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Disegni di legge a “data certa” e riduzione dei decreti:
il ruolo del Governo nell'iter normativo

La riforma costituzionale, che voteremo il 4 dicembre, ripensa anche gli strumenti che l'Esecutivo ha a sua disposizione per esercitare la funzione legislativa. Dando più centralità al Parlamento
Prosegue il mio approfondimento sui punti-chiave della riforma costituzionale che dovremo approvare o meno con il referendum del 4 dicembre: nella scorsa newsletter mi sono occupato del nuovo Senato e del conseguentemente nuovo procedimento legislativo. Dunque della fine del bicameralismo perfetto e della maggior rapidità con cui le leggi verrebbero dibattute e votate se la riforma passasse, come auspico. Senza dubbio il superamento del bicameralismo paritario è il cuore della revisione costituzionale e il suo elemento più importante. Rilevante però è anche il tema che vorrei qui affrontare, ossia il ruolo del Governo nella vita parlamentare. Sfatando, anche in questo caso, alcune errate dicerie. Come l'idea che la riforma dia più poteri all'Esecutivo. Non è vero: innanzitutto, a differenza di quella presentata dal governo Berlusconi nel 2006 (e fortunatamente bocciata dai cittadini) la revisione proposta da questa Legislatura non introduce in nessun modo un sistema presidenziale, né elementi di presidenzialismo, né va a inficiare minimamente il fatto che la nostra sia una Repubblica parlamentare. Ma, soprattutto, questa riforma mitiga l'eccesso di decretazione dunque regola maggiormente e meglio proprio il ruolo del Governo nell'iter legislativo stesso.
Il disegno di legge introduce infatti un nuovo istituto, quello del “voto a data certa”, per assicurare al Governo il giusto intervento nella definizione delle scelte politiche riducendo inoltre le possibilità di ricorrere ai decreti-legge. Si prevede con ciò la possibilità per l'Esecutivo di chiedere l'iscrizione in via prioritaria all'ordine del giorno della Camera dei deputati (ossia l'unico ramo parlamentare che rappresenta la Nazione e che accorda e revoca la fiducia al Consiglio dei Ministri) dei disegni di legge considerati essenziali per l'attuazione del programma di Governo. I disegni di legge prioritari saranno dunque quei provvedimenti che qualificano l'azione politica dell'Esecutivo, il cui indirizzo è – appunto – approvato e controllato dalla Camera stessa. Secondo il testo di riforma, quando il Governo chiede l'iscrizione di un Ddl prioritario, Montecitorio deve deliberare entro 5 giorni dalla richiesta. In caso affermativo, ovvero in caso in cui il dibattito sul disegno di legge in questione sia ritenuto essenziale, la Camera si impegna a esaminare, discutere e votare il Ddl entro 70 giorni. Il termine può essere differito di ulteriori 15 giorni in relazione alla complessità del Disegno di legge presentato. Al massimo in 90 giorni (5 per l'iscrizione all'ordine del giorno e non più di 85 per giungere al voto) il Ddl deve essere discusso: questo è il sistema del “voto a data certa”. Se il Senato vuole dare un parere o modificare il Ddl presentato dal Governo come prioritario ha 15 giorni per farlo (la metà rispetto ai tempi previsti per le leggi ordinarie): sta poi alla Camera rigettare o meno le richieste di modifica. Il Ddl con voto a data certa è escluso per: le leggi bicamerali (ossia sulle materie di cui il Senato ha competenza come leggi sui Comuni e le Città metropolitane, le ratifiche dei trattati dell'Unione europea, le leggi che hanno a che fare con l'ordinamento regionale), le leggi di revisione della Costituzione, le leggi in materia elettorale, le ratifiche dei trattati internazionali, la legge di bilancio, le leggi di amnistia e indulto, le norme volte ad assicurare l'equilibrio tra entrate e spese e i patti di stabilità per le pubbliche amministrazioni. Tolti questi argomenti, il Governo può richiedere un'iscrizione prioritaria per i disegni di legge finalizzati a realizzare il proprio programma (sostenuto, lo ricordo ancora, dalla Camera tramite il voto di fiducia).
Introducendo questo nuovo istituto, abbiamo giustamente anche rimesso mano alla decretazione d'urgenza, modificando l'articolo 77, per affrontare un problema sempre più avvertito negli ultimi decenni. Cioè l'abuso di decreti-legge. Una cosa che non contraddistingue solo la cosiddetta “Seconda Repubblica” perché sono almeno 30 anni che, per essere certi di promulgare una norma evitando che questa si blocchi in una lunga discussione tra Camera e Senato, i Governi ricorrono in maniera eccessiva ai decreti. Avendo a disposizione il Ddl a data certa, la decretazione può finalmente tornare a quel che deve essere, ovvero una misura contraddistinta da “necessità e urgenza” (si pensi a un provvedimento da varare dopo un sisma, ad esempio). Disegni di legge con voto a data certa e riduzione della decretazione hanno come intento, inoltre, proprio quello di far tornare il Parlamento a essere depositario principale del processo legislativo, delimitando in maniera congrua ma ragionevole il ruolo del Governo in questo ambito. Ruolo che, ovviamente, è molto importante, deve restare tale ed è previsto dalla nostra Costituzione: il Governo, infatti, realizza la politica nazionale ed è titolato a farlo, proprio in virtù del mandato della Camera eletta dai cittadini. Per farlo sarà fondamentale il “voto a data certa”. La possibilità di emanare decreti-legge resta anche con la riforma, che però limita il novero delle materie su cui il Governo può intervenire tramite decreto e definisce regole più ferree per i provvedimenti. Non sono ascrivibili a decreto le materie per cui servono leggi bicamerali, né le materie che hanno a che fare con la Costituzione, né le leggi deleghe, la ratifica di trattati o l'approvazione di bilanci o consuntivi. I decreti non possono poi reiterare disposizioni adottate con precedenti decreti non convertiti o regolare rapporti giuridici sorti sulla base dei medesimi e non possono ripristinare l'efficacia di norme che la Consulta ha dichiarato illegittime per vizi sostanziali (cioè non attinenti al procedimento, ma al senso stesso della normativa ritenuta anticostituzionale). Nel corso dell'esame parlamentare, nei decreti non potranno inoltre essere inserite disposizioni estranee all'oggetto e alle finalità dei provvedimenti, una cosa che oggi avviene frequentemente generando dei decreti “omnibus”, cioè contenenti misure che non c'entrano nulla con il titolo ma vengono comunque innestate nel testo. Secondo la riforma costituzionale, i decreti devono tornare allo spirito originario per cui erano stati concepiti, quindi recare misure necessarie e urgenti, di contenuto specifico e omogeneo, rispondente al titolo e di immediata applicazione. Per convertire un decreto basta il voto della Camera dei deputati. Sono previste però regole per la partecipazione del Senato al procedimento di conversione: l'esame dei decreti è sempre possibile ma le proposte di modifica di Palazzo Madama devono essere deliberate entro 10 giorni dalla data di trasmissione della legge di conversione da parte della Camera, che deve avvenire non oltre i 40 giorni dalla presentazione del decreto da parte del Governo.
Il modo con cui la riforma regola la partecipazione del Governo al processo legislativo mi pare sensato e molto rispettoso del Parlamento. Il voto a data certa (che chiarisce cosa sia prioritario e cosa non lo sia) discende direttamente dalla potestà politica della Camera nel sostenere o meno il Governo, quindi dalla legittimazione politica dell'Esecutivo da parte del Parlamento; la limitazione della decretazione risponde a un obiettivo di contenimento dell'Esecutivo rispetto alla sfera legislativa. In entrambi i casi, l'Esecutivo resta titolare della possibilità di proporre leggi, ma con più chiarezza rispetto a oggi. Dunque: snellimento del procedimento legislativo, che per lo più sarà monocamerale (come spiegavo nella scorsa newsletter), assieme a nuove regole per l'intervento del Governo restituiscono alle Camere – che avranno differenti funzioni – più potere, e non meno, di quanto oggi non avvenga. Un'altra buona ragione per votare sì a una riforma che sostiene la centralità di un Parlamento più rapido e funzionale.
La Camera approva in via definitiva il disegno di legge per il riordino del settore editoriale

I grandi gruppi esclusi dai contributi pubblici, di cui beneficeranno solo le piccole realtà nazionali e locali, le cooperative di giornalisti, le testate no profit. Tetto agli stipendi dei dirigenti Rai
Il 4 ottobre la Camera ha approvato in via definitiva, dopo il passaggio in Senato, il disegno di legge in materia di sostegno pubblico all'editoria votato in prima lettura a Montecitorio lo scorso marzo. La misura è divisa in due parti: la prima istituisce il Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione; la seconda, a sua volta piuttosto articolata, contiene una Delega al Governo per il riordino complessivo del settore. Il nuovo Fondo sarà destinato all'editoria (nazionale e locale) e all'emittenza radiofonica e televisiva locale: le sue risorse comprenderanno gli stanziamenti già esistenti per questi comparti (circa 90 milioni di euro) assieme a nuove voci. Che saranno: una quota eventuale proveniente dal canone Rai, se eccedente rispetto alle previsioni di bilancio e per un massimo di 100 milioni di euro a triennio; un contributo pari allo 0,1% del reddito complessivo annuo da parte dei concessionari di pubblicità o da chi effettua attività di intermediazione acquistando spazi sui prodotti editoriali, comprese le piattaforme internet. Con ciò l'editoria potrà godere di più strumenti diversificati di sostegno. Il Fondo sarà ripartito annualmente sulla base di criteri stabiliti con un decreto della Presidenza del consiglio dei Ministri e una parte sarà destinata al finanziamento di progetti informativi innovativi in campo digitale e multimediale.
L'intervento più consistente è però la Delega che dà mandato (entro sei mesi) al Governo di ridefinire tramite decreti attuativi: la disciplina del sostegno pubblico all'editoria e all'emittenza radiofonica e televisiva locale; le disposizioni inerenti al sistema distributivo e alla vendita di prodotti editoriali; nuovi interventi per le crisi aziendali e per i requisiti di pensionamento dei giornalisti; la procedura per l'affidamento in concessione del servizio pubblico radio-televisivo nazionale, ovvero della Rai. Il tema che interessa forse di più ai cittadini è la questione dei contributi pubblici ai giornali, o per meglio dire alle imprese editoriali. Che io ritengo lo Stato debba sostenere, seppur con alcune precisazioni che la legge finalmente introduce. La normativa detta infatti in questo ambito cambiamenti rilevanti, ripensando la platea dei beneficiari e stabilendo per la prima volta alcune condizioni necessarie. Vengono categoricamente esclusi dai contributi statali: gli organi di informazione di partiti o movimenti, sia politici che sindacali; i periodici specialistici; tutti gli organi di stampa che fanno capo a gruppi editoriali quotati o anche partecipati da società quotate in borsa. Saranno al contrario sovvenzionate dallo Stato le testate indipendenti o minori, ovvero: quelle facenti capo a cooperative giornalistiche; quelle che fanno riferimento a enti senza fini di lucro; quelle legate a imprese editrici la cui maggioranza del capitale sia detenuta da cooperative, fondazioni o enti senza fini di lucro (almeno per i prossimi 5 anni). Mantengono diritto ai contributi pubblici, ma attraverso la definizione di criteri specifici (sia per i requisiti di accesso sia per i meccanismi di calcolo) anche le imprese che editino: quotidiani o periodici espressione di minoranze linguistiche; periodici per non vedenti; testate delle associazioni dei consumatori; quotidiani o periodici italiani editi o diffusi all'estero. Tutte queste imprese e testate, per poter ricevere risorse, devono inoltre: esistere da almeno 2 anni; essere in regola con tutti gli adempimenti derivanti dai contratti collettivi nazionali o territoriali per i lavoratori; possedere un sito collegato alla testata cartacea; non ospitare mai pubblicità o contenuti offensivi nei confronti delle donne. Soddisfatti questi requisiti, il contributo viene erogato: in funzione del numero di copie annue vendute (che non deve in nessun caso essere inferiore al 20% delle copie distribuite per quanto riguarda le testate nazionali e al 30% per quanto riguarda le testate locali) e non più in funzione della tiratura; in rapporto alle spese effettuate per l'ammodernamento digitale; prevedendo una maggiorazione in relazione all'assunzione a tempo indeterminato di lavoratori al di sotto dei 35 anni. Il contributo pubblico si riduce invece significativamente per le imprese che, pur avendone diritto, superano i 240mila euro annui nel trattamento economico del personale e degli amministratori. Da quanto scritto, è evidente che i grandi colossi editoriali sono per la prima volta totalmente esclusi dal contributo pubblico, mentre vengono favorite la piccola editoria nazionale e locale, le cooperative di giornalisti, le organizzazioni no profit, con attenzione crescente per l'innovazione, l'ammodernamento, l'assunzione di giovani.
La Delega dà mandato al Governo anche di riorganizzare il sistema distributivo, che vuol dire edicole ma non solo, nell'ottica di una progressiva liberalizzazione. Lo si farà assicurando agli operatori gradualità, parità di condizioni e criteri utili per ampliare il mercato senza incidere negativamente su chi già ora vi opera. Ad esempio si è deciso che le nuove regole non debbano pregiudicare i procedimenti amministrativi in corso sulla base degli attuali piani comunali; che tra i criteri della Delega ci sia la necessità di inserire parametri qualitativi per l'esercizio delle attività, nonché una disciplina della distribuzione territoriale dei prodotti editoriali volta ad assicurare l'accesso alle forniture da parte dei punti vendita, senza un condizionamento a servizi o prestazioni aggiuntive. Quindi una mappatura chiara dei punti vendita che non comporti ulteriori oneri per le edicole. L'eventuale liberalizzazione è insomma da costruire con accortezza, per non compromettere la tenuta e l'occupazione della filiera (già in difficoltà da anni): un mercato equilibrato non si crea infatti semplicemente togliendo le regole, ma assicurandone di buone e garantendo pari opportunità a chi vi lavora. Vengono poi dettate misure in materia di pensionamenti dei giornalisti, al fine di incrementare i requisiti di anzianità anagrafica e contributiva per l'accesso al ritiro (e allinearli di più con la disciplina generale delle altre categorie) e, per finalità simili, si dettano nuove misure per il riconoscimento degli stati di crisi delle aziende editoriali (che danno diritto agli ammortizzatori sociali e ai prepensionamenti). Si estende alle Regioni, alle Città metropolitane e ai Comuni l'autorizzazione ad avvalersi delle agenzie di stampa per l'acquisto di servizi giornalistici e informativi, anche con aggiudicazione a trattativa privata e senza bando di gara. Da ultimo, si dettano disposizioni per la concessione del servizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale, ovvero la Rai. La concessione avrà durata pari a 10 anni ed è preceduta da una consultazione pubblica realizzata tramite uno schema di convenzione varato dal consiglio dei Ministri e accompagnato da una relazione del ministro dello Sviluppo economico. Lo schema di decreto e gli esiti della consultazione devono essere trasmessi alla Commissione parlamentare di vigilanza. Un emendamento del Senato ha poi, giustamente, posto un limite massimo retributivo per i dipendenti, i consulenti e gli amministratori della Rai (dopo che erano usciti i dati di taluni compensi apicali francamente poco consoni a un'azienda pubblica): nessuno stipendio potrà dunque superare i 240mila euro annui.
Quello approvato è un riordino sfaccettato, che interviene su svariati temi, e che conferma la giusta idea che non basti il solo mercato a garantire il pluralismo dell'informazione ma serva anche il sostegno pubblico, soprattutto se si parla di piccola editoria. E che, nell'obiettivo del contenimento della spesa nazionale, anche i dirigenti del servizio radio-televisivo debbano fare la propria parte.
Intesa Governo-sindacati:
6 miliardi per flessibilità pensionistica e sostegno agli assegni bassi

Dopo mesi di confronto, siglato l'accordo: l'Ape (ossia l'anticipo previdenziale tramite prestito bancario) sarà a carico dello Stato per i lavoratori più deboli; soluzioni su precoci e usuranti
Il 28 settembre Governo e sindacati hanno siglato un accordo sul sistema pensionistico, frutto di un lavoro di concertazione e confronto in atto da molti mesi. Le misure più rilevanti saranno inserite nella prossima legge di Bilancio per essere celermente adottate, ma oltre a questo viene sancito anche l'impegno a “tenere aperto un confronto costruttivo e di merito per ulteriori interventi nel corso del 2017”. Dunque a proseguire un dialogo per giungere a nuove iniziative volte al riequilibrio e all'equità del sistema pensionistico. Per le misure previste in Bilancio il Governo stanzierà 6 miliardi in tre anni. Queste si dividono, nel merito, in due grandi gruppi: quelle volte a rafforzare il potere d'acquisto dei pensionati con redditi bassi; quelle finalizzate a consentire ai lavoratori un ritiro anticipato, in forme e modalità differenti a seconda delle ragioni per cui si sceglie il ritiro e delle categorie di lavoratori coinvolti. A tutto ciò, infine, si aggiunge il superamento delle cosiddette “ricongiunzioni onerose”, ovvero si potranno riunificare i contributi versati in diverse gestioni senza dover pagare per la ricongiunzione. La legge di Bilancio dovrà precisare l'esatta portata di alcuni punti (ora vedremo quali) ma, al di là dell'ultimo necessario passaggio contabile, trovo che la convergenza raggiunta tra Esecutivo e sindacati sia un fatto molto importante per due ragioni. La prima, fondamentale, è perché vuole porre un rimedio significativo ai problemi prodotti nel 2010 e nel 2011 da Sacconi prima e dalla ministra Fornero poi: la politica non può dimenticarsi di chi ha pagato un prezzo tanto alto in un momento drammatico, ed è dunque doveroso ripristinare un po' di giustizia. La seconda ragione è che si è svolto finalmente un dialogo aperto e fecondo tra Governo e sindacati, che significa legittimazione reciproca e comune assunzione di responsabilità. Cose di cui beneficeranno i cittadini.
Vado a illustrare l'accordo nel dettaglio partendo dalle misure per le pensioni basse. Innanzitutto si interviene sulla quattordicesima, ovvero l'assegno in più che viene incassato in luglio dai pensionati a basso reddito. Gli interventi previsti sono due: il primo è l'aumento dell'assegno per i 2 milioni di persone che oggi già ricevono la quattordicesima, e che sarà in media del 30% (chi prende 500 euro di quattordicesima si ritroverà circa 650 euro). Il secondo e più significativo cambiamento è l'estensione della quattordicesima a 1,2 milioni di persone che oggi non la ricevono: in Bilancio si sancirà infatti che ne avranno diritto tutti i pensionati che percepiscono 1000 euro lordi al mese (oggi ne hanno diritto coloro che percepiscono 750 euro lordi). Assieme a questo aumento dell'assegno di luglio, accompagnato dall'estensione della platea, altra positiva decisione è l'estensione della no tax area, ovvero la soglia di reddito al di sotto della quale non si pagano le tasse, che salirà anche per i pensionati a 8.125 euro lordi l'anno, cioè lo stesso livello previsto per chi lavora. Oggi la no tax area per i pensionati arriva a 7.750 euro lordi per gli under 75enni e a 8mila per gli over 75, dunque verrà alzata di un pochino per tutti. Altra precisazione non banale: la misura non ha effetto solo sulle pensioni più basse, perché la detrazione d'imposta su quella fetta di reddito si applicherà a tutti i pensionati che dichiarano fino a 55mila euro lordi l'anno. Queste misure sono evidentemente volte a dare fiato a chi ha meno, secondo criteri di progressività. Bene.
Gli interventi più impattanti sono però quelli per gli anticipi pensionistici, che agevolano una maggiore flessibilità in uscita dal lavoro. In seguito a riforme troppo stringenti, che hanno innalzato eccessivamente i requisiti, il sistema si è rivelato rigido e inefficace soprattutto per una generazione di persone che, molto spesso, hanno cominciato a lavorare giovanissime. Si sono trovate quindi una serie di possibilità diversificate tra loro per l'uscita anticipata dal lavoro, a seconda delle tipologie lavorative e a seconda delle ragioni che spingono le persone a fare questa scelta. La misura più innovativa è l'Ape, l'anticipo pensionistico tramite prestito bancario, che permetterà di ritirarsi dal lavoro fino a 3 anni e 7 mesi prima rispetto ai parametri previsti dalla legge. L'Ape è per ora un intervento sperimentale, in campo per i prossimi due anni, e che riguarderà tutti i lavoratori (dipendenti del settore privato e del settore pubblico, ma pure gli autonomi) nati tra il '51-'53 per il 2017 e quelli nati tra il '52-'54 per il 2018, e che abbiano almeno 20 anni di versamenti contributivi. Ci sono modalità diverse di accedervi, e soprattutto di restituire il prestito, a seconda dei profili e dei bisogni delle persone: con ciò l'Ape si articola in volontaria, sociale, concordata. L'Ape volontaria è indirizzata a chi sceglie di anticipare l'uscita pensionistica per ragioni personali: in questo caso, l'onere della scelta (che equivale nei fatti all'accensione di un mutuo bancario, dunque alla restituzione del mutuo) è a carico del pensionando. Il prestito, acceso tramite banca ma erogato attraverso l'Inps, dovrà essere restituito a rate dagli interessati alle banche che hanno fornito l'anticipo, una volta conseguita la pensione, e con un prelievo che durerà 20 anni. Il valore dell'addebito sarà di circa il 6% della pensione per ogni anno di anticipo pensionistico, per arrivare dunque al 20% nel caso di scelta di anticipo massimo (3 anni e 7 mesi, appunto). Questa scelta ovviamente riguarda chi lo desidera e chi ritiene sia economicamente sostenibile. Diverso rimborso per l'Ape sociale, riservata ai disoccupati senza più ammortizzatori, a lavoratori con disabili a carico o che hanno loro stessi importanti problemi di salute e a coloro che svolgono attività gravose (queste attività sono ancora da precisare, ma si tratterà probabilmente di lavori come gli edili, gli infermieri, ovvero impieghi per cui la permanenza sul posto in età elevata non è congrua). In questo caso l'anticipo è a carico dello Stato: se l'assegno pensionistico è inferiore ai 1.300 euro lordi, la fiscalità pagherà interamente il prestito pensionistico acceso; per chi sta sopra questa soglia e rientra nelle categorie sopracitate ci sarà invece una partizione progressiva a seconda del reddito. Le cifre definitive si avranno però solo con la legge di Bilancio, perché la spesa dipenderà da quante attività gravose rientreranno in questa possibilità. Ultima opzione è l'Ape concordata con il datore di lavoro, che può essere utilizzata in casi di ristrutturazione aziendale o crisi prolungate. L'onere del rimborso del prestito, in questo caso, è a carico dell'azienda e non del lavoratore né dello Stato, perché si tratta di situazioni causate da criticità d'impresa. Contestualmente a questo strumento, il Governo si impegna a realizzare un cambiamento normativo sulla previdenza complementare, che potrà essere utilizzabile per le uscite anticipate. Per esempio si definiranno modalità che consentano al lavoratore che ha maturato una rendita in un fondo integrativo di attingere a tale rendita prima del pensionamento, volontariamente e nella misura ritenuta opportuna, per poter usufruirne durante il periodo che manca alla maturazione dell'assegno pensionistico. In questo modo la rendita integrativa farebbe da “paracadute”. Perché il meccanismo funzioni, si dovrà agevolare fiscalmente questa possibilità, con una tassazione inferiore a quella attualmente prevista per le anticipazioni dei fondi integrativi. Allo stesso modo e seguendo la stessa logica, si definiranno strumenti di incentivazione fiscale finalizzati ad agevolare l'uso del Tfr (il trattamento di fine rapporto) accantonato presso l'impresa. Con questi interventi, si declinano le possibilità di anticipo volontario, sociale o determinato da scelte aziendali in maniera a mio avviso equilibrata e tenendo conto delle diversità degli impieghi e dei redditi. Oltre all'Ape, ci sono poi misure destinate ad alcune peculiari categorie.
Per quanto riguarda i lavoratori precoci (ovvero le persone che hanno versato almeno 12 mesi di contributi prima del compimento dei 19 anni di età), ci sono due cambiamenti: queste persone potranno andare in pensione con 41 anni di versamenti (invece dei 42 e 10 mesi oggi previsti) se sono disoccupati senza ammortizzatori, disabili o addetti alle attività gravose (come per l'Ape sociale, l'elenco delle attività è ancora da definire nel dettaglio); per tutti gli altri vengono invece eliminate le penalizzazioni che erano finora destinate a coloro che desideravano andare in pensione prima dei 62 anni (circa l'1% per ogni anno di anticipo). Altra categoria su cui si è arrivati a una soluzione è quella dei lavori usuranti: per rientrare nella categoria che dà diritto al pensionamento anticipato fino a 5 anni non sarà più necessario aver svolto l'attività usurante nell'ultimo anno di lavoro. Che era un requisito abbastanza assurdo, visto che a fine carriera sono pochi gli usuranti che riescono ancora a svolgere l'attività considerata tale. Il vincolo diventa invece quello di aver svolto l'attività usurante per 7 anni negli ultimi 10. A partire dal 2019 l'età della pensione sarà poi sganciata dalla speranza di vita, un meccanismo che spostava inesorabilmente in avanti l'età del ritiro (un mese l'anno). Infine, vengono eliminate per gli usuranti le cosiddette “finestre d'accesso” alla pensione consentendo l'anticipo del pensionamento di 12 o 18 mesi anche rispetto all'attuale normativa agevolata. Ultima ma importante novità siglata con l'accordo è poi quella della ricongiunzione dei contributi, che diventerà gratuita. Dipendenti o autonomi che hanno versato in enti diversi (comprese le gestioni separate), avendo cambiato lavoro nel corso della propria carriera, non dovranno più pagare una somma per ricongiungere i versamenti e poter andare in pensione. Nel meccanismo è incluso anche il cosiddetto “riscatto della laurea”: il versamento contributivo per gli anni dell'università farà con ciò aumentare il “montante” e sarà anche valido per il raggiungimento dei requisiti pensionistici. Da questo meccanismo sono escluse le casse degli ordini professionali, che hanno autonomia in materia previdenziale. Per il resto, chiunque sia iscritto presso due o più forme di assicurazione obbligatoria potrà conseguire la pensione senza dover versare ulteriore denaro.
Questi sono i contenuti dell'accordo, che contempla – come scrivevo all'inizio – anche una “seconda fase” ossia un impegno a continuare a confrontarsi sul sistema previdenziale per mettere a punto ulteriori misure di riforma del sistema, al fine di renderlo più equo e per affrontare anche il tema dell'adeguatezza delle pensioni future dei giovani lavoratori con redditi discontinui. Che mi pare un argomento cruciale. Ugualmente si vuole discutere della riduzione strutturale del cuneo contributivo sul lavoro stabile; di previdenza complementare; di ulteriori forme di flessibilità in uscita; della revisione del meccanismo di rivalutazione dei trattamenti pensionistici. A fronte di quanto scritto, direi che l'orizzonte è oggi più chiaro. Alcune questioni hanno trovato soluzioni, su altre ci si impegna a discutere. Di certo, per ripristinare giustizia ed equità bisogna dialogare avendo in mente obiettivi puntuali e cercando un confronto forte con chi rappresenta i lavoratori. Reputo quanto fatto un progresso nel merito e nel metodo. Reso possibile da una volontà politica costruttiva.

Testo unico sui piccoli Comuni: la Camera approva le misure per la riqualificazione e il recupero
Il 28 settembre la Camera ha approvato il testo unico che reca misure destinate ai piccoli Comuni e disposizioni per la riqualificazione e il recupero dei centri storici di questi borghi o piccole cittadine. Per essere definito "piccolo" il Comune deve avere una popolazione residente fino a 5.000 abitanti, o essere stato istituito a seguito di fusione tra Comuni montani o posti in aree a disagio insediativo aventi ciascuno popolazione fino a 5.000 abitanti. Queste realtà rappresentano una parte significativa del Paese, ospitando oltre un sesto della popolazione (cioè oltre 10 milioni di persone) e molti luoghi d’eccellenza paesaggistica e agroalimentare (in questi Comuni si trovano il 90% delle etichette Dop e Igp). Spopolamento, invecchiamento, indebolimento dei servizi e delle attività produttive, carenza di infrastrutture sia fisiche che digitali (come le connessioni internet veloci) sono però fattori che contribuiscono a esporre tali realtà a una forte desertificazione economica e sociale. Una desertificazione che va contrastata, perché questi centri possono, al contrario, incrociare opportunità di sviluppo, dal turismo alla green economy. Per sfruttare queste potenzialità bisogna favorire innanzitutto l'accorpamento istituzionale, tema su cui siamo già intervenuti a più riprese in questa Legislatura, per incentivare le unioni e le fusioni tra i Comuni, perché avere sistemi amministrativi più ampi serve a ottimizzare i costi organizzativi e rendere migliori i servizi. La sfida decisiva è però la ridefinizione delle vocazioni, tramite modelli di recupero chiari e perseguibili. Come sempre, per realizzare gli obiettivi servono risorse: pertanto il punto più qualificante della legge è l’istituzione di un fondo da 100 milioni di euro, dal 2017 al 2023, per finanziare investimenti integrando risorse pubbliche con quelle private. Le azioni per cui andranno stanziati i fondi, finalizzate prioritariamente all’ammodernamento e alla sicurezza del territorio, comprendono: la realizzazione della rete internet a banda larga (in molti luoghi non esiste affatto), la prevenzione del dissesto idrogeologico, la manutenzione di strade e scuole, facilitazioni per realizzare alberghi diffusi (ovvero strutture ricettive che non sono strettamente hotel, ma che usano peculiarità architettoniche o urbanistiche degli insediamenti), la riqualificazione degli immobili in abbandono, l’efficienza energetica del patrimonio edilizio pubblico nonché la realizzazione di impianti di produzione e distribuzione di energia da fonti rinnovabili, la possibilità per i Comuni di acquisire a basso costo case cantoniere e tratti di ferrovie dismesse da rendere disponibili per attività turistiche, la promozione delle produzioni agroalimentari a filiera corta. Per realizzare questi interventi verrà predisposto, con decreto del presidente del Consiglio, un Piano nazionale di concerto con il ministero delle Infrastrutture, quello dell’Economia, quello delle Politiche agricole e quello dell’Ambiente (il Piano deve essere emanato entro 120 giorni dall’entrata in vigore della legge). Con la norma si vuole insomma sottolineare che vivere in piccoli centri non è necessariamente un retaggio del passato, ma può essere una prospettiva per il futuro: a partire da una comunità montana o da un’area interna si possono dar vita a iniziative in settori dal richiamo forte (turismo e alimentare in testa) se si hanno buone infrastrutture digitali e si agisce bene sulla riqualificazione. Ora la legge passa al Senato.

Il piano decennale di Fs: 94 miliardi di investimenti; quotazione del 30% di Frecce e Intercity
L’amministratore delegato di Ferrovie dello Stato, Renato Mazzoncini, ha presentato il nuovo piano industriale 2017-2026 del gruppo, i cui lineamenti erano stati tracciati in commissione Trasporti qualche mese fa. Intanto, con 94 miliardi sul piatto – di cui 73 in infrastrutture, 13 per nuovi convogli e per la manutenzione degli esistenti, 7 sullo sviluppo tecnologico di treni, reti e servizi integrati – Fs si conferma (assieme a Eni) la prima azienda italiana per investimenti. Bene, dunque. Così come positivo è stato il chiarimento sulla quotazione in Borsa, prevista per il 2017: non solo la rete dei binari resterà di proprietà pubblica ma è stato anche annunciato che la quotazione non riguarderà la holding scorporata da Rfi (Rete ferroviaria italiana, che si occupa appunto dei binari), come da tempo si diceva, ma il 30% di una NewCo (una nuova compagnia) che comprenderà solo le Frecce e gli Intercity. La nuova divisione dei treni ad Alta velocità e a lunga percorrenza sarà dunque la “fetta” di Fs a essere messa sul mercato: la quotazione del 30% dell’intera holding presentava eccessive complicazioni normative, regolamentari, e di “spacchettamento” tra le aziende di Ferrovie. Si decide così di privatizzare la parte di Fs più consolidata e con le migliori performance di fatturato, e di far restare in mano totalmente pubblica tutti i servizi su cui c'è invece ancora molto da fare per soddisfare le esigenze dei viaggiatori (per esempio le tratte locali e regionali). Sul fronte dell’Alta velocità si intende poi terminare l’opera che innerva il nostro Paese (in primo luogo finendo la Napoli-Bari) e completare la flotta dei 50 (oggi sono 32) nuovi “Frecciarossa 1000” ancora più veloci. 600 milioni andranno presto a treni locali, regionali e alle metropolitane; e se è in corso la maxi commessa da 4 miliardi per 450 nuovi treni locali (molti dei quali destinati alla nostra Regione), Mazzoncini ha annunciato che si procederà alla realizzazione di un nuovo contratto per 50 treni diesel. Per quanto riguarda il trasporto merci, sono previsti investimenti per 1,5 miliardi, la messa in opera della neonata Mercitalia (società di Fs, costituitasi in maggio, e che opererà solo su questo segmento) e la creazione di un polo della logistica attraverso tre società (Mercitalia Rail, Logistic, Terminal). Queste sono le direttrici principali del piano. In cui, però, è contenuto anche un punto molto delicato: Fs intende infatti assorbire alcune aziende del trasporto pubblico locale. Bene che Fs voglia contribuire alla gestione del servizio pubblico locale, se questo avviene tramite bando di gara, meno bene se avviene tramite acquisizione diretta di imprese del settore: le intenzioni di Fs – che vuole passare dal 6% al 25% del mercato del Tpl nei prossimi anni – non devono infatti in nessun modo tradursi in una distorsione del mercato o in una creazione di un monopolio. Si tratta dunque di un passaggio delicato, che va gestito con accortezza, per non compromettere il tessuto aziendale del trasporto pubblico nelle città.
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