei conti” e in generale abbiamo assistito a un irrigidimento delle posizioni più “estreme”. Tutto questo a mio avviso ha come conseguenze che: si fatica a entrare nel merito delle questioni che ci hanno portato a questo punto; ci si dimentica il Paese reale cui tanti dicono di voler dar voce; si sta distruggendo la strada di una rappresentanza unitaria del centro sinistra che stiamo percorrendo da 10 anni cioè dalla nascita del Pd nel 2007. Io credo che di fronte ai problemi dei cittadini, della sinistra e anche della politica, la scissione non sia una risposta minimamente utile. Anzi. Ugualmente credo che una leadership non debba mai essere arroccata in se stessa e abbia il dovere, nei confronti della comunità che rappresenta, di fare analisi serie. Una rottura interna al Pd è insomma una sconfitta per chi resta e per chi esce: il Pd, lo ricordo, è l’unico partito italiano nato da una sintesi politica e per realizzare una sintesi politica. Dunque è la casa di tradizioni riformiste differenti che cercano (con fatica, perché è un lavoro faticoso) di trovare risposte alle enormi sfide globali del XXI secolo. E di arginare le pericolose destre che in tutto l’Occidente stanno prendendo piede.
Per quanto mi riguarda l’obiettivo rimane quello di contribuire a fornire soluzioni ai tantissimi temi che abbiamo sul tavolo, continuando a governare bene il Paese fino all’ultimo minuto utile prima del voto e sostenendo le amministrazioni dove abbiamo una maggioranza. Questi obiettivi saranno tutti in salita, d'ora in poi. Io non sono “renziano”, non sono ovviamente “bersaniano”, sono un deputato del Pd, iscritto a un partito che è una sede di ascolto e dialogo, e sono di sinistra. Non sempre quel che è stato fatto in questi anni mi ha convinto pienamente, ma so che faccio parte di una comunità più vasta. In questi anni, posizioni più ragionevoli e realistiche di quelle di chi ora sbandiera la scissione (che per me equivale a una sciagura), hanno lavorato alacremente svolgendo il compito più difficile ovvero mediare e migliorare provvedimenti, decisioni, e anche i toni del dibattito. Per la mia esperienza parlamentare queste posizioni sono state molto preziose e le più costruttive. Concludo dicendo che capisco perfettamente le persone che hanno un grave senso di spaesamento. Ce l'ho anch'io. Fino all'ultimo secondo, spero che i compagni che vogliono andarsene ci ripensino. Se lo facessero sul serio, invece, farebbero un favore alle destre e non aiuterebbero neppure minimamente le molte voci alternative all'ex segretario Renzi presenti nel nostro Partito.
Contrasto all'immigrazione irregolare, tutele per i richiedenti asilo: gli interventi del Governo

Il 10 febbraio l'Esecutivo ha varato due Decreti, i cui contenuti erano stati illustrati dal Ministro Minniti alla Camera: sicurezza urbana e un nuovo modello di accoglienza al centro delle misure
L'8 febbraio, in un'audizione alla Camera, il ministro dell'Interno Marco Minniti ha illustrato i temi fondamentali di cui si sta occupando il suo Dicastero e che hanno preso forma in due Decreti varati poi il 10 febbraio dall'Esecutivo. Provo a sintetizzare quanto detto alla Camera per fornire una cornice più vasta in cui inserire i testi di legge licenziati.
Minniti ha affrontato due questioni, concretizzatesi nelle due misure deliberate: sicurezza nelle città, tenendo presente la minaccia terroristica; gestione dell'immigrazione. Sottolineando a più riprese che le due cose non sono affatto legate l'una all'altra ma rappresentano i nodi più impellenti da sciogliere. Per quanto riguarda il terrorismo, con l'attacco di Natale a Berlino si è ravvisata un'evoluzione nelle modalità di aggressione, con un ulteriore slittamento verso il principio dell'imprevedibilità. Le cellule isolate dell'Isis in territorio europeo non sono una novità, così come l'uso di un camion, già purtroppo sperimentato nella sanguinosa strage di Nizza (e ampiamente propagandato dai vertici militari dell'Isis come modalità terroristica): la principale differenza è che il tir di Nizza è stato preso in affitto qualche giorno prima, quindi le possibilità di reazione delle forze dell'ordine avrebbero potuto “beneficiare” di un tempo maggiore, mentre a Berlino ci si è trovati di fronte a un sequestro lampo di un mezzo con un autista inconsapevole e che infatti è stato subito ucciso. I tempi di reazione per un eventuale contrasto della polizia si riducono così al minimo, approssimandosi al nulla. Questo comporta una riflessione generale sulla prevenzione, che deve tenere assieme il lavoro dei servizi segreti e i presidi delle forze dell'ordine. Se il rischio zero, come si è detto più volte, non esiste, l'Italia è però dotata di un'intelligence di ottimo livello, mentre per quanto riguarda il controllo del territorio lo scorso anno sono state messe in campo nelle città un numero molto superiore di uomini (della Polizia e in alcuni grandi centri dell'Esercito). Intelligence e presenza rafforzata del comparto hanno portato a buoni risultati, finora il nostro modello di sicurezza ha funzionato, ma gli esiti non sono mai acquisiti una volta per tutte né le metodologie che vanno anzi sempre aggiornate. Proprio per affrontare episodi di imprevedibilità molto alta dobbiamo tenere assieme il lavoro dei Servizi – perché chi conosce di più è meglio difeso – e un capillare presidio dei luoghi, tale da rendere difficile lo spontaneismo delle azioni. Per fare un ulteriore salto di qualità il Governo ha infatti dato il via libera al Decreto che reca disposizioni per la sicurezza urbana: la misura è finalizzata a realizzare un modello integrato (più coordinato che centralizzato) tra i diversi livelli istituzionali, anche mediante la sottoscrizione di accordi tra Stato e Regioni e patti con gli enti locali. In particolare si vuole rafforzare la cooperazione tra prefetti e sindaci, per incrementare i servizi di controllo del territorio, mentre i primi cittadini potranno avere più poteri per contrastare l'insorgere di fenomeni di illegalità (spaccio, occupazione di aree urbane, commercio abusivo): per reati che possono generare allarme sociale il Decreto rafforza infatti l'apparato sanzionatorio amministrativo, contemplando tra l'altro la possibilità di vietare ad alcuni soggetti ritenuti pericolosi la frequentazione di alcune zone. A mio avviso, più che uno schema “repressivo”, il Decreto cerca di far dialogare di più i livelli istituzionali, dando maggiori poteri ai primi cittadini perché i territori sono protagonisti della sicurezza, dunque da loro può dipendere anche la prevenzione: un rapporto più dettagliato possibile con il territorio può fornire gli strumenti che servono anche a livello nazionale. Contestualmente Minniti ha confermato gli interventi destinati ai comparti delle forze di difesa: nella legge di Bilancio c'è un impegno per aumenti salariali e nuove assunzioni, mentre un nuovo Ddl contiene misure per il riordino delle carriere. Tutte queste scelte forniscono dunque più garanzie interne. Ma, come sappiamo, c'è un tema sovranazionale, cioè il presidio dei confini esterni dell'Unione europea. Se Minniti si è giustamente detto un forte sostenitore dell'accordo di Schengen per la libera circolazione all'interno dell'Ue, cosa che condivido, a maggior ragione occorre monitorare le uscite e gli ingressi dall'Unione.
Partendo da qui si sviluppa ineluttabilmente un ampio ragionamento sulle politiche di gestione dei flussi migratori. Tornando a dire innanzitutto che è “sbagliato e fuorviante dal punto di vista analitico” associare immigrazione e terrorismo, ma anche immigrazione e insicurezza. “Farlo non ci fa capire nulla e non capire è la cosa peggiore che si posa fare, perché conduce a non avere una visione corretta della realtà”. Tenuto presente questo – su cui insisto molto anch'io perché non vanno alimentate idee prive di fondamento, oltre che razziste – resta chiaro che l'immigrazione è una questione cruciale nel mondo contemporaneo e che questo fenomeno tanto impattante va governato. Per governarlo bisogna aver ben chiare due cose: che ci sono persone che fuggono da guerre, stragi e carestie; che va compreso il sentimento di disagio della nostra popolazione. L'Italia in questi anni ha fatto un enorme sforzo e a dircelo sono alcuni dati forniti proprio dall'Ue: nel 2016 dalla rotta balcanica occidentale i flussi di migranti sono calati dell'84% rispetto al 2015; da quella balcanica orientale del 72%; dalla rotta mediterranea centrale (quella che arriva sulle nostre coste) i flussi sono aumentati del 18%. Inoltre: secondo un accordo siglato ormai due anni fa dai Paesi Ue si sarebbe dovuta avviare una ricollocazione dei profughi tra gli Stati membri (fu anche sancita l'obbligatorietà della ricollocazione stessa) e per l'Italia furono previste 40mila ricollocazioni di profughi in altri Paesi. Finora ci sono stati solo 3200 spostamenti: in questi anni abbiamo assistito a un'evidente indisponibilità da parte di molti Stati europei senza però nessun tipo di sanzione, che invece dovrebbe essere prevista. Questi dati ci dicono che dobbiamo ottenere ancora moltissimo in Europa, ma che intanto occorre continuare ad affrontare adeguatamente il fenomeno: bisogna insomma lavorare partendo dal livello nazionale e facendo da “apripista”. L'idea di contenere i flussi migratori allude poi al tema, molto più vasto, dello sviluppo dell'Africa, che sarà centrale per il futuro europeo: se l'Africa cresce, l'Ue starà meglio. È un tema su cui l'ex premier Renzi aveva molto insistito, proponendo a Bruxelles un pacchetto di misure e di aiuti economici diretti a singoli Stati africani. Anche in questo caso, se l'Italia è stata in prima linea, l'Europa non ha seguito con convinzione la strada tracciata. Ruolo cardine per i flussi migratori è ricoperto dalla Libia: nel 2016 il 90% dei migranti arrivati in Italia sono partiti da lì, ma quasi nessuno dei migranti giunti da noi è libico. La Libia fa da luogo di smistamento e raduno. Il Governo Gentiloni ha di recente siglato un accordo con il Governo libico riconosciuto dalla comunità internazionale: si tratta di un documento realizzato in maniera bilaterale, per iniziativa italiana. Con l'accordo, le autorità libiche si impegnano a una vasta azione di contrasto agli scafisti (che rappresentano un'ingente potenza economica e criminale), a sgominare le “piazze di partenza” cioè i luoghi in cui i migranti vengono radunati per arrivare in Europa e in Italia, a monitorare le frontiere del sud della Libia da cui arrivano la maggior parte delle persone. L'Italia darà sostegno nella costituzione di una polizia costiera libica più efficiente, supporto generale alle forze dell'ordine, supporto economico per lo sviluppo del Paese. Importante e previsto dall'accordo, poi, è che i migranti non vengano in alcun modo detenuti (come successo in passato con Gheddafi): dunque le autorità libiche dovrebbero non solo rispettare i diritti umani, ma provvedere a rimpatri dei migranti nei Paesi di provenienza. Una cosa molto difficile, ovviamente. Non a caso l'Italia sta per “chiudere” un altro accordo con la Tunisia, che si impegnerebbe a ricevere 200 migranti al mese provenienti dalla Libia garantendo loro protezione umanitaria. Compito dell'intera comunità internazionale sarebbe comunque quello di aiutare la Libia ad avere una struttura statale chiara, problema gigantesco di politica diplomatica che non possiamo di certo affrontare da soli.
Altra faccenda è la creazione di un nuovo modello di accoglienza in Italia. Il Viminale intende rivedere le modalità di distribuzione sul territorio dei migranti in attesa di ricevere o meno visto di protezione o di soggiorno: l'idea è di ampliare la platea dei Comuni che accolgono gli immigrati, a fronte di benefici economici, perché l'accoglienza è più sostenibile con piccoli numeri di persone sparse su tutto il territorio nazionale. Vanno insomma superati i grandi centri di accoglienza: numeri più contenuti consentono una diversa tutela delle comunità locali e anche degli stranieri stessi. Il Viminale ha intanto licenziato, il 7 febbraio, un contratto tipo formalizzato con l'Anac per quanto riguarda gli appalti per i centri. Lo schema suddivide la gara in tre lotti: uno per la fornitura di beni e servizi; uno per la gestione dei pasti; uno per la pulizia e l'igiene ambientale. Questa è una novità importante perché si supera la figura del gestore unico, si tracciano i servizi, si aprono le gare a soggetti di minor dimensione, si monitora dunque ragionevolmente la gestione dei centri, protagonista nel recente passato di notevoli episodi di malaffare (tutto italiano). Oltre al cambiamento nelle procedure di affidamento, l'altra gamba è la velocizzazione nelle pratiche burocratiche e investigative per il rilascio dei permessi ai richiedenti asilo, di cui si occupa il Decreto varato il 10 febbraio. Oggi mediamente servono 2 anni per ricevere una risposta alla domanda di protezione: 2 anni sono un tempo troppo lungo per i diritti dei richiedenti e per la stabilità delle comunità che li ospitano. Si propone dunque di eliminare un grado di giudizio, di utilizzare il rito camerale riducendo da 6 a 4 mesi il termine per il reclamo, e soprattutto di rafforzare le commissioni per l'asilo territoriali immettendo 250 nuove unità. In ogni caso, poi, occorre evitare il vuoto nel tempo dell'attesa dunque la nuova normativa permetterà (oggi è vietato) di impiegare gratuitamente e su base volontaria i richiedenti asilo in lavori di pubblica utilità. Sempre sul fronte del diritto all'accoglienza, Minniti in audizione ha infine auspicato che la legge per la tutela dei minori non accompagnati (nel 2016 ne sono arrivati il doppio rispetto al 2015), approvata dalla Camera a inizio novembre quando ne scrissi nella mia newsletter, sia presto discussa anche dal Senato. I bambini e i ragazzini devono infatti essere sempre protetti, in un Paese civile. Altro fronte di cui si occupa il Decreto è quello dei rimpatri, perché bisogna integrare chi ha diritto a restare e rimpatriare chi viola le regole o delinque. Per far tornare uno straniero nel Paese di provenienza le procedure non sono semplici, perché gli Stati di origine devono prima identificare la persona: la Tunisia, per fare un esempio, ha snellito molto i tempi per incrociare i dati e definire le identità, ma ci sono Paesi meno stabili dove questo obiettivo è arduo da mettere a segno. Anche in questo caso, l'Italia deve comunque trovare procedure interne chiare e tutelanti per tutti i soggetti coinvolti. Il Decreto propone dunque intanto di aprire i “Cpr”, ossia i Centri permanenti per il rimpatrio, diversi dai Cie per cui siamo stati “ammoniti” dalla comunità internazionale. Nel lasso temporale che passa tra l'acclaramento della violazione delle regole e il rimpatrio occorre però trovare un modo per tenere sotto controllo pubblico le persone: la proposta è di realizzare un centro per ogni regione, con una capienza complessiva nazionale da 1600 posti. Parliamo dunque di centri piccoli, per cui vale lo schema predisposto con Anac, in cui il garante abbia pieni e illimitati poteri di accesso in ogni momento. Perché restano ferme le garanzie fondamentali nei diritti: un'altra filosofia, insomma, per evitare quanto accaduto anni fa.
Dunque, per la gestione interna, il Viminale e il Governo hanno lavorato su un doppio binario: un cambio di passo per chi non ha diritto a restare; una miglior politica di integrazione per chi ne ha diritto, tenendo ferma l'assoluta tutela dei minori. Se è sbagliato accostare terrorismo e immigrazione, infatti, non è errato vedere un rapporto tra la mancata integrazione e l'insicurezza sociale (gli episodi di questi due anni in Europa ce lo mostrano chiaramente): l'integrazione è fondamentale. Per fornirne un esempio cito il fatto che il Viminale ha siglato di recente un patto con le principali associazioni che rappresentano la comunità islamica in Italia: si stabilisce che deve essere redatto un albo degli imam, che i luoghi di culto sono considerati pubblici e aperti anche ai non musulmani, che devono essere resi noti tutti i fondi ricevuti dalle moschee. Questo è frutto della volontà dei membri delle associazioni islamiche, che hanno voluto richiamare i principi della nostra Costituzione come prima cosa, proclamandosi innanzitutto “italiani”. Sono questi i passi da fare: l'integrazione si costruisce nel tempo e con una forte volontà ma sarà sempre più cruciale per gli equilibri della democrazia mondiale. A tal fine, e a chiosa di questo approfondimento, voglio ricordare che il gruppo Pd sta chiedendo al Senato di tornare a discutere la legge che prevede una forma di “ius soli”, ossia di cittadinanza italiana, per i bambini che nascono qui da genitori stranieri regolarmente soggiornanti. La Camera l'ha approvata nell'ottobre 2015: vorremmo che il testo di riforma diventasse legge. I tanti bambini di origine non italiana che nascono nel nostro Paese vanno agevolati: nascono qui, vanno a scuola qui, parlano italiano, si sentono italiani. Vanno accolti pienamente come cittadini.
Al voto dell'Aula la legge sulla sicurezza nelle cure e la responsabilità del personale sanitario

Si tratta di un riordino per tutelare al massimo il paziente disegnando una filiera più chiara nella determinazione del danno; prima di andare in giudizio è obbligatorio un tentativo di conciliazione
Al voto definitivo della Camera il Testo Unico, sintesi di varie proposte, che reca disposizioni in materia di sicurezza delle cure e di responsabilità professionale del personale e delle strutture sanitarie. Il provvedimento era stato approvato da Montecitorio il 28 gennaio 2016 in prima lettura (ne scrissi infatti un anno fa) poi è passato al vaglio del Senato che ne ha modificato alcuni passaggi (non sostanziali) e questa settimana diventerà legge. L'obiettivo è pervenire a un nuovo e migliore equilibrio tra la tutela dei professionisti della sanità e i diritti del cittadino nel caso di errori medici, consentendo alle persone di ottenere risarcimenti in tempi più brevi ed evitando al contempo l'altissimo numero di contenziosi giudiziari nel settore sanitario (il 98% dei procedimenti finisce con l'archiviazione), garantendo con tutto ciò una miglior gestione del rischio clinico.
Al fine di rendere la sicurezza delle cure parte costitutiva del diritto alla salute, come detta l'articolo 1 della norma, verranno attivati in ogni Regione i Centri per la gestione del rischio sanitario e la sicurezza del paziente, deputati alla raccolta dei dati su episodi critici, rischi ed eventi avversi, cause, entità e frequenza dei casi nelle singole strutture. Le informazioni saranno poi trasmesse all'Osservatorio nazionale della sanità, che dovrà individuare progetti per una maggior sicurezza, per buone pratiche da diffondere in tutto il territorio e per la formazione del personale. La legge prevede anche l'obbligo, per tutte le strutture sanitarie, di pubblicare sui propri siti internet i dati relativi ai risarcimenti (in seguito a procedure acclarate come errate) erogati negli ultimi 5 anni, al fine di offrire ampia e completa trasparenza nei confronti dei cittadini. L'altro cardine del dispositivo è la revisione della responsabilità professionale dei medici. In ambito penale la punibilità è circoscritta ai reati di omicidio colposo e lesioni personali se causati da “colpa grave”, per negligenza o imprudenza. La punibilità è esclusa invece nei casi in cui il professionista abbia rispettato le raccomandazioni previste dalle linee guida dell'Istituto superiore di sanità (declinandole sempre nella concretezza del caso specifico): le linee guida diventano quindi il “vademecum” del professionista sanitario, saranno definite da istituti di ricerca e specialisti, validate dal ministero della Salute e rese pubbliche nel sito dell'Istituto superiore di sanità. Anche in sede di determinazione del risarcimento del danno, il giudice terrà conto di quanto il professionista si sia attenuto o meno alle raccomandazioni e alle procedure ritenute congrue.
In ambito civilistico si introduce un doppio binario: da una parte si conferma la responsabilità della struttura sanitaria o sociosanitaria, pubblica o privata che sia, per i danni derivanti dalle condotte dolose o colpose dei medici e del personale sanitario; dall'altra si sancisce che la responsabilità civile dei medici, qualora chiamati in causa direttamente, sia “extracontrattuale” ovvero sia indipendente dalla struttura e dal rapporto di lavoro che si ha con essa (infatti fanno eccezione a questa declinazione della norma le prestazioni “contrattuali” con un paziente, per esempio un dentista che opera nel proprio studio, che viene equiparato a una struttura sanitaria). È per questa ragione, ossia per il fatto che la responsabilità civile del medico non si sovrappone a quella della struttura in cui opera, che l'onere della prova nei confronti dei medici in quanto tali non sarà più a carico del sistema sanitario, ma spetta al paziente. Prima di pervenire a un contenzioso davanti a un tribunale si dovrà poi sempre passare per un tentativo obbligatorio di conciliazione tra le parti. La legge introduce l'obbligo assicurativo per i liberi professionisti e per tutte le strutture, al fine di coprire i danni attribuibili al personale a qualunque titolo operante; i dipendenti dovranno invece stipulare una polizza contro eventuali azioni di rivalsa. I cittadini, in caso di danni, errori e rimostranze in ambito civile, si potranno con ciò rivolgere direttamente all'assicurazione della struttura o del professionista. Il provvedimento istituisce poi il Fondo di garanzia, presso il Ministero, per i soggetti danneggiati nel caso in cui i massimali assicurativi stipulati da singoli e strutture non coprano il risarcimento del danno. Il Fondo sarà alimentato dal versamento di un contributo annuale dovuto dalle assicurazioni autorizzate per la responsabilità civile riguardo alle strutture sanitarie. Si disegna, con questa riforma, una riorganizzazione mirata a garantire tutela adeguata a tutti gli attori del processo di cura, dal paziente alle strutture mediche, nello spirito di uno snellimento dei contenziosi ma soprattutto per fornire una cornice molto più organica a una materia importante, delicata per le persone, quanto spinosa.

Tutela del credito: la Camera approva in via definitiva il Decreto per il fondo da 20 miliardi
Il 16 febbraio la Camera ha approvato in via definitiva il Decreto recante disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio, che dispone la creazione di un fondo con una dotazione di 20 miliardi al quale il Governo potrà attingere per i singoli interventi che saranno necessari sul capitale e sulla liquidità degli istituti. Come ho scritto già in questo notiziario, la misura si è resa necessaria non per il fallimento di un istituto di credito (come avvenuto nel caso delle 4 banche alla fine del 2015), ma per il mancato superamento degli “stress test” in presenza di scenari avversi da parte di alcune banche, in particolare Monte dei Paschi di Siena, che hanno forti criticità sul fronte dei prestiti non rimborsabili. La misura non comporta l'avvio di alcuna procedura di risoluzione, né quindi l'applicazione delle regole del bail-in secondo le quali sarebbero azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi oltre i 100mila euro a pagare. Per dare più garanzie ai risparmiatori, gli obbligazionisti subordinati di Monte dei Paschi potranno poi convertire i bond in “ordinari” se l’investimento è stato sottoscritto prima del 1° gennaio 2016. Il dispositivo varato predispone una garanzia statale fino 20 miliardi per mettere in sicurezza tutto il sistema bancario dai crediti deteriorati, non più esigibili, e per rafforzare il Fondo Atlante (ovvero il Fondo di investimento voluto dal Governo Renzi per intervenire nelle crisi): il “paracadute” serve proprio a evitare problemi alle persone, ai correntisti, preservando la stabilità finanziaria. Alcune settimane fa, all'avvio in Senato della conversione del Decreto, la Camera aveva chiesto di istituire contemporaneamente anche una Commissione d'inchiesta poiché ci pare corretto sapere chi sono i principali debitori insolventi che hanno arrecato danni alle banche non onorando il proprio impegno a restituire i prestiti. È infatti proprio l'impossibilità di restituzione di alcuni ingenti prestiti ad aver richiesto le ricapitalizzazioni, dunque una garanzia statale in caso di ipotetici scenari negativi. Vedremo come andrà, ma per ora il Decreto prevede che siano resi pubblici i soli profili di rischio dei grandi debitori delle banche in difficoltà, dunque le situazioni più critiche ma senza rendere noti i nomi. Spero invece si vada più a fondo nella materia. Un emendamento al Decreto ha prorogato infine al 31 maggio la possibilità, per gli obbligazionisti delle 4 banche fallite nel 2015, di ottenere i rimborsi all’80% di quanto perso (previsti dal provvedimento varato un anno fa sulla vicenda) se le procedure per le domande non sono state concluse. Si precisa infine che dai calcoli del limite massimo di patrimonio mobiliare (100mila euro), sopra il quale non si ha diritto al rimborso automatico, è escluso il valore dell’obbligazione azzerata per il fallimento bancario.
Decreto per lo sviluppo del Mezzogiorno: la Camera approva le misure di coesione territoriale
Il 9 febbraio la Camera ha approvato il Decreto dal titolo “Interventi urgenti per la coesione territoriale” che reca misure importanti per alcune aree del Mezzogiorno, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo delle attività produttive, la tutela dell'occupazione e la salvaguardia ambientale. Tra i temi affrontati c'è, non a caso in primo piano, quello dell'Ilva di Taranto per cui si estende il termine della durata dell'amministrazione straordinaria e si proroga la restituzione dei 300 milioni di euro statali, erogati nel 2015, che avverrà in seguito alla cessione definitiva del complesso aziendale. Si prevede inoltre un piano da 10 milioni fino al 2019 per il sostegno delle famiglie disagiate nel Comune di Taranto e in altri enti locali limitrofi coinvolti nella vicenda dell'Ilva; 20 milioni vanno invece alla regione Puglia per interventi in favore delle strutture sanitarie ubicate nei medesimi Comuni; 24 milioni integreranno il trattamento economico dei dipendenti e sosterranno la formazione professionale, in particolare per la gestione delle bonifiche. Oltre a proseguire nel monitoraggio della complessa situazione dell'Ilva, il Decreto reca misure di programmazione e risorse finanziarie, tratte dai piani europei 2014-2020, volte a favorire lo sviluppo di alcune Regioni (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna) al fine di tentare di riequilibrare le condizioni delle zone più deboli del Paese, contraddistinte da tassi di occupazione inferiori alle medie nazionali. Il Decreto interviene poi a stanziare 100 milioni per l'ammodernamento dei servizi oncologici in queste Regioni mentre, per le attività produttive, amplia il credito d'imposta previsto per l'acquisto di beni strumentali nuovi. L'ammontare massimo di ciascun progetto di investimento, al quale poi è commisurato lo sconto fiscale, è elevato da 1,5 a 3 milioni di euro per le piccole imprese, a 10 per le medie e a 15 milioni per le grandi società. Il Decreto contiene infine le regole delle procedure negoziali per l'aggiudicazione degli appalti pubblici di lavori, forniture, servizi nell'ambito della presidenza italiana del G7 che si svolgerà a Taormina in maggio.
2016: l'Emilia-Romagna è la Regione con la maggior crescita e il minor tasso di disoccupazione
Alcuni dati che non riguardano i lavori parlamentari ma che mi fa piacere riportare e diffondere: secondo il centro studi Prometeia l'Emilia-Romagna nel 2016 è cresciuta dell'1,4%, oltre il dato nazionale medio (+0,9%) e soprattutto attestandosi come la Regione italiana con il maggiore aumento del Pil. Siamo cresciuti infatti dello 0,1% in più rispetto alla Lombardia (+1,3%) e dello 0,2% in più rispetto al Veneto (+1,2%), che sono le altre due Regioni con le migliori performance economiche. L'Emilia-Romagna è perciò un territorio competitivo con i maggiori Paesi europei (la Francia lo scorso anno è cresciuta dell'1,3% e la Germania dell'1,7%) e l'occupazione ne beneficia positivamente: nel 2016 hanno trovato nuovi impieghi (al netto delle cessazioni) 47mila persone e la disoccupazione è scesa al 6,9% (alla fine del 2014 sfiorava il 9%), il dato più basso tra tutte le Regioni italiane. Questi numeri confermano che la nostra Regione sta reagendo alla crisi meglio delle altre e dimostrano anche l'efficacia del Patto per il lavoro, voluto dalla Regione, grazie al quale istituzioni, enti locali, imprese, sindacati, università e associazioni dialogano tra loro per creare occupazione e sviluppo. Sappiamo far rete bene e questa, assieme all'alto valore aggiunto delle industrie e delle Pmi e delle nostre esportazioni, è la scelta che ci rende una Regione più forte e dinamica.
Fondo Sabatini: licenziata dal Ministero la nuova circolare in cui rientrano gli investimenti 4.0
Il ministero dello Sviluppo economico (Mise) ha licenziato la circolare applicativa per la destinazione del fondo Sabatini: la legge di Bilancio 2017 ha infatti dato un nuovo orientamento all'incentivo sull'acquisto di beni strumentali da parte delle Pmi, al fine di favorire gli investimenti dedicati a Industria 4.0, quindi le nuove tecnologie nell'ambito digitale e della robotica. Vengono a tal fine destinati il 20% dei fondi annuali, che contano di uno stanziamento da 7 miliardi di euro presso Cassa depositi e prestiti. È proprio Cdp a siglare, assieme al Ministero, gli accordi con le banche che faranno da intermediari per l'erogazione agevolata dei contributi su investimenti aziendali di importo compreso tra i 20mila e i 2 milioni di euro. Le informazioni contenute nella circolare riguardano tutte le istanze di accesso al contributo, sia quelle relative agli investimenti “ordinari” sia quelle in relazione alle nuove tecnologie: la domanda di agevolazione va presentata dalla Pmi alla banca aderente alla convenzione con il Mise, corredata dalla richiesta dettagliata di finanziamento. È la banca dunque a verificare la regolarità formale, cui segue una delibera da trasmettere al Ministero, il quale a quel punto adotta il provvedimento di concessione del contributo a copertura parziale dell'investimento. Le Pmi hanno inoltre la possibilità di beneficiare del Fondo di garanzia fino alla misura massima prevista (l'80%) sul finanziamento bancario chiesto. Queste leve integrate hanno sostenuto in maniera decisa il rinnovo dei macchinari aziendali, dando risultati molto positivi: negli ultimi due anni ci sono state oltre 15mila domande per investimenti che ammontano complessivamente a 4 miliardi di euro. Il 76% delle richieste di finanziamento proviene dal Centro-Nord e l'Emilia-Romagna è la terza Regione italiana per domande (preceduta da Lombardia e Veneto). Visti gli esiti il Parlamento ha giustamente voluto mantenere il fondo con la legge di Bilancio.
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