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Domenica 5 giugno saranno chiamati al voto moltissimi e importanti Comuni italiani e ben 50 Comuni emiliano romagnoli. Tra cui ovviamente c'è Ravenna. Voglio perciò fare un grande in bocca al lupo al nostro candidato sindaco Michele de Pascale, che è giovane, politicamente solido, serio e con esperienze amministrative alle spalle. Oggi segretario provinciale del Partito Democratico, de Pascale è un bell'esempio di cosa significa coniugare il rinnovamento della classe dirigente con la competenza e la passione, e senza perdere di vista le proprie radici culturali e politiche. Ravenna è una città con una lunga tradizione di buon governo e il merito va a tutte le forze di centro sinistra che responsabilmente si uniscono e non si dividono in maniera velleitaria e poco costruttiva: Michele saprà interpretare benissimo il ruolo di primo cittadino all'interno della nostra coalizione. Perché, ne sono certo, de Pascale sarà il prossimo sindaco anche se questa tornata elettorale è insidiosa, visto che lo scenario delle liste è molto più composito e frammentato rispetto a qualche anno fa. Ma ce la faremo e il candidato del Pd vincerà. Molto meno chiara è invece la situazione su scala nazionale: sotto questo profilo è poi indubbio che le amministrative 2016 – in cui si sceglieranno i sindaci di Roma, Milano, Torino, Bologna, Napoli – abbiano una valenza in qualche misura politica. E non tanto perché le elezioni comunali debbano essere lette necessariamente in chiave nazionale (c'è sempre una differenza sostanziale tra il voto per i territori e quello per il Parlamento) ma perché sono milioni i cittadini che si recheranno alle urne, perché è un voto che segna davvero la fine del “bipolarismo” dunque ci dirà alcune cose sui nuovi assetti dei partiti, e perché, in alcuni dei centri urbani più importanti del Paese, le striature della campagna elettorale si sono tinte più che in altri momenti di forte valore politico. Specialmente nella capitale, sottoposta oggi al commissariamento. Vedremo.
Tornando a Ravenna, desidero infine ringraziare Fabrizio Matteucci, che per 10 anni ha onorato il suo impegno di sindaco dando alla città un impulso forte (in un periodo difficile e di crisi economica) soprattutto nel settore culturale e nella rivitalizzazione del tessuto urbano, restando sempre attentissimo ai temi sociali e alla tenuta complessiva della propria comunità. Che è un lavoro prezioso, indispensabile, specie a fronte di anni problematici, anche per gli enti locali, come quelli che ci lasciamo alle spalle: è in queste situazioni che le città si amministrano bene solo se si hanno in mente progetti e idee di condivisione. Sono convinto che Michele de Pascale saprà raccogliere il testimone di Fabrizio.
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La Camera approva la disciplina delle unioni civili che diventano legge dello Stato

Con il voto in via definitiva a Montecitorio, il Parlamento ha introdotto il nuovo istituto giuridico per le coppie omosessuali. Che si affianca al matrimonio eterosessuale ricalcandone diritti e doveri
L'Italia finalmente ha una legge che tutela le coppie omosessuali, i cui rapporti potranno essere regolati d'ora in poi dalle unioni civili. La Camera l'11 maggio ha infatti approvato in via definitiva il Disegno di legge Cirinnà, così come votato dal Senato a fine febbraio: proprio per evitare il ritorno a Palazzo Madama della norma, Montecitorio non ha apportato alcun correttivo al Ddl su cui il Governo ha posto la fiducia. Dopo 20 anni che se ne parla, a vuoto, questo Parlamento ha portato a termine una delle riforme più importanti della Legislatura. Perché se, indubbiamente, economia e lavoro sono oggi più che in passato al centro della maggior parte dei provvedimenti, non ci si deve dimenticare della necessaria evoluzione dei diritti e del fatto che è compito della politica costruire una società più inclusiva, riconoscendo la realtà e dando garanzie a chi ne è privo.
La norma è divisa in due parti: la prima introduce ex novo nell'ordinamento giuridico l'istituto dell'unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale tutelata dall'articolo 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) e disciplinata dal diritto pubblico. Nella seconda parte si dettano alcune regole per la convivenza di fatto, che può essere tra persone dello stesso sesso che non intendano stipulare un'unione civile o tra persone di sesso diverso che non intendano sposarsi. D'ora in poi ci sono quindi due formazioni riconosciute dal diritto di famiglia: il matrimonio, che è solo eterosessuale; l'unione civile introdotta, che è solo omosessuale. Inoltre c'è una nuova disciplina quadro per la convivenza, che vale per tutti. Secondo la legge si potrà costituire un'unione civile tra due uomini o tra due donne con una dichiarazione dinanzi a un ufficiale di stato civile e in presenza di due testimoni. In questo modo la coppia sarà iscritta nel Registro delle unioni civili che dovrà essere istituito in tutti i Comuni (è un obbligo di legge, non un'opzione facoltativa). I soggetti dell'unione potranno scegliere il proprio regime patrimoniale, dovranno avere la stessa residenza e potranno decidere – se lo vorranno – di assumere un cognome comune. Non possono contrarre l'unione civile persone sposate o che hanno già contratto un'unione civile né persone a cui è stata riconosciuta un'infermità mentale. Il testo estende ogni diritto fiscale, amministrativo e previdenziale previsto per gli sposati anche a gay e lesbiche che si uniranno civilmente: durante il legame le parti dell'unione sono equiparate ai membri di una famiglia e a essi spettano gli stessi trattamenti spettanti ai membri di un nucleo famigliare eterosessuale (nei rapporti con la pubblica amministrazione, per i benefici e le agevolazioni fiscali, le prestazioni rilasciate in ragione dello stato coniugale, l'accesso agli alloggi popolari, il congedo matrimoniale sul lavoro ecc.). Estesi i diritti e i doveri sull'assistenza sanitaria, le parti possono prendere decisioni sull'eventuale donazione di organi in caso di decesso del compagno/a. Vengono estesi alle unioni civili tutti i diritti di successione, il subentro del contratto di locazione, l'eventuale erogazione del Trf e la pensione di reversibilità. Per sciogliere l’unione civile si deve ricorrere alla disciplina del divorzio (saltando la fase della separazione legale) e la parte più debole economicamente ha diritto alla casa e all'assegno di mantenimento.
Il Legislatore ha poi ritenuto opportuno normare meglio anche le convivenze di fatto, sia omosessuali che eterosessuali, recependo così per legge le tante evoluzioni giurisprudenziali già consolidate sulle coppie conviventi, ovvero dando un quadro normativo a quel che, da molti anni, viene sancito attraverso le sentenze dei tribunali. Vengono estesi anche ai conviventi (nessuno dei quali, ovviamente, deve essere già spostato o unito civilmente): i diritti per l'assistenza in caso di malattia o ricovero; l'accesso alle informazioni personali secondo le regole ospedaliere già previste per coniugi o famigliari; la potestà del partner di prendere decisioni per l'altro, in caso di malattia che comporti incapacità di intendere e volere, e in caso di morte in materia di donazione d'organi. La convivenza non costituisce però una famiglia, per cui sul fronte degli atti amministrativi non sussistono ragioni per un regime agevolato tranne che per l'accesso eventuale agli alloggi popolari (in virtù della coabitazione, in questo ambito si è equiparati a un nucleo famigliare). Non sono previste misure legate all'eredità, alla successione o alla reversibilità della pensione. Per quanto riguarda il subentro nel contratto d'affitto, in caso di morte del convivente l'altro potrà continuare ad abitare nella stessa casa per almeno due anni (tre se ci sono figli minori o disabili anche maggiorenni) ma non oltre i cinque. La fine della convivenza non obbliga la coppia al ricorso alla giustizia, a meno che i conviventi non abbiano – all'inizio della loro relazione – disciplinato davanti a un notaio o a un avvocato un proprio e facoltativo “contratto di convivenza”. Che è una garanzia in più rispetto alla mera registrazione anagrafica della comune residenza per “vincoli affettivi” su cui si basa in via generale la convivenza di fatto. Se si è stipulato un accordo privato, le parti dovranno rispettare le regole decise preventivamente anche nel momento dello scioglimento del rapporto. Altrimenti, la parte economicamente più debole potrà comunque sempre rivolgersi a un legale per avere un sostegno economico, vantando diritti acquisiti, come già avviene oggi. La legge estende dunque alcuni diritti ai conviventi che, per le più svariate e legittime ragioni hanno deciso di non sposarsi o non contrarre l'unione civile.
L'11 maggio abbiamo portato a casa un grande risultato per il nostro Paese, che era rimasto uno dei pochi nel mondo Occidentale a non prevedere nessuna forma di tutela per le coppie omosessuali. La legge Cirinnà, frutto di una mediazione tra punti di vista molto distanti tra loro, sana una falla normativa non più accettabile ed estende in maniera sacrosanta alcuni diritti a persone che non ne avevano, senza ledere in alcuni modo i diritti a chi li ha già. Sono quindi orgoglioso che il Pd abbia sostenuto così fortemente il Ddl, dimostrando quello che può essere il nostro Partito quando è unito e coeso nel raggiungere gli obiettivi. Sono particolarmente felice che questo avvenga su un tema cosiddetto “sensibile”, a dimostrazione che la politica ha il dovere di recepire l'evoluzione sociale, al di là delle opinioni personali di ognuno. Uno Stato senza diritti per gli omosessuali è più ingiusto e meno civile. È uno Stato che resta ancorato a una visione sorpassata della realtà. Ora rimane aperto, invece, il tema di come assicurare ai bambini che crescono in una coppia gay o lesbica tutto ciò che è riconosciuto agli altri, a partire dal diritto di avere due genitori: non si può né si deve essere discriminati per “come” si nasce o per la composizione del proprio nucleo famigliare. Personalmente ero e resto favorevole all'adozione del figlio biologico del partner. Ma, come sappiamo tutti, per arrivare ad approvare le unioni civili in Senato si è deciso di stralciare la norma che dava la possibilità, per lesbiche e gay, di diventare genitori del figlio biologico della propria compagna/o: lo stralcio delle adozioni lascia aperta una lacuna che auspico venga risolta con una riforma dell'intera disciplina delle adozioni e apra alla possibilità di adottare bambini anche per gay e lesbiche. La vera stortura resta infatti la minor tutela di centinaia di minori che continueranno ad avere un solo genitore riconosciuto come tale. Penso sia una discriminazione e un problema che va sanato. Per farlo, le famiglie oggi si devono rivolgere ai tribunali, che hanno già e più volte riconosciuto la genitorialità al partner della mamma o del papà del bambino, anche qualora fosse dello stesso sesso. Sarebbe corretto intervenire con una cornice certa e stabile e impostando un ragionamento incentrato sul diritto del minore di avere una famiglia (quindi vedendo il bambino come soggetto del diritto) spero si possa pervenire a una misura ragionevole, anche se mi rendo conto che non sarà affatto facile né scontato e che con ogni probabilità ci vorrà del tempo. La storia politica, però, ci insegna che quando si innescano processi di innovazione non si torna indietro. E il primo, fondamentale, passo è stato compiuto.
Vedo quindi come molto positiva l'approvazione della legge Cirinnà, che riconosce le coppie omosessuali attraverso un nuovo istituto del diritto di famiglia, l'unione civile, che ricalca sostanzialmente i diritti e i doveri del matrimonio dando all'unione omosessuale lo stesso senso e lo stesso valore. Fine di una discriminazione, uguaglianza e pari dignità: abbiamo realizzato un risultato che da lustri non eravamo riusciti a raggiungere. È un'ottima notizia. E ne sono veramente orgoglioso.
Verso una strategia europea
per un miglior uso dell'energia nel riscaldamento degli edifici

La riduzione dei consumi è un tema di cui si parla molto, poiché incide sulla spesa di famiglie e Paesi: una comunicazione della Commissione Ue punta a razionalizzare le politiche in materia
Spesso parliamo di energia e consumi senza pensare a quello che significano concretamente anche nella nostra vita quotidiana. Approfitto pertanto di una comunicazione della Commissione europea, trasmessa al Parlamento italiano (e a tutti gli Stati membri), volta a definire una strategia comunitaria in materia di riscaldamento e raffreddamento, ovvero in materia di consumo di energia per climatizzare, in inverno e in estate, gli edifici. Una cosa che riguarda tutti noi e, all'apparenza, un argomento di minor peso rispetto a tanti altri. Per capire la rilevanza della questione, val la pena invece ricordare che raffreddamento e riscaldamento sono responsabili di metà del consumo energetico dell'Ue e che molta di questa energia va oltre tutto dispersa a causa di svariate inefficienze. Lo sviluppo di una strategia che efficientizzi l'ambito è dunque importante e per parecchi motivi: serve a ridurre le importazioni da Paesi extra Ue, a tagliare le spese per le famiglie e le imprese, a onorare gli impegni per il clima sottoscritti nella recente conferenza di Parigi.
Nell'Unione europea il 45% dell'energia per riscaldare o raffreddare gli ambienti viene oggi usata per il residenziale, il 37% per l'industria, il 18% per i servizi; i combustibili fossili coprono il 75% del fabbisogno totale ma l'impiego delle fonti rinnovabili è in costante aumento (la biomassa è la più utilizzata nel riscaldamento/raffreddamento). Nonostante quel che si pensi, l'Italia è leader in Europa per produzione di energia elettrica da fonti pulite (e l'energia elettrica può servire anche al riscaldamento): ben il 40% deriva infatti da fonti alternative e sul fotovoltaico siamo primi anche rispetto alla Germania. Merito dei tanti incentivi previsti negli anni e che hanno aiutato inoltre il nostro Paese ad abbattere significativamente le emissioni di Co2 (-20% rispetto al 1990, a fronte degli obiettivi di Kyoto che puntavano a -7%). Detto questo, e ricordando che ci sono quindi anche dati positivi, ciascuno dei tre settori sopracitati ha però in tutta Europa ampie potenzialità per ridurre la domanda. Gli edifici privati (e le persone che ci abitano) sprecano infatti molto data “l'età” di costruzione, pertanto sarebbe importante ristrutturare in profondità gli immobili intensificando gli sforzi in direzione dei cosiddetti “controlli intelligenti”, ovvero i sistemi che garantiscono un uso sensato dell'energia (grandi risparmi possono ovviamente essere ottenuti anche con interventi di piccola ristrutturazione, dall'isolamento dei muri all'installazione di doppi o tripli vetri). Le differenti situazioni degli immobili richiedono inoltre misure differenti per incentivare le ristrutturazioni. Circa il 70% della popolazione europea vive in edifici di proprietà ma spesso i proprietari non effettuano ristrutturazioni perché, a fronte di un costo certo, non sono consapevoli dei benefici che ne derivano: quindi è necessario fare più informazione. Negli edifici dati in affitto c'è invece il problema che è il proprietario a pagare la ristrutturazione ma l'inquilino a beneficiarne: quindi andrebbero ripartiti diversamente i vantaggi dei lavori. Gli immobili (anche di edilizia popolare) proprietà di enti pubblici hanno infine spesso come limite alle possibili ristrutturazioni la carenza di fondi. Qui la situazione è ovviamente più complessa e forse bisognerebbe iniziare a coinvolgere le società private di servizi energetici per garantire capitali d'investimento. Circa metà degli edifici Ue è poi dotata di caldaie individuali montate prima del 1992. Le decisioni di sostituire le vecchie apparecchiature sono prese in genere solo in caso di rottura dell'impianto: per la maggior parte dei consumatori risulta infatti difficile comprendere le diverse soluzioni con il risultato che la maggior parte delle persone continua a utilizzare tecnologie vecchie finché non cedono. Tutto questo comporta che il 6% della spesa degli europei sia consacrato al riscaldamento e al raffreddamento (mentre l'11% degli europei non dispone delle risorse per riscaldare la casa in cui vive). Va ricordato però che: nel 2015 sono entrati in vigore nuovi requisiti per le caldaie e gli impianti scaldacqua e la vendita di prodotti non efficienti è bandita; nel 2017 entrerà in vigore il sistema europeo per ridurre i consumi nei condomìni con impianti centralizzati, obbligando ogni unità abitativa ad avere i propri contabilizzatori di energia.
Le performance dell'industria rispetto a quelle dei cittadini privati sono buone: a partire dal 2000, le attività industriali hanno fortemente ridotto i propri consumi con una velocità considerevole (e doppia rispetto alla controparte statunitense). Il tasso di miglioramento è più elevato nei settori ad alta intensità energetica. La ragione è chiara: l'energia è costosa e ridurre i consumi conviene. Ben sapendo che per taluni processi di produzione e trasformazione a temperature molto elevate sono necessarie quote di combustibili fossili (ma questi processi industriali possono produrre calore o freddo di scarto, da riutilizzare per gli ambienti o gli edifici vicini), l'industria si è mossa abbastanza anche nell'uso delle rinnovabili. Esistono ovviamente margini di miglioramento e utilizzando le tecnologie esistenti sarebbe possibile abbattere ulteriormente l'uso di energia del 4-10% con investimenti ammortizzabili in pochi anni. Tuttavia, bisogna fare i conti con il fatto che i risparmi in campo energetico hanno scarso appeal soprattutto per le Pmi (la cui domanda resta infatti la più elevata) che dispongono di meno risorse e di un ridotto accesso ai finanziamenti per apportare miglioramenti in questo ambito. Raramente, inoltre, le Pmi considerano l'efficienza energetica una priorità, soprattutto nei primi anni di vita. Le grandi industrie sono più attrezzate e molte producono già calore come sottoprodotto dei processi, ma si potrebbe incrementare la parte da riutilizzare o da vendere per riscaldare immobili in prossimità (lo stesso principio si dovrebbe applicare al calore di scarto prodotto da infrastrutture quali le metropolitane). Oggi il teleriscaldamento fornisce invece solo il 9% del riscaldamento nell'Ue e ha inoltre una vera diffusione solo negli Stati con inverni molto freddi. Il freddo di scarto, generato in siti quali i terminal di gas naturale liquefatto, viene invece raramente utilizzato per quanto la tecnologia per il teleraffreddamento esista: gli ostacoli all'impiego di queste soluzioni derivano spesso dalla mancanza di conoscenze e informazioni, da modelli economici e incentivi inadeguati, dall'assenza di reti di distribuzione e dallo scarso coordinamento tra l'industria di produzione e le imprese o gli utenti finali. Gli edifici usati per i servizi (banche, negozi, uffici) consumano infine energia in misura eccessiva: per metro quadro, la media è del 40% superiore a quanto registrato nell'edilizia abitativa. Il settore è responsabile della maggior parte del consumo per il raffreddamento. E forse qui si potrebbe iniziare banalmente dal non usare l'aria condizionata come se, in estate, dovesse essere inverno.
Sia nel residenziale che sui servizi che per l'industria sono molte le soluzioni plausibili, a partire dai citati teleriscaldamento e teleraffreddamento. Anche le sinergie tra i processi che trasformano i rifiuti in energia e il teleriscaldamento/teleraffreddamento possono garantire energia sicura e totalmente rinnovabile, con un ciclo integrato che non avrebbe bisogno di combustibili fossili. La cogenerazione (produzione di energia elettrica e calore assieme, oggi in uso quasi solo nel settore industriale) può poi produrre risparmi significativi di energia e Co2 ed essere, se combinata con l'accumulazione termica, ancora più efficiente poiché la produzione di calore può essere immagazzinata e usata solo qualora sia necessaria. Molte tecnologie di cogenerazione sono poi in grado di utilizzare l'energia rinnovabile (geotermica, biogas), combustibili alternativi (ad esempio, idrogeno) e calore di scarto: il potenziale economico della cogenerazione non è attualmente valorizzato, ma è enorme. Eppure il settore è frenato da ostacoli quali l'obbligo di conformarsi a una normativa troppo complessa in materia, e le unità più piccole sono frenate dai tempi lunghi per l'ottenimento dei permessi o dai costi di realizzazione elevati. Gli Stati membri non hanno ancora pienamente affrontato questi problemi regolamentari e amministrativi, ma servirebbe che lo facessero. Anche collegare il riscaldamento e il raffreddamento alle reti elettriche permette di ridurre i costi: l'elettricità può essere utilizzata per scaldare acqua in serbatoi isolati in cui può stare per giorni. Molte imprese e famiglie producono in proprio, ormai da tempo, energia elettrica e come ho già scritto, oltre tutto, l'Italia è leader di produzione elettrica da rinnovabili: questo ambito, pertanto, per noi è più facilmente implementabile già fin da ora. In generale è infine evidente che un edificio intelligente collegato a una rete intelligente consente il controllo automatico del riscaldamento e del raffreddamento, dell'acqua, dell'illuminazione, a seconda della data e dell'ora, della temperatura esterna e del fatto che l'edificio sia o no occupato.
Il freno principale, per le persone normali, è ovviamente il denaro. La Commissione europea rileva che esistono tuttora pochi prodotti finanziari incentivanti. Il bilancio Ue 2014-2020 ha aumentato il suo contributo per il settore e i Fondi strutturali europei destinano circa 19 miliardi di euro all'efficienza energetica, 6 alle energie rinnovabili (in particolare in relazione ai sistemi di teleriscaldamento e teleraffreddamento) e un miliardo per le reti intelligenti di distribuzione. Il programma di ricerca e innovazione “Horizon 2020” destina poi, in aggiunta, altri 2,5 miliardi di euro all'efficienza e 1,85 miliardi alle rinnovabili. L'indicazione della Commissione, però, è che sia il mercato a dover maturare e a creare prodotti dedicati. A fronte di tutto questo, la comunicazione trasmessa al Parlamento propone alcune azioni prioritarie: tenendo conto che gli Stati hanno da tempo piani per ridurre la domanda di energia e azioni per incentivare le ristrutturazioni (tra queste vanno ricordate anche le nostre detrazioni fiscali al 65%), la Commissione invita i Paesi a riesaminare le rispettive leggi in materia e riordinarle per ottenere migliori risultati. Per esempio si dovrebbe trovare il modo di ripartire tra proprietari e inquilini i guadagni derivanti dai miglioramenti dell'efficienza energetica nelle proprietà affittate e ripartire benefici e costi tra i residenti dei condomìni, che difficilmente avviano processi di valorizzazione dei sistemi del consumo. Tali disposizioni potrebbero essere inserite nei regolamenti dei condomìni e delle associazioni immobiliari. Si chiede inoltre di garantire che una quota dei finanziamenti Ue a favore dell'efficienza energetica sia erogata alle famiglie in situazione difficili o alle persone che vivono nelle zone più svantaggiate. Visto che uno dei problemi più rilevati è la mancanza di informazione, la Commissione invita poi gli Stati a collaborare con i portatori di interesse per sensibilizzare i consumatori in merito ai vantaggi dell'efficienza energetica nelle case. La Commissione intende poi: facilitare l'aggregazione di progetti di piccole dimensioni in pacchetti capaci di attirare investimenti; istituire sportelli unici nelle Pa per progetti a basse emissioni di carbonio (con servizi di consulenza, assistenza allo sviluppo e ai finanziamenti); stimolare le banche a offrire prodotti adeguati alla ristrutturazione di edifici privati (a partire dalle dilazioni sui mutui); promuovere le migliori pratiche di trattamento fiscale per le ristrutturazioni. In sede di riesame delle proprie direttive, invece, la Commissione prenderà in considerazione modalità per: accelerare la sostituzione delle caldaie obsolete; predisporre siti con strumenti di confronto dei costi e dei benefici dei sistemi di riscaldamento e raffreddamento; incentivare l'uso delle energie rinnovabili nella produzione di calore; promuovere la cogenerazione basata sull'uso del calore di scarto; incentivare maggiormente i cittadini a partecipare al mercato della produzione dell'energia elettrica; aiutare il settore della costruzione e quello industriale a passare a sistemi energetici decarbonizzati; supportare teleriscaldamento, teleraffreddamento e impiego dell'accumulazione termica; creare incentivi per la diffusione delle tecnologie intelligenti; ottimizzare i finanziamenti pubblici e mobilitare investitori privati.
C'è insomma molto da fare. Ma l'intento è di creare un sistema per abbattere i consumi e ridurre i costi. Come è evidente, a tal fine la comunicazione Ue predispone linee di azione individuando gli ambiti, anche già operativi, in cui sono necessari aggiornamenti o riforme. Quella di cui ho scritto è una strategia di lungo periodo e ancora ai primi passi. Ma trovo importante informare i cittadini della direzione in cui ineluttabilmente andremo, oltre che dar rapidamente conto delle possibilità già attualmente disponibili e dei risultati raggiunti. Perché bisogna essere consapevoli del valore dell'energia, del fatto che ne abbiamo bisogno e che la riduzione dei consumi è uno dei grandi temi del presente e lo sarà sempre più nel futuro.
Montecitorio vota la legge che limita il consumo di nuovo suolo e punta al riuso di quello edificato

Il 12 maggio Montecitorio ha approvato in prima lettura il disegno di legge che reca misure per il contenimento del consumo del suolo e per il riuso del suolo già edificato. Finalità della norma è ridurre lo sfruttamento del territorio, la cui salvaguardia è anche uno strumento di prevenzione del dissesto idrogeologico, e tutelare l'ambiente, il paesaggio, l'attività agricola. Ogni giorno in Italia si cementificano infatti circa 100 ettari di superficie libera: il provvedimento stabilisce invece che il riuso sia l'opzione principale e il consumo di nuovo suolo consentito solo nei casi in cui non esistono alternative. La pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica delle Regioni e dei Comuni dovrà adeguarsi poi alla norma: per farlo la Conferenza unificata, entro 180 giorni dall'approvazione definitiva della legge, dovrà emanare una delibera-quadro contenente i criteri e le modalità per limitare progressivamente il consumo della risorsa a livello nazionale, con suddivisioni per ambiti regionali cui seguiranno le disposizioni territoriali necessarie per dare attuazione al riparto. Le Regioni dovranno inoltre dettare disposizioni per la redazione di censimenti comunali degli edifici sfitti, non utilizzati o abbandonati, al fine di creare una banca dati del patrimonio disponibile per il recupero. Poiché il divieto di nuovo consumo diventerà la regola, per utilizzare suolo non ancora edificato i Comuni dovranno fornire puntuali motivazioni nei propri strumenti di programmazione, onde dimostrare che non è possibile fare altrimenti. Si istituirà poi un registro degli enti locali, in cui sono iscritti i Comuni che hanno adeguato i propri strumenti urbanistici, e si attribuirà priorità a tali Comuni nella concessione di finanziamenti statali e regionali per bonifiche, rigenerazione, interventi per insediamenti agricoli. La legge contiene anche una delega al Governo per l'adozione, entro nove mesi dall'entrata in vigore della legge, di decreti legislativi volti alla semplificazione delle procedure per gli interventi di rigenerazione delle aree urbane degradate da un punto di vista socio-economico, paesaggistico e ambientale. Una parte del provvedimento riguarda il comparto agricolo: a fronte di progetti di recupero i Comuni e le Regioni potranno riqualificare i fabbricati esistenti afferenti a tale ambito e, ferma restando la prevalente destinazione a uso agricolo, sarà possibile prevedere altre destinazioni per attività amministrative, ludico-ricreative, turistico-ricettive, legate all'istruzione o all'agricoltura sociale e ai servizi sociali. Per le superfici agricole in favore delle quali sono stati erogati aiuti dell'Ue, si stabilisce invece il divieto di uso differente per almeno 5 anni. Si disciplina infine una fase transitoria dall'entrata in vigore del Ddl: finché non saranno adottati tutti i provvedimenti attuativi non sarà consentito ulteriore consumo di suolo tranne che per i lavori già inseriti negli strumenti di programmazione e per le infrastrutture strategiche di interesse nazionale. Sono fatti salvi inoltre i procedimenti già in corso relativi a titoli edilizi, agli interventi di trasformazione previsti nei piani attuativi e per i quali i soggetti interessati abbiano presentato istanza di approvazione prima dell'entrata in vigore della norma, nonché le varianti il cui procedimento sia attivato sempre prima dell'entrata in vigore. Mi pare una misura significativa, che sancisce che il consumo del territorio sarà limitato in futuro e permesso quando non ci sono altre strade percorribili. Ora la discussione passa al Senato.

Riforma della Pubblica amministrazione: più trasparenza e nuove regole per l'accesso agli atti

Nella riunione del consiglio dei Ministri del 16 maggio è stato varato in via definitiva un importante decreto attuativo della riforma della Pubblica amministrazione, ossia il provvedimento che supera le vecchie regole di accesso agli atti pubblici realizzando maggior trasparenza. Al diritto di accesso tradizionale, che permetteva a cittadini e imprese di conoscere atti su cui avessero interesse diretto, si sostituisce il principio che conoscere informazioni sulla Pa sia la regola e che la mancata diffusione dei dati debba essere un'eccezione motivata dalla tutela di interessi precisi (segreto di Stato, privacy o tutele commerciali). In pratica, per sapere le procedure di valutazione usate in un appalto o in un concorso (solo per fare degli esempi), non sarà necessario essere coinvolti in prima persona. Le nuove regole obbligano inoltre le Pa a mettere online moltissime informazioni: in linea con i Paesi europei e con gli Stati Uniti, si prevede infatti che le amministrazioni rendano del tutto accessibili i propri dati fondamentali (costi e tempi delle opere pubbliche; tempi delle liste d'attesa; risultati delle aziende partecipate, ecc). Si rende inoltre strutturale il sito www.soldipubblici.gov.it, da cui i cittadini possono accedere a molte notizie, e si introduce infine una nuova forma di accesso ai documenti pubblici che consentirà alle persone di richiedere i dati che le Pa non hanno l'obbligo preventivo di comunicare. In linea generale, se un cittadino richiede dei documenti, questi dovranno essere sempre rilasciati (in forma gratuita quando l'invio è telematico mentre le amministrazioni potranno richiedere il rimborso dei costi di riproduzione su supporti materiali quando l'invio è cartaceo). Scompare poi la regola del “silenzio-rifiuto”: la Pa dovrà rispondere, entro 30 giorni, a una richiesta, e se vorrà negare le informazioni per cui si fa domanda dovrà motivarlo. Il cittadino, di fronte a un eventuale “no” dell'ufficio pubblico, potrà poi rivolgersi al difensore civico qualora voglia ulteriori ragguagli. Per negare dati la Pa dovrà però dimostrare che, divulgandoli, sarebbero messi in pericolo gli interessi dello Stato, la sicurezza, la privacy di altri cittadini e la segretezza di legittimi interessi aziendali. Il decreto definitivo qui illustrato ha accolto molte osservazioni delle Commissioni parlamentari e avanzate dalla Conferenza Unificata Stato-Regioni.

Abusivismo edilizio: Montecitorio discute nuove regole in materia di demolizioni

La Camera ha modificato e approvato la misura già votata dal Senato (cui deve tornare) che detta alcune disposizioni in materia di demolizione di immobili abusivi, ossia conseguenti a illeciti edilizi. La proposta di legge conferma, per la fase dell'esecuzione delle demolizioni, l'attuale sistema a doppio binario che prevede la competenza: dell'autorità giudiziaria che, in presenza della condanna definitiva per i reati, deve deliberare la demolizione; delle autorità amministrative (Comuni, Regioni, Prefetture) che devono procedere con gli atti necessari. La proposta, in relazione alla competenza dell'autorità giudiziaria, attribuisce al procuratore della Repubblica il compito di determinare i criteri di priorità per l'esecuzione delle demolizioni. Il Pm dovrà dare adeguata considerazione: agli immobili di rilevante impatto ambientale o costruiti su area demaniale o soggetta a vincolo ambientale e paesaggistico, sismico, archeologico o storico artistico; agli immobili che per qualunque ragione rappresentano un pericolo per l'incolumità delle persone; agli immobili nella disponibilità di soggetti condannati per reati di associazione mafiosa. La priorità gli abbattimenti è poi attribuita, di regola, agli immobili in corso di costruzione o non ancora ultimati alla data della sentenza di condanna di primo grado. Si istituisce infine presso il ministero delle Infrastrutture la Banca dati nazionale sull'abusivismo edilizio, di cui si avvalgono gli uffici distrettuali competenti e le amministrazioni comunali e regionali. E che dovranno a loro volta trasmettere alla Banca dati centrale le informazioni sugli illeciti: il tardivo inserimento delle informazioni comporta una sanzione pecuniaria di mille euro per il dirigente o il funzionario inadempiente.

Discussa e approvata la mozione del Pd sui lavoratori ultracinquantenni


La Camera ha discusso e approvato la mozione del Pd concernente la valorizzazione dei lavoratori maturi nel quadro del prolungamento della vita lavorativa. Come è noto, infatti, da una parte le riforme pensionistiche hanno allungato la permanenza delle persone sul posto di lavoro e dall'altra la popolazione, non solo italiana ma europea, sta invecchiando sempre più. Risulta dunque necessario continuare a effettuare investimenti formativi rispetto a chi ha 50 anni, considerando anche che nelle fasce più adulte della popolazione la crescita della disoccupazione è un fenomeno sempre più diffuso a causa della crisi degli ultimi anni. A fronte di queste evidenze serve un ripensamento delle modalità di inclusione di queste persone nel lavoro: occorre valorizzare il contributo delle donne e degli uomini di una certa età e che possiedono abilità, competenze, formazioni diverse ed eterogenee e che possono consentire alle imprese di qualificarsi, garantendo inoltre la possibilità di collaborare con le nuove leve e trasferire loro esperienze e capacità. Una prima risposta a queste istanze è stata offerta dalla legge 92 /2012 con cui sono stati introdotti incentivi all'occupazione consistenti nella riduzione, nella misura del 50% e per 18 mesi, dei contributi di previdenza a carico del datore di lavoro in caso di assunzione a tempo indeterminato di lavoratori ultracinquantenni. Anche il Jobs act si occupa di politiche attive volte a reinserire i lavoratori che abbiano perso gli impieghi attraverso percorsi personalizzati e mirati a sbocchi occupazionali consoni e appropriati. Ma quel che è certo è che il fenomeno dell'alta presenza dei lavoratori over 50 diventerà un tema di cui le aziende, insieme alle istituzioni e alle organizzazioni sindacali, dovranno sempre più occuparsi: solo un percorso di invecchiamento attivo permetterà all'azienda di valorizzare le proprie risorse e di ripensare le proprie politiche interne nell'ottica di una miglior gestione delle carriere delle persone lungo tutto l'arco della vita. A fronte di tutto questo, la nostra mozione impegna il Governo a: proseguire l'azione di sostegno di modalità di impiego flessibile dei lavoratori ultracinquantenni (anche sulla scia del part-time agevolato) senza penalizzazioni e prevedendo forme di trasferimento delle competenze; favorire, attraverso misure di sostegno fiscale e contributivo, l'adozione di formule organizzative nelle imprese (d'intesa con le organizzazioni sindacali) per valorizzare le professionalità adulte; procedere con la massima sollecitudine al perfezionamento del processo di costituzione dell'Agenzia nazionale per le politiche attive, prevista dal Jobs act, che resta fondamentale per delineare specifiche azioni rivolte alla ricerca di nuova occupazione per i lavoratori maturi che abbiano perduto il posto.
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