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Migliori garanzie per le minoranze parlamentari, istituti referendari rivisti e rinnovati
Proseguo con l'approfondimento sui temi della riforma costituzionale, che introduce alla Camera lo statuto delle opposizioni e allarga gli strumenti per la partecipazione popolare alla vita politica
Proseguo il mio approfondimento sulla revisione costituzionale che siamo chiamati a votare, ritenendo (voglio ribadirlo) che innanzitutto sia prioritario conoscere bene il merito della riforma. Reputo che i cittadini debbano prendere una decisione con la massima consapevolezza: augurandomi che vinca il sì, il mio auspicio è soprattutto di contribuire a fare chiarezza sui punti principali che abbiamo modificato attraverso sei letture parlamentari. Votate positivamente da tutto il Pd. In questa newsletter intendo affrontare alcune questioni che hanno a che fare con la tutela dell'opposizione, gli istituti di garanzia, la partecipazione dei cittadini alla vita democratica. Partendo da come cambierà l'istituto referendario.
Oggi per indire un referendum per l'abrogazione totale o parziale di una legge servono le firme di cinquecentomila elettori o la richiesta da parte di cinque Consigli regionali. Hanno diritto a partecipare al voto tutti i cittadini maggiorenni e il referendum è considerato valido solo se si sono recati alle urne la metà più uno degli aventi diritto. La riforma costituzionale introduce due diversi “quorum” per la validità di un quesito referendario: quando la proposta è sottoscritta da 500mila elettori o dai Consigli, tutto resta com'è ora; quando la proposta viene sottoscritta da 800mila elettori, per rendere valido il quesito basta la maggioranza dei votanti alle precedenti elezioni della Camera dei deputati. Fatto salvo che il referendum abrogativo non può riguardare le leggi di bilancio, di amnistia o indulto, la ratifica di trattati internazionali (come oggi), se la riforma passasse sarebbe più facile avere un esito referendario certo per una proposta abrogativa fortemente sostenuta dai cittadini. Per capirci: poniamo che alle elezioni politiche precedenti un referendum abrogativo abbia preso parte il 76% degli aventi diritto (come nel 2013), il quorum che convaliderebbe l'esito del referendum sarebbe il 38% dei cittadini più uno. Significa, sostanzialmente, abbassare la soglia per quesiti molto sentiti dall'elettorato e rendere più probabile la riuscita del voto. La riforma costituzionale prevede inoltre – una volta entrata in vigore – l'approvazione di una legge chiamata a disciplinare i referendum propositivi e di indirizzo, che in Italia non ci sono. La riforma introduce dunque un nuovo strumento per favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche. Oggi il referendum propositivo è stato adottato solo dalla Provincia autonoma di Bolzano e dalla Regione autonoma Valle d'Aosta (che hanno facoltà di inserire questi istituti nei propri statuti autonomi), ma non esiste a livello nazionale. Noi lo vogliamo introdurre. Cambiamenti infine anche per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare: per sottoporle all'attenzione del Parlamento oggi servono 50mila firme, ma non ci sono tempi certi per la discussione della proposta di legge alle Camere. La riforma aumenta il numero degli elettori che devono sottoscrivere la proposta, che passa da 50mila a 150mila, ma prevede che i Regolamenti parlamentari garantiscano i tempi per la discussione e per la deliberazione conclusiva delle proposte. Un'altra cosa oggi assente. Dunque, il numero di proponenti dovrà essere maggiore ma verrà redatto il Regolamento di garanzia per il dibattito in Aula: se almeno 150mila cittadini propongono una legge saranno certi di vederla discutere alla Camera, ovvero il Parlamento avrà l'obbligo di votare le leggi di iniziativa popolare in tempi stabiliti. Mi pare che questo “pacchetto” di modifiche ampli il perimetro della condivisione delle decisioni, della partecipazione popolare, della democrazia.
Un tema secondo molti controverso è la tutela della minoranza parlamentare, in particolare alla Camera dove siederanno i gruppi politici che perdono le elezioni, rappresentando di fatto l'opposizione al Governo in carica. Innanzitutto vorrei precisare che la riforma non tocca in alcun modo il cosiddetto “divieto di mandato imperativo”, cioè la facoltà di ogni singolo parlamentare di abbandonare il gruppo con cui è stato eletto in caso di conflitto insanabile, né l'insindacabilità delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle funzioni parlamentari. Dunque, prima e fondamentale cosa, non si mette minimamente in discussione la libertà dei singoli, che è cruciale per un Parlamento libero e per la garanzia di ognuno di noi. Inoltre, tenendo fermo all'articolo 64 il fatto che “entrambe le Camere garantiscono i diritti delle minoranze parlamentari”, il nuovo dettato dell'articolo aggiunge: “il Regolamento della Camera dei deputati disciplina lo statuto delle opposizioni” al fine di introdurre garanzie più forti proprio per chi non sostiene il Governo. Se entrambe le Camere garantiscono le minoranze parlamentari, è il solo regolamento di Montecitorio a essere tenuto a disciplinarne lo statuto, che oggi non c'è: la differenza trae fondamento dalla constatazione che la sola Camera accorda o meno la fiducia al Governo, il che comporta la possibilità di individuare solo al suo interno l'opposizione vera e propria all'Esecutivo in carica. In ogni caso, un'innovazione a tutela di chi non esprime il potere Esecutivo. Altra garanzia per minoranze e opposizione è evidentemente data dalle modalità di elezione del presidente della Repubblica, scelto dal Parlamento in seduta comune (ricordo che, poiché il Senato rappresenterà i territori, per eleggere il Capo dello Stato non saranno più richiesti i voti dei delegati regionali, come avviene oggi). Per l'elezione del presidente della Repubblica sarà infatti richiesta la maggioranza dei due terzi del Parlamento nei primi tre scrutini – oggi tale maggioranza è richiesta solo nei primi due scrutini – ossia una decisa partecipazione da parte dei partiti di minoranza. Dal quarto al sesto scrutinio sono invece richiesti i voti dei tre quinti dei membri delle Camere (oggi dal terzo scrutinio serve la maggioranza assoluta): la riforma obbligherà quindi a una maggiore condivisione. Visto che i parlamentari saranno 730 (630 alla Camera più 100 in Senato), serviranno infatti 439 voti: a ben vedere, deve esserci la convergenza di una parte non irrilevante della minoranza, perché non basterebbero certo i voti della maggioranza della Camera. L'Italicum garantisce infatti 340 seggi alla lista che vince le elezioni, per cui sono necessari altri 100 voti, sostanzialmente, per eleggere il garante delle Istituzioni. Che, per lo più, viene eletto entro i primi sei scrutini (Sergio Mattarella e Giorgio Napolitano sono stati proclamati al quarto scrutinio, Ciampi addirittura venne eletto al primo), ossia con un accordo parlamentare trasversale tra i partiti com'è giusto che sia. Dal settimo scrutinio in poi, la riforma richiede invece la maggioranza dei tre quinti dei votanti. Abbiamo quindi ulteriormente allargato la platea necessaria all'elezione, dando più spazio a chi sarà all'opposizione. A margine di questo discorso, ricordo infine che le funzioni di supplenza del presidente della Repubblica sono svolte dal presidente della Camera e non più da quello del Senato: la ragione è chiara, visto che la sola Camera viene eletta direttamente dai cittadini e rappresenta la Nazione. È invece il presidente del Senato a convocare e presiedere il Parlamento in seduta comune per l'elezione del capo dello Stato. Da quanto detto, la riforma introduce nuovi istituti (come lo statuto delle opposizioni) e presta maggiore attenzione a una scelta condivisa per l'elezione del capo dello Stato.
Il vero vulnus nei confronti delle minoranze e delle opposizioni, però, per alcuni (anche del nostro Partito, come noto) risiederebbe nel combinato disposto tra riforma costituzionale e legge elettorale, l'Italicum, che destina il premio di maggioranza a chi vince le elezioni al primo turno con il 40% o al ballottaggio in caso di secondo turno (ovvero nel caso in cui nessun partito arrivi al 40% al primo turno). Come scritto poco fa, la lista che vince avrà 340 seggi alla Camera, cioè oltre la metà: la legge, votata dal Parlamento, vuole garantire governabilità e stabilità a un Paese che nel corso di 70 anni di vita Repubblicana ne ha avuta troppo poca. Ma qui non mi interessa fare l'esegeta dell'Italicum e vorrei fare un altro ragionamento: intanto, qualche settimana fa abbiamo proprio votato in Aula una mozione che apre alla possibilità di modificare l'Italicum, dunque nulla è sacro o deciso per sempre, e il Partito Democratico si è detto pronto a ridiscutere la legge tanto che ha istituito appositamente un comitato. Però vorrei soprattutto sottolineare che un conto è la legge elettorale un altro è la riforma costituzionale. Credo che, quando andremo alle urne il 4 dicembre, sarà solo e soltanto alla riforma che dovremo dare una risposta con il voto. La legge elettorale, se ci sono le condizioni politiche, potrà essere modificata anche in questa Legislatura. O in quella successiva. Modificare una legge elettorale non è certo impossibile. Mentre dire no a una riforma costituzionale di così vasta portata significherebbe tornare al punto zero di un lavoro durato tre anni e rincorso per trenta. Ricordo poi, dato non irrilevante, che la riforma sancisce che la Corte Costituzionale si possa pronunciare in via preventiva sulla legittimità delle leggi elettorali, qualora un quarto dei componenti della Camera lo richieda. Significa, sostanzialmente, che se l'opposizione vuole potrà sottoporre la legge elettorale alla Consulta, che stabilirà se essa sia congrua al dettato costituzionale, dunque anche se essa tuteli o meno le minoranze e risponda a requisiti di democraticità nei confronti dei cittadini. La Consulta deve pronunciarsi entro 30 giorni dal ricorso e l'accertamento eventuale dell'illegittimità costituzionale impedisce l'entrata in vigore della legge elettorale stessa. Questo punto, che mi pare una garanzia evidente, è scritto nero su bianco nella nostra riforma. E non varrà solo nel futuro: la Corte costituzionale infatti dovrà esprimersi nei prossimi mesi anche sull'Italicum. Per cui avremo un parere autorevole sulla materia. Vorrei anche ricordare come vengono eletti i 15 giudici della Corte costituzionale: 5 sono eletti dalla magistratura; 5 sono nominati dal presidente della Repubblica; 5 dal Parlamento. La nostra riforma, per un maggior equilibrio e un maggior pluralismo, stabilisce anche l'elezione “disgiunta” dei giudici della Consulta da parte delle due Camere: la Camera dei deputati ne eleggerà 3, il Senato 2. Avendo composizioni non omogenee, è facile capire che le garanzie crescono, non calano, e che la Consulta resterà senza dubbio alcuno un organo pienamente dotato di autonomia, terzietà e indipendenza rispetto al Parlamento.
Quindi, mi chiedo: dove sarebbero, in tutto quel che ho descritto, i pericoli per la democrazia? Abbiamo realizzato una serie di pesi e contrappesi efficaci, di chiare tutele per le opposizioni, abbiamo previsto che la Consulta dia parere preventivo sulle leggi elettorali compresa quella votata in questa Legislatura (e stabilito ancora più pluralismo nell'elezione dei suoi membri) e dato più spazi di partecipazione ai cittadini con istituti referendari rivisti e rinnovati. Non credo veramente si possa tacciare la riforma di essere liberticida o antidemocratica: può essere più o meno perfetta, più o meno imperfetta, più o meno funzionale. Vedremo presto cosa ne penseranno gli italiani cui spetta, in modo sacrosanto, l'ultima parola. Ma se la riforma verrà bocciata, cosa che spero non accada, auspico proprio non sia in nome di una presunta carenza nelle garanzie democratiche. Perché è una sciocchezza. Credo invece che, anche a fronte di quel che ho scritto in questa newsletter, ci siano profili migliorativi nel rapporto tra cittadini e istituzioni. E che sia stato costruito un equilibrio rispettoso tra le forze politiche che siederanno in Parlamento. Altre buone ragioni per votare sì.
Approvato in via definitiva il Ddl contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro agricolo

La Camera dà il via libera a un provvedimento vasto e importante, che agisce con forza sia sul piano penale e repressivo che sulla prevenzione del fenomeno e la qualità della filiera
Il 18 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva il vasto e incisivo Disegno di legge per il contrasto al caporalato presentato dai ministri Martina (Politiche agricole), Orlando (Giustizia) e Poletti (Lavoro) di concerto con il Viminale e il ministero delle Finanze. Un ottimo testo che dispiegherà subito i suoi effetti contro questo odioso fenomeno. Ricordo qui che lo scorso anno l'Aula di Montecitorio era intervenuta anche a rivedere alcune parti del Codice Antimafia proprio in relazione alle aziende agricole in mano alla criminalità (ora la revisione è all'esame del Senato): le due misure chiariscono l'impegno delle Camere per la lotta all'intermediazione illegale nel lavoro agricolo, che comunemente chiamiamo “caporalato” (praticato talvolta in condizioni disumane), attraverso un insieme di norme volte a inasprire le pene e stroncare questa piaga.
Secondo le stime sindacali, il fenomeno del lavoro irregolare in agricoltura coinvolge circa 400mila persone, sia italiane che straniere, ed è diffuso in tutte le aree del Paese e in settori agricoli anche molto diversi dal punto di vista della redditività. Secondo l'Istat si tratta di circa il 23% del lavoro totale, ossia l'irregolarità in agricoltura è circa il doppio di quanto riscontrabile negli altri settori economici nazionali (dove il lavoro irregolare si aggirerebbe attorno al 12%). Questi dati sono emersi con maggiore evidenza in seguito all'accresciuta mole di controlli (oltre 4mila nel 2015) sulle imprese agricole da parte delle Direzioni territoriali del lavoro. Le ispezioni hanno messo in luce irregolarità, a vario titolo, in circa metà delle imprese visitate: di 2.360 rapporti di lavoro irregolari, 1.801 sono risultati completamente in nero, mentre i casi di caporalato vero e proprio ammontavano a 290. Se questa fosse la proporzione, complessivamente il caporalato vero e proprio coinvolgerebbe quindi molte migliaia di persone. La legge che abbiamo votato e che ora entra in vigore introduce significative modifiche al quadro penale, prevedendo inoltre misure di supporto per i lavoratori vittime di sfruttamento. I principali punti sono: la sanzionabilità del reato, non più rivolta solo all'intermediatore illecito di manodopera ma anche al datore di lavoro che la impiega; l'arresto obbligatorio in flagranza di reato; la confisca dei beni (contemplata dal Codice Antimafia per le attività criminali); l'adozione di misure cautelari relative all'azienda in cui viene commesso il reato (dunque azioni dirette non solo alle persone ma anche ai luoghi e alle attività); l'estensione alle vittime del caporalato delle risorse del Fondo anti-tratta; il potenziamento della Rete del lavoro agricolo di qualità (istituito dal Ministero due anni fa) come strumento di controllo e prevenzione del lavoro nero in agricoltura. Vado per punti.
La disposizione di maggior rilievo riformula l'articolo 603-bis del Codice penale che oggi definisce il caporalato come “un'attività organizzata di intermediazione esercitata mediante violenza, minaccia o intimidazione”. La pena prevede la reclusione da 5 a 8 anni e la multa di massimo 2mila euro per ogni lavoratore reclutato. Il nuovo articolo, riformulato dalla legge, innanzitutto non punisce solo l'intermediatore ma anche il datore di lavoro, inoltre introduce una fattispecie di reato suddivisa per “gravità crescente”. Il primo “livello”, oggi non previsto, prescinde totalmente da comportamenti violenti, minacciosi o intimidatori verso i lavoratori e non fa più riferimento a “un'attività organizzata”. Dunque il nuovo reato-base di intermediazione illecita punisce chiunque recluti manodopera per impiegarla presso terzi in condizioni di sfruttamento e sanziona anche il datore di lavoro che utilizza o impiega tale manodopera: la pena è la reclusione da uno a 6 anni e una multa da mille euro per ogni lavoratore reclutato in tal modo. Il secondo livello di gravità punisce chiunque recluti o utilizzi un lavoratore illegittimamente, sempre a prescindere da qualsivoglia organizzazione, ma si caratterizza per l'esercizio della violenza e della minaccia: le punizioni sono quelle attualmente in vigore (da 5 a 8 anni di carcere, multa fino a 2mila euro per ogni lavoratore reclutato), cui si aggiunge l'obbligo di arresto in flagranza di reato. Infine sono considerati gravi indici di sfruttamento: l'assenza di riposo, l'esposizione a fattori che minano la sicurezza fisica, la mancanza di igiene negli ambienti, i metodi di sorveglianza punitivi, gli alloggi fatiscenti e degradanti. Questi e altri fattori (se i lavoratori reclutati sono più di tre, se il lavoratore è un minore sotto i 16 anni, ecc.) comportano l'aumento della pena da un terzo alla metà (dunque si può arrivare a un massimo di 12 anni di reclusione). Attenuanti, invece, se i rei si adoperano per evitare che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori o per individuare altri responsabili. Un'altra significativa novità, che punisce in maniera decisa chi mette in atto questi reati, è la confisca obbligatoria delle cose che “servirono o furono destinate a commettere il reato, del prodotto o del profitto del reato”, dunque mezzi di trasporto, denaro e beni di vario genere. Oggi la scelta se confiscare i beni è affidata al giudice, in caso di condanna: con la legge diventa obbligatoria. Non solo: il caporalato rientra, con questa legge, tra i reati per i quali in caso di condanna sia sempre disposta la confisca obbligatoria di denaro, di beni o di altre utilità di cui il condannato non possa giustificare la provenienza e di cui, anche per interposta persona, risulti essere titolare per un valore sproporzionato rispetto al reddito dichiarato. Le confische e il denaro recuperati confluiscono nel Fondo anti-tratta (concepito inizialmente per l'emersione delle donne sfruttate in attività di prostituzione): le vittime di caporalato saranno indennizzate da queste ulteriori risorse. Tra le altre modifiche impattanti sotto il profilo del procedimento penale (e che sottolineano la gravità, infamante, di questo delitto), sono introdotte misure cautelari nei confronti dell'azienda, ovvero sarà possibile il controllo giudiziario durante il procedimento penale. Tale disposizione è conseguenza logica dell'estensione della punibilità, per reato di caporalato, del datore di lavoro, quindi del titolare dell'impresa agricola. In questo modo, il giudice può nominare uno o più amministratori giudiziari per vigilare sulle condizioni di lavoro, per la regolarizzazione dei lavoratori, per azioni di prevenzione e contrasto al lavoro nero anche durante il processo. Dunque il Ddl prevede una serie di interventi repressivi e penali decisamente forti. Bene.
Una parte del dispositivo, focalizzata più sulla prevenzione, è finalizzata invece a rafforzare e migliorare l'azione della Rete del lavoro agricolo di qualità, istituita due anni fa dal ministro Maurizio Martina tramite una lodevole iniziativa. Cui ora si aggiungono ulteriori elementi migliorativi. La Rete oggi ha l'obiettivo di promuovere le buone prassi in agricoltura, attraverso un riconoscimento per le aziende che le mettono in pratica. È dunque uno strumento propositivo, volto a fornire esempi costruttivi, cui possono essere iscritte solo imprese che attestino di non aver riportato condanne penali (o amministrative) per violazioni sulla normativa in materia di lavoro e di imposte sui redditi e di essere totalmente in regola con i versamenti contributivi. Dunque aziende agricole che, appunto, sono perfettamente a posto per quanto riguarda il rispetto delle regole. A questi requisiti, il Ddl aggiunge il rispetto dei contratti collettivi nazionali, territoriali o aziendali stipulati con associazioni sindacali rappresentative a livello nazionale o dalle Rsu. Le imprese non devono inoltre essere controllate o collegate in nessun modo a soggetti non in possesso dei requisiti sopraindicati. La legge amplia poi il novero dei soggetti titolati a far parte della Rete, per coinvolgere quelle realtà territoriali che possono dare un forte contributo contro il caporalato e lo sfruttamento. Alla Rete potranno infatti aderire con apposite convenzioni: sportelli unici per l'immigrazione, istituzioni locali, centri per l'impiego, enti bilaterali costituiti da organizzazioni di datori di lavoro e lavoratori agricoli, agenzie per il lavoro autorizzate dalla legge all'attività di intermediazione, soggetti provvisti di autorizzazione al trasporto di persone (per provvedere con la massima trasparenza alla conduzione dei lavoratori agricoli sul luogo di impiego). Al complesso delle attività della Rete – che si articola per sezioni territoriali e opera in collaborazione con l'Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro – oggi sovraintende infine una cabina di regia (presieduta da un rappresentante dell'Inps) che secondo il testo viene allargata, per una maggior collegialità e per un più vasto raggio d'azione: assieme ai rappresentanti dei ministeri del Lavoro, delle Politiche agricole, delle Finanze, dell'Inps e della Conferenza delle Regioni, siederanno anche rappresentanti dei lavoratori e dei datori di lavoro, delle cooperative agricole. La cabina di Regia avrà inoltre più competenze, quali: la facoltà di formulare proposte al ministero del Lavoro e a quello delle Politiche agricole in materia di legislazione nel settore; l'esclusione dalla Rete delle imprese che perdono i requisiti richiesti per farne parte; il monitoraggio dell'andamento del mercato del lavoro agricolo, per individuare aspetti opachi dunque per intervenire; la promozione di iniziative per il contrasto al sommerso e all'evasione contributiva; l'assistenza dei lavoratori stranieri in difficoltà. Ogni anno, la cabina di regia deve trasmettere una relazione alle Camere. Se la parte che agisce sul penale dà più strumenti repressivi e punitivi, questa sezione del Ddl si concentra sulla prevenzione e sull'innalzamento dei livelli del lavoro stesso. Cioè sulla qualità degli impieghi in agricoltura.
Il testo prevede infine la stesura di un piano di interventi per il supporto dei lavoratori che svolgono attività stagionale nella raccolta, contenente anche misure per la sistemazione logistica. Il piano deve essere redatto dal ministero del Lavoro, da quello per le Politiche agricole e dal Viminale, con il coinvolgimento di Regioni, enti locali e organizzazioni del terzo settore, assieme alle sezioni territoriali della Rete del lavoro agricolo di qualità. La settimana scorsa abbiamo insomma votato un'ottima legge che può concretamente costituire un argine e offrire più strumenti di contrasto nei confronti di un fenomeno vergognoso.

Votate in prima lettura le norme per installare sistemi di videosorveglianza nelle strutture di cura
Il 19 ottobre la Camera ha approvato il testo unificato, ampiamente dibattuto nelle Commissioni competenti (Giustizia, Lavoro, Affari costituzionali) che introduce disposizioni sulla videosorveglianza negli asili nido, nelle scuole materne, nelle strutture socio-assistenziali per anziani e per persone con disabilità, al fine di prevenire e soprattutto contrastare condotte di maltrattamento, anche psicologico. Recenti, ma anche meno prossimi, episodi di abusi su bambini e anziani nei luoghi dove maggiormente dovrebbero essere tutelati hanno spinto il Legislatore a porsi il tema di un maggior controllo. La difficoltà, ovviamente, è stata quella di trovare un equilibrio tra la sorveglianza e l'eccesso della stessa nei confronti di tutti: sia per gli ospiti delle strutture che ovviamente per i lavoratori. Con ciò, la legge prevede la possibilità per asili, materne e strutture assistenziali di installare sistemi di videosorveglianza a circuito chiuso, le cui immagini siano cifrate al momento dell'acquisizione con un sistema tecnologico chiamato a “doppia chiave asimmetrica”, cioè un sistema che ha bisogno di una coppia di chiavi per essere decrittato. Una pubblica e una secretata: in questo modo si evita qualunque problema connesso all'esistenza di un'unica chiave utile (e nota) alla cifratura/decifratura delle riprese (“crittografia simmetrica”). In tale delicato quadro è stata disciplinata la raccolta di dati utilizzabili a fini probatori in sede di accertamento di condotte illecite, ma l'accesso alle registrazioni è vietato salvo in caso di notizia di reato. La formulazione della norma tiene conto perciò della necessità di: prevedere con chiarezza, da un lato, il divieto di accesso ai filmati; di rispondere, dall'altro, agli articoli del codice di procedura penale che regolano l'iniziativa della polizia giudiziaria e l'attività del pubblico ministero, dunque l'acquisizione dei filmati laddove vi siano indizi delittuosi. L'installazione dei sistemi di videosorveglianza avviene poi sempre tramite accordi e la zona controllata deve essere chiaramente e adeguatamente segnalata come tale a tutti i soggetti che vi hanno accesso. È invece severamente vietato l'utilizzo di webcam ossia l'uso di telecamere collegate a Internet. Per quanto riguarda i nidi e le materne, si sancisce che vadano coinvolte le famiglie interessate; per le strutture socio-sanitarie e socio-assistenziali l'uso dei sistemi video è consentito previo consenso degli interessati, o dei loro tutori se questi sono minorenni o incapaci di intendere e volere. La normativa deve inoltre rispettare l'articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, concernente i controlli sul posto di lavoro, dunque tali sistemi possono essere installati con l'assenso delle rappresentanze sindacali. Al Garante della privacy è demandata, entro 2 mesi dall'entrata in vigore della legge, la definizione degli adempimenti e delle prescrizioni da applicare in relazione alle suddette installazioni. Il testo contiene infine una delega al Governo per l'adozione di un decreto in materia di formazione e valutazione psico-attitudinale per l'accesso alle professioni per tali strutture. Quella votata è stata una legge spinosa da emendare: sono stati infatti apportati significativi miglioramenti alla proposta originaria, in cui il controllo era troppo pervasivo. L'esigenza probatoria e il monitoraggio di luoghi senza dubbio “sensibili” non deve infatti diventare una sorta di sorveglianza permanente. Che sarebbe incresciosa e lesiva della privacy sia di chi vi opera sia di chi in questi luoghi vive o trascorre parte del proprio tempo. Ora il testo passa al Senato.
Mozione su vigili del fuoco e forze di polizia: in Bilancio le risorse per il rinnovo dei contratti
Il 12 ottobre la Camera ha discusso e approvato alcune mozioni per il rinnovo dei contratti dei comparti dei vigili del fuoco, delle forze dell'ordine e delle forze armate. Partendo da un dato evidente: la crisi economica ha determinato non solo una grave perdita di posti di lavoro nel settore privato, ma anche una forte contrazione delle dinamiche salariali e del potere di acquisto per i dipendenti del settore pubblico. Ora che la fase acuta della crisi è passata, occorre tornare a una nuova e normale stagione negoziale per il pubblico impiego, pur nel necessario rispetto dei vincoli di spesa. Coerentemente a queste esigenze, il Governo ha già messo in campo circa 1 miliardo per sbloccare la contrattazione (ma pure per tornare ad assumere) nella legge di Bilancio 2017 e ha inoltre – in accordo con le parti sociali – ridotto i comparti della pubblica amministrazione da 11 a 4, per rendere più agevoli e omogenei gli stessi rinnovi. In un quadro che dunque comprende la rivisitazione dei comparti della Pa, associato allo sblocco di risorse, riteniamo che un'attenzione particolare vada riconosciuta al personale dei vigili del fuoco, delle forze armate e delle forze di polizia, in considerazione non solo della particolare delicatezza del lavoro svolto dagli appartenenti del comparto “sicurezza”, ma anche del fatto che il loro lavoro incide direttamente proprio su alcuni dei bisogni più avvertiti della collettività. La mozione del Pd approvata in Aula (assieme a mozioni di altri gruppi approvate, giustamente, sul tema) impegna il Governo ad adottare ogni iniziativa utile: a finanziare adeguatamente il rinnovo contrattuale di tutto il pubblico impiego e in particolare di questo ambito; a pianificare le risorse necessarie per dare piena attuazione anche alla parte della riforma della Pa in cui si prevede il riordino delle carriere per vigili del fuoco e delle forze dell'ordine. Perché è fondamentale dare risposta a tutti i lavoratori pubblici e a un settore cruciale, da troppo tempo trascurato.
Il sisma di fine agosto: il Governo vara il Decreto, di concerto con il Commissario Vasco Errani
Di concerto con il Commissario straordinario per la ricostruzione Vasco Errani, il Governo ha varato il Decreto che reca misure per i territori devastati dal terremoto del 24 agosto e che ora arriverà alle Camere per la conversione in legge. Tramite il provvedimento vengono stanziati 300 milioni per le zone colpite, ma uno stanziamento più ingente sarà nella legge di Bilancio (l’ammontare dell’intera ricostruzione è stimata a 4,5 miliardi di euro: 3,5 per gli edifici privati e 1 miliardo per quelli pubblici). Oltre ai fondi, il Decreto fissa soprattutto in 53 articoli (molto dettagliati) i criteri per gli interventi necessari alla ricostruzione e alla ripresa economica dei territori. I Comuni tra Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio inclusi nel cosiddetto “cratere sismico” sono 62: il Decreto riconosce a questi centri il rimborso del 100% per i danni relativi a tutte le abitazioni private, comprese le seconde case. I luoghi distrutti (si pensi ad Amatrice) sono località di villeggiatura per molte persone residenti altrove ma che in quei territori avevano le case di famiglia (spesso dei nonni), radici di chi poi si è trasferito in città e che rappresentano una fetta rilevante dell’identità locale (e anche dell’economia turistica). Come ha detto il nostro ex presidente di Regione, proprio per questo “senza la scelta di comprendere le seconde case non si sarebbe potuto parlare di ricostruzione”. Per quanto riguarda i danni subiti nelle zone limitrofe, ma non nel cratere sismico, verrà comunque riconosciuto il 100% alle abitazioni private collocate nei centri storici e il 50% a quelle che ne sono fuori. Ovviamente tutti gli edifici saranno rimessi in sesto con i necessari adeguamenti sismici. Il Decreto stanzia poi 35 milioni, in favore delle quattro Regioni, per la concessione di agevolazioni alle imprese danneggiate dal sisma; tali contributi possono essere anche usati per le imprese che realizzino investimenti produttivi in quei territori. Tra le altre misure: la possibilità di usufruire della cassa integrazione in deroga per i lavoratori delle aziende coinvolte nel sisma e il rinvio dei versamenti delle imposte per cittadini e aziende che documentino l’impossibilità di pagarle connessa al terremoto. Per quanto riguarda i controlli, tutte le imprese che lavoreranno alla ricostruzione dovranno essere iscritte all’Anagrafe antimafia, ovvero possedere una certificazione che ne attesta la totale onestà; l’Anac vigilerà sugli appalti; tutti gli incarichi di progettazione e direzione dei lavori potranno andare solo ai soggetti iscritti in uno speciale albo istituito dal Commissario.

Prodotti lattiero-caseari: dal 2017 le informazioni d'origine saranno obbligatorie sulle etichette
Il Ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali ha reso noto che i 15 ottobre è arrivato il vi libera europeo allo schema di decreto che introduce l'indicazione obbligatoria dell'origine delle materie prime per i prodotti lattiero-caseari in Italia. Il sistema entrerà in vigore dal 1° gennaio 2017 e consentirà di indicare chiaramente la provenienza delle materie prime di prodotti come latte a lunga conservazione, burro, yogurt, mozzarella, formaggi. È un passo atteso da anni, che valorizza il lavoro dei nostri produttori, allevatori e di tutta la filiera. Dal prossimo gennaio potremo insomma conoscere l'origine di questi prodotti ed essere consapevoli se sono italiani o meno, con la massima trasparenza dell'informazione. Il decreto, in particolare, prevede che tutti i prodotti derivati dal latte inseriscano nell'etichetta informazioni sull'origine, il luogo di confezionamento e di trasformazione della materia prima: qualora il latte usato sia stato munto, confezionato e trasformato nello stesso Paese, l'indicazione di origine può essere assolta con l'utilizzo di una sola dicitura (ad esempio: “origine italiana”). Sono esclusi dalla disciplina solo i prodotti Dop e Igp che hanno già disciplinari propri, e il latte fresco che è già tracciato. Obiettivo, però, è che questa legge sia estesa a tutti i Paesi Ue, per difendere meglio il Made in Italy e sventare il più possibile truffe come quelle legate al falso “made in”, ossia la vendita in mercati esteri di formaggi che sembrano prodotti di qualità nostrana e non lo sono minimamente (pur millantando di esserlo).
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