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Michele de Pascale è il nuovo sindaco di Ravenna: il secondo turno del voto ha giustamente premiato la buona amministrazione del Partito Democratico e della nostra coalizione, una politica attenta ai cittadini e dedicata ai loro bisogni. Abbiamo così sventato (ne ero certo) il pericolo di ritrovarci con un sindaco leghista: come è successo anche a Bologna, una città Medaglia d'oro della Resistenza come la nostra ha rifiutato un simile esito. Innanzitutto, quindi, bene: Ravenna si è confermata un luogo inclusivo e i ravennati una comunità responsabile. A Michele, che è giovane, preparato, politicamente solido, faccio un grande in bocca al lupo per il lavoro che aspetta lui e la sua futura Giunta. Anche nel capoluogo della nostra Regione, come accennavo, Virginio Merola ha vinto sulla sfidante, la leghista Borgonzoni. E questa è una seconda buona notizia. Se consideriamo poi che il sindaco Pd di Rimini, Andrea Gnassi, era stato già rieletto al primo turno, il 5 giugno, lo scenario nelle città principali emiliano-romagnole vede una vittoria del centro-sinistra. Andando nei centri non capoluoghi, la nostra coalizione ha riconquistato il comune di Cesenatico, dove non è stato confermato il sindaco uscente di centro-destra, mentre abbiamo perso a Cattolica, San Giovanni in Persiceto, Cento, Finale Emilia, dove Movimento 5 Stelle, liste civiche e Lega hanno avuto la meglio. Ora si tratterà, a livello locale e regionale, di capire cosa ha funzionato e cosa no, caso per caso, nelle singole situazioni.
A livello nazionale occorrerà una riflessione più profonda: è evidente che ci sono dei problemi di fronte ai quali ha poco senso far finta di niente. Per ora, vorrei solo dire che il Pd ha il compito di essere e restare vicino alle persone, destinando grande attenzione al disagio sociale diffuso, ai più deboli, ai ceti meno abbienti e comunicando sempre ciò che di buono fa per il Paese. Giovedì in Gran Bretagna ci sarà il referendum sulla permanenza o meno del Paese nell'Unione Europea: in tutto il continente si agitano minacciosi venti di populismo. Bisogna opporre loro la forza della democrazia, della responsabilità, unite alla capacità (forse in molti luoghi appannata) di parlare con gli esseri umani, prendendo seriamente il malcontento e con la piena consapevolezza dei problemi reali dei cittadini. In Emilia-Romagna, uno dei territori più forti del nostro Paese e del nostro continente, lo facciamo da tempo. E continueremo a farlo.

La Camera approva la legge che promuove la democrazia interna dei partiti politici

Norme più stringenti anche per partecipare alle elezioni: occorrerà depositare lo statuto o una dichiarazione in cui siano chiariti i meccanismi di selezione dei candidati presentati nelle liste
L'8 giugno la Camera ha approvato in prima lettura (ma con l'astensione del Movimento 5 Stelle) il testo unificato, sintesi di varie proposte di iniziativa parlamentare, che norma finalmente la disciplina dei partiti e dei movimenti politici organizzati. Fine della legge è promuovere maggiore trasparenza, dare più certezza ai processi decisionali, rafforzare i requisiti di democrazia interna. In Italia non esiste infatti un provvedimento-quadro che dia pienamente corpo all'articolo 49 della Costituzione, che vede nei partiti lo strumento fondamentale per assicurare la libera partecipazione dei cittadini nel “concorrere con metodo democratico a determinare la politica” nazionale e locale, nel rispetto inoltre delle pari opportunità (articolo 51: “Tutti i cittadini dell'uno o dell'altro sesso possono accedere alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza”). Mancava dunque una legge dedicata, che risulta invece indispensabile per almeno due ragioni. La prima è che questa Legislatura sta ridisegnando l'architettura istituzionale del nostro Paese, dunque è cruciale dettare disposizioni migliori proprio per chi deve far funzionare bene questa architettura, ossia le formazioni politiche. La legge, in questa accezione, fa parte integrante di un piano più vasto di garanzie e regole assieme alla riforma elettorale e a quella costituzionale. La seconda ragione che rende indispensabile la norma è che occorre restituire reale capacità di rappresentanza a quelle libere associazioni di cittadini che di fatto sono i partiti, e questo lo si raggiunge solo definendo metodi efficaci e democratici nelle relazioni interne. I partiti devono rappresentare gli aderenti, di cui sono emanazione, senza alcuna opacità e dubbi a proposito: questo contribuisce ad alimentare la fiducia nelle istituzioni e nelle forze politiche che le “abitano” concretamente. In questa accezione, quindi, la misura (che era nel programma elettorale del Pd) è fondamentale anche perché da lustri non sono più in campo solo i partiti tradizionalmente intesi, come il nostro, ma forme di aggregazione dalle variegate fogge come il Movimento di Grillo (che è proprietario del simbolo e ha una partnership con la società “Casaleggio associati”) o come Forza Italia, un partito con ancora scarsi meccanismi di controllo interno. Il Ddl votato, a firma del relatore Matteo Richetti (Pd), prevede invece che tutti i gruppi debbano avere metodi chiari e inoppugnabili di decisione e di selezione delle persone, nel rispetto dei propri iscritti. Tengo a specificare questo punto, prima di addentrarmi a spiegare l'intera legge, perché è il punto più qualificante: ogni partito o movimento sceglierà i propri metodi in maniera libera e non costrittiva (primarie o meno, sarà una decisione propria), ma la legge vede nella democrazia interna la base delle organizzazioni politiche. Ognuno deciderà i metodi, ma questi devono esserci perché non possono esistere “padroni” dei partiti o movimenti. Le disposizioni votate vogliono realizzare il dettato costituzionale evitando situazioni ambigue, specie in un'epoca in cui i gruppi politici si sono evoluti in direzioni diversificate e non sempre limpide.
La legge, con ciò, recita: “La vita interna dei partiti, dei movimenti e dei gruppi politici organizzati e la loro iniziativa politica sono improntate al metodo democratico”. Per farlo abbiamo introdotto nuovi elementi innanzitutto ampliando i contenuti necessari alla stesura degli statuti, che vanno dai diritti e i doveri degli iscritti e dei relativi organi di garanzia, alle modalità di partecipazione all'attività del partito, fino ai criteri di ripartizione delle risorse tra gli organi centrali e le articolazioni territoriali. Viene inoltre specificato che la modalità di partecipazione degli iscritti debba riguardare tutte le fasi di formazione della proposta politica, compresa la scelta dei candidati alle competizioni elettorali. Le modalità di scelta dei candidati saranno decise poi da regole che si daranno le singole formazioni. Importante novità, viene prevista l'introduzione dell'anagrafe degli iscritti: a ognuno è riconosciuto il diritto d'accesso a tutte le informazioni relative al proprio partito compresa l'identità degli altri iscritti (nel rispetto della normativa sulla privacy). Salvo diversa disposizione, da inserire nello statuto del partito, l'organizzazione e il funzionamento dei movimenti politici sarà regolato dagli articoli del Codice civile che disciplinano le associazioni non riconosciute. Il Codice, per quanto riguarda tali forme associative, lascia infatti agli accordi tra gli associati la fonte regolatrice dell'organizzazione collettiva senza prefigurare una determinata struttura né condizioni all'autonomia degli associati stessi (a parte la chiara definizione dello scopo fondativo). Le associazioni anche non riconosciute non possono prescindere invece dall'esistenza di un organo deliberante (assemblea) eletto dagli iscritti e che potrà intervenire nelle varie materie e decisioni, compresa la scelta dello scioglimento del partito stesso. Per quanto riguarda il meccanismo dell'espulsione da un partito, in assenza di diversa disposizione inserita nell'accordo associativo o nello statuto, si applica l'articolo 24 del Codice civile che rimette la decisione all'assemblea: questa norma non è piaciuta al Movimento 5 Stelle, poiché regola in maniera più netta le espulsioni (e diventa più difficile allontanare qualcuno in maniera arbitraria, come già avvenuto nel Movimento di Grillo). In ogni procedimento di espulsione devono poi essere rispettati i principi della contestazione degli addebiti e del contraddittorio. Sempre salvo diversa disposizione, il gruppo politico ha piena ed esclusiva titolarità della propria denominazione e del proprio simbolo e qualunque decisione su entrambi viene presa dall'assemblea degli iscritti.
Una parte significativa del testo introduce nuove disposizioni per poter partecipare alle elezioni politiche: si precisa che partiti e movimenti organizzati che intendano presentare le proprie candidature debbano depositare il proprio simbolo assieme allo statuto registrato o, in alternativa, a una dichiarazione recante alcuni elementi di trasparenza (tale opzione è stata chiaramente inserita per trovare una mediazione con il M5S). Se non si ha uno statuto, dunque, per partecipare alle politiche bisogna comunque depositare la dichiarazione del legale rappresentate, autenticata da un notaio, che deve indicare: l'identità del legale rappresentante del gruppo politico; il soggetto che ha titolarità del simbolo o del contrassegno depositato; la sede legale del partito nel territorio italiano; quali sono gli organi interni di rappresentanza e controllo, la loro composizione e le loro funzioni; le modalità di selezione dei candidati per la presentazione delle liste. In caso di mancato deposito dello statuto o della dichiarazione di trasparenza che compensi l'assenza del primo, e ovviamente in mancanza delle informazioni che sono richieste, le liste non sono ammesse quindi non ci si può presentare alle elezioni. Anche in assenza di statuto, che noi ovviamente abbiamo, la legge impone quindi di soddisfare criteri di democrazia interna (un problema con cui i pentastellati hanno dovuto spesso fare i conti). Il testo introduce poi disposizioni per assicurare trasparenza anche all'esterno, una volta soddisfatti i criteri di cui sopra e in vista del voto, prevedendo una sezione nel sito del ministero dell'Interno (denominata “Elezioni trasparenti”) in cui ogni partito o movimento dovrà pubblicare: il simbolo depositato, lo statuto o la dichiarazione sostitutiva, il programma elettorale, le liste dei candidati per ciascun collegio.
Una parte della norma riguarda la trasparenza dei finanziamenti. Ogni partito che abbia, all'inizio della Legislatura, almeno un rappresentante eletto in Parlamento, dovrà obbligatoriamente mettere online nel proprio sito una serie di informazioni tra cui: il bilancio corredato dalla relazione di approvazione del competente organo del partito; i beni mobili, immobili e gli strumenti finanziari di cui sia intestatario; tutte le erogazioni di importo superiore a 5mila euro annui. Resta fermo che non si possono ricevere oltre 100mila euro annui da un singolo donatore. Le informazioni devono essere aggiornate entro il 15 luglio di ogni anno. In caso di inadempimento totale o parziale dell'obbligo di pubblicazione o di mancato aggiornamento dei dati, la Commissione per la garanzia dei partiti politici (organo di controllo i cui componenti sono designati dalla Corte dei Conti e dal Consiglio di Stato) applica al gruppo una sanzione amministrativa che va dai 5mila ai 15mila euro. La legge prevede maggiori obblighi di trasparenza poi per tutti i finanziamenti, i contributi e pure le cessioni di beni o servizi destinati non solo ai partiti, ma anche: ai gruppi parlamentari, ai membri e ai candidati del Parlamento nazionale ed europeo, ai consiglieri regionali, provinciali, metropolitani e comunali (o candidati tali), ai titolari di cariche di presidenza, segreteria, direzione politica e amministrativa dei partiti a ogni livello territoriale. Tutte queste voci vanno sempre documentate: il soggetto che dona o eroga beni e il partito o il componente del partito che li riceve sono tenuti infatti a una dichiarazione congiunta e alla sottoscrizione di un documento. Le dichiarazioni devono poi essere trasmesse alla Commissione per la garanzia dei partiti e tutti i cittadini hanno diritto di conoscere le dichiarazioni previa richiesta alla Commissione e con il consenso del soggetto erogante qualora si tratti di erogazioni superiori ai 5mila euro. Ogni anno i rappresentanti legali o i tesorieri dei partiti e dei movimenti devono trasmettere alla Commissione di garanzia le documentazioni contenenti tutti i dati, così come richiesto dalla legge, e attestare inoltre l'avvenuta pubblicazione sul sito del partito di tutte le informazioni obbligatorie. L'inadempimento degli obblighi di dichiarazione alla Commissione o la dichiarazione di valori inferiori al vero è punito con una multa fino a 6 volte l'importo non dichiarato e con l'eventuale interdizione temporanea dai pubblici uffici. I partiti possono essere invece formalmente e regolarmente collegati a fondazioni o altre associazioni: i rapporti tra partiti e tali enti devono conformarsi a principi di trasparenza, autonomia finanziaria e separazione contabile. Il testo impone poi l'obbligo di avvalersi di una società di revisione, iscritta all'albo, che deve esprimere un giudizio sul rendiconto dei partiti secondo quanto previsto dalla normativa. Tale obbligo si applica ai gruppi politici che abbiano almeno un rappresentante eletto nel Parlamento italiano o europeo.
Quello approvato è un provvedimento utile per restituire credibilità al sistema, perché comporta una maggiore trasparenza per quanto riguarda i finanziamenti, ma pure regole migliori per quanto riguarda le procedure di selezione delle persone e per la partecipazione. La nota più significativa di questa riforma, a mio avviso, è infatti quella che vuole assicurare democrazia interna, perché i partiti devono essere una “casa di vetro” per i cittadini e gli iscritti, che vanno messi nella condizione di monitorare quel che riguarda l'attività della loro forza politica di riferimento. Importanti sono a tal fine le misure che consentono l'accesso alle elezioni solo a quei soggetti politici che non portano con sé opacità né risultino reticenti o ambigui rispetto alla propria organizzazione. Ora la norma passa al Senato: auspico che il passaggio sia rapido perché è giusto avere una legge-quadro per i soggetti della politica nazionale, dopo quasi 70 anni e soprattutto in un momento storico come il nostro. In cui stiamo costruendo un assetto istituzionale migliore. Quindi i partiti devono rispondere a requisiti anch'essi migliori.
Robotica e tecnologie dell'informazione:
cos'è la cosiddetta “quarta rivoluzione industriale”

Il Parlamento sta realizzando un'indagine conoscitiva su Industria 4.0, nuovo modello dei processi produttivi che richiede una strategia nazionale. Che parta dall'istruzione e arrivi alle imprese
Da alcuni mesi Camera e Senato stanno realizzando un'indagine conoscitiva sulla cosiddetta “Industria 4.0”, che in molti ambienti imprenditoriali e accademici internazionali è considerata una nuova rivoluzione industriale. Ovvero qualcosa che cambierà radicalmente i nostri processi produttivi, dunque il lavoro delle imprese e soprattutto delle persone. Obiettivo dell'indagine è contribuire alla messa a punto di una strategia nazionale per affrontare le prospettive con cui dovremo confrontarci: perciò le Commissioni competenti hanno ascoltato e dialogato con associazioni imprenditoriali, aziende innovative, reti di imprese, università e centri di ricerca e, proprio nelle scorse settimane, con i ministri Padoan (Finanze), Giannini (Istruzione), Calenda (Sviluppo economico). Cerco di chiarire di cosa stiamo parlando.
Quella che abbiamo di fronte, come detto, viene definita “quarta rivoluzione industriale”. La storia fin qui ne ha viste tre: la prima, alla fine del Settecento, con l’introduzione dei sistemi meccanici che sfruttavano l'energia a vapore; la seconda all’inizio del Novecento con la diffusione dell’energia elettrica e delle tecniche per la produzione di massa; la terza con l’avvento dell'elettronica e dei computer nella seconda metà del secolo scorso. Questa fase ha condotto alla digitalizzazione delle informazioni ma fino a pochi anni fa era ancora chiaramente definibile il confine tra mondo digitale (il computer che contiene dati) e il mondo reale (colui che produce oggetti materiali e che agisce nel mondo materiale). Il salto compiuto dalla quarta rivoluzione industriale è la connessione tra computer, intelligenza artificiale, e fattori cosiddetti “attuatori” (come i sensori) che rendono il computer una macchina capace di agire. Stiamo entrando nel mondo della robotica (che è l'esempio più eclatante, ma non l'unico, di cosa significhi questa evoluzione), ipotesi non più fantascientifica: tra pochi anni un'automobile si guiderà da sola (il progetto è di Fca e Google), i robot potranno mettere i prodotti sugli scaffali di un grande magazzino (la macchina esiste già ed è prodotta dall'azienda tedesca Wurth), un fornitore potrà sapere direttamente da un'automobile o da un velivolo lo stato dei componenti (la Rolls Royce sta realizzando motori che comunicano in tempo reale al manutentore i dati relativi all'usura), con il telefono potremo prenotare un taxi dal treno su cui stiamo viaggiando ecc. È questa fase, caratterizzata dal collegamento immediato tra esseri umani, macchine e reti di comunicazione o informazione che gestiscono sistemi di dati, che possiamo definire “4.0”. La grande capacità di questo modello è di reagire in tempi brevissimi alle richieste del mercato e dei consumatori, incrementando la produttività (secondo alcuni analisti tra il 5% e l'8%). Il cambiamento comporta però una profonda integrazione delle tecnologie digitali nei processi industriali e manifatturieri. Una cosa che ci riguarda in particolar modo visto che siamo la seconda manifattura d'Europa (dopo la Germania) e la sesta al mondo. Gli impianti industriali “classici” saranno sempre più legati all'intelligenza artificiale e alle tecnologie della comunicazione, delineando un ambiente “misto” dove coabiteranno persone (che saranno sempre più chiamate a gestire dati e informazioni) e strutture di calcolo. Oggi nel mondo ci sono circa 5 miliardi di dispositivi collegati a Internet, ma secondo le stime saranno 25 miliardi tra 4 anni. Una crescita esponenziale che potrebbe portare ad avere almeno 3 oggetti connessi a Internet per ogni persona sul pianeta. Pensiamo a quanto è cambiata la nostra vita negli ultimi 10 anni grazie agli smartphones: quel che è accaduto con il cellulare avverrà con altri strumenti e coinvolgerà sempre più ambiti. È dunque chiaro perché a tutto questo si associa senza esagerare la parola “rivoluzione”. Ci sono poi altri elementi che agiscono e interagiscono con i sistemi di cui sopra: le biotecnologie, le nanotecnologie, la chimica dei materiali, la biomedicina e la medicina robotica (alcune operazioni chirurgiche oggi vengono già totalmente effettuate da robot).
Dobbiamo dunque avere una strategia che accompagni il nostro Paese a rendere proficuo questo cambio di paradigma. La manifattura italiana rappresenta il 15% del Pil a cui corrispondono 400mila imprese (340mila con meno di 10 addetti) che danno lavoro a oltre 4milioni di persone. Si stima poi che per ogni addetto del manifatturiero ci siano altri 2 occupati in settori associati, che dal manifatturiero dipendono. Il primo Paese europeo che si è posto il problema di affrontare questa ineluttabile sfida è stato non a caso la Germania, prima manifattura del continente, che già nel 2011 ha realizzato un piano finanziario pubblico da 300 milioni per promuovere lo sviluppo di questi processi iper-tecnologici. La Germania ha anticipato tutto il mondo, dotandosi subito di una pianificazione coordinata dallo Stato ma che ha coinvolto i sindacati, le associazioni imprenditoriali, le università e i centri di ricerca. Dopo Berlino hanno steso piani 4.0 gli Usa e la Danimarca (2012), l'Australia e il Belgio (2013), la Svezia, la Gran Bretagna e Olanda (2014) e lo scorso anno il Giappone, la Cina, l'India, il Canada e Francia. Le due parole d'ordine di tutti i piani, che sono molto diversi tra loro (gli Stati Uniti non mettono in campo soldi pubblici, ma hanno una vocazione privata fortemente innovativa e sono la culla delle aziende che hanno generato questi cambiamenti, come Google o Apple), sono “formazione” e “investimenti”. Per ora la Commissione europea ha invece soltanto pubblicato una Comunicazione, destinata a tutti gli Stati, che invita a reagire di fronte a questo passaggio epocale, ricordando che le infrastrutture (reti energetiche, di trasporto, banda internet ultralarga) sono la base per ogni iniziativa in tale direzione.
Il primo dato dell’indagine conoscitiva realizzata conferma l’urgenza che il nostro Paese si doti di uno strumento strategico e di una politica industriale unitaria. Serve uno scatto in avanti. È positivo dunque che il nuovo ministro dello Sviluppo economico Calenda abbia annunciato la strategia nazionale entro l’estate e l'intenzione di inserire misure dedicate al 4.0 già nella prossima legge di Stabilità. Interessanti osservazioni sono arrivate poi da alcuni centri di eccellenza, come i Politecnici di Torino e Milano. Quest'ultimo rileva come la criticità principale del nostro sistema produttivo sia costituita dalle piccole dimensioni delle nostre aziende, che fa sì che: meno di un’azienda italiana su due sia oggi digitalizzata per lo sviluppo dei prodotti, in un’azienda su tre il parco macchine abbia un'età media superiore ai 20 anni e tra le società con ricavi superiori al milione di euro solo il 13% usi le tecnologie dell'informazione in relazione alla produzione di beni. Il Politecnico di Torino rileva che, a parte alcuni territori (Emilia-Romagna e Lombardia), le imprese italiane hanno in generale una scarsa propensione per l'evoluzione dei processi, non ritenuta prioritaria. Carente è poi una formazione manageriale interna alle Pmi che possa davvero traghettare a una trasformazione di tale portata. Confindustria ha fatto invece notare che le possibilità insite in questo nuovo modo di produrre possono ricondurre in Europa investimenti delocalizzati nel recente passato. Ma ha anche altresì rilevato che otto imprese su dieci non hanno cognizione di cosa sia Industria 4.0 e del fatto che questo cambiamento avrà impatti non solo sulla produzione ma anche sulla logistica, i servizi, gli spostamenti fisici. Tali osservazioni ci portano a capire che tali processi vanno stimolati dall'azione pubblica. La crescita delle dimensioni aziendali, gli incentivi alle aggregazioni, il sostegno alla ricerca e all'innovazione, la formazione di professionalità aggiornate sono cruciali. Altro punto emerso in tutte le audizioni è che Industria 4.0 vada fortemente “guidata” anche perché presenta due aspetti potenzialmente critici: rende più vulnerabili i sistemi produttivi rispetto alle minacce informatiche (che diventeranno più pericolose per l'economia); può avere impatti negativi dal punto di vista occupazionale, visto parecchie mansioni oggi svolte dalle persone potranno essere svolte da macchine intelligenti e sistemi informatici. Ribaltando però il punto di vista, sia la sicurezza dei sistemi che l'analisi dei dati, sia la progettazione che la messa in opera di macchine di nuova generazione, richiederanno nuovi profili lavorativi, nuove competenze, dunque nuovi impieghi. Tanto che il ministero dell'Economia tedesco stima un aumento e non una diminuzione dell'occupazione grazie a Industria 4.0.
I ministri Padoan, Giannini e Calenda hanno confermato, nei loro interventi, direttrici principali condivise: l'essenziale sviluppo della rete a banda larga e ultralarga su tutto il territorio nazionale; interventi normativi per aiutare le imprese a dotarsi di nuove tecnologie; maggiori investimenti sulla formazione di nuove professionalità e sulla riqualificazione di quelle esistenti (specie considerando che il tessuto italiano è costituito da Pmi); il miglioramento ulteriore dei servizi pubblici, che devono essere a loro volta attrezzati per interagire con i nuovi sistemi; la messa a punto di nuovi strumenti fiscali per favorire la ricerca industriale; la sicurezza informatica; il rafforzamento del legame tra mondo dell'istruzione universitaria e tessuto produttivo; l'istituzione di una cabina di regia che riordini gli interventi legislativi già in essere e predisponga interventi nuovi. Il ministro Padoan ha ammesso il ritardo della trasformazione digitale del nostro manifatturiero, ma ha anche voluto sottolineare che non possiamo pensare di impiantare nel nostro Paese modelli nati in altri Stati e pensati per altri Paesi: la nostra manifattura non ha le stesse caratteristiche di quella tedesca, possediamo d'altro canto chiare specificità (tante imprese artigianali, un’ottima capacità di far filiera e costruire reti) e oltre alla manifattura questi processi possono essere applicati, più che altrove e con successo, alla valorizzazione del patrimonio culturale e all'industria agroalimentare. Il Ministro ha ricordato inoltre che il Governo e il Parlamento hanno già messo in opera strumenti importanti per questa transizione: nella scorsa newsletter ho scritto ad esempio del Fondo di garanzia per le start-up innovative, istituite con una legge del 2015, che si muovono anche su questi fronti. Ma ci sono anche il Fondo Sabatini per l'acquisto di macchinari, il credito d'imposta su ricerca e sviluppo (pari al 25% dell'investimento o al 50% se l'investimento è in partnership con centri di ricerca), le deduzioni fiscali per i ricavi derivati da marchi, brevetti, software. Secondo i dati del Ministero dell'Economia sono 40mila le aziende italiane già pienamente coinvolte da Industria 4.0: il problema è la netta demarcazione tra le imprese che possono giocare e stanno già giocando questa sfida e quelle in ritardo. Ecco perché occorrono misure che incentivino filiere e reti, cioè misure che consentano alle imprese di apprendere processi già adottati con successo da altre aziende. L’istruzione è però la leva fondamentale per sviluppare le future competenze necessarie: l’investimento in capitale umano è quello principale per la crescita nel medio-lungo periodo. La ministra dell'Istruzione Giannini ha ricordato che il Piano nazionale della scuola digitale, messo a punto con le università e i centri di ricerca, detta 35 azioni per l'innovazione scolastica nel segno delle nuove tecnologie dell'informazione. Introdotte nuove competenze fin dalla primaria, in tutti i cicli scolastici vengono resi più stabili le attività finora extra-curriculari che riguardano l'economia digitale, l'analisi delle informazioni e dei grandi volumi di dati, la statistica. Per questo piano è stato stanziato 1 miliardo di euro mentre 4 milioni di euro sono stati stanziati nel 2016 per mettere le scuole secondarie in condizione di aprire a partenariati innovativi con i centri di ricerca (e 850mila studenti sono già inseriti in nuovi moduli di apprendimento didattico, con la collaborazione di università e imprese). Sul fronte della formazione universitaria, abbiamo alcune eccellenze internazionali (come l'Istituto di Biorobotica di Pisa) e 16 Atenei, compresi i Politecnici di Milano e Torino, hanno corsi altamente specializzati in robotica e tecnologia dell'informazione. La stima fatta dal ministero per lo Sviluppo economico, infine, è che per realizzare complessivamente la trasformazione dell'industria italiana in 4.0 occorrerà mobilitare circa 8 miliardi di investimenti privati l'anno nei prossimi 5 anni, per un ammontare di 40 miliardi.
In questa ottica lo Stato dovrà occuparsi prioritariamente di stimolare i privati e incentivarli nell'implementazione di questi processi creando facilitazioni fiscali, fondi di garanzia, e sburocratizzando il più possibile la Pa. A tal fine, a mio avviso, è innanzitutto cruciale riordinare gli sgravi esistenti e capire cosa serve o manca. Si tratta di un lavoro complesso, per il quale appunto è necessario avere una cabina di regia che comprenda il ministero delle Finanze, quello dell'Istruzione e dello Sviluppo economico. Gli obiettivi di cui stiamo parlando sono obiettivi di sistema: Industria 4.0 è la costruzione di una filiera nazionale che parta dalla formazione e arrivi alle reti di impresa, perché – esattamente come accadde per le precedenti rivoluzioni industriali – le attività produttive dovranno essere integrate in una piattaforma comune di processi e competenze. È una grande sfida: quando parliamo di politiche industriali, oggi, dobbiamo parlare di questo. Perché questo si chiama futuro e determinerà l'economia dei prossimi anni molto più di altri fattori.

Montecitorio vota in via definitiva la legge sul “dopo di noi” per le persone con gravi disabilità

Il 14 giugno la Camera ha approvato in via definitiva la legge sul “dopo di noi” ovvero in favore delle persone affette da disabilità grave e prive del sostegno famigliare (ne avevo già scritto nella newsletter del 16 febbraio, quando Montecitorio l'aveva votata in prima lettura). Il Senato ha emendato alcuni aspetti, che metto in luce, ma finalità della norma resta quella di fornire nuovi e migliori strumenti che permettano ai genitori di un disabile di sapere che il proprio figlio non sarà lasciato solo dopo la loro dipartita o in caso di loro non autosufficienza. A tal fine, dunque, Palazzo Madama ha definito meglio il significato della “privazione” del sostegno parentale, prevedendo che le misure di assistenza avvengano con una progressiva presa in carico della persona anche già durante l'esistenza in vita dei genitori, nel rispetto della volontà del disabile o dei genitori o di chi ne tutela gli interessi. Più nel dettaglio, il Senato ha dunque specificato che le misure di assistenza, cura e protezione, vengono assicurate quando il disabile è privo non solo dei genitori perché li ha persi, ma quando essi non sono più in grado di fornire adeguato supporto. Uno dei punti principali della legge era poi il sistema di agevolazioni per la costituzione dei trust, cioè fondi con un patrimonio autonomo amministrati da un fiduciario e istituiti in favore della persona con disabilità grave accertata, dunque un istituto creato per iniziativa di un donatore che può immettere beni e risorse volti all'interesse del soggetto. Il donatore di solito è il genitore, o un parente prossimo, della persona beneficiaria. La novità principale stava perciò nella definizione più accurata dei trust e nella disciplina delle agevolazioni fiscali a loro vantaggio. Il Senato ha allargato le possibili soluzioni alternative, oltre ai trust, cui applicare agevolazioni. Come la costituzione di fondi speciali sottoposti a vincoli di destinazione, disciplinati dal Codice civile, e destinati non solo al privato beneficiario ma anche a organizzazioni non profit di utilità sociale, ovvero a enti del Terzo settore che si occupano di disabili. La legge delibera quindi che i trasferimenti di beni per causa di morte o le donazioni per la costituzione e il sostegno dei vari tipi di fondi siano comunque esenti dalle imposte di successione e donazione (nell'atto costitutivo deve essere ovviamente indicata espressamente la finalità esclusiva del fondo) e che tutti gli atti posti in essere o richiesti siano esenti dall'imposta di bollo. Al trust o ad altri fondi sono applicate anche deduzioni al 20% (fino a una misura massima di 100mila euro) sulle erogazioni liberali e sulle donazioni effettuate da terzi. Nel corso dell'esame parlamentare è stato poi meglio esplicitato che le misure del provvedimento sono aggiuntive rispetto a quelle già previste a legislazione vigente, sia a livello nazionale che regionale, e che ricadono nell'area sanitaria e socio-sanitaria. Resta ferma l'istituzione del Fondo (deliberata con la legge di Stabilità) per il “dopo di noi”, con una dotazione da 90 milioni di euro. Al Fondo possono attingere Regioni, enti locali, organismi del Terzo settore e altri soggetti di diritto privato per l'attuazione degli obiettivi socio-sanitari essenziali e in particolare per programmi innovativi di residenzialità e di apprendimento delle competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana. Con l'approvazione in via definitiva, il Parlamento ha dato una risposta convincente in un ambito molto delicato, dando più possibilità alle famiglie in queste difficili e dolorose condizioni.

La Camera inasprisce le punizioni per chi nega l'Olocausto, i genocidi e i crimini di guerra

La Camera ha approvato in seconda lettura la proposta di iniziativa parlamentare contro il negazionismo votata anche dal Senato. La norma modifica la legge del 1975 che punisce: con la pena massima di un anno e mezzo o con la multa fino a 6mila euro chi propaganda l'odio razziale o istiga a commettere atti di discriminazione per motivi “etnici” o religiosi; con la reclusione da uno a 4 anni chi istiga ad atti di violenza per motivi razziali. La legge del 1975 vieta inoltre ogni associazione o movimento che ha tra i propri scopi l'incitamento all'odio razziale, prevedendo punizioni fino a 6 anni di carcere per gli eventuali promotori. La proposta che abbiamo votato inserisce un comma aggiuntivo con cui si prevede per chiunque la reclusione da 2 a 6 anni nei casi in cui la propaganda e l'incitamento ad atti violenti si fondino sulla negazione dell'Olocausto, dei genocidi, dei crimini contro l'umanità o dei crimini di guerra. In questo contesto, vale la pena ricordare che le commissioni riunite Giustizia e Affari esteri hanno inoltre concluso l'esame del Disegno di legge di ratifica del Protocollo addizionale alla Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica, che ora deve arrivare all'esame dell'Aula. Il Protocollo aggiuntivo prevede che tutti gli Stati membri dell'Ue definiscano come reato la diffusione di contenuti online relativi a xenofobia e negazionismo di genocidi o crimini contro l'umanità. Una volta varato anche questo provvedimento, ogni azione volta a rimuovere dalla nostra coscienza storica tali atroci delitti e a promuovere invece razzismo e odio, anche realizzata online, sarà un reato.

Voucher tracciabili: il Governo vara il decreto che modifica la disciplina del lavoro accessorio

Il Consiglio dei Ministri del 10 giugno ha modificato, tramite decreto, la disciplina del lavoro accessorio. Ossia le regole per i voucher che, come rilevato da tutti gli indicatori, sono stati sovrautilizzati negli ultimi anni. Della criticità ho scritto qualche settimana fa, quando accennavo alla decisione del Governo di garantire piena tracciabilità ai “ticket” da lavoro. Il nuovo decreto prevede infatti che i committenti che ricorrono a tali prestazioni siano tenuti, almeno 60 minuti prima dell'inizio della prestazione, a comunicare alla sede territoriale dell'Ispettorato del lavoro, mediante sms o mail: i dati anagrafici e il codice fiscale del lavoratore; il luogo e la durata della mansione. In caso di violazione delle informazioni e dei tempi, e dunque dell'utilizzo del voucher, si applica una sanzione amministrativa fino a 2.400 euro. Bene ovviamente, perché questo può consentire di tracciare i “buoni” da lavoro venduti e realmente usati: vedremo poi se la correzione sarà sufficiente e se con questo sistema (e le sanzioni collegate) si produrranno risultati. Intanto, comunque, riporto un'altra modifica alla riforma del lavoro deliberata dal Consiglio dei Ministri e che riguarda la possibilità di trasformare i contratti di solidarietà “difensivi”, stipulati prima del 2016 o comunque in corso da almeno 12 mesi, in “espansivi”, al fine di favorire l'incremento degli organici e l'inserimento di nuove competenze. I contratti di solidarietà, stipulati tra azienda e sindacati e aventi come oggetto la diminuzione dell'orario di lavoro, sono infatti di due diverse categorie: difensivi, per mantenere l'occupazione in caso di crisi aziendale; espansivi, per incentivare nuove assunzioni tramite la riduzione dell'orario concordata con i dipendenti. Quest'ultima tipologia ha però avuto scarsa applicazione: la modifica vuole invece dare l'opportunità (previa accordo con i sindacati) di trasformare le forme di solidarietà preventivate come difensive in espansive, senza far calare ulteriormente l'orario rispetto a quanto già concordato, ma per poter immettere nuovi lavoratori.

Varate in via definitiva le nuove e più severe regole per i pubblici dipendenti assenteisti

Il 15 giugno il Governo ha varato in via definitiva il decreto attuativo della riforma della Pubblica amministrazione contro gli assenteisti, ossia i pubblici dipendenti che timbrano il cartellino e poi non entrano in ufficio. Credo sia una misura di tutela per tutti i cittadini e in particolar modo per la stragrande maggioranza di persone che lavorano bene nella Pa e che vengono, a loro volta, lese dagli altrui comportamenti fraudolenti. Il pubblico dipendente colto in flagrante mentre imbroglia sull'ingresso al lavoro verrà sospeso dal servizio e dallo stipendio entro 48 ore, poi partirà il procedimento disciplinare che, se l'accusa sarà confermata, potrà portare al licenziamento. Rispetto a oggi, la differenza sta nella sospensione immediata e nei tempi del procedimento: il giudizio dovrà infatti arrivare entro 30 giorni contro i 120 attuali. In caso di licenziamento, poi, la Corte dei Conti potrà chiedere al dipendente anche i danni causati all'immagine della Pa con una sanzione “commisurata alla rilevanza del fatto”. I dirigenti che non segnalano i casi di assenteismo subiranno a loro volta un procedimento disciplinare che potrà anche terminare con il licenziamento. Il Consiglio dei Ministri del 15 giugno ha anche dato il via libera alla riduzione dei comparti della Pa, che passano da 11 a 4 (più quello della presidenza del Consiglio): si tratta di una decisione tecnica che però, come ha confermato lo stesso Renzi, apre alla possibilità di un (atteso) rinnovo contrattuale. Varato anche il decreto delegato che riforma la conferenza dei servizi, accorciando a 5 mesi il tempo massimo per prendere le decisioni (45 giorni per le autorizzazioni più semplici): oggi in alcuni casi si è arrivati anche a 5 anni di “confronto”. Le amministrazioni dello Stato parteciperanno alla conferenza, inoltre, con un rappresentante unico, e non più con uno per ogni Ministero, e ci sarà la possibilità di svolgere la maggior parte delle riunioni in videoconferenza. Altro cambiamento riguarda la Scia, segnalazione certificata di inizio attività, che viene molto semplificata: per aprire un'impresa o per lavori edilizi ci si rivolgerà a un ufficio unico (anche se la pratica coinvolge più amministrazioni) che non potrà richiedere ulteriori documenti rispetto a quelli già previsti nei modelli standard già definiti. Sono tutte misure importanti, in applicazione della riforma della Pa votata lo scorso anno, e che consentono di migliorare significativamente l'amministrazione rendendola più efficiente e orientata al cittadino.

Riordino delle prestazioni assistenziali: tolto ogni riferimento alle pensioni di reversibilità


Questa settimana inizia in Aula l'esame della legge delega per il contrasto alla povertà e per il riordino delle prestazioni e del sistema degli interventi e dei servizi sociali. Al momento voglio solo qui segnalare che il testo arriva in Assemblea con un chiarimento fondamentale: ovvero che le prestazioni previdenziali come la pensione di reversibilità o l'integrazione al trattamento minimo non saranno oggetto di nessuna forma di riordino, razionalizzazione, o di altro tipo di intervento. Il Governo infatti ha depositato nelle scorse settimane l'emendamento che ha dato risposta alle forti perplessità sollevate dalle Commissioni competenti e dalle parti sociali, una risposta indispensabile per dirimere la questione e non far confusione tra strumenti di previdenza e strumenti di assistenza. Nel testo iniziale della Delega, così come arrivato in Parlamento, erano infatti contemplate anche le prestazioni di carattere previdenziale tra quelle sulle quali sarebbe potuto scattare un riassetto (con eventuali tagli) nei prossimi mesi. L'emendamento governativo ha disposto l'esplicita soppressione di tali prestazioni dal riordino qui normato, nel cui perimetro restano invece le prestazioni a carattere assistenziale, escluse quelle erogate nei confronti dei disabili come la pensione d'invalidità civile e l'assegno mensile di invalidità. Bene, quindi, che sia stato cancellato dal Governo stesso ogni riferimento alla previdenza: così andiamo in Aula avendo chiuso positivamente un capitolo che aveva sollevato molte e legittime preoccupazioni.
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