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Solo poche parole di cordoglio per le zone colpite dalle nuove scosse di terremoto, il 26 e il 30 ottobre. Dopo il sisma di fine agosto, si tratta di una tragedia di fronte alla quale è tanto difficile dire qualcosa quanto è invece necessario agire. Perché è una tragedia che rischia di lacerare il tessuto comunitario e identitario di moltissime località del centro Italia, e dobbiamo in ogni modo evitarlo: come ha detto il Commissario straordinario per la ricostruzione, Vasco Errani, bisogna assicurare il pieno ritorno alla vita di tutti i luoghi devastati dalla violenza del terremoto, luoghi bellissimi ma spesso già a rischio spopolamento e per cui vanno impostate politiche di sviluppo oltre che di ristoro. Il Governo ha intanto stanziato i primi 40 milioni per gli interventi più immediati e varato inoltre un nuovo decreto, che si accorpa a quello per il sisma di Amatrice, al fine di estendere le misure precedentemente previste anche agli epicentri dei disastri più recenti. Ovvero sospensioni dei versamenti delle tasse e dei mutui per cittadini e imprese, definizione dei nuovi “crateri sismici”, agevolazioni per l'agricoltura (particolarmente compromessa) con lo stanziamento di circa 11 milioni di euro, possibilità per le Regioni coinvolte di assumere personale con contratti a termine in deroga alle norme vigenti, semplificazioni burocratiche per gli interventi urgenti sul patrimonio artistico. La legge di Bilancio (di cui scrivo in questa newsletter) stanzierà poi almeno 4 miliardi nel 2017 per il piano straordinario di messa in sicurezza: ora le Camere dovranno esaminare la norma, per renderla operativa e dare concretezza anche a questo cruciale progetto. I disastri di questi mesi sono eventi straordinari (si è deformata un'area di oltre 1100 km quadrati, in alcune zone il terreno si è abbassato di 70 cm, vicino a Norcia si è addirittura spostato verso ovest di 30 cm), che richiedono uno sforzo straordinario e che non possono che diventare la priorità assoluta: anche per questo auspico che l'Unione europea accetti di scorporare le spese per la ricostruzione dell'Italia centrale dal patto di Stabilità, ossia dai meccanismi contabili (ordinari) che calcolano il rapporto tra deficit e Pil, tra spese ed entrate. Credo che comprendere l'estrema delicatezza e la non ordinarietà della situazione sia un dovere morale.
Competenze delle Regioni: il nuovo Titolo V della riforma costituzionale

Introdotto il Senato dei territori, si riscrivono le regole del regionalismo superando la legislazione concorrente e destinando più poteri allo Stato nel garantire omogeneità e servizi adeguati ovunque
Nelle ultime newsletter ho scritto del superamento del bicameralismo perfetto, del nuovo Senato e della nuova architettura parlamentare disegnata dalla riforma costituzionale, del ruolo del Governo nel procedimento legislativo, della revisione dell'istituto referendario e dell'ampliamento delle garanzie per i cittadini e le minoranze parlamentari. In questo numero concludo il mio approfondimento sulle modifiche apportate dalla Riforma con un ultimo importante tema: il riordino del Titolo V, ossia la parte della Costituzione che disciplina i Comuni, le Regioni e le loro competenze, codificando le autonomie locali. I cambiamenti più importanti riguardano i poteri legislativi regionali.
La competenza a legiferare, in Italia, oggi può essere: esclusiva dello Stato; residuale delle Regioni; concorrente Stato-Regioni. L'articolo 117 della Costituzione definisce le materie per le quali lo Stato ha competenza unica ed esclusiva, quelle per cui la competenza è “concorrente”, mentre le restanti sono di competenza regionale. “Legislazione concorrente” significa che le Regioni hanno la possibilità di legiferare su alcune materie eccezion fatta per la determinazione dei principi fondamentali, riservata comunque alla legislazione statale. Le materie in cui si è sviluppata la legislazione concorrente sono: i rapporti con l'Ue; il commercio con l'estero; la sicurezza del lavoro; l'istruzione e la formazione professionale; la ricerca; la sanità; le reti di trasporto e le infrastrutture strategiche; la produzione e la distribuzione dell'energia; il governo del territorio; la previdenza complementare; la finanza pubblica e il sistema tributario locale; i beni culturali territoriali e la promozione del turismo. Lo Stato ha dunque fornito la legislazione-quadro, con i principi inderogabili, e le Regioni hanno poi “concorso” alla precisazione normativa, dotandosi di specificità territoriale. Questo sistema ha purtroppo prodotto un'infinità di contenziosi tra Regioni e Stato, sfociati in alcune migliaia di ricorsi alla Corte costituzionale, al fine di stabilire ogni volta il perimetro legislativo dei due “concorrenti”: il concetto di “principio fondamentale” si è infatti dimostrato tutt'altro che chiaro, poiché le materie hanno troppi livelli di definizione che possono inoltre mutare nel tempo. Solo per citare i dati degli ultimi due anni, alla Consulta sono arrivati 203 ricorsi, ma il picco c'è stato nel 2011/2012, con complessive 386 cause. Non solo: tale scelta si è concretizzata in una differenziazione enorme e crescente tra le nostre Regioni. L'attuale struttura delle Regioni deriva infatti da una serie di modifiche, apportate al Titolo V a partire dagli anni Settanta e fino alla riforma organica del 2001 (figlia di un periodo fortemente caratterizzato da spinte federaliste), che hanno via via conferito a questi enti più poteri legislativi e organizzativi (anche quanti consiglieri avere e quanto pagarli), più libertà di spesa e più competenze (la più rilevante è senz'altro la gestione della sanità). Dunque una sempre maggiore autonomia dallo Stato. Al di là della conflittualità, c'è dunque anche il problema della disomogeneità delle normative regionali, che ha reso il nostro un Paese a più velocità, con livelli di servizi molto differenti tra i territori, che hanno realizzato regole e dato forma a istituzioni qualitativamente diverse tra loro.
La riforma costituzionale sgombra il campo ed elimina la legislazione concorrente. Viene così riscritto l'articolo 117, ridefinendo in modo minuzioso le competenze statali e lasciando alle Regioni il potere legislativo “residuale”, ovvero la possibilità di legiferare solo sulle materie non espressamente individuate come ascrivibili alla potestà esclusiva statale. La riforma fa perciò rientrare nell'alveo esclusivo dello Stato alcune materie importanti su cui si sono sviluppati i maggiori contenziosi come: l'energia (basti pensare ai ricorsi delle Regioni sulle trivellazioni al largo delle coste, che hanno portato addirittura al referendum dello scorso aprile), le infrastrutture (oggi le Regioni hanno ampio potere di veto sulle opere pubbliche, una cosa che contribuisce a paralizzare il nostro Paese), il commercio con l'estero, la sanità, l'istruzione, la tutela dei beni culturali e la promozione del turismo. A compensare la perdita della legislazione concorrente, serve però proprio la nuova architettura parlamentare introdotta con la Riforma: non dimentichiamo infatti che il Senato diventa un organo che rappresenta i territori in Parlamento, dunque esercita funzioni di controllo su quanto delibera la Camera con procedimento monocamerale e ha pieni poteri nel procedimento bicamerale (ad esempio su una materia ora di competenza concorrente, come i rapporti con l'Ue). A riequilibrare dunque la riduzione dei poteri, le Regioni attraverso i loro rappresentanti in Senato potranno partecipare alla legislazione statale e alle attività di controllo sulle decisioni del Governo e della Camera: si è scelto di portare la voce delle Regioni dentro all'assemblea legislativa nazionale anziché moltiplicarle caoticamente sui territori.
Da ciò che ho scritto, è evidente che con questa Riforma crescerà il novero delle materie di competenza statale esclusiva mentre le Regioni manterranno la potestà residuale. È però espressamente attribuita alle Regioni la facoltà di intervenire su: pianificazione del territorio regionale e mobilità interna; programmazione e organizzazione dei servizi sanitari e sociali; programmazione e organizzazione infrastrutturale territoriale; promozione dello sviluppo economico locale e organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese; organizzazione dei servizi scolastici in virtù dell'autonomia scolastica e dell'autonomia nell'istruzione universitaria; attività culturali di pertinenza regionale; valorizzazione regionale del turismo. Restano insomma fermi i principi di sussidiarietà e di autonomia gestionale/organizzativa nei principali ambiti, in un quadro normativo più centralizzato. Viene inoltre introdotta la cosiddetta “clausola di supremazia”, secondo la quale – su proposta del Governo – una legge dello Stato può comunque intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva statale quando lo richieda la tutela dell'unità giuridica o economica della Repubblica o la tutela dell'interesse nazionale. Dunque, in casi in cui vi sia una priorità nazionale, lo Stato può intervenire sulle scelte delle Regioni ascritte all'ambito di legislazione residuale. D'altro canto, viene riformato l'istituto del cosiddetto “regionalismo differenziato”, che consente alle Regioni con un bilancio in regola di chiedere ulteriori forme di autonomia su alcune materie di legislazione statale: le politiche sociali; l'istruzione; la ricerca scientifica e tecnologica; le politiche attive per il lavoro e la formazione professionale; la promozione del commercio con l'estero; la tutela e la valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici; il governo del territorio. Con ciò, si legano le buone capacità amministrative dei territori a una maggior possibilità decisionale: se le Regioni utilizzano virtuosamente le proprie risorse, possono avere più margini di manovra. Resta ferma poi la possibilità dello Stato di delegare per legge alle Regioni la potestà regolamentare nelle materie e nelle funzioni di competenza legislativa esclusiva. Una misura importante, per rendere omogenei alcuni principi-base su tutto il territorio, è infine quella inserita nel nuovo articolo 122, che prevede che i compensi dei consiglieri regionali non possano superare quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo. La Riforma costituzionale inserisce poi nella nostra carta fondamentale l'equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza dei territori. Un tema su cui, come molti altri, l'Emilia Romagna è all'avanguardia (ha già inserito da anni la parità di genere nel proprio statuto), mentre ci sono Regioni in cui nessuna donna siede in Consiglio.
Chiaramente, scompare dal Titolo V e dalla Costituzione qualunque riferimento alle Province, che sono state riconcepite dalla legge Delrio del 2014 come enti di secondo livello (“enti di area vasta”). La Riforma garantisce che i Comuni, le Città metropolitane e le Regioni (che, una volta tolte le Province, restano gli istituti delle autonomie territoriali) abbiano autonomia finanziaria di entrata e di spesa e sancisce che debbano concorrere ad assicurare il rispetto dei vincoli economici e finanziari derivanti dall'appartenenza all'Unione europea: Comuni, Città metropolitane e Regioni godono infatti di risorse autonome, poiché stabiliscono e applicano tributi territoriali, e compartecipano del gettito fiscale nazionale secondo quanto disposto dalla legge dello Stato. Per garantire omogeneità dei servizi e delle funzioni, lo Stato istituisce un fondo perequativo per le Regioni e i territori con minore capacità fiscale per abitante, ovvero le zone meno ricche del Paese. Tutte queste risorse devono assicurare il finanziamento integrale delle funzioni delle autonomie territoriali, fatto salvo che per promuovere coesione e solidarietà sociale, rimuovere gli squilibri economici e favorire i diritti delle persone, lo Stato può destinare risorse aggiuntive ed effettuare interventi speciali in favore di Comuni, Città metropolitane e Regioni. Una legge dello Stato dovrà definire gli indicatori di fabbisogno per promuovere uguali condizioni di efficienza in tutto il Paese. In ogni caso, tutte le Regioni devono possedere livelli standard nei servizi e assicurare ai cittadini condizioni sociali adeguate.
Questa parte della Riforma, che ho tenuto per ultima nel mio approfondimento, è quella più complessa. Vorrei annotare, dunque, solo due cose: la prima è che il nuovo Senato dei territori previsto dalla revisione costituzionale implica un profondo ripensamento del regionalismo italiano, per cui le due scelte si legano tra loro ricreando un nuovo equilibrio tra centro e autonomie. La seconda è ricordare che, purtroppo, un'eccessiva autonomia regionale è stata negli anni una lama a doppio taglio: in alcune zone ha prodotto buona amministrazione, in altre no. L'effetto finale è stato quello di disallineare il nostro Paese anziché renderlo migliore. Con ciò, la Riforma accentra – di base – i poteri legislativi in mano allo Stato compensando con istituti quali il “regionalismo differenziato”, ovvero con la possibilità di delegare maggiormente le decisioni ai territori virtuosi, ma sancendo che non ci possono essere libertà eccessive o di veto o di intralcio su temi troppo importanti (tra cui vanno senza dubbio annoverate la sanità, le infrastrutture e l'energia), perché su queste materie vanno garantite regole più omogenee e una migliore efficienza ovunque. L'abrogazione della legislazione concorrente contribuisce a fare chiarezza, evitando i troppi contenziosi che hanno reso farraginoso quanto precedentemente concepito. E che non ha aiutato le gestioni territoriali né tanto meno lo sviluppo nazionale.

La legge di Bilancio 2017:
misure per l'equità, per lo sviluppo e per la ricostruzione del Paese


La manovra economica alle Camere: confermati il piano Industria 4.0, il pacchetto pensionistico, gli interventi per la sicurezza del territorio. Novità positive e strutturali per il diritto allo studio
Il Governo ha presentato la legge di Bilancio 2017, ora alle Camere per l'esame parlamentare che occuperà buona parte delle prossime settimane. Nella prossima newsletter potrò evidenziare meglio alcune tematiche e fare un'analisi più approfondita. Per il momento metto in fila le direttrici principali del provvedimento, che prevede innanzitutto una crescita del Pil all'1%, un rapporto deficit/Pil al 2,3% e che complessivamente ammonta a circa 27 miliardi di euro. Certamente, il recente e devastante terremoto potrebbe incidere ulteriormente sulle cifre già contenute nella legge: l'Esecutivo aveva infatti deciso di stanziare sul prossimo anno sostanziose risorse per la messa in sicurezza del territorio italiano a seguito del terremoto di Amatrice di fine agosto. Quel che è successo tra il 26 e il 30 ottobre aggrava ulteriormente il bilancio dei danni, la tragicità dei fatti, e richiede fortissimi sforzi per il ripristino dei luoghi, delle comunità, per il bene delle persone. Quanto accaduto deve poi essere considerato molto seriamente dall'Unione europea, cui chiediamo di scorporare le spese di messa in sicurezza del territorio nazionale dal patto di Stabilità, dunque dai processi di contabilità tra entrate e spese.
Tornando alla legge di Bilancio, le coperture per il prossimo anno sono costituite da alcune voci: la spending review dovrebbe garantire oltre 3 miliardi grazie a risparmi su beni e servizi delle amministrazioni centrali e delle Regioni, mentre 2 miliardi sono attesi dalla cosiddetta “voluntary disclosure”, ossia dall'emersione di capitali irregolarmente detenuti all'estero o non dichiarati in Italia, una misura che lo scorso anno ha fruttato quasi 4 miliardi alle casse dello Stato. Come ha chiarito giustamente il ministro Padoan, il provvedimento sulla “disclosure” votato dal Parlamento nel 2014 (è entrato in vigore nel 2015, poi è stato prorogato successivamente e ribadito oggi) non è un condono fiscale perché il contribuente deve dichiarare la propria identità (i condoni fiscali sono anonimi) e dunque si rende noto agli occhi del Fisco, cosa che consente maggiori controlli nei suoi confronti anche in futuro. A differenza di un condono, la procedura di emersione comporta poi il pagamento del dovuto, a fronte di uno sconto sulla sanzione, e non cancella i reati connessi a quello tributario: sarà l'Agenzia delle entrate, infatti, ad accertare la provenienza del denaro nascosto e, di conseguenza, si capirà la posizione penale di ogni persona. Cosa che quindi può comportare anche l'avvio di un procedimento. Altra copertura di spesa (circa 3,5 miliardi) sarà fornita dalla trasformazione di Equitalia e dalla riscossione delle cartelle esattoriali arretrate: assieme alla legge di Bilancio il Governo ha infatti varato un decreto collegato (che sarà convertito, alla Camera, la prossima settimana) per la fine dell'agenzia così come l'abbiamo conosciuta. Si tratta di una scelta coerente con l'idea di fisco delineata anche dalla legge delega di riordino tributario, approvata dal Parlamento nel 2014, ovvero l'idea che lo Stato debba pretendere tutto quanto dovuto senza vessare: la riorganizzazione di Equitalia dovrebbe significare quindi, soprattutto, la fine di alti interessi ed eccessive sanzioni di mora a carico del contribuente (e il più delle volte si tratta di piccoli contribuenti). Con il collegato viene presentato il piano di smaltimento per le pendenze, per cui chi deve pagare lo farà, con possibilità di rateizzazioni e una sanatoria solo su interessi e sanzioni. Altri 2,5 miliardi saranno recuperati da una misura chiaramente anti-elusiva, ovvero la nuova norma che impone la dichiarazione telematica al Fisco delle fatture (facendo emergere il gettito dell'Iva) e 1,8 miliardi provengono dall'allungamento delle concessioni sulle frequenze per la telefonia. Queste le coperture principali che finanziano i tre filoni di intervento fondamentali: misure di equità sociale; investimenti per lo sviluppo e la crescita; il piano per la ricostruzione e la sicurezza del Paese.
Parto dalle misure per l'equità, confermando innanzitutto quanto scritto nella newsletter del 10 ottobre: il Governo stanzierà 7 miliardi (di cui 1,9 miliardi nel 2017) in 3 anni per il pacchetto pensionistico. Che, lo ricordo, interviene sull'innalzamento delle quattordicesime per i redditi più bassi, sull'estensione delle quattordicesime a 1 milione e 200mila pensionati che percepiscono fino a mille euro lordi al mese (oggi il limite è 750 euro lordi), sull'innalzamento della no tax area per chi è in pensione, sulla gratuità per le ricongiunzioni dei versamenti da casse separate e sull'introduzione di elementi di flessibilità per poter anticipare il ritiro dal lavoro fino a 3 anni e 7 mesi antecedenti la maturazione dei requisiti. L'Ape (l'anticipo pensionistico tramite un prestito bancario) potrà essere richiesto a partire dal prossimo maggio dai lavoratori nati tra il 1951 e il 1953: se il ritiro anticipato è “volontario” la restituzione ventennale del prestito sarà a carico della persona che lo richiede (con una penalizzazione di circa il 5% per ogni anno di anticipo); se si è disoccupati senza più ammortizzatori sociali la restituzione ventennale del mutuo è a carico dello Stato per pensioni fino a 1.500 euro lordi al mese (cosiddetta “Ape social”). Gli impieghi gravosi, che ugualmente hanno diritto all'Ape social, dovrebbero essere (il condizionale è d'obbligo, fino al voto definitivo della manovra): gli operai edili, i marittimi, gli infermieri, gli operatori socio sanitari, gli scavatori, i facchini, i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti, gli insegnanti delle scuole dell'infanzia. Confermate le misure per i lavori usuranti, i precoci potranno uscire dal mercato del lavoro con 41 anni di versamenti nel caso siano disoccupati senza ammortizzatori sociali o se rientrano nelle categorie degli impieghi gravosi previsti per l'Ape social (sempre sul fronte dei precoci è confermata poi l'eliminazione delle penalizzazioni). Le misure previdenziali accordate con i sindacati sono state, insomma, sostanzialmente ribadite. Un altro pacchetto di norme importanti riguarda invece i giovani e il diritto allo studio (“Student Act”): innanzitutto la legge stabilisce che in tutte le università venga istituita una sorta di “no tax area” per gli studenti con un reddito Isee famigliare inferiore ai 13mila euro, una scelta che incoraggia chi vuole studiare ma proviene da una condizione economica che non lo consentirebbe. Oltre alla no tax area, cioè all'esenzione totale dalle tasse universitarie per queste fasce di reddito, ci saranno tasse calmierate per gli studenti con un reddito famigliare dai 13mila ai 25mila euro Isee. A fronte di queste due encomiabili decisioni, agli atenei vengono garantite risorse compensative per continuare ad assicurare, nonostante le minori entrate, lo stesso livello di servizi e didattica. Si incrementa poi il Fondo statale per il Diritto allo studio universitario (oltre 200 milioni di euro) e vengono introdotte delle “superborse” di studio da 15mila euro per 400 studenti dell'ultimo anno delle superiori, particolarmente meritevoli ma con poche risorse famigliari: queste borse potranno essere richieste da chi ha un Isee uguale o inferiore ai 20mila euro e una media nei voti pari o superiore all'8. Per il loro finanziamento vengono stanziati 6 milioni per il prossimo anno e 13 milioni per il 2018, quando il fondo diventerà strutturale. Lo Student Act inserito nella manovra di Bilancio prevede misure innovative premiando con criteri specifici e selettivi chi merita di avere la migliore istruzione ma non ha alle spalle una famiglia che gliela possa garantire. Questo non solo è diritto allo studio, che finalmente viene affrontato in modo organico, ma anche un esempio concreto di cosa significhino le pari opportunità.
Andando sul fronte del lavoro, oltre 1,5 miliardi dovrebbero essere destinati al rinnovo dei contratti del pubblico impiego, fermi da anni, e a nuove assunzioni (soprattutto nel comparto delle forze armate e dei Vigili del fuoco). Al posto della decontribuzione generalizzata, introdotta con la legge di Stabilità 2015 e confermata (in misura ridotta) dalla manovra 2016, il prossimo anno il Governo stanzierà risorse per le assunzioni dei giovani: a partire da gennaio dovrebbe entrare in vigore un “bonus” sui contributi (da massimo 3.250 euro) per i datori di lavoro che assumano neodiplomati a seguito dei percorsi di alternanza scuola-lavoro o neolaureati al termine del tirocinio curriculare. Dunque una decontrobuzione focalizzata sul “sistema duale” scuola-lavoro e per incentivare i nuovi ingressi dei giovani, che stanno ancora patendo maggiormente gli effetti della crisi. Sul fronte della solidarietà, 700 milioni sono stanziati per il sostegno alla famiglia e alla genitorialità; si incrementa il Fondo contro la povertà e per l'inclusione, che nel 2017 conterà su 500 milioni di euro; si istituisce un nuovo Fondo destinato ai Comuni e finalizzato a sostenere le spese legate all'accoglienza dei migranti. Questa voce di spesa viene tenuta al di fuori del patto di Stabilità interno (cioè non pesa sui calcoli tra entrate e uscite degli enti locali) e non è computata neppure nei parametri del patto di Stabilità europeo (ovvero è fuori anche dai calcoli che incidono sul rapporto deficit/Pil). Il nostro Paese è molto impegnato sulla questione, che è epocale e ineluttabile: sarebbe il caso che l'Unione europea riconoscesse tale sforzo. 1 miliardo in più rispetto a quanto preventivato va invece nel 2017 al Servizio sanitario nazionale, che vede perciò aumentare la sua dote di due miliardi: si passa dai 111 miliardi del 2016 a 113 miliardi (la previsione era di salire a 112). Si tratta dell'aumento più significativo sulla sanità da svariati anni a questa parte, motivato anche dall'immissione in ruolo di 7mila persone tra medici e infermieri, quindi da nuove assunzioni nel comparto (soprattutto in reparti nevralgici come i pronti soccorsi). Oltre a questo, l'incremento dei fondi servirà prioritariamente a garantire i farmaci salvavita contro l'epatite C e la fibrosi cistica (introdotti lo scorso anno a carico del Servizio nazionale), i medicinali oncologici di nuova generazione, e a un più efficiente piano per le vaccinazioni. Il Ssn, invece, risparmierà circa 1,2 miliardi grazie al vincolo per le Asl di acquistare beni e servizi da Consip, ovvero tramite il sistema di acquisti centralizzato.
Per quanto riguarda gli investimenti e lo sviluppo delle imprese vengono confermate le molte azioni che il Ministro Calenda aveva annunciato presentando il Piano “Industria 4.0” alcune settimane fa (e di cui scrissi a fine settembre). Il Governo stanzierà a tal fine circa 13 miliardi di euro in tre anni: l'intenzione, sull'esempio di quanto fatto in Germania, è che gli investimenti pubblici facciano da leva per ulteriori risorse private, dunque a investimenti aggiuntivi rilevanti. Il pubblico fa la propria parte; i privati devono rispondere alle tante facilitazioni messe in campo. Sono infatti contemplate nella legge di Bilancio: la proroga dell'ammortamento al 140% per l'acquisto di nuovi beni strumentali (già inserito nella legge di Stabilità 2016) e l'introduzione di un super ammortamento al 250% per gli investimenti sulla digitalizzazione. Si tratta di uno sconto fiscale imponente per le spese sostenute dalle aziende in relazione all'ammodernamento, su oltre 40 categorie di beni e con particolare premialità per la transizione “4.0” (quindi per investimenti su robotica e tecnologie digitali, prevalentemente). Oltre a questo, il credito d'imposta per le spese in ricerca e innovazione effettuate, oggi al 25%, raddoppierà passando al 50% e i limiti di credito massimo per contribuente passeranno da 5 a 20 milioni di euro; 1 miliardo andrà al Fondo centrale di garanzia per le Pmi e sarà finalizzato alla digitalizzazione; 1 miliardo ai contratti di sviluppo Industria 4.0, dunque sostanzialmente all'implementazione di processi e prodotti. Per le attività produttive, sul fronte fiscale arriva la riduzione dell'Ires (imposta sul reddito delle società) che passa dal 27,5% al 24%; l'Ires diventa poi “Iri” (imposta sul reddito d'impresa) per le ditte individuali (artigiani, commercianti, partite Iva), sostituendo la quota Irpef dovuta da questi contribuenti sul reddito d'esercizio. La legge introduce quindi una “flat tax” al 24%, allineando Ires e Iri, sia per le aziende che per imprenditori singoli o autonomi: vedremo se tale innovazione funzionerà per le ditte individuali, soprattutto per i professionisti con redditi medi o bassi, mentre una cosa sicuramente positiva è che l'aliquota contributiva per gli autonomi scenderà al 25%. La manovra di Bilancio stanzia infine, e non certo da ultimo, almeno 4 miliardi (forse 6) nel 2017 per il piano Casa Italia e la ricostruzione post sisma: anche questa voce di spesa, come quella legata all'immigrazione, non è considerata ai fini del patto di Stabilità Ue. Voglio qui precisare, però, che il progetto Casa Italia istituisce un fondo complessivo da 44 miliardi di euro dal 2017 al 2032: questa ingente voce di spesa servirà (prioritariamente) per le ristrutturazioni antisismiche del patrimonio immobiliare pubblico, al credito d'imposta per le zone colpite dal terremoto, per agire contro il dissesto idrogeologico. Casa Italia sarà coordinata dal rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, e dall'architetto e senatore a vita Renzo Piano. Si tratta insomma di un intervento a lungo termine, introdotto con la legge di Bilancio 2017. Confermati i bonus per le ristrutturazioni edilizie al 50% e gli ecobonus al 65%, gli sgravi aumentano per le ristrutturazioni condominiali (l'ecobonus può arrivare al 70%) e per quelle antisismiche (fino all'80%). A margine di tutto questo, annoto poi che il canone Rai dovrebbe scendere a 90 euro (da 100): dopo aver recuperato una buona fetta dell'evasione sull'imposta, che da quest'anno si paga attraverso la bolletta della luce, con ogni probabilità la abbasseremo.
La manovra di Bilancio 2017 intende proseguire con il tentativo del Governo di rilanciare gli investimenti, ridurre le tasse, dare opportunità ai giovani, ponendo anche un primo ma strutturato rimedio alla rigidità del sistema previdenziale. Ci sono misure per la crescita e misure per l'equità sociale. E fondi per la messa in sicurezza del nostro Paese, che è un capitolo centrale a cui far fronte. Tornerò comunque su questi e altri temi nella prossima newsletter, dopo che avremo esaminato a fondo la legge e le Commissioni avranno espresso i pareri.

Tutela dei minori immigrati presenti in Italia ma senza genitori:
la Camera approva la legge


Ai bambini e agli adolescenti vanno sempre assicurati accoglienza e diritti: divieto assoluto di respingimento alle frontiere, rimpatri assistiti solo a fronte delle massime garanzie per le persone
Il 26 ottobre la Camera ha approvato la proposta di legge di iniziativa parlamentare (prima firmataria l’On. Sandra Zampa, vicepresidente del nostro Partito) che modifica e migliora la normativa sui minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia, per rafforzare le tutele nei loro confronti e garantire la giusta applicazione delle regole su tutto il territorio nazionale. Ai bambini o ragazzini immigrati vanno infatti in ogni caso assicurati accoglienza e diritti, in armonia con le convenzioni internazionali che proteggono l’infanzia a partire dalla Carta per i diritti dell’infanzia e dell’adolescenza dell’Onu. Chi non lo fa, è nel torto: ci tengo molto a precisarlo.
Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (responsabile del monitoraggio) i minori non accompagnati arrivati in Italia e oggi presenti nel nostro Paese sarebbero oltre 15mila: si tratta di bambini o ragazzini che non hanno cittadinanza italiana o europea e si trovano, per qualsiasi motivo, nel territorio del nostro Paese privi di assistenza o di tutela da parte di genitori o altri adulti che siano per loro legalmente responsabili. La legge sancisce che, a prescindere dalla richiesta di protezione internazionale (ossia a prescindere dalla provenienza del minore: che sia un profugo di guerra o meno è irrilevante), i minori stranieri non accompagnati hanno diritto alla protezione come i minori italiani ed europei. Dunque, i bambini e i ragazzini hanno uguale diritto a essere protetti, al di là della loro origine. La legge introduce poi il divieto assoluto di respingimento alla frontiera per i minori non accompagnati: se un minorenne arriva sul nostro territorio va accolto e gli vanno garantite misure assistenziali e supporto psicologico. L’espulsione dal territorio nazionale di un minorenne potrà inoltre essere decisa solo dal Tribunale per i minori a fronte di motivi di ordine pubblico e sicurezza nazionale. La legge riduce a un mese (da 2) il tempo massimo in cui i minori possono rimanere nelle strutture di prima accoglienza. In questo mese le strutture devono identificare il minore, fornirgli con modalità adeguate tutte le informazioni sui diritti che gli sono riconosciuti (compresa la possibilità di chiedere protezione internazionale e asilo), garantire un colloquio con uno psicologo in presenza di un mediatore culturale (per chiarire la situazione esperienziale del minore, le ragioni della sua emigrazione, il perché sia solo) e soprattutto, visto l’oggetto della legge, accertarne l’età. Le modalità e le procedure per l’accertamento dell’età vengono poi, per la prima volta, normate in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale: ovviamente, l’età può essere acclarata tramite un documento d’identità, laddove il ragazzo ne possieda uno. Nei casi vi siano “dubbi fondati” relativi all’età dichiarata e, eventualmente, all'autenticità del documento, il minore straniero potrà essere sottoposto ad esami socio-sanitari: la persona deve essere preventivamente informata, in una lingua che possa capire bene e in conformità con il suo grado di maturità, del fatto che la sua età può essere determinata con l’ausilio di esami medici e colloqui (evidentemente non parliamo di bambini di 8 anni, ma di adolescenti che potrebbero averne 18). Qualora permangano dubbi, la minore età viene presunta come tale. Si rimanda, a tal fine, a quanto scritto nella Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza: “i criteri di valutazione dell'età dovrebbero prendere in considerazione non solo le sembianze dell'individuo ma anche la sua maturità psicologica. La valutazione deve essere svolta in modo scientifico, sicuro e rispettoso dell'età e del sesso, in modo garbato, nel pieno rispetto della dignità umana. Nei casi incerti, in cui resta la possibilità che si tratti di un minore, si dovrebbe accordare comunque alla persona il beneficio del dubbio”.
La legge modifica e precisa la disciplina del cosiddetto “rimpatrio assistito”: i minori stranieri non accompagnati possono essere infatti rimpatriati per garantire il diritto all’unità famigliare del bambino se, in seguito a indagine specifica (svolta anche nel Paese d’origine del minore), si sia individuato il nucleo parentale. Il rimpatrio deve comunque essere “assistito”, ovvero il minore deve essere accompagnato da un’autorità italiana fino al ritorno alla sua famiglia o a un suo eventuale tutore e, a differenza dell’espulsione, il rimpatrio non comporta il divieto di reingresso in Italia per 10 anni. Il testo rende più tutelante la norma: si stabilisce intanto l’immediato avvio di ogni iniziativa per l’individuazione dei famigliari del minore, non appena questo entri nella sfera di competenza delle autorità di accoglienza, ma soprattutto vengono introdotti ulteriori e più dettagliati passaggi nell’ambito delle indagini famigliari e, a fronte degli esiti riscontrati, criteri più stringenti alla luce dei quali valutare se procedere al rimpatrio o attuare altri strumenti di protezione. Se si valuta che sia interesse del minore non tornare nel proprio Paese d’origine, il ministero dell'Interno dispone di non provvedere al rimpatrio e segnala la situazione del bambino alla magistratura e ai servizi sociali per l’eventuale affidamento. Per la decisione, viene tenuta in maggiore considerazione l’opinione del minore stesso. Ai minori stranieri non rimpatriabili si applicano le norme previste dalla legge italiana in materia di assistenza dei minori abbandonati, incluso l’affidamento a una famiglia – in via preferenziale – o a una comunità. La legge prevede poi che presso ogni Tribunale per i minorenni sia istituito un elenco di volontari disponibili ad assumere la tutela di un minore straniero non accompagnato: all’elenco possono essere iscritti cittadini selezionati e formati dai Garanti regionali (o da quello nazionale, laddove sui territori sia assente) per l’infanzia e l’adolescenza. La legge stabilisce che tutti i minori non accompagnati possano poi accedere alle misure di accoglienza predisposte dagli enti locali nell’ambito della rete nazionale del Sistema di protezione richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), indipendentemente dalla richiesta o meno di asilo. Ai minori non accompagnati che rimangono in Italia viene comunque sempre rilasciato il permesso di soggiorno per minore età fino al compimento dei 18 anni. Ai ragazzi sono riconosciuti il diritto alla salute (con l’iscrizione obbligatoria al Servizio sanitario nazionale) e il diritto allo studio. Una volta divenuti maggiorenni i ragazzi potranno ricevere il permesso di soggiorno nel caso in cui: risultino affidati a una famiglia o sottoposti a tutela; siano presenti in Italia da almeno 3 anni; abbiano partecipato a un progetto di integrazione per 2 anni: abbiano disponibilità di un alloggio; studino o lavorino. Per sostenere tutti gli attori coinvolti nella normativa (a partire dai Comuni) dal 2015 è stato istituito il Fondo nazionale per l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati presso il ministero dell’Interno. Il Fondo ha una dotazione di 170 milioni di euro per il prossimo anno e di 120 milioni per il 2018.
Quella approvata è una legge giusta: al di là di quel che si può pensare della gestione generale del fenomeno migratorio, che come vediamo è un fenomeno estremamente complesso, la difesa dell’infanzia e dell’adolescenza è semplicemente doverosa. La norma vuole proteggere le persone più vulnerabili, cioè i bambini e i ragazzini: la loro sicurezza è un principio superiore, se vogliamo ritenerci degni e umani. Dunque bene. Spero che il Senato, cui ora passa il testo, sia veloce nell’esame del provvedimento.

Cinema: approvata in via definitiva la nuova legge-quadro per un miglior finanziamento del settore
Il 3 novembre la Camera ha approvato in via definitiva il Disegno di legge che reca disposizioni per la disciplina del cinema, ovvero una delle produzioni culturali per cui il nostro Paese è tra i più famosi e celebrati al mondo. Questa legge strutturale del settore, attesa da anni dagli operatori, segna un cambio di passo: il prodotto cinematografico è più in grado di altri prodotti culturali di stare sul mercato e realizzare un ritorno economico. Dunque viene finalmente considerato come un'impresa culturale: la filosofia del Ddl è proprio quella di auto-alimentare il cinema attraverso i propri introiti, oltre che con il necessario e doveroso supporto dello Stato. Significativa innovazione, infatti, è la creazione del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell'audiovisivo che unificherà le attuali risorse per il settore stanziate dal Fus (Fondo unico dello spettacolo, che finanzia per lo più la lirica, il teatro e la danza) che sono circa 80 milioni di euro, e quelle relative al tax credit, ovvero il credito di imposta statale sulla produzione e sulla distribuzione cinematografica (che, oltre tutto, dal 15% passa al 30%). La vera novità è che il Fondo, sul modello francese, sarà innanzitutto alimentato direttamente dagli introiti erariali dalle attività di: programmazione e trasmissione televisiva; distribuzione in sala; erogazione di servizi internet da parte delle imprese che distribuiscono online. Quindi da emittenti televisive, distributori e provider. Dal 2017, una percentuale fissa all'11% del gettito Ires e Iva derivante dalla messa in onda dei film, dalla loro distribuzione e dalla loro fruizione online costituirà infatti la base annua delle risorse statali destinate al cinema, attraverso un meccanismo di “autofinanziamento” della filiera. Il nuovo Fondo non potrà mai e in nessun caso, comunque, scendere sotto i 400 milioni di euro. Almeno il 18% del Fondo, ossia almeno 72 milioni annui, sono poi dedicati tassativamente al sostegno di esordi cinematografici o a opere seconde di giovani autori; a start up per la distribuzione o per la produzione; alle piccole sale cinematografiche; al Festival del cinema di Venezia e al Centro sperimentale di cinematografia di Roma (che è la più longeva e accreditata scuola di cinema italiana). La nuova legge abolisce inoltre la Commissione ministeriale per l'attribuzione dei finanziamenti al cinema in base al generico “interesse culturale”, introducendo invece un sistema basato su parametri oggettivi che tengano conto dei pregressi risultati (dai premi, alla distribuzione estera, agli incassi in sala) di produttori e registi. Il Fondo è quindi una rivoluzione nel comparto, perché parliamo di una riserva autonoma per l'industria cinematografica derivante in misura spiccata dalla capacità economica dell'industria stessa. Al fine di superare le difficoltà di accesso al credito da parte delle imprese del cinema e dell'audiovisivo, con decreto del ministero per lo Sviluppo economico di concerto con quello dei Beni culturali verrà inoltre istituita una sezione speciale del Fondo di garanzia per le Pmi, con contabilità separata, destinata a garantire operazioni di finanziamento per i prodotti audiovisivi. La sezione ha una dotazione iniziale di 5 milioni di euro. È previsto inoltre un Piano straordinario, dal valore di 120 milioni di euro in cinque anni, per riattivare le sale chiuse e aprirne di nuove. Per quanto riguarda invece le sale esistenti, viene agevolato il riconoscimento della dichiarazione di interesse culturale: con ciò sarà possibile favorire la conservazione delle sale storiche attraverso il vincolo di destinazione d'uso. La legge quadro per il cinema è una norma settoriale, ma che riguarda una filiera del “made in Italy” che coniuga spiccatamente la cultura con l'impresa. Il provvedimento incentiva il lato imprenditoriale del sistema, senza rinunciare al giusto finanziamento statale, e promuove criteri oggettivi nell'erogazione delle risorse.

Approvata in commissione Trasporti la risoluzione che ho firmato sull'incidentalità ferroviaria
Il 2 novembre la commissione Trasporti ha approvato la risoluzione, che avevo sottoscritto in luglio, sull'incidentalità ferroviaria causata da comportamenti individuali scorretti sulle rotaie (presenze scriteriate nei pressi di passaggi a livello, persone indebitamente ferme sui binari). Sembra incredibile, ma l'indisciplina dei singoli è responsabile della maggior parte degli incidenti su rotaia: nonostante quel che spesso pensiamo, l'incidentalità ferroviaria in Italia si attesta infatti su livelli inferiori rispetto alla media Ue. L'unico dato sopra la media è invece quello che concerne la presenza di persone nei pressi di treni in movimento: l'83% degli incidenti avvenuti negli ultimi anni fa infatti riferimento a tali comportamenti, che violano le più elementari leggi. Purtroppo, proprio sabato scorso vicino a Palermo, un 16enne è stato investito da un treno perché stava sostando sui binari ascoltando musica con gli auricolari (e non sentendo quindi l'arrivo del convoglio). Questi casi non sono affatto infrequenti. La nostra risoluzione vuole dunque accrescere la consapevolezza delle persone sui rischi, per sé e per gli altri, conseguenti all'inosservanza delle norme fondamentali sulla sicurezza (ferma restando l'obbligatorietà per il gestore della rete ferroviaria di adottare tutte le soluzioni tecniche volte a ridurre al minimo questo genere di episodi, come i dispositivi elettronici di rilevamento e frenata). Assurdamente, insomma, comportamenti quali quelli di persone che – sulla rete dei binari – sostano per farsi una foto o sostano con le cuffie che non consentono loro di percepire l'arrivo di un treno, generano tantissimi episodi anche molto molto gravi. Il quadro legislativo e sanzionatorio per questo genere di atteggiamenti, che ovviamente non poteva tenere conto delle nuove tecnologie connesse agli smartphone, risale al 1980: la risoluzione approvata dalla mia Commissione chiede al Governo di modificare il quadro normativo, per aggiornarlo alla situazione odierna e prevedendo maggiori deterrenti, e soprattutto di promuovere una campagna di comunicazione per accrescere soprattutto tra i giovani la consapevolezza in merito al corretto accesso delle infrastrutture ferroviarie.

Qualità dei cosmetici: alla Camera la legge che istituisce il marchio di certificazione ecologica
Il 25 ottobre la Camera ha approvato una norma per la certificazione ecologica dei prodotti cosmetici, che ora passa all'esame del Senato. La legge istituisce infatti il “marchio italiano di qualità ecologica” per tali prodotti, finalizzato a promuovere merci che non siano minimamente dannose per le persone e che abbiano bassissimo impatto sull'ambiente. I parametri individuati sono volti in particolare a: ridurre l'inquinamento idrico, ridurre al minimo la produzione di rifiuti, prevenire rischi per la salute. Il marchio vuole inoltre offrire ai cittadini informazioni accurate, non ingannevoli e scientificamente fondate. La possibilità di aderire al marchio, che verrà registrato, sarà su base volontaria e previa richiesta del produttore. Potranno riceverlo merci cosmetiche che rispondano a quanto richiesto e saranno obbligatori test clinici e di misurazione dell'impatto ambientale (nessun componente dei cosmetici dovrà inoltre essere testato sugli animali). Per le certificazioni, si prevede la costituzione di un Comitato (privo di compenso) all'interno dell'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) cui prenderanno parte anche rappresentanti dell'Istituto superiore di sanità. Una volta ricevuta la concessione del marchio, i dati relativi a tutti i parametri dovranno essere oggetto di controllo periodico e costituiranno il “dossier ecologico” del prodotto cosmetico. La presentazione della domanda di concessione per l'uso del marchio è soggetta al pagamento di una quota, a copertura delle spese di istruttoria delle domande stesse nonché del diritto annuale per l'utilizzo. La contraffazione della certificazione ecologica costituisce una violazione penale.
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