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Lavoro, uguaglianza, protezione sociale:
la Comunicazione europea per i diritti dei cittadini

Serve un cambiamento per ridare senso e anima all'Ue: mentre il Regno Unito sceglie l'isolamento, gli Stati aderenti hanno il dovere di riportare al centro del discorso politico i bisogni delle persone
La Commissione europea ha avviato una consultazione tra i Paesi membri per la costruzione di un “Pilastro europeo dei diritti sociali”, un cambiamento necessario per ridare senso e anima all'Unione, messa duramente in discussione dal referendum che ha sancito l'uscita della Gran Bretagna dall'Ue. Una cosa che indebolisce pesantemente il sistema economico e commerciale del Regno Unito, ma un dato negativo anche per tutti gli altri Paesi europei. Non possiamo sottostimare il valore di questa scelta, benché errata e autolesionista: è evidente che l'Ue, da grande sogno di fratellanza e coesione tra popoli, sia sempre più vista come un soggetto burocratico e sordo alle esigenze delle persone. Altresì evidente, però, la tendenza a scaricare sulle istituzioni comunitarie problemi il più delle volte interni e disagi reali creati da una congiuntura storica straordinariamente complessa. A questi due aspetti (diffidenza verso l'Ue, determinata anche da motivi legittimi; pulsione a tornare agli Stati-nazione del secolo scorso, nell'illusione di ripristinare un benessere che invece sarebbe ancora più lontano con il frazionamento) vanno date risposte: l'Europa deve trovare un'unione che non sia solo finanziaria, ma politica e sociale. Un'unione che non si interessi prevalentemente ai vincoli di bilancio degli Stati, ma ai diritti delle persone. Pertanto mi pare opportuno, anche nella tempistica, scrivere qui della Comunicazione Ue relativa alla prima stesura del “pilastro europeo” (ovvero una politica comunitaria) dei diritti sociali, che si vorrebbe redarre nella versione definitiva entro il 2017.
La Comunicazione è suddivisa in tre capitoli (pari opportunità e accesso al mercato del lavoro; condizioni di lavoro eque; protezione sociale adeguata e sostenibile) e propone 20 azioni: il progetto, come si vedrà, non solo non incrina diritti esistenti o acquisiti, ma detta principi migliorativi che si vorrebbero patrimonio comune degli Stati aderenti. Una volta varato, il documento si propone poi di diventare quadro di riferimento per le scelte dei Paesi membri, stimolando azioni volte a perseguire gli obiettivi che vengono posti e diventando un parametro-chiave per valutare la politica economica complessiva dei Paesi. Sintetizzo il documento partendo dalle proposte sulle pari opportunità e l'accesso al mercato del lavoro. Per prima cosa, l'Ue ritiene fondamentale che tutti acquisiscano conoscenze di base, cioè la piena alfabetizzazione (comprensione dei testi, capacità di scrittura, di calcolo, cui si aggiunge l'abilità nell'usare strumenti informatici), cosa problematica per una quota significativa (e in alcuni Paesi crescente) della popolazione. I sistemi di istruzione e formazione devono inoltre rispondere meglio alle esigenze del mercato del lavoro, garantendo parità di accesso a prescindere dalle disponibilità economiche. L'invecchiamento demografico e l'allungamento della vita lavorativa (che spesso rende necessario un adattamento alle trasformazioni soprattutto tecnologiche) richiedono poi che gli adulti, lungo tutto il corso della vita, elaborino competenze: ogni persona deve dunque avere accesso all'istruzione e la formazione dovrà essere l'orizzonte permanente durante tutta la carriera. La seconda proposta riguarda i contratti: secondo l'Ue i contratti flessibili possono facilitare l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e promuovere inoltre cambiamenti di occupazione, permettendo contemporaneamente ai datori di lavoro di reagire alle variazioni economiche. Il lavoro flessibile, però, non deve essere perdurante ovvero non può essere la costante dell'esistenza: tutti hanno diritto a un orizzonte di sicurezze. “L'occupazione non permanente può aumentare inoltre i rischi di precarietà con livelli inferiori di tutela dal licenziamento e conseguenti retribuzioni inferiori”: per l'Ue i contratti precari devono contraddistinguere una fase temporanea, quella d'ingresso (o il passaggio, volontario o meno, da una carriera a un'altra), ma non possono generare una pervasiva instabilità e “va prevenuto l'abuso dei rapporti di lavoro non permanenti”. Altra e concomitante proposta è realizzare interventi efficaci per garantire una rete di salvaguardie per i cambiamenti professionali che accompagneranno in misura crescente l'attività delle persone. Oltre alla formazione permanente, di cui si è già detto, bisogna creare ammortizzatori sociali adeguati per i momenti di disoccupazione. L'Ue punta su buoni assegni di disoccupazione (a seconda ovviamente dei versamenti accumulati, ma universalistici e senza distinzione tra tipologie contrattuali) uniti alla ricerca attiva del lavoro, mentre è contraria a qualunque strumento che disincentivi la ricerca dell'occupazione (come il reddito di cittadinanza). Un'altra proposta appare come una conferma del programma Ue “Garanzia Giovani” (che nel nostro Paese ha portato, secondo gli ultimi dati del Ministero, a 73mila impieghi), ovvero è volta a chi ha meno di 25 anni: i ragazzi vanno inseriti in percorsi dedicati a ricevere un'offerta di occupazione, apprendistato o tirocinio “entro quattro mesi dall'inizio della disoccupazione o dall'uscita dal sistema dell'istruzione”. Altro punto importante sono le donne: ancora sottorappresentate nei settori più retribuiti e nei livelli apicali, le donne sono invece sovrarappresentate negli impieghi a termine, a tempo parziale e con paghe più basse. Fa riflettere che questo si accompagni al fatto che, a livello di istruzione, le donne abbiano sorpassato gli uomini: sono più laureate, specializzate e possiedono più competenze. L'Ue rileva tutto ciò come una grave espressione di disuguaglianza e pertanto suggerisce, innanzitutto, di equiparare la paternità alla maternità, assicurando che siano parimenti donne e uomini a farsi carico dei compiti di cura e a prendere congedi dal lavoro. Potrebbe inoltre aiutare la parità tra i sessi un'organizzazione flessibile del lavoro (da casa e senza andare in ufficio) per le categorie che usano mezzi digitali nell'esecuzione dei compiti: la cosa potrebbe agevolare le madri mettendole sullo stesso piano dei lavoratori maschi. È evidente però che occorra agire sulla mentalità e sulla cultura diffusa che relega le donne a ruoli marginali, nonostante appunto la migliore istruzione. L'Ue vorrebbe infine che gli Stati promuovessero la parità di trattamento economico tra i sessi, che invece è differente, ovunque, a parità di mansioni.
Il secondo capitolo del Documento si intitola “Condizioni di lavoro eque” e affronta la tutela delle persone sia da un punto di vista retributivo che per quanto riguarda i diritti fondamentali. In un mondo in cui l'occupazione può essere flessibile, secondo la Comunicazione bisogna essere particolarmente chiari nelle relazioni contrattuali, specificando sempre la natura della mansione, la durata del lavoro e il livello corrispondente di protezione sociale, per non mettere in difficoltà i cittadini ed evitare abusi nei contratti non stabili. Il lavoro a termine o flessibile non deve portare infatti a una minore consapevolezza dei diritti dei lavoratori e degli obblighi che, verso di loro, hanno i datori di lavoro. Pertanto una proposta recita: “Ogni lavoratore deve essere informato in forma scritta, prima dell'inizio dell'impiego, in merito ai diritti e agli obblighi derivanti dal rapporto di lavoro; il periodo di prova deve avere una durata ragionevole; il licenziamento deve essere motivato, preceduto da un periodo ragionevole di preavviso e accompagnato da un adeguato risarcimento”. Le retribuzioni, a loro volta, devono garantire una vita dignitosa alle persone e alle famiglie, una cosa che contribuisce anche alla crescita economica dei Paesi (se il ceto medio diventa basso e quello medio-basso diventa povero, difficilmente la ripresa si consolida), oltre a rispondere a positive istanze di giustizia sociale. Sarebbe bene quindi fissare il livello delle retribuzioni minime, tali da salvaguardare il reddito delle persone e tali anche da rendere conveniente, per gli inattivi, trovare un'occupazione. Si ritiene positivo, poi, che le retribuzioni evolvano in linea con le variazioni della produttività, tenendo conto degli accordi nazionali con i sindacati. Occorre garantire protezione da infortuni e malattie professionali a tutti i lavoratori, a prescindere dal contratto, e affrontare con decisione le “zone grigie”, quali il lavoro autonomo fittizio, che comportano situazioni di incertezza del diritto. L'Ue sollecita pertanto a un forte dialogo sociale e al coinvolgimento delle rappresentanze dei lavoratori: “Le parti sociali vanno consultate per l'elaborazione e l'attuazione delle politiche dell'occupazione”.
Il terzo capitolo si occupa di “Protezione sociale adeguata e sostenibile”, che significa garantire diritti mantenendo i sistemi di welfare in equilibrio (e non portandoli al fallimento). L'Ue rileva che in alcuni Paesi la molteplicità delle prestazioni e dei servizi, delle agenzie e delle procedure, complicano l'accesso alle forme di sostegno di cui il cittadino avrebbe diritto e bisogno. Occorre invece riordinare e integrare tra loro prestazioni sociali, sostegno attivo e servizi sociali, cosa che può promuoverne l'efficacia anche in termini di costi per lo Stato. Faccio qui presente che di questo si sta occupando la legge delega, che la Camera approverà a breve, che introduce uno strumento di contrasto alla povertà e riordina gli strumenti assistenziali. Punti essenziali per la tenuta dei sistemi sono poi la sanità e le pensioni. Sul primo fronte, l'invecchiamento della popolazione grava molto sulla capacità di fornire un'adeguata copertura sanitaria a tutti, eppure bisogna assicurare questa copertura e contrastare le disuguaglianze crescenti che sono, in particolare in questo ambito, inaccettabili. Per quanto riguarda gli occupati, occorre garantire a tutti l'indennità di malattia per un periodo ragionevole e indipendentemente dal tipo di contratto. Più in generale, poi, tutti hanno diritto a una sanità di qualità, sia preventiva che terapeutica, e la necessità di cure mediche non deve condurre a difficoltà finanziarie né alla rinuncia dei trattamenti. Per quanto riguarda le pensioni, bisogna iniziare a riflettere su come garantire in futuro un reddito congruo, dopo la fine della propria vita attiva, soprattutto alle donne e ai lavoratori discontinui. I lavoratori autonomi e gli atipici di oggi (e le donne sono la maggioranza di queste categorie) rischiano infatti di diventare poveri domani. Pertanto si propone di: riconoscere attraverso forme contributive i periodi dedicati alla famiglia e alle attività di assistenza; evitare l'uscita precoce dal lavoro, tenendo conto della crescente speranza di vita; permettere ai lavoratori discontinui di cumulare senza oneri i versamenti contributivi. La Comunicazione affronta poi anche il tema del reddito minimo (che non è il reddito di cittadinanza ma la misura di contrasto alla povertà che stiamo per introdurre con la legge delega): “Non tutti gli Stati membri erogano un reddito minimo alle persone in condizioni di povertà. Tra i problemi attuali figurano però anche l'inadeguatezza della prestazione, che non permette ai beneficiari di sottrarsi alla povertà, una copertura ridotta e il mancato ottenimento di tale sostegno a causa della complessità delle procedure”. L'Ue, insomma, ritiene cruciale assicurare un adeguato sostegno, con coperture anch'esse adeguate, a chi non ha risorse e sburocratizzare le procedure per ottenerlo: la cosa, appunto, è per noi di stringente attualità perché stiamo introducendo questo strumento nel welfare italiano. Oltre ai lavoratori e agli anziani, base di una corretta protezione sociale è garantire i servizi per l'infanzia, con particolare attenzione alle famiglie svantaggiate: non si deve assolutamente permettere che chi nasce in una situazione di indigenza abbia basse prospettive di vita. L'ingiustizia di un sistema si ravvisa molto nella scarsa possibilità, per i ceti più deboli, di far avere ai propri figli buone opportunità: è sbagliato e altamente lesivo dell'idea democratica che dobbiamo sempre avere in mente. I servizi di assistenza e istruzione fanno dunque parte dei diritti sociali fondamentali, sia perché consentono ai genitori di avere un miglior equilibrio tra la vita famigliare e quella professionale, sia perché incidono positivamente sullo sviluppo dei bambini: si deve perciò fare di tutto per assicurare l'accesso universale a tali servizi. Gli Stati devono inoltre prendere misure per contrastare la povertà infantile, tra cui provvedimenti specifici per incoraggiare l'istruzione di chi proviene da situazioni svantaggiate. Da ultimo, la Comunicazione contiene indicazioni sulla necessità di garantire alloggi sociali e assistenza abitativa a chi ne ha bisogno, ma pure servizi essenziali (riscaldamento, trasporti pubblici, connessione a internet) a tutti e a prezzi non eccessivi.
Quello che ho sintetizzato è un bel documento. Molte delle misure proposte sono già attuate nel nostro Paese, altre sono in via di attuazione, alcune sono da definire meglio o costruire. Ma ora non voglio soffermarmi sulla questione italiana: quel che conta è che la Commissione europea si ponga come orizzonte politico quello di incidere positivamente sulla vita delle persone e di contrastare la disuguaglianza. Credo sia la direzione che l'Ue debba intraprendere in maniera costante e crescente, se vuole mostrare ai cittadini che vale la pena credere nell'Unione. La Brexit è un campanello d'allarme forte e chiaro: sarebbe davvero il momento di dare una sferzata alla politica del continente.

Il documento del primo Consiglio Europeo dopo il referendum britannico

I capi di Stato e Governo chiedono al Regno Unito un'accelerazione sull'uscita dall'Ue e stanziano Fondi aggiuntivi per i Paesi che hanno subito di più la recessione: 1 miliardo e mezzo all'Italia
In questa newsletter mi dedico prevalentemente ed eccezionalmente all’Unione Europea, che dopo la Brexit è stata al centro anche di svariate comunicazioni dell'Esecutivo in Aula. Pertanto, dopo aver scritto della Comunicazione sui diritti sociali, vorrei sintetizzare gli esiti del Consiglio Europeo del 29 giugno, che ha affrontato il tema della Brexit e che è terminato con un documento dei 27 capi di Stato e di Governo dell’Ue. Piena unanimità sul fatto che non ci potrà essere alcun negoziato con la Gran Bretagna prima che il Paese abbia ufficialmente fatto formale richiesta di uscita dall’Unione: spetta al Regno Unito avviare le procedure e si escludono nettamente ipotesi di trattative preventive o accordi bilaterali. Proprio perché si vuole dare la giusta importanza al voto, democratico e legittimo, del popolo britannico, l’Ue intende prendere molto seriamente la scelta senza annacquarla con scorciatoie non consone. Nel documento varato dal primo Consiglio Ue a 27, e non più a 28 membri, si chiede dunque alla Gran Bretagna di agire di conseguenza, e rapidamente, dando corpo alla decisione referendaria e per evitare un prolungato periodo di transizione che, con la sua incertezza, penalizzerebbe la crescita di tutti. David Cameron si è dimesso da Primo ministro del Regno che andrà al voto a settembre: bisogna che il suo successore si attivi immediatamente per l’uscita dall’Unione. Il Consiglio Europeo ha auspicato di avere, in futuro, nel Regno Unito un partner economico e commerciale, pur in una posizione radicalmente mutata considerando che la Gran Bretagna sarà un Paese extracomunitario. Nel documento, gli Stati europei si dicono poi “pronti ad affrontare ogni difficoltà che dovesse derivare dall’attuale situazione, determinati a rimanere uniti e lavorare nel quadro dell’Ue per affrontare le sfide del XXI secolo e trovare soluzioni nell’interesse dei nostri popoli. L’Ue è un traguardo storico di pace e sicurezza e resta il nostro quadro di riferimento comune: allo stesso tempo molte persone esprimono insoddisfazione per lo stato delle cose. Abbiamo bisogno di lavorare per dare risposte”. Questi gli obiettivi, ribaditi anche dalla Cancelliera Merkel in conferenza stampa: “Siamo pronti a varare presto un’agenda strategica. Dobbiamo creare occupazione, crescita e aumentare competitività per il benessere dei cittadini”.
Come è evidente, il documento uscito dal Consiglio è dunque il primo passaggio di un percorso che si auspica nuovo e necessariamente più ampio, ma intanto un altro punto chiarito dal vertice è relativo all’immigrazione: il Consiglio ha dato il primo via libera al cosiddetto “Migration compact” ovvero il piano di aiuti diretti ai Paesi africani proposto dall’Italia alcuni mesi fa. Come anche la Brexit ha dimostrato, serve una politica comune sull’immigrazione per non dare fiato a populisti e xenofobi che non hanno nessuno scrupolo nell’additare negli immigrati che scappano dalle guerre e dalla miseria assoluta i nemici del benessere europeo. La più classica delle guerre tra poveri, in cui a vincere sono solo gli irresponsabili. L’Unione europea deve invece avere una visione solidale e al tempo stesso pragmatica nell’affrontare la crisi migratoria. Occorre salvare vite e smantellare la tratta di esseri umani. Perciò il documento imposta i primi passi del piano per l’immigrazione, con una cifra che si aggira attorno ai 500 milioni di euro, e da realizzare con la collaborazione di alcuni Stati africani (non sono però stati specificati i nomi dei Paesi con cui saranno strette le intese): la “regia” dell’operazione sarà affidata a Federica Mogherini, l'Alto rappresentante della Politica estera europea. Un’altra decisione riguarda lo stanziamento di Fondi europei aggiuntivi rispetto ai 43 miliardi già previsti fino al 2020: a questi si sommeranno altri 4 miliardi, diretti in particolare ai Paesi più colpiti dalla crisi economica, tra cui c’è anche l’Italia cui va un miliardo e mezzo da destinare alle Pmi e all’innovazione delle imprese.
Queste sono le deliberazioni del Consiglio europeo: può sembrare poco. Ma come ha detto, a mio avviso giustamente, Matteo Renzi, l’Europa è una macchina complessa e si deve guardare a ciò che si muove. Non va dunque sottostimata la decisione di marciare più compatti verso un’Ue che si occupi di crescita e occupazione né lo stanziamento di risorse aggiuntive destinate agli Stati che hanno subito di più la crisi né l'avvallo del piano sull'immigrazione. E non va per niente sottostimata la decisione presa dopo il Consiglio del 29 giugno dalla Commissione europea, che ha dato il via libera a una maxi-garanzia da 150 miliardi per le banche italiane, in deroga al regolamento del salvataggio interno degli istituti, che è possibile laddove si riscontri un rischio sistemico determinato da fattori “esterni” come appunto la Brexit. È un obiettivo raggiunto grazie alle forti pressioni politiche del nostro Governo. Del resto, la posizione italiana degli ultimi anni è sempre stata volta a segnalare criticità e limiti di un’Unione eccessivamente burocratica: in una visione e in un ideale fortemente europeista, questo Governo e questa Legislatura hanno posto all’Ue temi centrali. Quanto accaduto in Gran Bretagna dimostra infatti che dove c’è maggiore crisi sociale più forte è la presa del populismo. Dobbiamo impedirlo e dobbiamo far sì che questo trauma porti nella direzione giusta anche chi è meno propenso a farlo. Dobbiamo quindi a maggior ragione impedire (come ha detto Mario Draghi, il Governatore della Banca centrale europea) che le conseguenze della Brexit si abbattano sui cittadini attraverso la speculazione finanziaria sulle banche: pertanto la difesa degli istituti è un elemento fondamentale in questa difficile congiuntura. L’obiettivo importante, specie in questa fase, è che i cittadini non abbiano paura per i loro risparmi. Pertanto la situazione va monitorata e, nel caso di rischio, risolta. Renzi ha affermato che al momento non ci sono pericoli reali, cosa ribadita anche dal presidente della Commissione europea Juncker, ma il periodo è incerto dunque lo “scudo” pubblico di garanzia è essenziale.
Resta invece una certezza: il voto del 23 giugno è un voto storico. Non si può sottostimare il senso della scelta del Regno Unito. Bisogna capirne le ragioni perché – anche se siamo di fronte a un errore che metterà in grave difficoltà economica e politica la Gran Bretagna, che potrebbe addirittura smembrarsi – esse affondano in un’insoddisfazione nei confronti dell’Europa che va ascoltata. Bisogna rilanciare buone politiche: per ora sono stati dati segnali. Occorre irrobustirli conducendo l’Ue a occuparsi prioritariamente di società, lavoro, opportunità, con investimenti maggiori e una strategia che sia davvero di ampia visione. Quanto emerso dal vertice del 29 giugno deve essere solo l’inizio.

Via libera al Decreto banche: rimborsi per i risparmiatori dei 4 istituti salvati lo scorso anno
Il 29 giugno la Camera ha approvato in via definitiva il cosiddetto “Decreto banche”, che contiene le misure per i rimborsi ai cittadini che hanno perso i propri risparmi in seguito alla risoluzione, lo scorso anno, dei debiti di Banca Etruria, Banca Marche, Carife e CariChieti. La norma istituisce il rimborso certo e automatico all'80% di quanto perso per tutti gli obbligazionisti che abbiano sottoscritto i fondi prima del 12 giugno 2014 e abbiano un patrimonio immobiliare inferiore ai 100mila euro o un reddito personale non superiore ai 35mila euro (con riferimento all'anno fiscale 2014). In alternativa e per chi non rientra nei parametri previsti è possibile avviare una procedura arbitrale, che giudicherà caso per caso sul diritto o meno al rimborso (anche del 100% di quanto perso), accertando la consapevolezza del risparmiatore che ha sottoscritto l'obbligazione non sicura (se si rilevano profili di truffa o comunicazioni incomplete da parte della banca; se la persona era invece perfettamente conscia dei rischi dello strumento finanziario che stava sottoscrivendo): in caso di arbitrato, la decisione verrà presa entro 60 giorni dalla presentazione della domanda. Oltre a questo, il Decreto introduce alcuni nuovi istituti per una migliore garanzia dei crediti bancari (pensando in particolare ai debiti d'impresa) come il “patto marciano”, ossia un contratto con cui debitore e creditore si accordano in modo che, in caso di mancato pagamento, il creditore acquisisca un bene di proprietà del debitore con l'obbligo di versargli l'eventuale differenza tra importo del credito e valore del bene. È una forma di garanzia volta a non indebolire gli istituti, con effetti negativi, ma pure a stabilire condizioni chiare per chi chiede i finanziamenti, e che può scattare dopo nove mesi di indebitamento non saldato (ma se il debitore ha rimborsato nei primi mesi l'85% della quota capitale del finanziamento concesso dalla banca, il periodo per il saldo si allunga a un anno). Il Decreto interviene poi sulla legge fallimentare: al fine di velocizzare le procedure, si introduce la possibilità di svolgere in via telematica le udienze che richiedono la presenza di un elevato numero di creditori. Si istituisce infine, presso ciascun Tribunale, un elenco di professionisti titolati alla vendita dei beni pignorati: per farne parte occorre, accanto a titoli abilitativi, aver assolto appositi obblighi di formazione che saranno stabiliti con un decreto del ministero della Giustizia.

Educatore socio-pedagogico e socio-sanitario: la Camera vota la nuova disciplina professionale
Il 21 giugno la Camera ha approvato in prima lettura la legge che disciplina l'esercizio delle professioni di educatore socio-pedagogico (che subentra all'attuale “educatore”), di educatore socio-sanitario (nuova denominazione dell'attuale “educatore professionale”) e di pedagogista. Si riformulano con ciò i requisiti richiesti per svolgere tali attività, riordinando l'ambito a livello normativo (su indicazione anche di indirizzi Ue) e attribuendo chiaramente al profilo del pedagogista una professionalità di livello apicale. Per essere educatori oggi è necessario il diploma di un istituto superiore (liceo socio-pedagogico), mentre per essere educatore professionale occorre possedere una laurea triennale in educazione professionale (scienze della formazione) o una triennale in educazione professionale sanitaria (area riabilitazione). La prima laurea consente di operare solo in ambito sociale, la seconda solo in ambito sanitario. La legge qui votata rende obbligatoria la laurea di primo livello in scienze della formazione anche per svolgere la professione di educatore socio-pedagogico; per diventare educatore socio-sanitario occorrerà invece una laurea triennale in professioni sanitarie della riabilitazione. Le università, con ciò, sono tenute a favorire l'attivazione di corsi interdipartimentali tra strutture afferenti all'area medica e quelle afferenti alle scienze della formazione (vengono riconosciuti crediti a chi, possedendo uno dei due titoli, intenda conseguire anche l'altro). La qualifica di pedagogista è attribuita invece a chi possiede la laurea magistrale, ovvero specialistica, in: programmazione e gestione dei servizi educativi; scienze dell'educazione degli adulti e della formazione; scienze pedagogiche. Pur disciplinando che tutte le figure professionali di cui sopra debbano essere ordinate in elenchi, per definire i soggetti deputati all'esercizio, resta fermo che nessuna di tali professioni rientra tra quelle organizzate in ordini. Si recano infine le norme transitorie: la qualifica automatica di educatore socio-pedagogico è attribuita a tutti gli educatori che, alla data di entrata in vigore della legge, siano in possesso di un attestato riconosciuto equipollente al diploma di laurea che sarà d'ora in poi necessario; a coloro che siano assunti con contratto a tempo indeterminato negli ambiti professionali sovraindicati e che abbiano o 20 anni di servizio o 10 anni di servizio e 50 di età. In via transitoria la qualifica può altrimenti essere acquisita tramite un corso intensivo, da svolgersi presso un'università, da chi: lavori come educatore presso la Pa a seguito di concorso pubblico; abbia svolto tale attività per almeno 3 anni, anche non continuativi, e sia in possesso di un diploma rilasciato da un istituto magistrale o da un ex istituto magistrale (ora liceo). La legge individua infine meglio gli ambiti di attività: l'educatore socio-pedagogico e il pedagogista operano nei servizi e presidi socio-educativi e socio-assistenziali, nonché nei servizi socio-sanitari, ma limitatamente agli aspetti educativi e sociali. L'educatore socio-pedagogico può programmare, progettare e gestire azioni formative dei servizi pubblici, privati e del Terzo settore ma solo il pedagogista è deputato a valutare e monitorare programmazione e progettazione. L'educatore socio-sanitario opera invece nei servizi e nei presidi sanitari o socio-sanitari.

Disegno di legge europea: chiuse 4 procedure di infrazione e 10 casi di pre-infrazione
La Camera ha approvato il Disegno di legge europea 2015-2016, che contiene misure volte ad armonizzare il nostro ordinamento a quello comunitario e a recepire direttive non ancora introdotte nella nostra legislazione. Alcune norme sono poi tese a chiudere 4 procedure di infrazione e 10 casi di pre-infrazione. Del provvedimento sono stato relatore per la mia Commissione. Cito solo quanto può interessare i cittadini, come le disposizioni a tutela dei prodotti di qualità con particolare riferimento all'olio d'oliva vergine e al miele: sulle etichette delle merci devono esserci precise indicazioni di origine delle materie o delle miscele, con il rafforzamento delle sanzioni per chi viola le regole. Cosa importante, su tutt'altro fronte, la legge dispone che il permesso di soggiorno per i minori stranieri venga rilasciato anche prima del quattordicesimo anno di età, dando finalmente attuazione a un regolamento che istituisce un modello uniforme per i permessi di soggiorno in tutta Europa. Altra cosa rilevante, viene riconosciuto a livello comunitario il diritto d'indennizzo in favore delle vittime di reati internazionali violenti, ovvero il diritto a ottenere un risarcimento adeguato, indipendentemente dal luogo dell'Ue in cui il reato è stato commesso. La legge votata, con ciò, delinea le condizioni d'indennizzo, un sistema di cooperazione e di scambio informativo tra gli Stati, la procedura per la domanda e, per quanto riguarda l'Italia, estende alle vittime di questi reati il Fondo di solidarietà destinato alle vittime di reati di tipo mafioso, di estorsione e usura, ridenominando il Fondo stesso e dando un contributo statale di circa 2,5 milioni di euro. Alcune misure intervengono in materia fiscale e doganale. Per esempio si rivede il regime di tassazione dei veicoli degli studenti europei che vivono in Italia, esentandoli da imposte se le auto sono immatricolate correttamente in un altro Stato membro, e si modifica il regime di determinazione della base imponibile per alcune imprese marittime, delegando il Governo ad adottare un decreto legislativo di riordino per gli incentivi fiscali, previdenziali e contributivi di queste imprese.

Recapiti postali a giorni alterni in Regione: risposta del Governo all'interrogazione che ho firmato
Come avevo segnalato nella newsletter di inizio maggio, assieme ad altri colleghi del Pd emiliano-romagnolo ho sottoscritto un'interrogazione al Governo per ricevere chiarimenti sulla situazione della consegna della posta nella nostra Regione. L'8 febbraio ha infatti preso avvio, in alcune zone, il piano di Poste italiane per il recapito a giorni alterni, ma il cambiamento ha creato disagi ai cittadini, facendo inoltre restare in giacenza quintali di corrispondenza non consegnata. Il 25 giugno il Governo (tramite il sottosegretario per lo Sviluppo economico, Giacomelli) ha risposto all'interrogazione ricordando innanzitutto che spetta all'Autorità di garanzia per le comunicazioni (che ha approvato il piano industriale di Poste) definire i criteri fondamentali che devono essere rispettati e, nel caso di criticità, intervenire per salvaguardare la regolarità del servizio universale e gli obiettivi pubblici. L'Esecutivo non è quindi depositario delle funzioni di regolamentazione e vigilanza su Poste Italiane ma ricorda inoltre che l'azienda ha precisi accordi nei diversi territori, realizzati con i rappresentanti degli enti locali e le Regioni. La società è poi tenuta a valutare iniziative proposte da enti e istituzioni territoriali in grado di aumentare redditività e garantire il servizio universale: tali proposte dovranno pervenire entro il 30 settembre. La società dovrà poi trasmettere i piani all'Autorità delle Comunicazioni. Al fine di seguire il nuovo processo di interazione tra enti locali, Regioni e Poste Italiane, il Ministero ha inviato una lettera a tutti i presidenti delle Regioni cui è demandato il compito di promuovere iniziative, invitando ad attivarsi con sollecitudine affinché siano tutelati i diritti dei cittadini. Nel contempo, per affrontare le problematiche derivanti dalle modalità di recapito a giorni alterni che impattano negativamente sul settore dell'editoria (basti pensare a chi è abbonato a quotidiani che arrivano ogni due giorni) il Governo ha avviato un Tavolo di confronto con Poste e i rappresentanti del settore editoriale per la previsione di un servizio integrativo. L'Autorità per le Comunicazioni ha infine assicurato che, nell'ambito della propria attività di vigilanza, controllerà gli effetti del modello di recapito ogni due giorni e, ove si riscontrino disservizi, provvederà a intervenire. A fronte di questa risposta, interlocutoria e che si sviluppa dunque su svariati piani istituzionali, la situazione resta comunque da monitorare e da affrontare: la sperimentazione di questo tipo di consegna sta causando problemi ai cittadini e persino, come riferito, disagi all'editoria vista l'assurda consegna “a singhiozzo” dei quotidiani.
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