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Domenica 5 giugno il 61,28% dei ravennati ha votato per il rinnovo del Consiglio comunale e per l'elezione del sindaco. Il nostro candidato Michele De Pascale ha ottenuto il 46,65% dei consensi e andrà quindi al ballottaggio, il 19 giugno, con il candidato delle destre coalizzate (Lega, Forza Italia, Fratelli d'Italia, Lista per Ravenna) Massimiliano Alberghini, che ha preso il 27,08% ovvero circa il 20% in meno rispetto a Michele. Tra due settimane Ravenna dimostrerà di non essere una città di destra e De Pascale diventerà il primo cittadino del nostro capoluogo. Questa fase politica, però, va guardata con la dovuta attenzione: il bipolarismo in Italia è finito. Alternativa al Partito Democratico sono: il Movimento 5 Stelle, una formazione populista che della retorica anti-sistema ha fatto la sua bandiera, che si dichiara estranea alla politica tradizionale ma che in Europa siede in un gruppo di partiti xenofobi che vogliono la fine dell'Ue; e la destra “classica” che abbiamo conosciuto negli ultimi 20 anni e che ottiene ancora risultati laddove corra unita. Populismo e destre: unico antidoto a questi mali, entrambi pericolosi, è il centro sinistra.
La coalizione ravennate guidata dal Pd e che sostiene De Pascale fronteggerà così un mondo radicalmente diverso da quello che ha governato la città finora ovvero un'amministrazione orientata alla solidarietà sociale, alla cultura, alla comunità. La galassia composta da Lega, Forza Italia, ex missini a cui si è unita Lista per Ravenna si fonda su elementi totalmente divergenti e fa leva sulle paure delle persone. Sono sicuro che non avrà futuro e che il 19 vinceremo le elezioni comunali a Ravenna. Spero infine che molti che si sono astenuti andranno alle urne, perché la partecipazione alla democrazia è il più importante esercizio di cittadinanza attiva.

La riforma del Terzo settore: un riordino per valorizzare lo sviluppo solidale del Paese

La Camera approva in via definitiva la legge delega che permetterà, agli enti che perseguono il bene comune e la coesione sociale, di contare su un quadro normativo più certo e stabile
La Camera ha approvato in via definitiva la riforma del Terzo settore, già votata lo scorso anno da Montecitorio in prima lettura (ne scrissi un paio di volte) poi esaminata e modificata dal Senato. Ricordo inoltre che quella approvata è una legge delega dunque contiene i principi e i criteri fondamentali di cui il Governo dovrà tener conto nella stesura dei decreti attuativi che verranno poi ritrasmessi al Parlamento. Finalità e oggetto del provvedimento sono la valorizzazione delle tantissime iniziative che concorrono a perseguire il bene comune ed elevare i livelli di coesione sociale favorendo l'inclusione e il pieno sviluppo delle persone. Tali attività di interesse generale possono essere realizzate mediante volontariato, associazionismo, produzione e scambio di beni o servizi (cooperative, imprese sociali). La legge individua quindi le attività che caratterizzano il cosiddetto Terzo settore: attività con finalità civiche, solidaristiche, di utilità sociale, di assistenza sociale, socio-sanitaria e sanitaria, di beneficenza, di istruzione e formazione, per lo sport dilettantistico, per la tutela e la promozione del patrimonio culturale o della natura e dell'ambiente, per la tutela dei diritti civili, per la ricerca scientifica di particolare interesse pubblico, per la cooperazione internazionale. Non fanno parte del Terzo settore le formazioni politiche, i sindacati, le associazioni di categoria, né le fondazioni bancarie anche qualora perseguano finalità simili agli enti qui normati. La misura coinvolge oltre 300mila tra associazioni, fondazioni, cooperative, onlus e ong, che si avvalgono di circa 5 milioni di volontari e occupano circa 1 milione di persone. La forma prevalente degli enti è oggi l'associazionismo, con 201mila realtà, cui seguono 11mila cooperative sociali, 6mila fondazioni e altre 14mila istituzioni differenti. Si capisce insomma che la legge tocca una rete vasta con l'intento di valorizzarne e accrescerne il potenziale economico e occupazionale.
Per realizzare tale finalità, viene intanto rivisto il titolo II del Primo libro del Codice civile onde favorire il procedimento per il riconoscimento della personalità giuridica degli enti, cosa che comporta l'esercizio di diritti e doveri differenti. In questo ambito, il senso ultimo è il conseguimento per gli enti del settore dell'autonomia patrimoniale, con la separazione tra il patrimonio degli aderenti e il patrimonio dell'ente stesso. Le realtà con personalità giuridica riconosciuta saranno dunque più tutelate ma pure tenute a nuovi obblighi, tra cui quelli di trasparenza e informazione, di pubblicità dei bilanci e degli altri atti fondamentali. Viene introdotta inoltre la disciplina che consente agli enti senza scopo di lucro di modificare la loro struttura giuridico-organizzativa, in particolare per agevolare la trasformazione diretta o la fusione tra associazioni e fondazioni. Resta invece sempre fermo il divieto di distribuire gli utili ai soci (eccezion fatta per le imprese sociali di cui mi occuperò a breve) e parimenti il divieto di dividere gli avanzi di gestione. Gli enti del Terzo settore potranno però svolgere eventuali attività di impresa: nella tenuta della contabilità e dei rendiconti, queste attività dovranno essere diversamente iscritte in bilancio e i proventi dovranno essere utilizzati per la realizzazione degli scopi statutari. Il principio è che ci siano criteri indubitabili per distinguere la diversa natura delle azioni in relazione al perseguimento dell'oggetto sociale, ma senza preclusioni assolute alle attività remunerative. Gli enti sono poi obbligati alla rendicontazione nei confronti degli associati e dei propri lavoratori e alla massima pubblicità circa gli emolumenti ai propri dirigenti, amministratori e vertici. Al Senato è stato inoltre precisato che, al fine di garantire l'assenza di scopi lucrativi, deve essere promosso un principio di proporzionalità tra i diversi trattamenti economici tra lavoratori e figure apicali. Introdotta anche una norma che vuole garantire, negli appalti pubblici, condizioni economiche per i lavoratori del Terzo settore non inferiori a quelle previste dai contratti collettivi nazionali in riferimento agli ambiti per cui si partecipa alla gara: con la misura si intende contrastare il ribasso degli stipendi nei settori di cui la norma si occupa, perché i lavoratori di questi enti non siano di secondo rango.
Una lacuna, anche per discriminare chi lavora correttamente e chi non lo fa, risultava invece l'assenza di un registro nazionale degli enti: finora potevano istituirlo le Regioni, ma questo aveva creato situazioni disomogenee e una mappatura imprecisa. La legge istituisce quindi finalmente il Registro unico nazionale del Terzo settore presso il ministero del Lavoro, che sarà la porta d'accesso ai benefici fiscali e all'accreditamento presso gli enti pubblici. L'iscrizione sarà obbligatoria infatti per tutti gli enti che si avvalgano “prevalentemente o stabilmente” di fondi pubblici o privati raccolti con pubbliche sottoscrizioni o di fondi europei o per chi esercita attività in convenzione. Si specifica inoltre che, nella programmazione territoriale dei servizi socio-assistenziali e per la tutela dei beni culturali, si debbano valorizzare gli enti iscritti nel Registro. Vengono poi riconosciute le reti associative di secondo livello, intese come organizzazioni associative degli enti del settore: tali aggregazioni hanno lo scopo di accrescere la rappresentatività delle realtà più piccole presso le istituzioni, soprattutto a fronte dell'istituzione del nuovo Consiglio nazionale del Terzo settore, che sarà l'organo di consultazione nazionale.
Una parte del provvedimento riguarda il volontariato, con l'intento di armonizzare le attuali numerose discipline. In questo ambito il Senato ha positivamente rivisto le misure, inizialmente dibattute, sulla razionalizzazione e il riordino dei territoriali centri di servizio per il volontariato, finalizzati a fornire supporto tecnico, formativo e informativo per i volontari del settore. Viene riconosciuto il loro accreditamento e soprattutto viene riconosciuto loro un finanziamento certo e stabile sulla base di programmi triennali e attraverso le risorse delle fondazioni bancarie (come previsto dalla legge 266/1991): qualora i centri utilizzino risorse differenti, queste devono essere comprese in una contabilità separata. I centri possono essere promossi, costituiti e gestiti da tutte le realtà del Terzo settore, deve essere consentito libero ingresso nella base sociale e previsti criteri democratici per il funzionamento dell'organo assembleare. I centri non possono erogare denaro o cedere beni mobili o immobili agli enti afferenti e saranno controllati da organismi regionali e sovra-regionali coordinati a livello nazionale. Un articolo della Delega riguarda poi l'impresa sociale, disciplinata dalla legge 155/2006 che la descrive come un'organizzazione imprenditoriale che svolge attività economica per la produzione e lo scambio di beni e servizi di utilità sociale. Oggi tale impresa non può dividere gli utili e gli avanzi di gestione. Nel testo approvato vengono invece introdotti profili di novità che riguardano: l'attribuzione di diritto alle cooperative sociali e ai loro consorzi della qualifica di impresa sociale; la possibilità entro certi limiti di svolgere attività commerciali; la rimozione del divieto di distribuzione degli utili nel rispetto di condizioni prefissate; l'adeguamento delle tipologie di lavoratori svantaggiati da utilizzare tenendo conto delle nuove forme di esclusione (disoccupazione di lungo corso). L'impresa sociale resta un'impresa privata il cui obiettivo primario è realizzare impatti sociali positivi e che destina gli utili prevalentemente a questo, ma vengono parzialmente allargate, rispetto alla normativa attuale, le maglie di una possibile ripartizione dei profitti una volta soddisfatti gli scopi prioritari (mentre resta fermo il divieto di ripartire eventuali avanzi di gestione). Anche le imprese sociali sono obbligate alla trasparenza sulla remunerazione delle cariche apicali e dei titolari degli organismi dirigenti e devono favorire il coinvolgimento dei dipendenti e di tutti i soggetti interessati alle loro attività. La legge prevede anche il riordino della normativa sul Servizio civile nazionale attraverso questi principi: la programmazione triennale degli accessi, da effettuarsi con bandi pubblici rivolti a giovani di età compresa tra i 18 e i 28 anni, sia italiani che (novità significativa) stranieri regolarmente soggiornanti; il fatto che il Servizio civile, che dura non meno di otto mesi e non più di un anno, sia un rapporto con lo Stato esente da imposizione fiscale e non assimilabile a un rapporto di lavoro; l'assegnazione di competenze ai livelli territoriali di governo e agli enti pubblici e del Terzo settore. Sono attribuite quindi allo Stato le funzioni di programmazione, organizzazione, accreditamento e controllo del Servizio civile, mentre le Regioni e gli enti locali dovranno realizzare i programmi e attivare i progetti da realizzare presso soggetti accreditati. Una parte del Servizio civile potrà essere effettuato anche all'estero per iniziative di cooperazione allo sviluppo. Le competenze acquisite dai giovani saranno valorizzate in funzione dei loro percorsi di istruzione e in ambito lavorativo, creando un circuito proficuo e utile per i ragazzi.
Le funzioni di monitoraggio, vigilanza e controllo sul Terzo settore, incluse le imprese sociali, sono affidate al ministero del Lavoro e coordinate dalla presidenza del Consiglio con il coinvolgimento del Consiglio nazionale del Terzo settore. Il Ministero, sentito il Consiglio nazionale, deve poi predisporre linee-guida in materia di bilancio sociale e di valutazione di impatto sociale degli enti e delle imprese, al fine di promuovere forme di autoregolamentazione degli enti attraverso strumenti che garantiscano la più ampia conoscibilità delle azioni svolte. Si riordinano poi le misure agevolative e di sostegno economico in favore del Terzo settore, chiarendo la relativa disciplina tributaria e le diverse forme di fiscalità di vantaggio. Tra i principi direttivi della legge cito la definizione di ente non commerciale ai fini dell'introduzione di un regime di tassazione scontato; la deducibilità o detraibilità delle erogazioni liberali dalle imposte (per promuovere le donazioni). Nel testo licenziato in prima lettura dalla Camera era previsto un Fondo rotativo per il finanziamento, a condizioni agevolate, del Terzo settore e delle imprese sociali in relazione all'acquisto di beni materiali e immateriali: il Senato ha però modificato la norma prevedendo, al posto del Fondo rotativo, l'istituzione presso il ministero del Lavoro di un Fondo destinato alle attività di interesse generale realizzate dagli enti e finanziato anche con iniziative e progetti promossi dalle organizzazioni di volontariato, dalle fondazioni, dalle associazioni. Le modalità di utilizzo delle risorse dovranno essere disciplinate previa consultazione del Consiglio nazionale del Terzo settore. Per il 2016, il Fondo avrà 17,3 milioni di finanziamenti (tratti dal Fondo per la crescita sostenibile e da risorse di bilancio della presidenza del Consiglio in relazione all'otto per mille) mentre saranno 20 i milioni a decorrere dal 2017. Più in generale, comunque, le misure di vantaggio previste dalla legge approvata verranno attinte anche dagli stanziamenti, pari a 200 milioni di euro, del Fondo per il sostegno alle imprese e agli investimenti in ricerca in favore dell'economia sociale, istituito nel 2015 e rivolto alle imprese sociali e alle cooperative, per programmi di investimento tra i 200mila e i 10 milioni di euro. Va poi ricordato che la legge di Stabilità 2015 reca un'autorizzazione triennale di spesa per il Terzo settore, l'impresa sociale e il Servizio civile da 380 milioni di euro. Novità introdotta dal Senato, con un emendamento del Governo, è l'istituzione della Fondazione Italia Sociale, che sarà una fondazione di diritto privato con finalità pubbliche e avrà il compito di attrarre risorse, organizzare iniziative filantropiche e mettere a punto strumenti innovativi di finanza sociale destinati al Terzo settore. Il Governo ha voluto dunque creare un'istituzione nuova per attrarre donazioni di cittadini e imprese e individuare inoltre i progetti a elevato impatto sociale (ovvero ad alto valore occupazionale e solidaristico) da realizzare tramite gli enti. Per il 2016 alla Fondazione Italia Sociale viene assegnata una dotazione da un milione di euro. Lo statuto (che dovrà prevedere modalità di finanziamento, investimento, partenariato con enti terzi, oltre ai criteri di nomina di un componente designato dal Consiglio nazionale del Terzo settore nell'organo di governo interno) dovrà essere approvato con decreto del presidente della Repubblica su proposta del presidente del Consiglio. A fronte di tutto ciò, si disciplina che ogni anno il ministro del Lavoro trasmetta alle Camere una relazione sulle attività di vigilanza e sull'attuazione della riorganizzazione del settore.
Con questa legge delega il Parlamento ha rimesso ampiamente mano alle molte norme che regolano il comparto: dalla legge sul volontariato del 1991 alla legge del 2000 sulle associazioni di promozione sociale, al decreto legislativo del 1997 che reca regole sulla disciplina tributaria degli enti non commerciali e altre ancora. Mancava un quadro coerente di riferimento: è questo quadro che la Delega ha disegnato, anche per evitare un ricorso strumentale a forme associative che permettono agevolazioni indebite. Rischio ben presente al Legislatore che, nella relazione di accompagnamento, richiamava proprio la necessità di dividere chi realmente persegue obiettivi rilevanti e chi non persegue le finalità che, solo nominalmente, si è posto. La revisione organica della legislazione del non profit è quindi una giusta e doverosa azione volta a rafforzare e qualificare un comparto molto prezioso per tutto il Paese e che coinvolge milioni di persone.
La Commissione Ue approva la politica economica italiana e concede 13 miliardi di flessibilità

Merito della rinnovata fiducia nelle istituzioni e dei risultati positivi ottenuti in questi anni: a fronte dei positivi margini di bilancio, Bruxelles chiede però di fare di più per far calare il debito pubblico
Una decina di giorni fa la Commissione europea ha espresso il proprio giudizio sulla politica economica del nostro Paese, ossia sulle previsioni contenute nel Documento di economia e finanza (di cui ho scritto diffusamente qualche settimana fa), sui risultati delle riforme attuate e in via di attuazione, sulle misure della legge di Stabilità. La Commissione ha dato una valutazione positiva e ha quindi concesso all'Italia le clausole di flessibilità nella gestione dei conti pubblici, già richieste dall'Esecutivo, per un ammontare di circa 13 miliardi: significa la possibilità di escludere tale cifra dal computo del rapporto deficit/Pil. Le risorse dovranno essere utilizzate per investimenti, spese per le infrastrutture materiali e immateriali (4 miliardi), costi per garantire la sicurezza e quelli in relazione alla gestione della crisi migratoria. Queste voci di spesa potranno dunque essere scorporate dal bilancio per rispettare i criteri del patto di Stabilità europeo: si tratta di un obiettivo fortemente perseguito dal ministro Padoan e dal presidente del Consiglio Renzi (che, in particolare, hanno voluto veder riconosciute come non computabili le spese per l'accoglienza dei profughi). Le ragioni per la fiducia accordata all'Italia sono, evidentemente, economiche e politiche: economiche perché il nostro Paese è tornato a crescere, è più solido, ha messo a posto i conti negli scorsi anni, dunque può permettersi di chiedere di più a Bruxelles; politiche perché, ugualmente, l'Italia ha ritrovato stabilità e vigore in questa Legislatura generando fiducia nelle proprie istituzioni (per alcuni anni smarrita) da parte degli organismi comunitari. I due lati della medaglia si tengono assieme e producono risultati. E solo così si può negoziare da una posizione credibile.
Nella lettera con cui l'Ue concede all'Italia la flessibilità di bilancio, ci sono poi alcune raccomandazioni che mi pare interessante riportare. La prima è che non dobbiamo perdere di vista la necessità di ridurre il debito pubblico, sempre troppo alto, e che dobbiamo continuare a perseguire un ulteriore miglioramento del rapporto tra deficit e prodotto interno lordo, che per quest'anno non deve essere superiore al 2,4% (l'Esecutivo nel Def ha stimato il 2,3%) e deve scendere sotto il 2% nel 2017. Per ottenere tale risultato, la Commissione europea incoraggia il nostro Paese, innanzitutto, a procedere con il programma di quotazioni in Borsa di parti di aziende pubbliche (sull'esempio di Poste italiane): i proventi delle quotazioni servono infatti, anche nelle intenzioni del Governo, a ridurre il debito. Nodo centrale, in questo ambito, resta lo “sbarco” sul mercato del 40% di Ferrovie dello Stato, un percorso piuttosto arduo perché si è deciso (giustamente) che i binari rimarranno interamente pubblici: il ministero delle Infrastrutture sta vagliando la migliore strategia per scorporare il valore della rete nella cessione della quota di minoranza. L'Ue ritiene però importante che la parziale privatizzazione si realizzi nella prima parte del 2017. Per assicurare un rapporto soddisfacente tra entrate e uscite nei conti pubblici, la Commissione invita anche a rendere più incisiva la revisione della spesa (la cosiddetta “spending review”) e a ripensare il nostro sistema di tassazione che “ostacola l'efficienza economica”. Giudizio umbratile, in tal senso, viene dato all'abolizione dell'imposta sulla prima casa che “contrasta con l'obiettivo di spostare la riduzione fiscale sui fattori produttivi e sui consumi” (posizione, del resto, già espressa lo scorso anno quando venne annunciato il taglio della Tasi sulle prime abitazioni). La Commissione invita il nostro Paese, poi, ad attuare pienamente la legge delega di riforma della Pubblica amministrazione, votata in via definitiva nell'agosto dello scorso anno. Se, infatti, sono stati scritti 11 decreti delegati, su 8 di essi si attendono ancora i pareri definitivi del Consiglio di Stato (e tra questi c'è i decreto di riordino sui servizi pubblici locali, che è molto importante) e delle commissioni parlamentari di Camera e Senato. L'Ue riconosce che, rispetto al passato, la riforma della Pa (come altre riforme) sta marciando a un ritmo più sostenuto, ma rileva anche che i numerosi pareri consultivi necessari ne rendono farraginosa l'attuazione (anche questo è un effetto del bicameralismo perfetto): c'è un ritardo, insomma, sulla piena entrata in vigore di una legge che viene considerata cruciale dall'Ue. Lo snellimento del procedimento legislativo, resta con ciò una priorità anche per Bruxelles che vede con favore la riforma costituzionale cui siamo chiamati a dare il nostro giudizio in autunno. Che auspico, ovviamente, sia positivo.
Sul fronte della giustizia, la Commissione chiede di intervenire sui termini della prescrizione dei processi (il provvedimento è in discussione al Senato) al fine di far funzionare meglio il penale dando più garanzie per non far decadere i reati: allungare i tempi della prescrizione appare dunque necessario proprio per corrispondere pienamente alla fiducia che ci siamo riguadagnati. Positivo, infatti, è il giudizio sullo snellimento della giustizia civile: grazie a 1 miliardo e 657 milioni di risorse aggiuntive destinate al comparto, e sopratutto grazie alla riforma dell'ambito civilistico che ha incentivato mediazioni e arbitrati, l'arretrato è sceso da 5,9 milioni di fascicoli aperti a 4,4 milioni. Secondo le stime, alla fine di quest'anno si dovrebbe arrivare a 4 milioni di pendenze. Un buon risultato. Come buono è l'abbattimento del tempo medio per il processo di primo grado, passato da quasi due anni a 427 giorni: tutto questo può contribuire a incentivare gli investimenti nel nostro Paese, creando un clima più consono alle aziende. Se il giudizio è positivo anche per quanto riguarda la riforma del lavoro, Bruxelles chiede però di attivare in maniera compiuta la revisione delle politiche attive per la ricerca degli impieghi, a partire dalla costituzione efficiente della nuova Agenzia nazionale per il lavoro, l'Anpal. L'implementazione delle politiche attive è infatti la “seconda gamba” necessaria del Jobs Act, che prevede la presa in carico della persona attraverso un miglior servizio di formazione e collocamento. La Commissione europea ci invita poi ad approvare al più presto la legge delega per la lotta alla povertà e il riordino dell'assistenza sociale, discusso nelle Commissioni competenti della Camera (la settimana scorsa scadevano i tempi per la presentazione degli emendamenti) e previsto in Aula a breve per la prima lettura. Obiettivo della legge è la realizzazione di uno strumento di sostegno al reddito, minimo ma certo, per tutte le famiglie indigenti con figli minori. L'Unione europea invita però il Governo e il Parlamento ad adottare una strategia nazionale più ampia contro la povertà, di cui la Delega sia il primo passo. Da ultimo, la Commissione ci sollecita ad approvare (è ancora in discussione al Senato, dopo il voto di parecchi mesi fa alla Camera) e applicare la legge annuale sulla concorrenza, ma pure a prendere ulteriori iniziative per aumentare la competitività in svariati settori economici. Le liberalizzazioni, secondo l'Ue, possono valere fino al 3,3% del Pil. In questo campo, però, secondo Bruxelles abbiamo “debolezze sistemiche diffuse che appesantiscono l'economia e non avvantaggiano i cittadini”: un certo numero di aree risultano “iper-protette” e tra queste vengono citate le professioni, il trasporto pubblico locale, i taxi.
A fronte delle raccomandazioni, che sono importanti perché ovviamente si può fare sempre di più e meglio, l'Ue ha dunque non solo promosso le nostre politiche economiche, ma pure alleggerito gli obiettivi di bilancio. Come scrivevo, sono oltre 13 i miliardi da scorporare e ben 4 vanno a progetti infrastrutturali rilevanti per la crescita: oltre alle infrastrutture “fisiche” (completamenti di linee ferroviarie, ad esempio), sono qui compresi anche gli investimenti da 400 milioni sulla banda ultralarga, il piano del ministero dell'Istruzione da 1,66 miliardi destinato alla ricerca industriale e quello per le smart city (ovvero una progettazione urbana più moderna) e i dieci progetti del ministero dei Beni culturali per una miglior proiezione turistica dei territori. Dunque investimenti positivi, resi possibili da anni di scelte che hanno rimesso in carreggiata il nostro Paese. Bene. Ora, a mio avviso, occorre che questi dati senza dubbio buoni si traducano più chiaramente in maggiore occupazione e in maggior benessere per le persone. Il margine di bilancio potrebbe, a tal fine, consentire di: abbassare in modo stabile e significativo il cuneo fiscale, ovvero il costo del lavoro a tempo indeterminato; intervenire positivamente sulla flessibilità pensionistica e sulle pensioni minime, come da intenzioni dell'Esecutivo. Di queste cose, ovviamente, si occuperà in autunno la legge di Stabilità.
Mi è parso giusto dar conto delle analisi della Commissione Ue sulla politica economica italiana, perché questa dialettica sovranazionale è da anni centrale nella messa a punto dei bilanci degli Stati membri e perché, come si evince da quel che ho scritto, le indicazioni di Bruxelles sono volte allo sviluppo, agli investimenti, alla piena attuazione delle riforme che possono rendere il nostro Paese migliore. Se talvolta ci sembra che questa dialettica sovranazionale sia costrittiva (e talvolta lo è senza dubbio), va ricordato ugualmente che può essere un incoraggiamento a intraprendere politiche per una società più giusta e dinamica. E che più siamo forti e stabili, più i nostri margini di negoziazione diventano significativi.
La Camera approva il Decreto per la piena funzionalità delle scuole in vista del prossimo anno

La Camera ha convertito in via definitiva il Decreto legge che reca disposizioni in materia di sistema scolastico, volto a garantire la piena funzionalità degli istituti in vista del prossimo anno e a proseguire gli interventi di riqualificazione degli edifici come previsto dal programma del Governo sull'edilizia scolastica. Nel provvedimento, urgente e fondamentale per queste ragioni, è poi stata inserita la misura che risponde alla questione – su cui il Pd aveva presentato una mozione approvata in Aula – dell'Isee per i nuclei famigliari con persone disabili: la norma stabilisce che il calcolo dell'Isee verrà effettuato escludendo dal reddito i trattamenti economici percepiti in ragione della condizione di disabilità. Bene. Il Decreto, come detto, innanzitutto però interviene sulle questioni che riguardano l'istruzione: in attuazione della riforma del 2015, si dispongono i fabbisogni essenziali per la scuola dell'infanzia (ad esempio i livelli omogenei delle prestazioni socio-assistenziali) e il finanziamento di un piano nazionale per la promozione del sistema integrato dell'educazione fino ai 6 anni (ovvero i nidi e le materne). Vengono stanziati altri 64 milioni di euro per il 2016 al fine di migliorare la funzionalità degli edifici scolastici, nell'ambito del sopracitato piano dell'Esecutivo, e si dispone che lo svolgimento dei servizi di pulizia delle scuole possa proseguire, così com'è regolato ora, anche nei territori in cui non è stata attivata la convenzione-quadro con Consip, centrale nazionale per gli acquisti e i servizi della Pa, prorogando al 31 dicembre 2016 il termine ultimo entro il quale realizzarla. I docenti assunti tramite il piano straordinario dello scorso anno (circa 40mila) potranno poi chiedere l'assegnazione provvisoria interprovinciale in deroga al vincolo triennale di permanenza nella stessa provincia (la norma vale sia per i docenti che fanno parte dell'organico dell'autonomia che per il contingente annuale non facente parte dell'organico). Si disciplinano poi possibilità di assunzioni in regioni diverse da quella per cui hanno concorso, per i docenti che hanno partecipato al bando 2012 per la scuola dell'infanzia: i termini esatti, le quote e le modalità di attuazione saranno precisati da un decreto ministeriale di imminente emanazione (entro 30 giorni). I soggetti interessati potranno presentare l'istanza al Ministero indicando l'ordine di preferenza tra le Regioni. Per quanto riguarda la formazione superiore, il Legislatore stabilizza e riconosce la Scuola internazionale Gran Sasso, specializzata in fisica nucleare e per i dottorati in scienze, istituita nel 2014 e con sede a L'Aquila: per il suo finanziamento si stanziano 3 milioni a partire da quest'anno. Fino al 31 dicembre 2020 la Scuola potrà inoltre reclutare personale in deroga alla quota di assunzioni previste per gli atenei. Nel corso della discussione parlamentare, si è poi correttamente e giustamente precisato che la “card” di 500 euro per tutti coloro che compiono 18 anni quest'anno, finalizzata agli acquisti culturali (teatro, cinema, musei, libri, ecc.) e istituita con la legge di Stabilità, sia estesa anche ai neo-maggiorenni stranieri in possesso del permesso di soggiorno.

Il Fondo per il contrasto alla povertà educativa: credito di imposta al 75% per le erogazioni


Come previsto dalla legge di Stabilità 2016, il Governo ha presentato il nuovo Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile, un fenomeno sociale purtroppo sempre più diffuso e che coinvolge molti bambini soprattutto nelle regioni del Sud (Sicilia, Campania, Calabria in testa). In Italia un milione di minori vive infatti in condizioni di povertà assoluta. Bisogna poi considerare il fatto che la povertà economica futura è spesso causata dalla povertà educativa presente (chi non studia ha meno accesso alle risorse da adulto) e che la povertà educativa è a sua volta originata dalla privazione materiale delle famiglie (chi non ha risorse famigliari studia di meno): ovvero le due forme di povertà si alimentano reciprocamente, interrompendo del tutto il cosiddetto “ascensore sociale” e riproducendo invece nel tempo le disuguaglianze. Il Fondo previsto dalla Finanziaria verrà alimentato dalle risorse delle fondazioni di origine bancaria che riceveranno un credito di imposta al 75% sui contributi erogati per finanziare progetti per l'inclusione educativa diretti ai minori indigenti. I primi due filoni di intervento individuati dal Governo riguarderanno misure territoriali per creare luoghi di aggregazione positiva (centri educativi, biblioteche) e progetti personalizzati per minori in forte difficoltà. A tal fine sono già stati messi in campo dall'Acri (Associazione delle Fondazioni e delle Casse di Risparmio) 400 milioni da qui al 2018. Proprio in conformità e in armonia con l'approvazione della riforma del Terzo settore, le fondazioni di origine bancaria (che sono – come scrivevo poco fa – una delle principali fonti proprio per il settore) hanno dunque già mostrato di voler dare un segnale positivo per un obiettivo di grande utilità sociale. Il Fondo previsto dalla legge di Stabilità è infatti una formula di partnership pubblico/privato che può portare buoni risultati per uno scopo fondamentale: in un mondo caratterizzato dalla conoscenza e dalla capacità di innovare e innovarsi, la limitazione delle opportunità di crescita è un fattore grave, che può condizionare molto negativamente l'intero sviluppo della vita e che va dunque combattuto. Il fatto che lo Stato si faccia carico della quota maggioritaria delle erogazioni potrà servire a stimolare gli investimenti per intervenire su questo problema.

In Gazzetta Ufficiale il decreto per l'accesso agevolato al Fondo di garanzia per le Pmi innovative

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto interministeriale Mise-Mef (Sviluppo economico-Finanze) che regola l'accesso semplificato al Fondo di garanzia statale per le Pmi innovative. L'agevolazione consiste nel fatto che il gestore del Fondo non è tenuto a effettuare la valutazione del merito creditizio dell'impresa: in pratica sono gli stessi soggetti richiedenti (banche o confidi) a certificare la condizione delle imprese cui concedere il finanziamento, coperto fino a un massimo dell'80% dallo Stato. In questo modo le Pmi innovative (nate come sezione speciale del registro delle imprese nel 2015 e che sono oggi 168) possono accedere a una procedura più snella e soprattutto beneficiare dei fondi anche se la loro forza creditizia non è quella che sarebbe richiesta, nella prassi abituale, ad altre tipologie di aziende. La scelta è ovviamente finalizzata a consolidare questa particolare categoria e ricordo che per essere considerati Pmi innovative occorre avere una serie di requisiti: le imprese devono avere sede in Italia e non essere quotate; devono avere un fatturato annuo massimo di 50 milioni di euro; devono investire una quota rilevante del proprio fatturato in ricerca e sviluppo; il team aziendale deve essere formato per almeno un terzo da personale con laurea magistrale (oppure per un quinto almeno da dottori di ricerca o da laureati con 3 anni di esperienza nel settore della ricerca); l'impresa deve essere depositaria di una privativa industriale (ovvero di una nuova invenzione o scoperta industriale) o titolare di un software registrato. Voglio inoltre ricordare che l'impiego di risorse per le garanzie statali alle imprese, che questo Parlamento ha ampliato, è comunque in Italia circa un quarto di quello francese e un quinto di quello tedesco. Dunque c'è ancora un buon margine di potenziale da mettere in movimento.
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