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Il 16 settembre all'età di 95 anni è morto Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica dal 1999 al 2006. Poche righe solo per dire che Ciampi è stato un grande italiano e un Presidente molto amato. Livornese, antifascista, giovane in un dopoguerra in cui l'impegno e lo studio significavano ancora, giustamente, molto (aveva due lauree, una in lettere e una in giurisprudenza, entrambe conseguite a Pisa), lavorò per 40 anni alla Banca d'Italia dove fu governatore negli anni '80. Personalità di indubbio rilievo, autonomia e spessore intellettuale, è stato il primo presidente del Consiglio della storia Repubblicana che non provenisse da un partito e non fosse neppure parlamentare. Il suo Esecutivo del 1993 fu importante per traghettare il nostro Paese fuori dalle macerie di Tangentopoli e da una situazione economica difficilissima. Europeista convinto, fu Ministro del Tesoro nel primo governo Prodi (incarico che continuò a ricoprire anche sotto il governo D'Alema) e guidò di fatto il nostro ingresso nella moneta unica. Il filo rosso che lega la fine della guerra all'idea di un'Europa dei popoli scorre nella sua storia di uomo dello Stato, delle istituzioni, ma pure vicino alla gente comune e soprattutto ai giovani. Dal 2010 Carlo Azeglio Ciampi era sparito dalla scena, indebolito dalle precarie condizioni di salute: i testimoni della sua generazione stanno inevitabilmente invecchiando, sta quindi a tutti noi avere buona memoria e ricordarne il lavoro. Gli ideali del dopoguerra devono restare forti, qui e ora: Ciampi li ha senz'altro incarnati con grande adesione morale.
Verso il referendum costituzionale:
i punti-chiave della riforma che siamo chiamati a votare

Da questa newsletter approfondirò i principali temi del disegno di legge. Parto dalle funzioni del nuovo Senato e dal nuovo procedimento legislativo, che sarà più veloce e avrà tempi certi
Con questa newsletter inauguro una serie di “focus” tematici sulla riforma costituzionale pensando possa essere utile, e persino doveroso, mettere in fila i punti principali del disegno di legge che saremo chiamati a votare. Della riforma ho ovviamente già scritto in alcuni numeri della mia newsletter, ma in vista del referendum vorrei trattare i cambiamenti più rilevanti che, spero, entreranno in vigore. Qui scriverò del nuovo Senato e del nuovo meccanismo bicamerale.
Esordisco da un assunto: voterò sì senza riserve, come ho fatto in Parlamento. Il disegno di legge probabilmente non è perfetto, ma il superamento del bicameralismo paritario disegnato dalla norma non ha niente, ma proprio niente, di pericoloso per la democrazia e anzi la migliora. Il ruolo del nuovo Senato è chiaro, la rappresentanza ampliata ai territori, il procedimento legislativo più veloce. Una delle obiezioni che vengono mosse alla riforma è quella di creare confusione nell'iter normativo: è falso e tra poche righe spiegherò bene perché. L'altra obiezione è: perché il Senato non è stato del tutto abolito? Semplice: nessun Paese democratico con una popolazione paragonabile alla nostra ha una sola Camera. Soltanto i Paesi con popolazioni ridotte hanno un monocameralismo puro, i più popolosi no e il più delle volte il secondo ramo parlamentare rappresenta la Camera delle autonomie regionali o territoriali. Che è quanto proponiamo di fare anche in Italia. A ben vedere rimettiamo finalmente mano a qualcosa che non funziona così bene come immaginiamo, ossia a quella forma di bicameralismo per cui i due rami del Parlamento svolgono identiche funzioni. Una cosa che non ha reso il nostro Paese migliore di altri, ma lo ha reso anzi spesso ostaggio di maggioranze spurie (anche perché la Camera è eletta da tutti i maggiorenni e il Senato da chi ha più di 25 anni, dunque il Parlamento non è eletto dalle stesse persone) e certamente ostaggio di quella che in gergo viene chiamata “navetta”, ossia un rimpallo (senza tempi certi) tra le Camere per cui una legge ordinaria può impantanarsi in infinite discussioni senza essere promulgata. È successo anche in questa Legislatura, dove esistono le leggi bloccate proprio da un eccesso di bicameralismo. Per citare due esempi: la legge di riordino della Protezione civile, votata dalla Camera e ferma da un anno a Palazzo Madama (poi dovrà tornare alla Camera), che dopo il terremoto di Amatrice sarebbe stata utile se in vigore, o quella per la concorrenza, che servirebbe moltissimo al nostro Paese e che invece è ferma da quasi due anni in Senato. Avere un meccanismo bicamerale perfetto non è garanzia di un buon funzionamento parlamentare. Dunque, se la riforma che proponiamo non è esente da difetti, voglio fare presente che oggi non viviamo nel migliore dei mondi possibili e che la revisione costituzionale rimuove anzi alcuni degli handicap che inficiano la nostra vita democratica.
Con la riforma le due Camere avranno funzioni e competenze differenti e distinte. Nel nuovo Senato siederanno 95 membri (non più 315) rappresentativi delle istituzioni territoriali, più cinque senatori nominati dal presidente della Repubblica per alti meriti artistici, scientifici, culturali, imprenditoriali, e che restano in carica 7 anni. Nel numero sono compresi anche gli ex presidenti della Repubblica, gli unici che mantengono il diritto di restare senatori a vita: ciò comporta che i senatori di nomina presidenziale potranno essere un massimo di cinque, ma anche meno a seconda degli ex Presidenti presenti a Palazzo Madama. Tolti i 5 senatori di cui sopra, a ogni Regione è assegnato un numero di rappresentanti proporzionali alla popolazione, ma mai inferiore alle 2 unità. L'Emilia Romagna proclamerà 6 senatori. Le elezioni politiche riguarderanno solo la Camera dei deputati, dunque i cittadini voteranno direttamente solo i componenti della Camera che sarà l'unico ramo di rappresentanza della Nazione. I senatori saranno scelti dai Consigli regionali “in conformità con le scelte espresse dagli elettori in occasione delle elezioni regionali o locali, secondo modalità stabilite con legge della Repubblica”. Questo passaggio, fortemente voluto da una parte del nostro Partito e che condivido, ci dice che dopo l'entrata in vigore della riforma il Parlamento dovrà approvare una legge ordinaria per stabilire le esatte modalità di scelta dei senatori. Possiamo legittimamente parlare, quindi, di un'elezione indiretta dei senatori da parte delle persone, non certo di una scelta arbitraria: questa precisazione rafforza il rapporto tra cittadini e Senato e risponde a requisiti di democraticità e rappresentatività. Poiché i senatori saranno consiglieri regionali o sindaci nominati dai Consigli regionali, tenendo conto delle preferenze degli elettori, la durata del loro mandato coinciderà con la durata degli organi territoriali da cui sono scelti. Perciò il Senato non viene mai sciolto – a differenza della Camera che decade ogni 5 anni – ma si rinnova parzialmente in corrispondenza del rinnovo dei Consigli regionali (anche i senatori-sindaci decadono con la decadenza del Consiglio regionale di riferimento). I senatori, ridotti di 215 unità rispetto a oggi, non riceveranno più l'indennità parlamentare: non credo che il risparmio sui costi della politica sia una delle ragioni per modificare la Costituzione, che va invece cambiata per snellire il procedimento legislativo. Ma ovviamente, se perseguendo questo obiettivo ci sono anche minori costi per la collettività, ben venga.
Al di là della composizione, la ragione principale per cui questo nuovo meccanismo può funzionare, e bene, è “l'asimmetria” cioè la differenza dei ruoli ricoperti dalle due Camere. Una rappresenta la Nazione, l'altra le autonomie territoriali e i rapporti tra queste e l'Unione europea. A differenza di quanto impropriamente detto da alcuni sostenitori del No, i procedimenti legislativi saranno chiari e più rapidi di quelli attuali. Restano bicamerali infatti, esattamente come oggi, solo i disegni di legge che coinvolgono le materie di competenza del Senato (enti locali, Regioni, rapporti con l'Unione europea). Il voto da parte di entrambe le Camere rimane tale e quale quindi per: le leggi elettorali che riguardano i Comuni e le Città metropolitane; l'ordinamento e le funzioni fondamentali di Comuni e Città metropolitane e le norme sulle forme associative tra Comuni; le leggi di autorizzazione alla ratifica dei trattati dell'Unione europea; le leggi che hanno a che fare con l'ordinamento regionale e la legge che disciplina i casi in cui le Regioni possono concludere accordi con enti territoriali di altri Paesi o con altri Stati; la legge che prevede il distacco dei Comuni da una Regione. Restano bicamerali anche tutte le leggi di revisione della Costituzione. Il Senato vota poi assieme alla Camera per l'elezione del Presidente della Repubblica, dei 5 giudici della Consulta e degli 8 membri laici del Consiglio superiore della Magistratura. Palazzo Madama potrà svolgere inchieste su materie di interesse pubblico e svolgere attività conoscitive anche su atti o documenti all'esame della Camera dei deputati. A parte questo, il procedimento monocamerale si applica invece a tutte le altre leggi, cioè alla stragrande maggioranza, per le quali basta il vaglio della sola Camera. Se almeno un terzo dei membri del Senato lo richiede, anche le leggi monocamerali possono essere esaminate da Palazzo Madama che può anche proporre modifiche entro 30 giorni (15 per la legge di Bilancio). La Camera delibererà poi sulle proposte emendative del Senato, in via definitiva, unilaterale, e in massimo 30 giorni. L'iter, anche in caso di richiesta di esame da parte del Senato, risulta in ogni caso molto più veloce rispetto a quello attuale. Francamente mi sembrano regole chiare. E ci dicono senza grandi dubbi che, anziché tre passaggi parlamentari, una legge ordinaria può essere approvata con un solo passaggio, e comunque con tempi significativamente abbattuti. Il nuovo articolo 70 è certamente più articolato, più lungo, di quello vigente che recita “la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere”. Peccato però che alla semplicità del testo vigente corrisponda la complessità reale dell'approvazione delle leggi mentre, con alcune righe in più, nel nuovo testo si stabiliscono tempi e modalità certe per la ratifica delle norme. Da una parte insomma c'è la semplicità del testo, dall'altra la vita reale del Parlamento (e del Paese) che sarà finalmente più regolata.
Modificando in questo modo l'assetto parlamentare, spetterà solo a Montecitorio rappresentare la Nazione e determinare l'indirizzo politico accordando o revocando la fiducia al Governo. Come scritto, la Camera sarà prevalentemente l'unico organo in cui verranno discusse le leggi e la sola Camera può essere sciolta dal presidente della Repubblica per indire nuove elezioni politiche. Sono poi di assoluta ed esclusiva competenza della Camera: l'approvazione di amnistia e indulto; l'autorizzazione a sottoporre il presidente del Consiglio o i Ministri al giudizio della magistratura per reati commessi nell'esercizio delle funzioni; la deliberazione dello stato di guerra. Non vedo in questa distinzione tra i due rami parlamentari nulla di farraginoso o incomprensibile né, tanto meno, un attentato alla democrazia parlamentare. La mia impressione è, anzi, che troppe volte si sia decantato il nostro assetto senza ragionare a sufficienza sulla sua lentezza o su alcune sue deformazioni. Che, in questo modo, sarebbero superate. E questa è una prima e buona ragione per votare sì alla riforma.

Industria 4.0:
13 miliardi di fondi pubblici su ricerca, innovazione, nuove tecnologie

Il ministro dello Sviluppo economico ha annunciato le prime misure per il Piano nazionale: nella legge di Bilancio il superammortamento del 250% sulle spese per la digitalizzazione delle imprese
Nella scorsa newsletter ho sintetizzato il documento conclusivo messo a punto dalle Commissioni parlamentari su “Industria 4.0”, la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale” legata alla digitalizzazione dei processi produttivi, alle nuove frontiere dell'intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie delle comunicazioni. Il documento individuava cinque punti-chiave su cui lavorare: la creazione di una cabina di regia; gli investimenti infrastrutturali; le competenze e la formazione; la ricerca pubblica e privata; le agevolazioni per le Pmi. Tutti questi temi sono stati presi in considerazione dall'Esecutivo. Come scrivevo, infatti, le conclusioni dell'indagine svolta dalle Camere ambivano a fornire alcune indicazioni per la stesura del Piano nazionale Industria 4.0, le cui linee guida sono state presentate dal ministro dello Sviluppo economico Claudio Calenda il 21 settembre. In attesa dei provvedimenti veri e propri, necessari per mettere in atto realmente la trasformazione che dobbiamo in ogni modo agevolare (con particolare riguardo al settore manifatturiero), sintetizzo quel che il Ministro ha detto, annunciando le misure economiche.
Innanzitutto il Governo stanzierà 13 miliardi di euro dal 2017 al 2020: i primi fondi saranno inseriti nell'imminente legge di Bilancio. L'intenzione, sull'esempio di quanto fatto in Germania qualche anno fa, è che gli investimenti pubblici facciano da leva per ulteriori risorse private, dunque a investimenti aggiuntivi rilevanti. Intanto saranno contemplate nella legge di Bilancio: la conferma dell'ammortamento al 140% per l'acquisto di nuovi beni strumentali comprati dalle imprese (già inserito nella legge di Stabilità 2016) e l'introduzione di un super ammortamento al 250% per gli investimenti sulla digitalizzazione. Si tratta di uno sconto fiscale imponente per le spese sostenute dalle aziende in relazione all'ammodernamento, soprattutto se 4.0. Oltre a questo, il credito d'imposta per le spese in ricerca e innovazione effettuate, oggi al 25%, raddoppierà passando al 50% e i limiti di credito massimo per contribuente passeranno da 5 a 20 milioni di euro. Verranno introdotte detrazioni fiscali al 30% per gli investimenti fino a un milione di euro realizzati dalle Pmi innovative; 1 miliardo andrà al Fondo centrale di garanzia per le Pmi e sarà finalizzato alla digitalizzazione; 1,3 miliardi andranno alla detassazione del salario di produttività (la misura è da mettere a punto con accordi aziende-sindacati); 1 miliardo ai contratti di sviluppo dei progetti Industria 4.0, dunque sostanzialmente all'implementazione di processi e prodotti.
Questo per quanto riguarda gli incentivi alle attività produttive, che sono sostanziosi. Il 21 settembre, in coincidenza con la presentazione delle prime misure del Piano, c'è inoltre stata la prima riunione della cabina di regia presso la presidenza del Consiglio (con la partecipazione, al momento, dei soli Dicasteri coinvolti). Come auspicato, in questo organismo di coordinamento siederanno però a breve: rappresentanti dei Ministeri, di Cassa depositi e prestiti, delle associazioni degli imprenditori, dei sindacati, dei centri di ricerca e delle Università destinate a diventare centri di eccellenza nazionale, esperti del mondo scientifico. Un'industria digitalizzata deve contare infatti su un capitale umano adeguatamente formato: in occasione della riunione della cabina di regia, la ministra dell'Istruzione Giannini ha affermato che, per quanto riguarda la ricerca universitaria, l'obiettivo è formare, da qui al 2020, oltre 1.400 dottori di ricerca e almeno 3mila manager altamente specializzati. Per farlo è necessario costruire una più efficace e focalizzata filiera sull'intera istruzione: dalle scuole superiori al potenziamento dei corsi di laurea e dei dottorati. Le misure dedicate alla scuola sono però, nel dettaglio, assolutamente in cantiere, sebbene siano confermati gli investimenti sul Piano “scuola digitale” e l'intenzione di rendere sistemiche le competenze coinvolte (analisi dei dati, dimestichezza con l'ambiente digitale e con tecnologie impiegate su aspetti altamente specifici). Di certo sarà importante perseguire questi obiettivi con adeguati mezzi e strumenti: a disposizione ci dovrebbero essere complessivamente 700 milioni di euro, di cui 70 per creare nuovi corsi universitari e ampliare l'offerta formativa degli Istituti tecnici superiori. 100 milioni andranno invece a quelli che diverranno “centri di eccellenza”: Matteo Renzi ha annunciato, infatti, che il Governo punterà sui politecnici di Milano, Torino e Bari, sull'Università di Bologna e sulla Federico II di Napoli, sulla scuola superiore di robotica di Pisa, come atenei privilegiati, dedicati alle nuove tecnologie, in cui implementare i corsi più innovativi, e che lavoreranno in stretta sinergia con le imprese e le attività produttive. Infine, sebbene non sia direttamente collegata con il piano Industria 4.0, un’altra novità che interessa il mondo dell’innovazione è l'inedita possibilità di contabilizzare nei progetti di Horizon 2020 – il Programma quadro Ue per il finanziamento della ricerca – una serie di spese che fino a oggi la Commissione europea non prevedeva (assegni di ricerca, collaborazioni coordinate e continuative, collaborazioni a progetto, dunque sostanzialmente spese per il personale da impiegare). È una buona notizia, perché significa maggiore accesso ai fondi europei per progetti che possono essere importanti anche su questi ambiti e che possono sostenere ulteriormente gli atenei e i centri pubblici e privati. Se sul fronte infrastrutturale si attendono risposte delle società delle telecomunicazioni per ampliare i 6,7 miliardi statali (già stanziati) destinati alla copertura internet con la banda ultralarga, il Governo ha infine annunciato la volontà di creare distretti industriali ad hoc, da individuare assieme alla cabina di regia e con il sostegno delle associazioni imprenditoriali, delle università e il coinvolgimento delle Camere di Commercio dei territori.
Per il momento questo è il quadro. E di qui si dovrà partire per costruire, passo dopo passo, una strategia di medio periodo e di ampia visione. Di fatto, a oggi, sono state annunciate alcune linee di indirizzo, ma soprattutto l'ammontare delle risorse pubbliche che il nostro Paese metterà in campo nei prossimi 4 anni. Non sono poche. Il Piano italiano dispone addirittura di più risorse pubbliche rispetto ad altri programmi varati in altri Paesi. Dunque, sebbene arriviamo con un po' di ritardo, non arriviamo male. Si tratta anzi di un'azione positiva, che mobilita fondi pubblici per investimenti e che deve essere colta come un'opportunità dalle attività produttive. Investire, innovare, fare ricerca saranno scelte più convenienti: lo Stato aiuta le imprese, che poi devono fare la loro parte. Con il mix di misure sovra esposte, che ammontano appunto a 13 miliardi, il Governo punta a stimolare, infatti, stanziamenti privati per 10 miliardi annui, passando dagli attuali 80 a 90 miliardi già nel 2017. Ognuno dovrà insomma agire responsabilmente per il futuro del Paese.
Italicum: approvata la mozione di maggioranza che non esclude la possibilità di una riforma
Il 21 settembre la Camera ha discusso e votato alcune mozioni relative alla legge elettorale, l'Italicum, approvato nel maggio 2015 ed entrato in vigore quest'anno. La legge, lo ricordiamo bene, è stata frutto di un ampio dibattito tra le forze politiche. La settimana scorsa l'Aula di Montecitorio ha approvato la mozione presentata dalla maggioranza rigettando le altre. Come quella del Movimento 5 Stelle, che impegnava il Governo a riformulare la normativa in senso puramente proporzionale (a mio avviso una follia che conduce, oggi più che mai, all'ingovernabilità). La mozione approvata, prendendo atto del fatto che si è riaperto un ragionamento politico su possibili ipotesi di riforma dell'Italicum, impegna Governo e Parlamento a tenerne conto e a far sì che i diversi gruppi esplicitino le proprie eventuali proposte di modifica, per vedere se sussiste una convergenza. Dunque se si trovano: un accordo nel merito e una maggioranza parlamentare che lo ratifichi. Francamente mi pare l'unica modalità ragionevole e realistica per riaprire un confronto non velleitario. La mozione insomma apre a una rinnovata discussione tra i gruppi circa l'Italicum, tenendo però presente una cosa non banale per quanto ovvia: ossia che si deve trovare una maggioranza, sia alla Camera che al Senato, per cambiare quanto fatto precedentemente. Credo che, se si configureranno spazi di incontro per modifiche serie, nessuno potrà tirarsi indietro. Ma credo anche che questa sia l'unica strada percorribile perché è l'unica credibile.
Contrasto al bullismo e alla violenza telematica: la Camera approva la proposta di legge
La Camera ha modificato e approvato la proposta di legge di iniziativa parlamentare, già votata dal Senato cui ora deve tornare, che reca disposizioni per la prevenzione e il contrasto del bullismo e soprattutto del cyberbullismo. Sia per i minori che per gli adulti (la norma inizialmente riguardava solo i giovani), una cosa doverosa specialmente a pochi giorni dal suicidio di una donna, la trentenne Tiziana Cantone, a causa di un video online. Nel testo di legge il bullismo è definito come “aggressione o molestia ripetuta, da parte di singoli o più persone, nei confronti di una vittima allo scopo di ingenerare timore, ansia, isolamento o emarginazione”. Sono atti vessatori, pressioni o violenze fisiche o psicologiche, che possono portare all'autolesionismo o, appunto, al suicidio. Il cyberbullismo è il bullismo esercitato attraverso Internet, i social network, la messaggistica istantanea o altre piattaforme telematiche e che può comportare la diffusione online di immagini o contenuti offensivi e denigratori. La proposta votata sancisce quindi che, in caso di cyberbullismo, una persona (anche un minore o un suo genitore) possa rivolgersi al gestore del sito (o del social media o del servizio di messaggistica, ecc.) per ottenere immediati provvedimenti inibitori (rimozione dei contenuti lesivi), senza attendere la pronuncia di un giudice, cosa che comporterebbe tempi decisamente più lunghi. Il Garante per la privacy è tenuto a verificare l'intervento tempestivo del gestore: se, dopo 24 ore dalla segnalazione, il gestore non ha rimosso il contenuto, il Garante può intervenire immediatamente e autonomamente. La legge istituisce inoltre un Osservatorio nazionale su bullismo e cyberbullismo, presso la Presidenza del consiglio dei ministri, in cui siederanno i Dicasteri competenti assieme a rappresentanti di associazioni, di famiglie e di studenti. L'obiettivo è monitorare il fenomeno, per capirne meglio le dinamiche e dunque in che modo agire più efficacemente. Per quanto riguarda i minori, la legge propone poi l'istituzione, in ogni scuola, di un referente per le iniziative contro bullismo e cyberbullismo, che collabori anche con la Polizia postale: per le attività in ambito scolastico connesse alla prevenzione e al contrasto al cyberbullismo vengono assegnati alla Polizia postale 220mila euro l'anno. Un articolo affida poi al dirigente scolastico il compito di informare tempestivamente i genitori (o i tutori) dei minori coinvolti in atti di questo genere, qualora ne venga a conoscenza. Viene previsto infine l'aggiornamento degli attuali regolamenti scolastici con i necessari riferimenti a questi reati e con le relative sanzioni disciplinari, laddove siano commessi (come spesso accade) da coetanei della vittima minorenne. Per quanto riguarda l'autore del reato, se minorenne e se la gravità dell'atto è contenuta, viene previsto l'ammonimento del Questore finalizzato a evitare la sanzione penale e rendere il minore consapevole della propria azione negativa. La legge, finalizzata a proteggere le vittime, ha però anche l'intento di redimere ed educare il più possibile gli autori stessi se minorenni. Da ultimo, si inserisce una nuova aggravante per lo stalking: se commesso per via informatica, ci sarà un aumento di pena fino a un terzo (la pena base va dai 6 mesi ai 5 anni di reclusione).
Riordino della normativa per la produzione vitivinicola e la commercializzazione dei vini
Il 21 settembre la Camera ha approvato il nuovo testo unico sul vino, sintesi di alcune proposte di legge tra cui quella che ho sottoscritto e presentato assieme ad alcuni colleghi del Pd. Finalità del provvedimento-quadro è il riordino delle numerose disposizioni riguardanti la produzione e la commercializzazione dei vini, con l’intento inoltre di semplificare gli adempimenti e tutelare con più precisione le produzioni italiane di qualità. Faccio poi presente che la norma introduce il riconoscimento del vino e dei territori viticoli come “patrimonio ambientale, culturale, gastronomico e paesaggistico italiano”, destinando dunque alla pratica della viticoltura un’importanza e un’attenzione di maggiore livello rispetto a oggi. La norma definisce “vitigno autoctono italiano” quello di origine esclusivamente italiana e la cui presenza sia rilevata in delimitate aree geografiche del territorio nazionale. L’utilizzo della definizione è destinata infatti a vini Doc, Docg e Igt (denominazione origine controllata, garantita, indicazione geografica tipica). Per tutelare la qualità del vino, solo le varietà iscritte nel Registro nazionale possono essere impiantate, reimpiantate o innestate per la produzione (fatta eccezione per gli impianti a fini di ricerca). Anche a tal fine il ministero delle Politiche agricole istituisce uno schedario dove deve essere iscritta ogni unità idonea alla produzione di uva da vino contenente informazioni aggiornate sul potenziale vitivinicolo. Si dettano poi nuove regole in merito alla procedura per il conferimento delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche e modifiche ai disciplinari di produzione (dove deve essere indicata la resa massima di uva a ettaro). Regolata la composizione del Comitato nazionale dei vini Dop e Igp, si sancisce che l’incarico a membro del Comitato sia incompatibile con altri incarichi dirigenziali e professionali svolti presso organismi di certificazione o altre organizzazioni con analoghe competenze. Era un punto ambiguo e andava chiarito. In merito all’elaborazione di mosto cotto o di taluni prodotti a base di mosti di vini negli stabilimenti promiscui, essa potrà essere lecita previa comunicazione preventiva. La detenzione di vinacce invece è vietata a decorrere dal novantesimo giorno successivo a quello di ottenimento (e non dal trentesimo) per i produttori di quantitativi inferiori a mille ettolitri di vino l’anno. Semplificati gli adempimenti amministrativi per gli operatori che inseriscono i dati nel sistema informatico Sian (lo strumento con cui viene attuato il processo di telematizzazione nella gestione dei servizi che hanno a che fare con l’agricoltura), per i titolari di stabilimenti enologici con produzione annua inferiore o pari a 50 ettolitri si considera assolto l’obbligo di tenuta dei registri (basta la presentazione di una dichiarazione di produzione). Il ministero delle Politiche agricole è competente circa i controlli e la vigilanza sulle imprese e sul rispetto dei disciplinari, che possono essere effettuati da autorità pubbliche o da organismi anche privati ma accreditati presso l’elenco dei soggetti deputati a tale compito dal Ministero. Il provvedimento si occupa infine di etichettatura, produzione di vini aromatizzati e aceti. Si tratta insomma di una legge tecnica e settoriale, ma che riordina la normativa su una delle eccellenze italiane. Il vino appunto. Di cui siamo leader mondiali.
Varato il decreto correttivo al jobs act: quattro mesi di sussidio di disoccupazione per gli stagionali
Il consiglio dei Ministri del 23 settembre ha varato in via definitiva il decreto correttivo al jobs act, di cui avevo descritto alcuni lineamenti nella mia precedente newsletter, e contenente alcuni elementi migliorativi per la tracciabilità dei voucher da lavoro. Dal primo gennaio scatta infatti la misura “anti-abusi” per le prestazioni accessorie: il datore di lavoro deve comunicare l'utilizzo del voucher almeno 60 minuti prima dell'inizio della prestazione, con un sms o una mail all'Ispettorato del lavoro, indicando il codice fiscale del lavoratore, il luogo e la durata dell'impiego, il giorno e l'ora di inizio e fine della prestazione lavorativa. Bene, dunque. Questi elementi rendono infatti indubbiamente più difficile utilizzare in maniera impropria i voucher, perché ne consentono una esaustiva verificabilità. In caso di violazione scattano sanzioni amministrative fino a 2.400 euro in relazione a ciascuna comunicazione fallace. Confermate poi le misure sulle aree di crisi e sugli stagionali. Proroga di un anno, quindi, della cassa integrazione straordinaria per i lavoratori che operano in aree di crisi industriali e che alla fine del 2016 erano invece destinati a perdere questa prestazione: circa 40mila persone potranno contare in questo modo su altri 12 mesi di ammortizzatori, a patto che l’impresa presenti un piano recupero occupazionale di politiche attive concordate con la Regione e finalizzate alla rioccupazione. Confermato anche il fatto che i lavoratori stagionali ricorrenti del settore turistico e termale avranno un assegno di disoccupazione allungato di un mese (da tre a quattro): non si torna al regime precedente, ma si tampona la perdita di reddito per chi ha lavorato almeno 3 anni in questi settori negli ultimi 4 (i lavoratori cosiddetti “ricorrenti”, appunto). Sono misure che rimettono positivamente mano ad alcune criticità, mostrando inoltre una buona dialettica tra il lavoro parlamentare e quello dell'Esecutivo. Visto che le correzioni hanno tenuto conto delle sollecitazioni fornite dalle Commissioni competenti.
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