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Prima di qualunque altra cosa, desidero esprimere un pensiero di solidarietà e vicinanza alle persone e ai territori colpiti ancora una volta dal sisma. Alle nuove scosse di terremoto ora si aggiungono condizioni meteorologiche straordinarie, poiché la neve è caduta in misura molto più abbondante delle medie stagionali. Credo che la sofferenza di quelle popolazioni debba essere una priorità dell'azione politica, nelle scelte e nelle decisioni, per tutti i mesi e i tempi a venire. Credo anche che Protezione civile, Governo, Regioni e Commissario straordinario stiano facendo tutto quanto è in loro potere per arginare le conseguenze di una tragedia superiore a ogni possibile previsione.
Voucher e responsabilità solidale negli appalti: le proposte del Pd per cambiare la normativa
La Corte costituzionale ha bocciato il quesito sull'articolo 18, ammettendo gli altri due referendum abrogativi. Nostro compito è affrontare i temi posti dalla Cgil e condivisi da moltissimi lavoratori
Mentre attendiamo il pronunciamento della Corte costituzionale sulla legge elettorale (l'Italicum, di cui mi occuperò nella prossima newsletter), l'11 gennaio la Consulta ha emesso il proprio parere sui tre quesiti referendari promossi dalla Cgil e sottoscritti da centinaia di migliaia di lavoratori, un dato che merita attenzione e rispetto. Dei tre quesiti presentati, due hanno ricevuto il via libera mentre uno è stato respinto: le urne potrebbero dunque aprirsi per decidere se abrogare o meno i voucher ovvero i “buoni-lavoro” istituiti con la legge Biagi del 2003, e per abrogare la norma (risalente anch'essa alla legge Biagi e poi significativamente modificata dal governo Monti) che limita la responsabilità solidale tra impresa appaltante e impresa subappaltante per quanto riguarda i contratti di lavoro, con la conseguenza di non garantire adeguatamente i diritti retributivi e contributivi in caso di subappalto. Sicuramente non voteremo, invece, circa l'abrogazione della disciplina dell'articolo 18 così come introdotta dalla riforma del lavoro approvata in questa Legislatura (Jobs Act): la Consulta ha ritenuto che il quesito non si limitasse a essere abrogativo, ma fosse surrettiziamente propositivo. In caso di stralcio, infatti, si sarebbe non solo abolita la recente normativa che disciplina il riconoscimento economico anziché il reintegro in caso di licenziamento, ma si sarebbe indirettamente estesa la disciplina precedente a tutte le aziende, anche a quelle sotto i 15 dipendenti che prima della nostra riforma non beneficiavano comunque degli effetti dell'articolo 18. Il quesito sarebbe stato dunque di fatto “propositivo” perché avrebbe contribuito a riscrivere una legge, compito che la Costituzione destina al Parlamento. Dunque la Consulta ha ammesso due quesiti, ma non il terzo (che era l'unico riguardante la riforma promossa dal governo Renzi).
Convinto che la preoccupazione di Esecutivo e Parlamento non debba essere quella di “evitare” il referendum, ritengo però sia nostro compito affrontare i problemi posti dal sindacato e condivisi da moltissimi lavoratori. Possiamo farlo, individuando soluzioni soddisfacenti, a partire certamente dai temi relativi ai due quesiti ammessi, lavoro accessorio e responsabilità solidale negli appalti. Sul fronte dei voucher ricordo che, a fronte dell'eccessivo numero di voucher venduti nel 2015, nel febbraio 2016 alcuni deputati del Pd hanno presentato una proposta di legge (ne ho scritto molti mesi fa in questa newsletter) per ripristinarne un corretto e ragionevole uso, progressivamente alterato dagli interventi normativi dei governi Berlusconi e Monti, che hanno allargato eccessivamente le possibilità di utilizzo. Il voucher deve tornare a essere una prestazione davvero occasionale, con specifici vincoli oggettivi (ambiti di impiego) e soggettivi (chi può essere pagato con i buoni lavoro). La proposta, che ho sottoscritto come firmatario, è di riportare questo strumento alla legge del 2003: chiediamo infatti di restringere i possibili prestatori di lavoro accessorio ai disoccupati, alle casalinghe, agli studenti, ai disabili, ai pensionati, a talune categorie più deboli. Anche l'ambito di impiego deve tornare a essere delimitato: dai piccoli lavori domestici all'assistenza domiciliare a bambini o anziani, dall'insegnamento privato di sostegno ai piccoli lavori di giardinaggio, ai lavori legati alla pulizia o alla manutenzione di edifici e monumenti, dal supporto nella realizzazione di eventi o manifestazioni alla collaborazione con enti pubblici o col volontariato per lavori di emergenza o solidarietà. Vogliamo inoltre ripristinare le soglie economiche precedenti: 5mila euro annui massimo per ciascun prestatore e non più di 2mila euro in favore di ogni singolo committente. L'intento è quello di svuotare sempre di più la “zona grigia” del precariato e di ridefinire i contorni di questi impieghi, che nel 2003 erano stati posti in maniera sensata per essere poi via via smantellati. Nel 2008, infatti, il governo Berlusconi ha esteso l'applicazione del voucher al commercio, al turismo, ai servizi, all'agricoltura e ha innalzato il limite massimo annuo del lavoro accessorio a 5mila euro per ogni singolo committente e non per l'attività complessiva del prestatore. La legge Fornero del 2012 ha rimesso mano ad alcuni profili, ma non ha per nulla rivisto gli ambiti d'uso che sono rimasti dunque troppo estesi. L’idea, viceversa, di cancellare completamente il lavoro accessorio non mi convince pienamente perché rischierebbe di ricacciare nel sommerso tante prestazioni realmente occasionali, facendo un pessimo servizio proprio ai lavoratori. Credo che occorra trovare un giusto compromesso: la nostra proposta, che nell’impianto ripristina sostanzialmente le regole della “Biagi”, ha raccolto molte adesioni tra i deputati del Pd (quasi un centinaio), è in discussione da qualche giorno in commissione Lavoro assieme alle proposte degli altri gruppi parlamentari, e ci pare in linea con lo spirito del quesito della Cgil e con le richieste avanzate anche dagli altri sindacati. Crediamo che si possa quindi ripartire da qui per un’iniziativa tempestiva di Camere e Governo, che pare disposto a ridefinire questo strumento (il monitoraggio sulla tracciabilità dei voucher, deliberata a giugno scorso, non ha infatti inciso significativamente sul numero dei buoni-lavoro venduti). Ovviamente, anche se riuscissimo a mandare in porto la modifica, spetterà poi alla Corte di Cassazione (sentito il parere del proponente del referendum, ovvero la Cgil) decidere se il cambiamento sarà “sostanziale” o meno. Nel primo caso il referendum potrebbe non essere necessario; nel secondo caso il quesito referendario resterebbe in piedi, ma a fronte di norme modificate e di una regolamentazione più severa.
Riteniamo inoltre possibile risolvere del tutto la questione della responsabilità solidale negli appalti: interventi normativi successivi al 2003 hanno progressivamente indebolito una tutela nei confronti dei lavoratori che potrebbe essere pienamente ripristinata. Oggi, la responsabilità di un'azienda che appalta un lavoro a un'altra è fortemente attenuata e “l'azienda madre” non è tenuta a rispondere del trattamento contrattuale dei lavoratori nelle opere in subappalto. Così, proprio l'11 gennaio è stata presentata una proposta di legge (primo firmatario l'On. Damiano) per ritornare a condizioni certe, cosa che risolverebbe alla radice la giusta sollecitazione del quesito referendario, su cui concordo. La legge consta di un solo articolo e dice, semplicemente, che la responsabilità della catena degli appalti torna in capo al committente, al fine di tutelare le retribuzioni dei lavoratori e i contributi previdenziali. In caso di appalto di opere e servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro sarebbe dunque obbligato, in accordo con l'appaltatore nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori, a garantire trattamenti retributivi, previdenziali e premi assicurativi. Penso che il ristabilimento di una corretta filiera in difesa di chi lavora sia sacrosanto, possa essere approvato da questo Parlamento, e possa soddisfare le richieste della Cgil. Al di là della pronuncia della Consulta, che ha rigettato il terzo quesito, resta aperto infine anche il nodo dei licenziamenti: il referendum non ci sarà, ma ciò non toglie che talune criticità emerse non possano essere affrontate. L’idea di ripristinare meccanicamente la normativa del 1970, per di più estesa alle piccolissime imprese, non mi pare in linea con le odierne condizioni socioeconomiche del Paese. Viceversa una riflessione più attenta su alcuni punti specifici – come i licenziamenti collettivi e i licenziamenti disciplinari – sarebbe senz’altro auspicabile, così come una verifica sugli effetti reali della modifica dell'articolo 18 sul mercato del lavoro e sull'andamento dell'occupazione. Ritengo, comunque e infine, che ogni soluzione andrebbe utilmente discussa in via preliminare con i promotori dei referendum e più in generale con le parti sociali: trovare un’intesa sarebbe un apprezzabile passo avanti in termini di coesione sociale.

Banche: bene la garanzia statale da 20 miliardi, ma va fatta chiarezza sulle criticità
Mentre il Senato discute il Decreto per sostenere gli istituti con garanzie pubbliche, la Camera vota una mozione che chiede trasparenza sui debitori insolventi che hanno creato problemi al credito
Il 21 dicembre Camera e Senato hanno dato mandato al Governo a emettere titoli di debito pubblico, fino a un massimo di 20 miliardi, allo scopo di ripatrimonializzare gli istituti bancari, ove necessario. Non si tratta di banche insolventi o fallite, ma di banche che possono presentare criticità: è il caso di Monte dei Paschi di Siena, ad esempio, che ha occupato le prime pagine e le aperture di molti giornali e tg. A differenza delle 4 banche fallite alla fine del 2015, Mps non presenta immediati problemi di liquidità, ma non ha superato i test europei di resistenza a ipotetici scenari avversi, soprattutto sul fronte dei crediti deteriorati, ossia per quanto riguarda i debitori insolventi nei confronti della banca.
Dopo il via libera delle Camere del 21 dicembre, il consiglio dei Ministri ha subito approvato un Decreto, ora al voto del Senato (e presto alla Camera) recante disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio, che dispone la creazione di un fondo, con una dotazione di 20 miliardi appunto, al quale il Governo potrà attingere per i singoli interventi che saranno necessari sul capitale e sulla liquidità degli istituti. La misura, in conformità al quadro normativo europeo sulla gestione delle crisi e sugli aiuti di Stato, non comporta l'avvio di alcuna procedura di risoluzione, né quindi l'applicazione delle regole del bail-in secondo le quali sarebbero azionisti, obbligazionisti e correntisti con depositi oltre i 100mila euro a pagare. La situazione è completamente diversa da quella occorsa alla fine del 2015 con il fallimento di 4 istituti di credito: ci tengo a precisarlo nuovamente. Il dispositivo varato predispone una garanzia statale fino 20 miliardi per mettere in sicurezza il sistema bancario, per i crediti deteriorati e non più esigibili e per rafforzare il Fondo Atlante (ovvero il Fondo di investimento voluto dal Governo per intervenire nelle crisi): il “paracadute” serve proprio a evitare problemi alle persone, ai correntisti, preservando la stabilità finanziaria. Preciso inoltre che le risorse deliberate non si sarebbero potute destinare a diverse finalità di spesa (ad esempio di carattere sociale), perché in tal caso sarebbero state contabilizzate sui saldi di finanza pubblica: sono fondi extra-bilancio, contabilizzati diversamente rispetto alle risorse di spesa 2017. La decisione non è in sintesi finalizzata a “fare gli interessi delle banche”, ma a favorire la solidità del sistema affinché possa assolvere alla sua principale funzione: soddisfare i bisogni dell’economia, trasmettendo credito alle imprese e ai cittadini. Assieme alla discussione del Decreto, però, abbiamo deciso di vederci più chiaro: giusto non scaricare sui risparmiatori i problemi di ricapitalizzazione degli istituti; sbagliato non analizzare la situazione di quelli più in difficoltà, a partire da Monte dei Paschi, e non individuare i problemi che hanno portato alla necessità di un rafforzamento. Pertanto il 10 gennaio la Camera ha approvato la mozione Pd che impegna Governo e Parlamento a una serie di azioni su due fronti. Per quanto concerne la disciplina europea, chiediamo all'Esecutivo di assumere iniziative per: garantire la massima tutela dei risparmiatori ampliando la vigilanza, anche sovranazionale, sulle banche; promuovere modifiche al regime del bail-in, che sta mettendo a dura prova la fiducia negli investimenti proprio dei piccoli e medi risparmiatori; sostenere in Ue la creazione rapida del cosiddetto “Terzo pilastro dell'Unione bancaria” relativo alla tutela comune degli istituti di credito, nel rispetto di un principio di condivisione del rischio tra Paesi membri, dunque volto alla riduzione di perdite a carico di un singolo Stato nelle peggiori eventualità. La realizzazione di un sistema unico di assicurazione dei depositi per tutte le banche dei Paesi membri è, da tempo, un bisogno pressante, ma sta scontando forti difficoltà legate alle perplessità di alcuni Stati di fronte alla prospettiva della mutualizzazione del rischio. Alcuni Paesi, insomma, temono di essere chiamati a finanziare interventi in favore di altri, ma non si può dimenticare che proprio questi Paesi (a partire dalla Germania) hanno aiutato i propri istituti prima che entrassero in vigore le nuove regole per cui uno Stato non può più salvare una banca con denaro pubblico. Bisogna insomma insistere per creare questa “terza gamba” del sistema Ue, che è parte essenziale della visione di un sistema creditizio collaborativo e condiviso: in alternativa ci sarebbe solo un irrigidimento complessivo del sistema bancario che non mi pare auspicabile.
Importante, inoltre, quanto chiesto dalla nostra mozione a livello nazionale poiché è giusto sapere chi sono i principali debitori insolventi che hanno arrecato danni alle banche, non onorando il proprio impegno a restituire i prestiti. Se certamente le regole europee sono incomplete e insoddisfacenti, non tutte le responsabilità sono da cercare fuori dai nostri confini. Secondo le prime indiscrezioni (tutte da verificare) ci sono nomi dell'imprenditoria italiana tra i debitori di Mps: non è corretto che i risparmi di migliaia di persone possano essere messi in dubbio a causa di affari andati a male a talune società. È proprio l'impossibilità di restituzione di alcuni ingenti prestiti ad aver richiesto le ricapitalizzazioni di banche solventi, cioè non fallite, dunque una garanzia statale in caso di ipotetici scenari negativi. Il Governo e il Parlamento hanno agito bene, ma occorre conoscere, con procedure trasparenti, le operazioni che hanno arrecato criticità: vogliamo perciò procedere a una commissione d'inchiesta che consenta al Parlamento di far luce su Mps e altri istituti in difficoltà. L'Aula della Camera ha ritenuto di approvare questa scelta per dare risposte ai risparmiatori, individuare i ruoli e le responsabilità dei manager e anche per verificare l'efficacia dell'attività di vigilanza. E già, sulla materia, sono iniziate le audizioni nelle Commissioni competenti. A livello nazionale, infatti, nel corso di questa Legislatura è stato portato avanti un ampio disegno di ristrutturazione del sistema del credito, comprensivo di riforme attese e necessarie a consentire alle banche di rispettare gli elevati requisiti patrimoniali derivanti dalla disciplina comunitaria (cito la riforma delle banche popolari, la riforma delle banche di credito cooperativo, la riduzione dei tempi delle procedure di insolvenza). La stabilità finanziaria, la solidità del sistema del credito e la tutela del risparmio sono infatti condizioni irrinunciabili per sostenere la crescita, le attività economiche, l'occupazione. Occorre andare avanti in questa positiva direzione, quindi a maggior ragione occorre indagare sulle opacità che rendono alcune nostre banche più deboli di quanto dovrebbero e potrebbero essere.

Lo stato delle periferie nelle grandi città: in audizione alla Camera il capo della Polizia
In Italia calano i reati, c'è basso rischio di radicalizzazione terroristica, ma aumenta la percezione di insicurezza. Significa che c'è un problema di inclusione sociale, che va adeguatamente affrontato
Il 10 gennaio il capo della Polizia, l’ex Prefetto di Roma Franco Gabrielli, è intervenuto in audizione alla Camera per fare il punto sui reati nelle principali città durante il 2016 e soprattutto sulla situazione delle periferie nei grandi centri. L'incontro afferiva infatti all'indagine della Commissione d’inchiesta sulle condizioni di sicurezza e sullo stato delle periferie, chiamata a promuovere iniziative (anche di legge) per realizzare azioni idonee al miglioramento di tali agglomerati urbani. Gabrielli ha affrontato in particolare i casi di Roma e Milano, dando poi uno sguardo complessivo alle maggiori aree metropolitane: sebbene non stiamo parlando delle nostre realtà, trovo sia interessante cercare di comprendere alcune dinamiche di queste zone, che non devono essere abbandonate a un destino di immiserimento (che in ogni caso porterebbe con sé guai per tutto il Paese) ma su cui devono essere messe in atto politiche efficaci, amministrative e statali. In secondo luogo, è indubbio che anche in centri minori o in città di provincia esistano e sussistano i quartieri “marginali”: sono aggregati oggettivamente più piccoli e, in generale, meno problematici della maggior parte di quelli cui si è fatto cenno (si potrebbe dire tranquillamente che nessuna città dell'Emilia-Romagna presenta condizioni critiche a livello nazionale). Eppure, per chi ci vive, quei problemi sono ovviamente rilevanti e non vanno affatto sottostimati. Tutti abbiamo un'immagine di ciò che, per noi e per la nostra comunità, è “periferia”: con l'intento di posizionare questa immagine in uno scenario più vasto, e di integrarla nella situazione delle periferie urbane maggiori, sintetizzo la lunga e stimolante audizione dell'ex Prefetto.
Partiamo da un dato positivo: in Italia lo scorso anno i reati sono complessivamente diminuiti di circa il 10% (a Roma addirittura del 15%: certamente il dato della Capitale è derivato anche dalle misure di sicurezza straordinarie messe in campo per il Giubileo). Purtroppo, però, è in calo anche l’organico della Polizia di Stato, che a livello nazionale ha carenze pari al 14,5% rispetto a quanto sarebbe necessario. A questo si accompagna l’invecchiamento dei poliziotti: a causa delle limitazioni nelle assunzioni, l’età media degli agenti è oggi attorno ai 49 anni (è evidente insomma che occorre tornare a reclutare persone). Nonostante il calo dei reati, nelle città aumenta pressoché ovunque la percezione di insicurezza, ma soprattutto nei quartieri più disagiati. Sull’onda di episodi di varia rilevanza (fino agli attentati degli ultimi anni in Europa), il tema delle periferie è tornato infatti al centro del dibattito: non è un male perché serve a capire di più e a interrogarsi meglio. A fine novembre il Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) e la presidenza del Consiglio hanno intanto dato il via libera al finanziamento di centinaia di progetti di intervento per la riqualificazione urbana, presentati dalle Città metropolitane e dai Comuni capoluogo nell'ambito del “Bando periferie” (di cui ho scritto nella mia newsletter di inizio dicembre). L'ammontare complessivo per gli interventi è di 2,1 miliardi di euro, che consentiranno di recuperare aree marginali: a questi fondi fa riferimento, ad esempio, anche la riqualificazione urbana della Darsena di Ravenna (che ovviamente non presenta i profili critici delle grandi aree urbane). Gli interventi possono riguardare diverse azioni (da attuare senza ulteriore consumo di suolo): manutenzione di spazi pubblici e strutture esistenti; miglioramento del decoro urbano; potenziamento di prestazioni e servizi; mobilità sostenibile e adeguamento di infrastrutture; nuovi spazi sociali, culturali, educativi e didattici. Non è errato dire che in Italia, per almeno 30 anni, le realtà metropolitane maggiori si sono infatti sviluppate secondo un modello di dilatazione degli spazi, di consumo del territorio, di edificazione talvolta impropria, destinando al futuro i livelli di governance, ma anche i servizi essenziali e i presidi pubblici. Oltre a questi fattori assumono oggi grande rilevo le condizioni della vivibilità, l'indice di occupazione e di scolarizzazione. Fenomeni di piccola o maggiore delinquenza, uniti alla distanza con il centro, all’assenza di centri ricreativi o sportivi, possono essere all’origine di dinamiche che portano le comunità dei quartieri in sofferenza a smarrire il senso di appartenenza alla città, intesa come luogo in cui si sviluppano i rapporti tra gruppi sociali. Le persone non si sentono parte del tessuto metropolitano e non si sentono – altra conseguenza – rappresentate nel consesso politico, economico, culturale. Sono questi meccanismi, portati alle estreme conseguenze, ad aver fatto nascere in altri Paesi europei quelle “enclavi” che sono divenute terreno di radicalizzazione. Ma attenzione: in Italia, come ha sottolineato a più riprese il capo della Polizia, non siamo a questo punto. “Ciò non toglie che il rischio di simili involuzioni debba essere preso in considerazione e che occorra adottare misure a che esso non si concretizzi”. In poche parole: la marginalità sociale, anche nei quartieri periferici, da noi non ha ancora assunto queste connotazioni. Dunque dobbiamo e possiamo impedire che avvenga.
Come scrivevo prima, a Roma i reati sono diminuiti del 15%, attestandosi a circa 26mila (con 40mila persone denunciate: non poche). Le situazioni più degradate in questa città sono quartieri classicamente periferici, ossia lontani dal centro storico (come Tor Sapienza, San Basilio, Tor Bella Monaca, Corviale). In questi luoghi è forte la percezione di insicurezza diffusa, imputabile anche alla carenza di presidi sul territorio: in queste periferie ci sono le “libere piazze” dello spaccio, ma anche le basi per smistare gli stupefacenti negli altri quartieri della città. Il distretto di Tor Bella Monaca rappresenta un esempio paradigmatico di come i fenomeni di abbandono possano favorire il radicamento dell’illegalità: il quartiere di edilizia pubblica è nato nei primi anni ’80 ed era pensato per essere un luogo di residenza popolare, benché lontano dal centro. Purtroppo ci sono a oggi pochi servizi, pochi centri ricreativi e negozi, poche infrastrutture, cui si associa invece un’alta concentrazione di pregiudicati (sono 400 i residenti con misure cautelari) e un forte fenomeno di occupazione abusiva degli alloggi. Ovviamente la situazione si è stratificata negli anni, ma sta di fatto che nel 2016 sono state arrestate oltre 40 persone per reati gravi connessi al traffico di droga. La maggioranza dei 40mila residenti è del tutto estranea all’ambiente criminale, ma mantiene un atteggiamento remissivo indotto dalla forza dei condizionamenti subiti e dalla percezione di essere abbandonati: Tor Bella Monaca è insomma un esempio di come poche centinaia di unità pericolose possano determinare il destino e “l’indole” di una zona marginale, specie se il pubblico interviene poco e non gestisce accuratamente quel che ha progettato. E ovviamente le tantissime persone oneste che ci vivono patiscono un diffuso disagio. Molto presenti nella Capitale le occupazioni abusive di case periferiche: l’impoverimento della popolazione e la crescente domanda di alloggi non è riuscita negli ultimi 10-15 anni a trovare risposta adeguata né nel libero mercato né nell’offerta pubblica. Sono oltre 6mila i residenti romani che vivono in 101 edifici occupati, ma come ha detto Gabrielli: “non basta sgombrare questi edifici perché prima dobbiamo capire dove mettere le persone, che se no finirebbero in strada o sotto i ponti: non è certo questo l’obiettivo”. Dare risposte abitative è l’unica possibilità reale per incidere sul tema. Diversa è la situazione di Milano, la cui è estensione è molto inferiore a quella della Capitale (va anche ricordato che Roma ha più di 3 milioni di residenti e Milano 1 milione e 300mila) e dove dunque le situazioni più degradate non insistono solo nelle periferie classicamente intese ma anche in quartieri non lontani dal centro, come quelli in prossimità della stazione o nella zona di via Padova. Anche nel capoluogo lombardo sono in calo i reati (-5,3%) in particolare rapine, furti e omicidi, e l'ammontare complessivo è di 23mila crimini (in proporzione alla popolazione, ci sono più reati a Milano che a Roma). Come a Roma, in cui il Giubileo ha portato a un rafforzamento della presenza delle forze dell’ordine sul territorio, a Milano Expo ha portato a un accrescimento dell’organico della Polizia: in queste due città siamo di fronte a un numero di poliziotti ritenuto sufficiente. Grazie ai circa 5.600 agenti operanti nella provincia è stato possibile mantenere un capillare controllo: nella notte tra il 22 e il 23 dicembre a Sesto San Giovanni è stato individuato e colpito addirittura l’autore della strage di Berlino del 19 dicembre, che aveva attraversato indisturbato Germania e Francia. In provincia di Milano sono circa 470mila gli stranieri regolarmente soggiornanti (un numero in percentuale superiore a Roma, dove sono circa 670mila) e in città sono molte le associazioni, i centri culturali, i luoghi di preghiera. Gabrielli ha affermato che in questi centri non sono mai emersi fenomeni di radicalizzazione che avviene invece in carcere e su internet, ma “non nei luoghi di culto, che sono iper controllati dalle Forze dell'ordine”. Dunque, l'aggregazione in luoghi facilmente individuabili è un presidio, uno strumento di monitoraggio, e non il contrario (ugualmente il Capo della Polizia ha sottolineato che la radicalizzazione non passa necessariamente dalla religione: “Gran parte dei soggetti radicalizzati, in realtà, non sa neanche cosa dica il Corano”).
La situazione di alcune grandi città del Sud presenta criticità legate alla criminalità organizzata e i quartieri degradati si trovano anche nei centri storici. È il caso di Napoli (che, hinterland incluso, ha una popolazione di oltre 3 milioni di abitanti), Palermo, Reggio Calabria, dove camorra, mafia e 'ndrine controllano il territorio reclutando giovani o giovanissimi per lo spaccio ma anche per delitti ben più gravi. Rioni centrali e quartieri invece totalmente decentrati (Scampia, lo Zen) si intrecciano in un coacervo di relazioni criminali in cui l'assenza di lavoro e le scarse prospettive sono l'habitat in cui si sviluppa e continua a prosperare la facile manovalanza dei clan (oggi presenti in tutto il Paese: la differenza è che al Nord o nel Centro si sviluppano attività economiche perpetuate con denaro sporco, mentre nel Mezzogiorno si presidiano i territori “di nascita” e organizzazione). Lo scorso anno a Napoli sono stati sequestrati beni per oltre 108 milioni di euro appartenenti a clan, a Palermo circa 100 milioni. Molto è stato fatto contro le mafie, molto resta da fare, anche perché nuovi business si affacciano sul “mercato”: in alcune zone la malavita si lega infatti oggi al fenomeno migratorio in termini di sfruttamento dei migranti e di gestione delle tratte illegali (a Reggio Calabria nel 2016 sono stati arrestati 36 scafisti). Bisogna però, e ovunque, distinguere attentamente il fenomeno migratorio dal malessere già presente, determinato da una molteplicità di cause (abbandono, mancanza o grave carenza delle infrastrutture e dei trasporti, scarsa occupazione, presenza delle mafie, zone dello spaccio). Per quanto riguarda il Nord Italia mi limito a citare la peculiarità di Genova, in cui la zona dei “caruggi” (una delle più critiche, con abitazioni dissestate e malmesse) è sita nel centro storico dove si riscontrano episodi di spaccio e prostituzione; e infine Bologna che secondo Gabrielli “è una città che non desta particolare allarme”. A Bologna i reati sono calati del 10% lo scorso anno, ma resta alta l'insicurezza percepita: le aree più difficili, infatti, sono in centro, soprattutto nelle adiacenze dell'Università e della stazione, cosa che rende più evidenti smercio di droghe e piccola criminalità.
Il degrado di periferie e di quartieri marginalizzati sono insomma causati da una serie di fattori accumulati e storicizzati negli anni: cresciute talvolta malamente, alcune zone metropolitane presentano tutte le caratteristiche di una diffusa debolezza sociale; altre volte le zone critiche sono vicine al centro, o in prossimità di stazioni e, nel Sud specialmente, in mano alle mafie. Questi fattori complessi vengono sintetizzati in maniera distorsiva (anche da una cattiva informazione, specie televisiva) imputando i problemi dei residenti alla mera presenza di immigrati nei quartieri: se è vero che nei quartieri “critici” gli stranieri sono in numero maggiore che altrove (a causa dei prezzi più bassi degli affitti, per esempio, quando non addirittura per la facilità nell'occupare abitazioni), è fuorviante cercare di comprendere il disagio urbano solo con la categoria dell'immigrazione. Oltre tutto il rischio “terrorismo” in queste zone è considerato dalla Polizia ancora basso. E mentre è importante sottolineare nuovamente la regressione dei reati in Italia (merito anche dell'azione investigativa della Polizia stessa), è ugualmente significativo che cali la percezione di sicurezza. Questo ci dice che occorre agire in modo non solo repressivo, ma trasversale, per ridare alle persone quel senso di cittadinanza di cui hanno bisogno. Oltre al già citato bando per la riqualificazione delle periferie voluto dal Governo Renzi, il ministero dell'Interno lo scorso anno ha emanato una direttiva animata da una “filosofia” diversa, che passa dal modello del “controllo del territorio” a un modello per avere un “territorio sotto controllo”. Ovvero un territorio in cui insistano servizi, uffici della pubblica amministrazione, attività culturali e associazionistiche. Il Dipartimento della Pubblica sicurezza, in seguito alla direttiva, ha istituito un Comitato che faccia da cabina di regia per promuovere iniziative che rendano più incisiva la prevenzione, che appare cruciale: pur nella diversità delle città è infatti chiaro che le politiche di inclusione e coesione sociale sono fondamentali. È insomma importante che si sia tornati a ragionare sulle periferie e sulla marginalità: non agire in questo ambito potrebbe essere una delle peggiori sviste politiche di questi anni. Nelle grandi città in primo luogo. Ma senza stimare minimamente i problemi anche dei centri più piccoli.
La Camera approva la mozione Pd su immigrazione, espulsioni, garanzie per i richiedenti asilo
Il 18 gennaio la Camera ha approvato una mozione del Partito Democratico sul tema dell'immigrazione. L'atto impegna il Governo a rafforzare le misure volte a gestire il fenomeno, tenendo conto che il ministro dell'Interno Marco Minniti sta per presentare un nuovo Piano sulla materia. È infatti evidente che negli ultimi tre anni siamo stati fortemente impegnati a fronteggiare un consistente arrivo di profughi, soprattutto sulle coste del Sud. Rilevante è anche il numero di minorenni giunti sul nostro territorio. Appare dunque sempre più necessaria un'accurata riforma del sistema delle valutazioni delle domande di asilo, sia attraverso il potenziamento delle commissioni territoriali competenti, sia a livello statale. Significativo intanto è il recente accordo tra Viminale e Anci per un piano di distribuzione dei migranti su tutto il territorio, proporzionale alla popolazione residente nei vari Comuni (2 migranti ogni mille residenti). Il nostro Paese in questi anni è stato inoltre molto impegnato in sede europea per promuovere una politica condivisa tra gli Stati: sotto questo profilo, purtroppo, mancano ancora i risultati auspicabili, giusti e sperati. A fronte di tutto ciò, la nostra mozione impegna il Governo: a proseguire nella realizzazione di un sistema di accoglienza nazionale migliore, diffuso su tutto il territorio, prevedendo ulteriori incentivi di natura economica per favorire la partecipazione dei sindaci e delle comunità locali; ad adottare ogni iniziativa utile per rendere davvero effettivi i rimpatri e le espulsioni di chi non ha diritto a restare in Italia; a proseguire nel difficile compito di rilanciare in sede europea politiche collaborative e condivise sull'asilo e sulla ripartizione dei profughi che hanno diritto alla protezione; a rafforzare ed estendere gli accordi bilaterali con i Paesi del Mediterraneo (recente è quello con la Tunisia) per arginare il più possibile le partenze verso l'Italia; a velocizzare le procedure relative all'esame delle domande di protezione internazionale; a garantire la doverosa attenzione verso i minori non accompagnati (per cui la Camera ha approvato un disegno di legge ora all'esame del Senato) e le vittime di tratta, ottemperando le disposizioni per i diritti umani sancite da tutti gli accordi internazionali; ad adottare iniziative per favorire la partecipazione dei richiedenti asilo, in attesa di risposta, a lavori di pubblica utilità, allo scopo di coinvolgerli in attività positive per le comunità che li accolgono e come esperienza propedeutica al loro futuro eventuale processo di integrazione.

La Camera approva la nuova disciplina per l'attività di ristorazione effettuata in abitazione privata
Il 17 gennaio la Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge di iniziativa parlamentare, a lungo discussa in commissione Attività produttive, per disciplinare la ristorazione in abitazione privata, una tendenza sempre più frequente e diffusa che si rivolge ai turisti e non solo: tramite social e siti dedicati si pubblicano “eventi” o si sponsorizzano serate (ossia cene nella propria casa), gli utenti prenotano e pagano. Ci sono “ristoranti in casa” molto quotati a Roma, Bologna, Torino, Milano ed esiste un sito che ha realizzato 500 eventi negli ultimi 3 anni in 124 città. Finora non c'è stata una regolamentazione di questa materia. La legge definisce perciò cosa si intende per “attività di ristorazione in abitazione privata” ossia un'attività finalizzata alla condivisione di eventi enogastronomici esercitata all'interno di unità immobiliari con destinazione d'uso abitativo, di residenza o di domicilio di chi organizza le serate, promossa tramite l'uso di piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti, e in cui i pasti devono essere tassativamente preparati all'interno delle abitazioni in questione. Si definiscono inoltre i doveri del “gestore”, tenuto a fornire alcune garanzie (e anche a mettere a disposizione degli enti di controllo informazioni, qualora servano, pur nel rispetto della privacy degli utenti): che i cuochi siano coperti da polizze assicurative per i rischi derivanti dall'attività di ristorazione o che l'unità immobiliare in cui questa si svolge sia coperta da polizza che assicuri la responsabilità civile verso terzi. Le transazioni di denaro devono avvenire esclusivamente e totalmente attraverso sistemi di pagamento elettronico. L'attività resta comunque considerata come “saltuaria” e come tale non può superare il massimo di 500 coperti l'anno né generare proventi superiori ai 5mila euro lordi (se no si passa a un regime di impresa, con l'obbligo di aprire la partita Iva). Per lo svolgimento di tali attività sono poi richiesti nuovi specifici requisiti in relazione alla sicurezza dei prodotti alimentari e all'igiene degli ambienti. L'attività non può essere esercitata in unità immobiliari dove siano anche esercitate attività turistico-ricettive o locazioni per brevi periodi: ovvero non si può dare vita a un fenomeno di seconde case usate come ristoranti o in alternativa affittate a giornata. Per esercitare la ristorazione a casa propria, si deve infine provvedere alla Scia (ovvero richiedere la “Segnalazione certificata di inizio attività) presso il proprio Comune: in assenza di Scia l'attività non è legittima e chi la esercita impropriamente va incontro a sanzioni amministrative. Con ciò, si è quindi inteso regolamentare un settore in crescita grazie al web: come in altre occasioni, le nuove piattaforme digitali hanno portato il Legislatore a dover normare quanto, fino a 10 anni fa, o non esisteva o non era in alcun modo impattante. Per far emergere situazioni ambigue ed evitare impropri esercizi, se non addirittura attività “sommerse” in odor di elusione o evasione fiscale. Ora il testo passa al Senato.

Alla Camera il Ddl che tutela le partite Iva e disciplina il “lavoro agile” per i dipendenti
In discussione nelle Commissioni competenti della Camera, e presto in Aula, il Disegno di legge per la tutela del lavoro autonomo e per la disciplina del lavoro “agile”, ovvero il provvedimento per garantire di più e meglio le partite Iva e che contiene anche regole per un'articolazione flessibile, nei tempi e nei modi, per il lavoro dipendente. Il Ddl è stato approvato in prima lettura dal Senato in novembre e ora è all'esame di Montecitorio dove potrebbe subire alcune modifiche: per ora, dunque, posso solo sintetizzare a grandi linee il provvedimento come uscito da Palazzo Madama. Il dispositivo riguarda in primo luogo circa 5,4 milioni di lavoratori autonomi non imprenditori (dati Istat) cui dare più sicurezze su malattia e maternità, e agevolazioni sul piano fiscale. Tra le norme, infatti, la deduzione al 100% delle spese sostenute dai professionisti per master, corsi di formazione o convegni (oggi si possono dedurre il 50% delle spese) entro un tetto annuo di 10mila euro; deduzione integrale, ma entro i 5mila euro annui, anche per le spese per la certificazione delle competenze, l'orientamento, il sostegno all'autoimprenditorialità. Diventano totalmente deducibili i costi per l'assicurazione contro il mancato pagamento delle prestazioni di lavoro e, sempre sul fronte fiscale, è prevista l'esclusione dall'imponibile Irpef (e a fini previdenziali) di tutte le spese necessarie all'esecuzione dell'incarico sostenute dal committente. Prive di effetto le clausole che rinviano i termini di pagamento oltre i 60 giorni dalla consegna della fattura al cliente o che attribuiscono al committente la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni contrattuali iniziali, per gli iscritti alla gestione separata Inps i congedi parentali salgono da 3 a 6 mesi (entro i primi 3 anni di vita del bambino) e durante la maternità si potrà ricevere l'indennità anche continuando a lavorare (sarà una scelta della lavoratrice). Per quanto riguarda le tutele sulla salute, i lavoratori autonomi che prestino la loro attività in via continuativa per un committente possono conservare il rapporto di lavoro (senza diritto al corrispettivo economico) per un periodo pari a 5 mesi in caso di gravidanza, malattia, infortunio; si introduce, fino a un massimo di 2 anni, il diritto alla sospensione del versamento dei contributi per malattie o infortuni gravi che impediscono di lavorare per oltre 60 giorni. Il lavoro autonomo, lo ricordo, ha ricevuto un segnale positivo anche con la legge di Bilancio, in cui è stata abbassata l'aliquota contributiva da versare alla gestione separata portandola al 25% dal 27% (sarebbe dovuta invece progressivamente crescere per arrivare al 33%). Per quanto riguarda il lavoro agile, il testo di legge si propone di modernizzare il lavoro dipendente che, grazie soprattutto ai mezzi informatici, può avere un'organizzazione meno rigida rispetto a quella odierna. Un'organizzazione che si accompagna quasi sempre a un aumento della produttività e sempre a una miglior conciliazione vita-lavoro. La legge, perciò, vuole fornire strumenti stabili per far sì che datore di lavoro e impiegato possano optare per il lavoro agile tramite un accordo che specifichi forme, contenuti, modalità di recesso e durata. Un lavoratore dipendente potrà prestare la propria opera anche all'esterno dei locali aziendali, per una somma di ore da concordare (per esempio un giorno lavorativo la settimana) e per una durata di tempo che può essere a termine o anche a tempo indeterminato.

Approvata in Commissione la risoluzione che impegna il Governo a promuovere il cicloturismo
L'11 gennaio le commissioni Trasporti e Attività produttive riunite hanno approvato una risoluzione per la promozione del cicloturismo. Forse non tutti sanno che l'Italia è il primo produttore europeo di biciclette con 2.728.600 esemplari l'anno, che nello “Stivale” ci sono oltre 25 milioni di bici e 12 milioni sono le persone che affermano di usarle frequentemente. L'uso della bicicletta può poi rappresentare (da cui la risoluzione) una leva importante per il turismo nazionale: secondo l'Ente nazionale per il turismo, infatti, il ritorno economico del cicloturismo ha una potenzialità di 3,2 miliardi di euro l'anno e, nel biennio 2013-2014, circa 450mila “turisti su due ruote” hanno visitato il nostro Paese. Le destinazioni più amate sono la Toscana, il Veneto, il Trentino e le Dolomiti, l'Emilia-Romagna, il lago di Garda, anche perché dotate di migliori strutture. Il 61% dei cicloturisti sono stranieri con un profilo economico-culturale medio-alto e con un'età media attorno ai 40-45 anni. Sulla promozione e lo sviluppo della bicicletta esistono oggi: una proposta di legge che doveva essere votata alla Camera qualche tempo fa (ma c'è stato un rinvio dell'Aula), volta a incentivare la creazione della rete nazionale delle ciclovie tra cui troverebbero spazio anche quelle dedicate al turismo; il progetto dedicato alle ciclovie turistiche, previsto dalla legge di Stabilità 2016 e confermato dalla legge di Bilancio 2017 che, a tal fine, stanzia oltre 150 milioni di euro. Dunque, il dibattito è aperto a livello normativo in senso lato ed esistono inoltre stanziamenti già deliberati. La risoluzione approvata intanto impegna il Governo a: sostenere e sviluppare le potenzialità del cicloturismo con attività di promozione che coinvolgano l'intera filiera (dall'Ente nazionale, alle Apt regionali, alle Unioni o consorzi già esistenti su questi segmenti), valorizzando l'offerta con pacchetti turistici specifici; costruire sinergie nazionali, con il coordinamento del ministero dei Beni cultuali e del turismo, realizzando percorsi sovraregionali; favorire processi di digitalizzazione delle informazioni per gli itinerari; effettuare un monitoraggio periodico sullo stato di avanzamento dei lavori dei percorsi ciclabili, verificandone anche il livello di sicurezza e lo stato manutentivo.

Marebonus: via libera dalla Commissione Ue a 138 milioni per gli operatori marittimi italiani
A fine dicembre la Commissione europea ha dato il via libera al cosiddetto “Marebonus”, ovvero gli incentivi voluti dal Governo italiano per aiutare gli operatori a trasferire quote di traffico merci dalle strade alle vie marittime, dalla gomma all'acqua. L'Ue, in novembre, aveva già approvato anche il “Ferrobonus” ossia gli incentivi nazionali per il trasporto merci sulle rotaie. Marebonus ha una dotazione di 138 milioni di euro, erogabili fino alla fine del 2018, che saranno distribuiti ai trasportatori marittimi per l'avvio di nuovi servizi o per migliorare quelli esistenti, in arrivo o in partenza dai porti italiani. Gli orientamenti comunitari in materia di aiuti di Stato consentono ai Paesi membri di destinare tali fondi a determinate condizioni: concretamente il sostegno pubblico può finanziare infatti alcuni costi supplementari per, appunto, nuovi servizi, o per la transizione di quelli attuali a modi di trasporto più efficienti e rispettosi dell'ambiente. Le risorse sono rivolte in particolare ai progetti per migliorare la catena intermodale: 255 milioni è infatti l'ammontare delle risorse destinate al trasporto ferroviario (Ferrobonus). In tutto quindi 400 milioni “tra ferro e acqua”, per decongestionare le strade, migliorando la qualità dell'aria e supportando rotaie e vie del mare. La Commissione europea ha dunque ritenuto positivi i due regimi di sostegno pubblico proposti dall'Italia, conformi alle norme Ue sulla concorrenza e gli aiuti di Stato, proprio perché mirano innanzitutto a preservare l'ambiente incentivando al contempo gli operatori a innovare i servizi.
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