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Il 12 luglio uno scontro frontale fra due treni tra Corato e Andria, in Puglia, ha ucciso 23 persone. Si tratta di uno dei peggiori disastri ferroviari della storia recente, che riporta alla mente quello avvenuto nella nostra Regione, a Crevalcore, nel 2005 (lì i morti furono 17) e, in maniera diversa perché molto differente fu la tipologia dell’incidente, il deragliamento di un convoglio che trasportava Gpl, a Viareggio nel 2009 (32 vittime). Apro perciò la mia newsletter esprimendo cordoglio per le persone che hanno perso la vita una settimana fa e per i loro cari.
Facendo parte della commissione Trasporti di Montecitorio, vorrei poi scrivere qualche riga sulla materia: si è parlato molto della pericolosità del “binario unico” e dei sistemi di sicurezza inadeguati. Sul primo fronte, vorrei dire che la maggior parte delle linee italiane sono a binario unico. A fare la differenza è però la tecnologia applicata: oggi ci sono sistemi avanzatissimi che permettono di controllare automaticamente i treni in caso di errore umano e tutte le linee gestite da Ferrovie dello Stato, tramite Rfi, sono coperte da questo genere di dispositivi (bloccano il treno se il conducente ignora il rosso, ad esempio). Non era così nel 2005, prima del sopracitato incidente a Crevalcore. E non è stato così in Puglia, in una tratta non gestita da Rfi e dove il sistema di sicurezza consisteva in una telefonata di accertamento tra i capistazione. Ovvero il controllo dei treni era delegato al personale tramite telefono o fax: un sistema di certo non evoluto e che non dovrebbe, a mio parere, più esistere. Le linee a binario unico sono diffuse poi in tutto il Paese: sono il 38% di quelle emiliano-romagnole, ma pure il 100% di quelle della Valle d’Aosta, il 48% di quelle del Veneto e il 52% di quelle lombarde. Non è dunque un fenomeno che riguarda il Sud. In quella tratta specifica, oltre tutto, la frequenza dei convogli è rimasta inalterata per 10 anni e non ci sono mai stati incidenti fino al 12 luglio. Senza nulla togliere agli investimenti sui raddoppi, che vanno fatti, la sicurezza è oggi garantita soprattutto da sistemi tecnologici nelle comunicazioni e nel controllo dei treni. Vorrei anche ricordare che la maggior parte degli incidenti è causata in realtà da comportamenti individuali sulle rotaie (presenze nei pressi di passaggi a livello, persone sui binari) e non a problemi alle linee: proprio nei giorni precedenti il disastro ferroviario, avevo addirittura firmato una risoluzione che chiedeva al Governo maggiori sanzioni per chi mette in atto comportamenti pericolosi sulle tratte ferroviarie. Dei 59 morti nel 2015 sui binari (quelli sulle strade sono circa 3mila), 57 sono infatti causati da investimento. L’analisi deve insomma essere puntuale e affrontare questa tragedia in maniera sommaria e con tesi precostituite sarebbe un errore.
Il ministro dei Trasporti Graziano Delrio, nella sua informativa alla Camera ha ricordato – ed è un dato che ho riportato a varie riprese proprio nelle mie newsletter – che il contratto nazionale con le Ferrovie ha destinato negli ultimi anni 9 miliardi di euro al trasporto ferroviario regionale, la metà dei quali per l’adeguamento delle tecnologie per la sicurezza. Dopo questo tremendo incidente il Governo ha deciso di stanziare altri 1,8 miliardi per le reti di competenza non nazionale (come nel caso pugliese). Delrio, affermando che l’Italia è ancora indietro rispetto ai principali Paesi europei, ha però giustamente detto che di recente è stato fatto di più proprio sui servizi destinati ai pendolari (sia in termini di sicurezza che di nuovi convogli). Quello del Ministro è stato un discorso serio, intellettualmente onesto, che non ha cercato di rimuovere i problemi: ci sono Regioni italiane che non garantiscono i giusti standard di garanzia per chi viaggia. Alle spalle di questa situazione ci sono anni di ritardi, di tagli, di incuria. Tutte cose che si sta cercando di affrontare e che vanno affrontate bene. Come, appunto, bisogna affrontare bene quanto è successo, ossia con un’analisi circostanziata. Che ora non può che partire, ineluttabilmente, dal chiarire a fondo le responsabilità. Ma senza fare, per una volta, inutile demagogia.

Montecitorio vara la legge quadro sulle missioni all'estero:
norme certe su procedure e risorse

Il provvedimento sistematizza iter e questioni amministrative dando alle Camere la possibilità di concentrarsi sugli aspetti strategici. 237 milioni alla lotta contro l'Isis, 400 militari italiani a Mosul
Il 7 luglio, una settimana prima della strage di Nizza (di fronte alla quale veramente fatico a trovare parole) e del tentato golpe in Turchia, la Camera ha approvato in via definitiva la legge quadro che disciplina le missioni internazionali svolte dalle Forze armate, dalle Forze di polizia e da contingenti che operano nell'ambito della cooperazione. La legge finalmente dà una sistematizzazione normativa alle attuali procedure dibattimentali con l’obiettivo di snellire il lavoro delle Camere e concentrarlo sugli aspetti sostanziali e strategici della politica estera, com'è giusto che sia. Il provvedimento, che non a caso è di iniziativa parlamentare, è atteso da quattro Legislature e va a colmare una lacuna storica: nel nostro ordinamento non esisteva infatti una norma di carattere generale che fornisse una cornice da applicare alle missioni multilaterali cui il nostro Paese partecipa. Così, di volta in volta, ci si era affidati a provvedimenti singoli e dall'efficacia limitata nel tempo, ossia a misure che necessitavano di essere reiterate rendendo più complicato il coordinamento operativo e farraginoso il lavoro del Legislatore. Con questa norma si razionalizzano invece disposizioni altrimenti sparse nei vari decreti di rifinanziamento, sia per quanto riguarda il trattamento del personale impegnato che per quanto riguarda gli iter di discussione. La norma fornisce dunque un salto di qualità nella governance della politica estera e di difesa.
Come detto, il testo riguarda le Forze armate, di polizia, i contingenti integrati o i corpi civili di pace che partecipano a missioni internazionali e interventi umanitari istituite dall'Onu o da altre organizzazioni cui l'Italia appartiene, come l'Ue e la Nato. Il provvedimento stabilisce inoltre il percorso da seguire per l'approvazione e il finanziamento delle missioni. Per istituire una missione servirà una delibera del Consiglio dei ministri, varata previa comunicazione al presidente della Repubblica. Successivamente la delibera dovrà essere trasmessa alle Camere, che la discutono e autorizzano (o la respingono). Il Governo è tenuto a indicare per ciascuna missione: l'esatta area geografica di intervento, gli obiettivi, la base giuridica di riferimento che la rende possibile, il numero delle unità di personale da inviare e la disciplina penale applicabile, la durata e il fabbisogno finanziario per l'anno in corso. Le Camere dovranno dare parere all'atto entro 20 giorni e, se si richiedono modifiche, il Governo è obbligato a tenerne conto, dunque a rivedere l'atto e a ritrasmetterlo al Parlamento: le Commissioni competenti avranno, in questa seconda tornata di pareri, 10 giorni per ratificare la delibera. Si disciplinano poi le relazioni tra Governo e Parlamento in riferimento alle missioni internazionali nella fase successiva alla loro autorizzazione iniziale: il Governo, su proposta del ministero degli Esteri di concerto con il ministero della Difesa, è tenuto a presentare alle Camere una relazione analitica annuale sulle missioni in corso o concluse durante l'anno, sia militari che per la cooperazione allo sviluppo, in cui siano precisati andamento e risultati conseguiti. La relazione deve essere corredata da un documento di sintesi per ciascuna missione, che rechi tutte le informazioni necessarie alle Camere per la valutazione. Si prevede poi l'istituzione, presso il ministero dell'Economia e delle Finanze, di un Fondo dedicato al finanziamento delle missioni, la cui dotazione sarà stabilita annualmente con la legge di Bilancio (oggi il finanziamento avviene con la conversione del Decreto che proroga le missioni stesse).
La maggior parte delle norme riguardano il personale che prende parte alle missioni, con disposizioni dettagliate sui trattamenti economici, assicurativi, previdenziali e assistenziali, nonché sulla disciplina penalistica. Tutte cose che venivano sancite, o per lo più ribadite, appunto, di volta in volta ogni anno nei Decreti di rifinanziamento, e che si regolano invece con ciò una volta per tutte. Per quanto riguarda la punibilità del personale militare (ma pure di quello di supporto e civile), in linea generale non è punibile chi faccia uso della forza in conformità delle regole di ingaggio, dunque in circostanze che escludono l'esistenza di reati volontari, mentre ben diverso è il caso del militare autore di crimini, in particolare di quelli di guerra per cui si viene giustamente perseguiti e giudicati dalla Corte penale internazionale. Sempre in via generale, gli ufficiali possono procedere all'arresto di chi sia colto in flagranza di reati militari quali la disobbedienza aggravata, la rivolta o l'ammutinamento. L'eventuale o gli eventuali imputati avranno ovviamente diritto a una difesa in patria, da parte del Tribunale militare e senza pregiudizio per i provvedimenti già presi dal superiore. Come scritto poco fa, per ciascuna missione si potranno poi individuare discipline penali specifiche (con regole di ingaggio specifiche) in relazione alle aree in cui si invia il personale. Si dispone infine che i comandanti dei contingenti possano acquistare beni o eseguire lavori, anche in deroga alle disposizioni di contabilità ma nei limiti di spesa comunque annualmente previsti a tal fine, per sopperire alle esigenze di prima necessità delle popolazioni locali o per il ripristino dei servizi essenziali. È una misura di cooperazione civile-militare tesa a sostenere i progetti di ricostruzione, in particolare di infrastrutture sanitarie e i servizi di pubblica utilità.
Con questo provvedimento si delinea dunque un quadro uniforme che disciplina gli iter e alcuni contenuti “burocratici” della partecipazione italiana alle missioni multilaterali, finora caratterizzati da numerosi interventi legislativi che codificavano di volta in volta i profili ordinamentali. D'ora in poi le Camere dovranno dare parere sulle missioni nuove e sull'andamento di quelle in corso, ovvero valutare solo la parte sostanziale di quello che oggi è il Decreto di rifinanziamento e proroga, che abbiamo approvato proprio in concomitanza con la nuova legge quadro. Innanzitutto vorrei segnalare che all'interno del Decreto ha trovato spazio l'emendamento che prevede la sospensione della fornitura dei pezzi di ricambio per gli F-16 all'Egitto. La modifica, ribattezzata dai media “emendamento Regeni”, vuole infatti lanciare un segnale al governo del Cairo, che non sta collaborando per far luce sulla terribile fine del giovane ricercatore Giulio Regeni, trovato morto il 3 febbraio sulla strada che conduce ad Alessandria dalla capitale. Dopo che l'Esecutivo ha richiamato in Italia il nostro ambasciatore, in seguito alla reticenza e ai depistaggi del regime di Al Sisi, anche il Parlamento ha voluto prendere una posizione nei confronti dell'Egitto, impedendo nuove forniture per i velivoli: non vogliamo che la nostra Difesa destini al Cairo materiale utile. Quel che posso dire, in generale, sulla morte di Regeni, è che le indagini sono ostacolate da più parti. Dall'Egitto, come si sa, ma persino dall'università di Cambridge che ha negato agli inquirenti italiani l'accesso ai materiali della tesi di dottorato che Regeni stava realizzando per l'Ateneo britannico. E che, avendo a che fare con i sindacati autonomi egiziani, potrebbero invece fornire elementi utili. Dobbiamo proseguire, ostinatamente, a chiedere la verità: non sarà facile ma è indispensabile per onorare la memoria di una persona, della sua famiglia, del nostro Paese oltraggiato da ricostruzioni fittizie e false verità.
Tornando ai contenuti del Decreto, il Parlamento ha autorizzato una spesa complessiva di 1,2 miliardi di euro per le nostre missioni all'estero. Le principali aree di crisi dove siamo impegnati restano quelle che ho già sintetizzato in precedenti newsletter, proprio in relazione al consueto Decreto di proroga: siamo impegnati a cercare un'integrazione piena e pacifica in Kosovo, a mantenere l'ordine a Cipro, in Bosnia-Erzegovina, a monitorare le infiltrazioni dei terroristi in Mali, a sventare attacchi di pirateria lungo le coste somale, a mantenere un difficile equilibrio in Libano, Palestina, Afghanistan. In questo passaggio parlamentare abbiamo rafforzato i controlli sulla diga di Mosul in Iraq, dove alcune imprese italiane stanno realizzando una protezione più efficiente in un'area che dista appena 50 km dal Califfato islamico, il centro dell'Isis. Questi lavori hanno un notevole valore strategico di difesa, proprio perché sono volti a impedire che l'Isis raggiunga la diga che, se compromessa, potrebbe portare a un disastro immane in termini geografici, idrogeologici e conseguentemente geopolitici visti i potenziali effetti sulla popolazione (la diga contiene circa 11 miliardi di metri cubi d'acqua). Pertanto il Decreto stanzia 17 milioni per l'arrivo di 400 militari posti a difesa del manufatto. 237 milioni di euro vanno alla coalizione internazionale contro l'Isis, di cui è evidente il bisogno e la necessità: la recente mattanza dei nostri connazionali a Dacca, in Bangladesh, e la strage terrificante a Nizza ci fanno nuovamente comprendere la pericolosa frammentazione della struttura e la radicalizzazione delle sue cellule, pronte a colpire ovunque e magari senza neppure un coordinamento con la “casa madre”. Il tema è dunque vastissimo, complesso e non circoscrivibile a questa operazione, ma non c'è dubbio che stiamo attraversando un'epoca di destabilizzazione reale e gravissima cui dobbiamo far fronte in maniera decisa (e vedremo cosa accadrà in seguito al tentato colpo di Stato turco).
20 milioni vanno all'impiego di personale militare negli Emirati Arabi, in Bahrein e Qatar per ragioni connesse con il monitoraggio del Medio Oriente e sempre in riferimento a queste aree si stanziano 687 milioni per le attività del Corpo militare volontario e per il Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa, ovvero per il supporto sanitario delle missioni. Per il 2016 si stanzia una spesa complessiva di 2 milioni di euro per soddisfare le esigenze di prima necessità delle popolazioni locali, nei teatri in cui agiamo militarmente o con progetti di cooperazione (questa voce di spesa, come quella complessiva, in futuro sarà decisa dalla legge di Bilancio e le risorse saranno attinte dal nuovo Fondo istituito al ministero delle Finanze secondo l'approvata normativa quadro). 90 milioni di euro vengono invece stanziati per il potenziamento del dispositivo aeronavale di sorveglianza e sicurezza nel Mediterraneo (Operazione Mare Sicuro) per la prevenzione e contrasto del terrorismo. Infine, approvata la spesa di 5,5 milioni per interventi di emergenza destinati alla tutela dei cittadini italiani all'estero, tra cui vanno annoverati i fondi per il funzionamento dell'Unità di crisi della Farnesina, mentre altri 22 milioni vanno alle misure di sicurezza informatica. Se non abbiamo rinnovato le forniture all'Egitto, abbiamo invece autorizzato la spesa per dare alla Somalia apparecchiature mediche, veicoli blindati leggeri al Gibuti, ambulanze e gruppi elettrogeni alla Tunisia, vestiti invernali ai cittadini di Iraq e Libano, armi a titolo gratuito per i curdi impegnati via terra contro l'Isis.
Questi sono i contenuti principali, e soprattutto le principali novità, del Decreto di rifinanziamento e proroga delle missioni. Con l'approvazione della legge quadro, tutte le parti (e sono molte) del Decreto che riguardano il personale coinvolto e le regole a cui questo afferisce non saranno più dibattute semestralmente dal Parlamento. Che, appunto, si limiterà a valutare i contenuti relativi alle nuove operazioni e a dare pareri sul proseguimento di quelle già in essere. Senza bisogno di una decretazione d'urgenza su un tema che, evidentemente, fa parte integrante e costante della politica complessiva del Paese. Soprattutto oggi, di fronte alla feroce minaccia del terrorismo.
Lotta alla povertà:
la Camera approva la legge che introduce un efficace sostegno al reddito

Presto ci sarà uno strumento universale, che non avevamo, in difesa dei più deboli: Fondo da 1 miliardo per sostenere persone e famiglie indigenti. Accompagnate in percorsi di inclusione attiva
Il 14 luglio la Camera ha approvato in prima lettura un provvedimento importante e atteso, perché colma una pesante lacuna del nostro ordinamento legislativo. Si tratta della legge delega per il riordino delle prestazioni assistenziali e che introduce, finalmente, uno strumento di sostegno al reddito per le persone e i nuclei famigliari più poveri. La questione povertà, da sempre tema rilevante, non è mai stata trattata in modo sistematico dalle politiche pubbliche nazionali sino ad ora: oggi facciamo i conti, però, con fatti nuovi. L’area della povertà assoluta è cresciuta infatti negli anni della crisi, arrivando a toccare 4,5 milioni di italiani (i bambini sono tra i soggetti maggiormente colpiti). La misura, e la copertura relativa, erano previste dalla legge di Stabilità 2016 che ha sancito la necessità di: costruire un intervento organico e non temporaneo contro indigenza ed esclusione sociale; istituire un Fondo per la lotta alla povertà presso il ministero del Lavoro (1 miliardo di euro dal 2017); definire un Piano nazionale triennale per la lotta alla povertà; realizzare un riordino delle prestazioni attualmente erogate e un miglior coordinamento tra gli enti e i livelli istituzionali che si occupano di inclusione e servizi sociali. Da questa intenzione politica nasce la legge delega, esaminata negli scorsi mesi dalle Commissioni di Montecitorio, che hanno ampiamente modificato il testo originario ricevuto dal Governo chiarendo innanzitutto i punti che potevano generare confusione tra prestazioni di carattere assistenziale e quelle di carattere previdenziale (poche settimane fa, a tale proposito, avevo segnalato che dalla legge è scomparso qualunque riferimento al riordino delle pensioni di reversibilità, che non vengono toccate) e migliorando un provvedimento già buono in diversi passaggi. Sintetizzo la norma che ora passa al Senato.
Finalità dell’intervento è “contribuire a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, il pieno sviluppo della persona e di contrastare la povertà e l’esclusione sociale, ampliando le protezioni oggi fornite e rendendole più adeguate ai bisogni emergenti”. Per tali obiettivi il Governo è tenuto a presentare, entro sei mesi dall’approvazione parlamentare del provvedimento, uno o più decreti attuativi finalizzati a: introdurre una misura unica nazionale di contrasto alla povertà, individuata come livello essenziale delle prestazioni da garantire uniformemente in tutto il Paese; riordinare le prestazioni di carattere assistenziale di contrasto all'indigenza oggi esistenti (sono escluse dal riordino le prestazioni rivolte alla fascia anziana, dunque non più in età lavorativa, le prestazioni a sostegno della genitorialità, della disabilità e dell’invalidità); rafforzare il coordinamento degli interventi in materia di servizi sociali, per garantire ovunque in Italia livelli adeguati. Queste sono le tre finalità della Delega, che contiene i principi direttivi cui dovrà attenersi l’Esecutivo nella stesura dei testi (che saranno poi inviati, ovviamente, alle Camere). Per quanto riguarda la misura nazionale di sostegno al reddito, si sancisce che essa sia erogata tenendo conto dell’Isee e sia legata all’adesione della persona a un progetto di inclusione sociale e lavorativa volto all’affrancamento dalla condizione di povertà. Non si intende, dunque, realizzare un intervento economico senza contrappesi, ma un'azione organica che aiuti il soggetto a reinserirsi nel tessuto occupazionale e a non avere con ciò, in futuro, più bisogno del sostegno economico. Nel corso dell’esame della Camera sono state meglio definite le caratteristiche dei nuclei famigliari indigenti che prioritariamente usufruiranno della misura, in attesa dell’estensione della stessa su base universalistica (il Piano nazionale dovrà disegnare il graduale incremento del beneficio e una graduale estensione dei beneficiari): in prima battuta si sosterranno i nuclei con figli minori o con disabilità grave o con donne in stato interessante o con persone di oltre 55 anni disoccupate (la cui ricollocazione lavorativa è obiettivamente più difficile). L’estensione della misura avverrà grazie alle risorse del Fondo, istituito presso il Ministero e pienamente operativo dal prossimo anno, che sarà poi alimentato da ulteriore denaro in seguito agli interventi di riordino e da risorse aggiuntive da definire mediante provvedimenti legislativi specifici. Per la realizzazione dei progetti personalizzati di inserimento verranno utilizzate invece le risorse dei Fondi strutturali europei: i piani saranno multidisciplinari e realizzati tramite la collaborazione delle amministrazioni competenti sul territorio in materia di servizi per l’impiego, formazione, politiche abitative, istruzione, sulla base di una valutazione articolata del bisogno della persona presa in carico e degli obiettivi da perseguire. L’Inps è deputato a verificare la correttezza delle procedure ovvero il possesso reale dei requisiti da parte dei beneficiari del sostegno al reddito. Il beneficio economico – di cui il Governo dovrà definire l’esatta durata di erogazione – potrà essere rinnovato qualora persista lo stato di bisogno, ridefinendo però anche il progetto di inclusione concomitante. Si tratta dunque della prima forma strutturale di un reddito minimo per la popolazione in età lavorativa che non abbia mezzi per condurre un livello di vita dignitoso, di carattere universale e sottoposta alla prova dei mezzi. È un grande passo in avanti rispetto a oggi.
Per quanto riguarda il riordino delle prestazioni, sono stabiliti questi principi: tutti i risparmi derivati dal riordino dovranno confluire nel Fondo per la misura di contrasto alla povertà; questa dovrà assorbire la cosiddetta “Carta acquisti” (Social card); le risorse del Fondo nazionale eventualmente non impiegate nell’esercizio annuale potranno essere utilizzate l’anno successivo. Nel definire il perimetro del riordino delle prestazioni assistenziali, come ho già scritto, abbiamo escluso quelle previdenziali ma pure quelle assistenziali relative a disabilità, genitorialità e sostegno alla famiglia: la riorganizzazione di questa materia potrebbe essere utile, ma è giusto tenerla distinta da questo provvedimento. L’impostazione della misura, che fa perno sull’attivazione delle persone, motiva così inoltre l’esclusione dal riordino dell'assegno sociale, destinato della popolazione anziana e che contribuisce alla lotta all'indigenza per oltre 4,5 miliardi di euro (e che non viene minimamente toccato). Ultimo punto, si recano criteri direttivi per realizzare il coordinamento e il sistema integrato dei servizi e degli interventi sociali. Si prevede a tal fine l’istituzione di un organismo di coordinamento presso il ministero del Lavoro, che lo presiede, con la partecipazione delle Regioni e delle autonomie locali, assieme all’Inps. Tale organismo (tenuto a consultare periodicamente anche le parti sociali e gli organismi del Terzo settore) dovrà, in particolare, verificare l’omogeneità delle prestazioni in tutto il Paese e definire le linee guida. Il Ministero avrà il compito di monitorare, anche avvalendosi del coordinamento nazionale di cui sopra, l’attuazione e l’efficacia della misura nazionale di contrasto alla povertà, dando pubblicità degli esiti sul proprio sito. Qualora grazie al monitoraggio emergano criticità sui territori, il Ministero dovrà predisporre protocolli operativi mirati. Si chiede poi il rafforzamento della programmazione e della gestione associata degli interventi a livello territoriale, prevedendo anche meccanismi premiali nella distribuzione delle risorse (sempre compatibilmente con i livelli essenziali da garantire ovunque) ai territori che abbiano adottato o adottino forme di gestione condivisa dei servizi sociali per rafforzarne l’efficacia. Si intendono incentivare e promuovere, infine, gli accordi territoriali tra i servizi sociali e gli altri enti competenti al fine di realizzare la giusta offerta integrata. Come detto, per la misura di contrasto alla povertà è stato istituito un Fondo presso il ministero del Lavoro da 1 miliardo a decorrere dal 2017, mentre il Piano triennale sarà adottato mediante decreto del presidente del Consiglio, sentito il ministro del Lavoro e di concerto con quello dell’Economia e della Conferenza unificata.
La norma votata da Montecitorio è una legge necessaria che introduce uno sostegno al reddito chiaro, universale e indubitabile per le situazioni più critiche. Nel testo è stato inserito, con un emendamento, la previsione già citata che il Fondo sarà alimentato, oltre che dal riordino delle prestazioni già destinate al contrasto alla povertà, anche con successivi provvedimenti legislativi, cioè con risorse il cui reperimento dovrà essere assicurato da misure conseguenti e che dovranno consentire di raggiungere, progressivamente, tutte le persone in condizione di povertà assoluta cui si rivolge la legge. Si rende così più palese la direzione di marcia: ampliare la platea dei beneficiari e incrementare il valore del contributo economico. In merito alla copertura (ovvero al miliardo di euro del Fondo), non è detto infatti sia sufficiente a realizzare l’obiettivo: sperando, ovviamente, che la tendenza di questi anni si inverta, ovvero che le persone in grave deprivazione economica calino, dobbiamo in ogni caso essere pronti a rispondere al disagio in maniera giusta. È dunque evidente che la misura possa dare un aiuto concreto alle persone più deboli. Questo è quel che devono fare un Governo e una maggioranza parlamentare di centro-sinistra. Questo è ciò che abbiamo fatto.
Parere finale della commissione Trasporti:
entra finalmente in vigore la riforma dei porti

Con l'approvazione definitiva da parte degli organismi parlamentari competenti, si conclude l'iter per la riorganizzazione degli scali italiani: Ravenna tra le 15 Autorità del sistema nazionale
Dopo più di due anni di lavoro, discussioni e mediazioni, il 7 luglio si è chiusa, con l'ultimo parere della commissione Trasporti di cui sono membro, la riforma dei porti e delle Autorità portuali. Con l'approvazione del decreto attuativo la riforma è quindi finalmente varata e diventa operativa: è la fine di un lungo percorso, e necessario, che ha mostrato concretamente la positiva volontà politica di riorganizzare gli scali italiani, superando così la norma del 1994. Come chiedevamo da anni. Questo Governo e questo Parlamento si sono realmente impegnati in tal senso: ne sono felice. E, in prima persona, in questi anni la mia attenzione sulla materia è stata costante. Ricordo qui infatti l'emendamento che ho presentato alla riforma della Pubblica amministrazione (di cui il riordino dei porti fa parte) e che ha sventato il rischio che l'Esecutivo gestisse l'accorpamento degli scali senza consultare i territori. In origine, infatti, la legge delega sulla Pa conteneva un cavillo, rivisto con la mia modifica, per cui la riorganizzazione e la riduzione delle Autorità portuali da 24 a 15 sarebbe potuta avvenire con una decisione totalmente centralizzata. Non è andata così: sono stati sentiti i territori e si è tenuto conto della programmazione europea. E il porto di Ravenna ha mantenuto la sua autonomia, rimanendo tra i 15 scali dotati di una propria Autorità organizzativa e gestionale. Il nostro scalo diventa perciò Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale, come riportai già nella newsletter del 2 febbraio scorso, quando scrissi proprio della presentazione del decreto attuativo oggi definitivamente varato. Per i principali contenuti del decreto, anzi, rinvio a quella newsletter: http://www.pdravenna.it/binary_files/allegati/Newsletter_n.42_98031.pdf
Qui, a conclusione dell'iter parlamentare, voglio invece dire che la definitiva deliberazione del provvedimento fa sì, innanzitutto, che si possano nominare i nuovi presidenti delle Autorità: le nomine verranno decise dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti ascoltate le Regioni (anche su questo i territori continueranno quindi ad avere voce in capitolo). Vorrei inoltre ribadire che la legge ridisegna l'assetto generale del sistema portuale per superarne la frammentazione, passando quindi da una dimensione tendenzialmente “monoscalo” a una tendenzialmente “pluriscalo” dunque aggregante. Le 15 Autorità di sistema portuale (Adsp), che coordineranno 54 porti, avranno sede negli scali definiti strategici dell'Ue nel 2013: le Autorità saranno centri amministrativi unici e avranno funzioni di collegamento con tutte le agenzie pubbliche aventi competenza sulle attività dell'ambito. Parallelamente, si introducono elementi di semplificazione per gli adempimenti amministrativi connessi allo svolgimento delle attività attraverso, ad esempio, lo Sportello unico doganale e dei controlli, deputato a tutte le questioni burocratiche relative alle merci. Le linee generali della riforma sono dunque ampiamente condivisibili e la mia Commissione ha con ciò auspicato il procedere spedito della loro attuazione al fine di oltrepassare la situazione di segmentazione che ha finora contrassegnato il settore. Bene che si intenda rilanciare in modo adeguato il comparto con la creazione di sistemi sinergici e più competitivi rispetto alla concorrenza internazionale.
Per quanto riguarda le osservazioni, abbiamo rivolto raccomandazioni al ministro Delrio per migliorare un provvedimento già buono: chiediamo rapidità nella predisposizione degli Sportelli unici nelle Adsp; l'obbligo di affidare in concessione le aree demaniali e le banchine solo con gare di evidenza pubblica; la necessità di semplificare le procedure per i piani regolatori dei porti, che devono essere in sintonia con i piani dei Comuni, ma riaffermandone le specificità rispetto agli strumenti urbanistici generali. La nostra Commissione rileva poi che tutti i porti che non saranno sede delle Autorità di sistema debbano comunque mantenere un presidio amministrativo, anche minimo, affinché le imprese e i lavoratori degli scali abbiano un'interfaccia diretta per le pratiche più urgenti e la risoluzione di problemi operativi quotidiani. Riteniamo poi importante che il Tavolo nazionale di coordinamento delle Autorità sia presieduto direttamente dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, poiché è la sede in cui si determinano le scelte di indirizzo e vengono decisi investimenti e allocazioni di risorse. Tutte cose che presuppongono un'assunzione di responsabilità al massimo livello politico. Ci pare opportuno, inoltre, consentire la partecipazione al Tavolo di coordinamento anche delle organizzazioni imprenditoriali e sindacali, con riguardo alle categorie effettivamente operanti nei porti, al fine di valorizzare il loro contributo. Questo, in estrema sintesi, è quanto rilevato su un testo, appunto, positivo. Che finalmente, dopo più di 20 anni, aggiorna la strategia italiana sulla portualità. Una cosa attesa dagli operatori, ma anche dai territori per cui gli scali sono un elemento economico importante. Come Ravenna.

Introdotto il reato di depistaggio nel Codice Penale, sanzioni maggiori per la frode processuale
Il 5 luglio Montecitorio ha approvato in via definitiva la legge (la prima firma è di Paolo Bolognesi, deputato Pd e presidente dell'Associazione dei famigliari delle vittime della strage di Bologna) che introduce, per il pubblico ufficiale, il reato di depistaggio nel Codice Penale, e inasprisce inoltre le sanzioni per il reato di frode processuale. La norma è stata sostenuta dalle associazioni delle vittime del terrorismo e da una raccolta di oltre 30mila firme. Il nostro ordinamento finora non prevedeva un reato specifico contro il depistaggio, ma una serie di disposizioni volte a punire la condotta di chi intralcia la giustizia (falsa testimonianza, calunnia, falso ideologico ecc), nonostante la storia del nostro Paese, purtroppo, sia stata disseminata di stragi e attentati, con omissioni, occultamenti, distruzioni di prove. Spesso realizzate da pezzi deviati dello Stato. Per tali azioni si è sempre fatto riferimento ad altri capi di imputazione, privi però di adeguate sanzioni e che, dal punto di vista penale e morale, non rispondono neppure in maniera congrua della drammaticità dei delitti contestati. La legge che abbiamo votato sostituisce così l'articolo 375 del Codice penale (relativo alla falsità processuale) introducendo il reato di depistaggio per punire con la reclusione da 3 a 8 anni il pubblico ufficiale o l'incaricato di pubblico servizio che ostacoli o inquini un'indagine o un processo penale agendo artificiosamente sul corpo del reato, modificando lo stato dei luoghi o delle cose o delle persone connessi al reato, affermando il falso o negando il vero o tacendo (anche solo parzialmente) ciò che si sa riguardo ai fatti per cui viene sentito. Le pene vanno poi dai 6 ai 12 anni se il fatto è commesso per celare alcuni gravissimi reati, come: associazioni sovversive, terrorismo, strage, insurrezione o banda armata, saccheggio, mafia, associazioni segrete, traffico illegale di armi. Per quanto riguarda la frode processuale, si è intervenuti sull'articolo 374 del Codice penale inasprendo le sanzioni. La frode processuale si distingue dal depistaggio perché non riguarda solo il pubblico ufficiale ma qualunque cittadino e può inoltre afferire anche all'ambito civile e amministrativo. Con ciò, chiunque tragga in inganno il giudice, il Pm o un perito, mutando lo stato delle cose, all'interno di un dibattimento civile o amministrativo e ovviamente all'interno di un procedimento penale sarà punito con una pena che va da un anno a 5 anni (oggi è di mimino 6 mesi e massimo 3 anni). Abbiamo introdotto dunque due livelli di gravità attraverso due reati: il depistaggio per il pubblico ufficiale, la frode processuale per chiunque. Dopo quasi 36 anni dalla strage di Bologna, sono felice che questo Parlamento abbia introdotto misure più stringenti contro, in particolare, gli uomini dello Stato e coloro che svolgono funzioni pubbliche che si macchiano di azioni ignominiose.

Punizioni per l'istigazione al razzismo online: la Camera approva il Protocollo europeo
Il 6 luglio la Camera ha ratificato il Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, riguardante la punibilità degli atti di istigazione al razzismo e alla xenofobia commessi tramite internet. La barbara uccisione di un uomo nigeriano a Fermo, nelle Marche, in seguito ad insulti razzisti rivolti a sua moglie, ci ricorda come la xenofobia non sia un problema superato (ce lo ricordano spesso anche gli esponenti politici della Lega o di Fratelli d'Italia, purtroppo) e che contro di essa occorra fare di tutto e con ogni mezzo. A partire dal controllo della comunicazione. Il provvedimento votato si aggiunge alla Convenzione contro i reati online, entrata in vigore da oltre 10 anni, inserendo nel novero dei “crimini informatici” tutte le azioni legate alla propaganda razzista e consentendo agli Stati di utilizzare strumenti di cooperazione transnazionale anche per il contrasto di tali delitti. Internet è un universo enorme e in rete agiscono anche folli dispensatori di crudeltà: la misura sanziona così, con la reclusione fino a un anno e mezzo e con una multa fino a 6mila euro, chi propaganda orribili “tesi” sulla superiorità della razza e l'odio etico o istighi a commettere atti di discriminazione per tali “ragioni” tramite mezzi informatici. Aggravante di reato, poi, se tramite internet si negano l'Olocausto, i genocidi, i crimini di guerra. Recentemente (ne ho scritto il 21 giugno) la Camera ha inoltre modificato in via definitiva la legge del 1975 – che vieta ogni associazione o movimento che abbia tra i propri scopi l'incitamento all'odio razziale con punizioni fino a 6 anni di carcere per gli eventuali promotori – inserendo un inasprimento delle pene anche nei casi di mero incitamento alla violenza basata sul negazionismo. La ratifica da parte di Montecitorio (ora la misura passa in Senato) del Protocollo addizionale sulla criminalità informatica completa dunque la cornice degli strumenti penali per contrastare, anche online, ogni azione volta a rimuovere dalla nostra coscienza storica atroci delitti e a promuovere, vergognosamente, razzismo e odio tra gli esseri umani.

Bocciatura della Corte di Giustizia europea sul rinnovo automatico delle concessioni marittime
Il 14 luglio la Corte di Giustizia europea ha definitivamente bocciato il rinnovo automatico delle concessioni balneari italiane. Una cosa quasi scontata, poiché anticipata a fine febbraio dal parere dell'avvocatura generale della Corte, che ammoniva severamente il nostro Paese per la proroga al 2020, decisa dal Governo Monti, delle concessioni demaniali marittime in essere. Da tempo sapevamo che occorreva rimettere mano alla norma, contraria alla direttiva Bolkestein del 2006 che impone il rilascio delle licenze solo in seguito a bandi di gara. Abbiamo a più riprese cercato di mitigare la direttiva stessa, in sede europea, ma con scarsi esiti come è evidente. Vorrei però precisare che la Corte di Giustizia, nella sua sentenza definitiva, giudica negativamente il fatto che in questi anni non sia riformato in nessuno modo il quadro normativo italiano sulla materia. Devo dire che, non condividendo affatto il senso della direttiva del 2006 (non tutti i Paesi sono uguali, non tutti hanno tante coste quanto l'Italia dunque è assurdo non prevedere eccezioni motivate da specificità), penso che avremmo dovuto intervenire prima. Nella mia newsletter del 15 marzo scrivevo infatti: “L'ammonimento di fine febbraio è prodromico a una sentenza probabilmente negativa della Corte Ue, quindi è urgente un nuovo e organico intervento normativo, che tenga conto della direttiva ma che tuteli chi opera già nel turismo balneare”. I parlamentari del Pd avevano elaborato una proposta di legge che prevedeva: da una parte la messa a gara delle concessioni nuove, ovvero quelle per i tratti di litorale non ancora occupati da stabilimenti; dall'altra una corsia preferenziale per chi già opera. Il tema più sensibile, infatti, è quello dei cospicui investimenti che gli operatori hanno realizzato sulle coste, per cui servirebbe una netta distinzione tra cosa sia un'opera removibile e cosa no: non è possibile, infatti, far finta di non capire che gli investimenti hanno bisogno di essere ammortizzati e recuperati, e che non stiamo parlando di un comparto residuale ma di un pezzo significativo dell'imprenditoria turistica (oltre 30mila piccole imprese). “Non possiamo attendere il pronunciamento definitivo della Corte di Giustizia, dobbiamo intervenire prima”, scrivevo 4 mesi fa. Non è andata così e la proposta non è stata trattata né discussa. Ora dobbiamo trovare una via d'uscita immediata e urgente.
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