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La Camera dà il via libera al Def 2016, che ora sarà trasmesso all'Unione europea

Il Documento di economia e finanza conferma la necessità di politiche che sostengano ripresa, consumi, investimenti. La commissione Trasporti si è espressa per le parti di propria competenza
Il 27 aprile Montecitorio ha dato il via libera al Def 2016, ovvero il terzo Documento di economia e finanza predisposto da questo Governo e che si iscrive quindi nell'ambito di una programmazione pluriennale. Precedentemente alla discussione in Aula tutte le Commissioni della Camera avevano esaminato il testo ed espresso i pareri di propria competenza sul Documento: prima di soffermarmi sulle questioni che toccano la commissione Trasporti, tratteggio in via generale i lineamenti del Def che ora sarà inviato alla Commissione europea e al Consiglio dell'Unione. I tre principali obiettivi del Governo trovano conferma anche per il 2016: il rilancio della crescita e dell'occupazione attraverso riforme strutturali che siano da stimolo per investimenti privati e pubblici; la riduzione del rapporto tra debito e Pil; la diminuzione del carico fiscale per cittadini e imprese. Lo sforzo pregresso ha dato i primi risultati nel 2015, con un incremento del Pil dopo 7 anni di recessione e un incremento dei posti di lavoro. Ora si tratta di consolidare e migliorare, innanzitutto dando piena attuazione alle riforme già deliberate e votate, ma pure realizzando nuovi interventi che prenderanno forma, in particolare, con la legge di Stabilità 2017.
Per ottenere questi esiti, occorrerà aver chiari alcuni fattori. Il contesto globale, a partire dall'ultimo trimestre 2015, si è rivelato infatti più problematico rispetto alle previsioni: il rallentamento della crescita mondiale e la debolezza della zona euro hanno negativamente influenzato l'andamento delle nostre esportazioni (l'accresciuta volatilità dei mercati finanziari e la minaccia del terrorismo non sono poi stati certo di supporto). Nonostante questo, l'anno scorso si è chiuso per l'Italia con il +0,8% di crescita e con un calo dello 0,8% nel tasso di disoccupazione, sceso all'11,9%. Il 2016 si apre con dati positivi nella produzione industriale e, in linea con questo andamento, il Def prevede un incremento del Pil dell'1,2% su base annua. Se però lo scorso anno la ripresa è stata spinta, almeno fino a ottobre, da esportazioni e aumento dei consumi interni, nel 2016 sarà necessario tener conto della debolezza del commercio mondiale: perciò è necessario migliorare ulteriormente la competitività del Paese, rafforzare la spesa delle famiglie e soprattutto stimolare gli investimenti (componente che ha subito più di ogni altra l'impatto negativo della crisi) che, comunque, già nel 2015 erano finalmente cresciuti (con un +2,2% sugli investimenti fissi lordi delle imprese). Secondo il Def la domanda interna è stata sostenuta da una ripresa nel settore dell'edilizia (grazie anche alle detrazioni al 65% per le ristrutturazioni) e favorita dagli incrementi di reddito disponibile legati alla stabilità dei prezzi, al bonus da 80 euro e alla riduzione del cuneo fiscale decisa con le ultime leggi di Stabilità (che ha fatto aumentare i posti di lavoro). Per quanto riguarda la competitività, la legge di Stabilità 2016 ha messo in campo risorse e una molteplicità di strumenti rivolti alle Pmi, all'innovazione tecnologica e alla spesa in ricerca e sviluppo, favorendo inoltre l'aggregazione tra aziende e la loro crescita dimensionale, l'accesso al credito, la valorizzazione dei marchi e dei brevetti. Altre riforme, come quella delle banche popolari e quella del credito cooperativo, sono finalizzate a rendere il sistema bancario italiano più solido e competitivo. Il Governo ritiene che un ulteriore rafforzamento del sistema-Paese proverrà dallo snellimento progressivo della giustizia civile che (tramite l'incentivazione di negoziazioni e arbitrati e con il processo telematico) potrà fornire più garanzie all'economia nel suo complesso, e dalla riforma Pubblica amministrazione, di cui hanno già visto la luce i decreti per il riordino dei servizi pubblici locali, delle società partecipate, delle Autorità portuali, mentre si attendono ancora quelli sulla dirigenza e il pubblico impiego. Nodo centrale delle politiche finanziarie resta ancora l'esigenza di ridurre il debito: nel 2015 il rapporto debito/Pil si è stabilizzato e per il 2016 viene prevista una discesa, in termini assoluti, dal 132,7% al 132,4% in rapporto al prodotto interno lordo. A fronte di tutti questi dati, e tenendo conto della doverosa riduzione del nostro debito, la direzione segnata dal Def 2016 resta ancora quella di una politica economica espansiva, in linea con quella degli ultimi due anni, ovvero attenta alla disciplina di bilancio e al rispetto delle regole europee, ma non improntata a una eccessiva austerità (viene rinviato nuovamente il pareggio di bilancio). Il Governo vuole infatti continuare a usare i margini di flessibilità concessi in sede Ue per alleggerire il più possibile il carico fiscale, ritenendo inopportuno e controproducente adottare un'intonazione più restrittiva delle regole, cosa che potrebbe compromettere i consumi e la spinta verso l'occupazione. Va ricordato inoltre che nello scorso biennio, pur avendo usufruito della flessibilità concessa dall'Unione, sono stati conseguiti gli obiettivi indicati dai Trattati senza interventi o manovre correttive e senza aumenti fiscali e dell'Iva, bensì ottenendo una diminuzione della pressione fiscale dello 0,7%.
Il Documento di economia e finanza si compone di tre sezioni: la prima è il “Programma di Stabilità dell'Italia” ovvero la parte macroeconomica; la seconda, intitolata “Analisi e tendenze della finanza pubblica”, è incentrata sulla spesa pubblica; la terza infine è il “Programma nazionale di riforma” (Pnr) e contiene le riforme principali attuate e da attuare. Assieme a queste tre parti c'è poi il consueto “Allegato” sulle infrastrutture che la commissione Trasporti ha esaminato in maniera particolarmente approfondita, essendo di sua competenza, per emettere il parere. Su questo fronte, la principale novità è la predisposizione di un documento di diversa natura e fattura rispetto al passato, perché contenente non un elenco di opere, ma le linee strategiche per le politiche sulle infrastrutture, il trasporto e la logistica. I lineamenti esposti si prefiggono quattro obiettivi: la realizzazione di infrastrutture utili e condivise attraverso una pianificazione nazionale unitaria e il monitoraggio degli interventi; uno sviluppo urbano sostenibile attraverso la cosiddetta “cura del ferro”, l'accessibilità alle aree urbane e metropolitane e la qualità e l'efficienza del trasporto pubblico locale; la valorizzazione del patrimonio esistente attraverso interventi di manutenzione e potenziamento tecnologico; l'intermodalità e l'interconnessione delle reti. Sul primo fronte, si intende migliorare il ciclo della progettazione, quindi della realizzazione, delle opere infrastrutturali che saranno deliberate dopo attenta verifica della effettiva rispondenza alla domanda e della fattibilità tecnica ed economica. L'individuazione di infrastrutture prioritarie permetterà di riallocare le risorse recuperate dall'attività di revisione dei progetti sovradimensionati, inclusi nelle precedenti programmazioni e non realizzati. Questo obiettivo costituisce inoltre un punto cruciale del nuovo Codice degli appalti, che delinea un nuovo quadro con il superamento della Legge obiettivo del 2001 e il ritorno agli strumenti programmatori ordinari. A mio avviso, è poi rilevante il nuovo approccio che punta all'integrazione dei nodi (città e porti, aeroporti, piattaforme logistiche, ecc.) e si concentra soprattutto sul miglioramento della situazione attuale: le criticità infatti sono da individuare oggi nello squilibrio dei collegamenti e nella scarsa intermodalità. Si punta pertanto a un +30% di popolazione servita dall'Alta velocità entro il 2030 e in un abbattimento sostanziale dei tempi per accedere, da qualunque punto d'Italia, a porti e aeroporti di rilievo nazionale. Importante, anche in questo ambito, sarà favorire le modalità di trasporto sostenibili, ferroviarie e marittime, con la concomitante riduzione delle quote di mobilità su gomma. Per quanto riguarda la mobilità nelle città, l'Allegato dà conto del forte ritardo nello sviluppo delle reti di trasporto collettivo: abbiamo una media di 20,3 km di rete metropolitana per milione di abitanti, assai diversa dal 54,3 km per milione che è la media dei Paesi europei. Anche per le linee di tram si registrano solo 42,2 km di rete per milione di abitanti contro i 130,7 della media europea. Nelle città italiane il 62% degli utenti usa l'auto (contro il 43% della media Ue), mentre il trasporto pubblico locale è usato da solo il 22% delle persone (la media in Europa è del 32%). Per ridimensionare tale deficit, si delinea un preciso target, da conseguire sempre entro il 2030, quando si mira a raggiungere il 40% di utilizzo di trasporto pubblico e il 10% di mobilità ciclo-pedonale attraverso la realizzazione di ciclovie soprattutto nelle grandi città, dove sono più carenti. Per quanto riguarda il trasporto ferroviario e gli investimenti previsti nel contratto di programma con Ferrovie dello Stato si sottolinea che i 17 miliardi di euro dell'accordo saranno destinati, soprattutto, a migliorare le tecnologie di circolazione dei treni, la manutenzione delle reti, a potenziare il trasporto dei passeggeri nelle tratte locali, regionali e nelle aree metropolitane.
Con riferimento al settore marittimo, si rammenta che il Piano nazionale della portualità e la logistica è stato sottoposto il 31 marzo scorso alla Conferenza Stato-Regioni, che ha espresso parere favorevole allo schema di decreto che riforma la legge 84/1994, riducendo il numero delle attuali Autorità portuali da 24 a 15 e creando con ciò le Autorità portuali di sistema, con una diversa governance e una sostanziale semplificazione delle procedure burocratiche (come noto, Ravenna resta titolare di una propria indipendenza gestionale, essendo scalo prioritario anche per la programmazione comunitaria). A tale proposito, l'Allegato dà altresì conto dell'approvazione dello schema di decreto legislativo concernente l'istituzione dello Sportello unico dei controlli doganali, che deve essere presente in ogni scalo, e segnala che è in corso di predisposizione il decreto attuativo che disciplina i dragaggi nelle aree portuali e costiere poste in siti di bonifica di interesse nazionale. Con riferimento al settore aeroportuale, si rammenta che il Piano nazionale del settore costituisce la cornice strategica in cui si inquadrano gli interventi volti a specializzare gli scali e a superare la conflittualità tra aeroporti limitrofi, incentivando piuttosto la costituzione di sistemi e reti aeroportuali (su modello della riforma dei porti, in buona sostanza). Con riferimento, infine, all'attuazione dell'Agenda digitale (che è di competenza della commissione Trasporti e Telecomunicazioni), viene definita prioritaria l'approvazione del decreto legislativo contenente il nuovo codice dell'amministrazione digitale per il sistema pubblico per l'identità digitale e la costituzione dell'Anagrafe nazionale (comprendente il fascicolo sanitario elettronico con l'assegnazione di un codice unico per ogni assistito), mentre per gli interventi già in essere si ricorda il decreto legislativo volto a realizzare le reti di banda ultralarga e, in concomitanza, a realizzare il “catasto delle infrastrutture”, individuato come strumento essenziale proprio per lo sviluppo della banda ultralarga (il cui finanziamento vale 2,2 miliardi di euro, attinti prevalentemente tramite le risorse del Fondo europeo di sviluppo e coesione 2014-2020).
Alla luce di quanto riportato e per le parti di propria competenza la commissione Trasporti ha dato quindi parere favorevole al Def 2016 con alcune osservazioni. Si chiede al Governo, nella nuova politica per le infrastrutture di trasporto e logistica, di tenere conto dei seguenti criteri prioritari nella gestione delle risorse: la piena accessibilità (di passeggeri e merci) ai principali porti e aeroporti attraverso la rete ferroviaria; lo sviluppo in ambito urbano delle reti metropolitane e tranviarie; la manutenzione e l'adeguamento tecnologico delle infrastrutture esistenti. La Commissione chiede poi di attuare una politica organica, sia a livello normativo che amministrativo, per il rilancio del trasporto pubblico locale che assuma come fondamentali: l'efficienza nella gestione del servizio sia per quanto concerne la ripartizione delle risorse statali, sia per quanto concerne la modalità di assegnazione e di svolgimento delle gare, sia per quanto riguarda l'organizzazione e il funzionamento dei soggetti gestori che devono risultare idonei a sostenere il rischio di impresa; la destinazione di adeguate risorse per il rinnovo del parco mezzi; misure efficaci contro chi non fa il biglietto, in parallelo agli incentivi per l'uso del trasporto pubblico locale con riferimento particolare alle fasce più deboli della popolazione; specifiche azioni per migliorare il trasporto ferroviario destinato all'utenza pendolare. Occorre poi sostenere il trasporto ferroviario delle merci, destinando adeguate risorse per il cosiddetto “ferrobonus” (ovvero gli incentivi per trasferire quote di traffico dalla strada alla rotaia) come previsto dalla legge di Stabilità 2016 che stanzia 20 milioni di contributi l'anno fino al 2018 per il trasporto ferroviario intermodale in arrivo e in partenza da nodi logistici e portuali in Italia. Si raccomanda di promuovere, in coerenza con le linee d'azione definite dal Piano strategico della portualità e della logistica, la competitività dei porti italiani anche sotto il profilo finanziario, di realizzare le opere infrastrutturali che garantiscano l'accessibilità nautica, di adottare interventi utili alla piena interoperabilità tra sistemi informativi e tecnologici tra i porti italiani e lungo la catena logistica, in modo da favorire il coordinamento e l'integrazione tra gli scali portuali, che sarà molto importante vista la riforma delle Ap che diventano Autorità di sistema. Occorre poi dare piena attuazione agli incentivi a favore del trasporto di merci che partono da porti italiani con destinazioni o italiane o Ue, il cosiddetto “marebonus” per cui la legge di Stabilità ha stanziato 45 milioni per il 2016, 44 per il 2017 e 49 per il 2018.
Questo è quanto analizzato dalla mia Commissione. Per quanto riguarda poi il Def nella sua interezza e generalità, ovviamente restano centrali le politiche per il lavoro, la questione sempre più urgente della flessibilità pensionistica, la revisione delle detrazioni fiscali per cittadini e imprese e l'impostazione di politiche decise per il Mezzogiorno, dove purtroppo permangono tassi molto elevati di disoccupazione. Ma, appunto, sarà nei prossimi mesi che potremo parlare nel merito delle misure che verranno prese in coerenza con questo Documento programmatico.
Abuso di voucher:
presentata la proposta di legge del Pd per tornare alla disciplina del 2003

Il Governo ha già annunciato la correzione della normativa prevedendo sistemi di tracciabilità per i “buoni-lavoro”: è un dato positivo, ma sarebbe auspicabile un riordino organico dell'istituto
Ultimamente si parla molto di voucher da lavoro a fronte di dati effettivamente preoccupanti. L'Inps ha certificato infatti una crescita esponenziale del ricorso a questo istituto, nato nel 2003 per far emergere il lavoro nero in alcuni settori (come gli impieghi domestici occasionali): nel 2013 sono stati venduti 40 milioni di voucher, 69 milioni nel 2014 e 115 milioni nel 2015. In un crescendo continuo, visto poi che a gennaio 2016 sono già stati venduti 9,2 milioni di “buoni-lavoro” con un ulteriore incremento rispetto allo stesso mese dello scorso anno. Le persone coinvolte risulterebbero, secondo l'Inps, poco più di un milione 380mila nel 2015, oltre 1 milione nel 2014 e circa 620mila nel 2013. È una situazione cui va posto rimedio.
Alla luce di questi numeri, il Pd ha già interrogato a varie riprese il Governo che, riconoscendo l'anomalia, ha annunciato un'imminente correzione della disciplina, tesa a rafforzare la tracciabilità dei voucher: l'idea palesata dal ministro Poletti prima, e da Renzi la settimana scorsa in Aula, è quella di obbligare l'impresa committente a comunicare preventivamente via sms o per via telematica l'utilizzo di ogni voucher (dal valore di 10 euro l'uno) per ogni lavoratore. In questo modo, secondo il Governo, si potranno impedire situazioni di irregolarità e utilizzi impropri: dando comunicazione dell'uso del voucher, un'ora prima e alla sede territoriale dell'Ispettorato del lavoro, si dovrebbe monitorare il fenomeno. Ovviamente l'intenzione di rafforzare la tracciabilità è positiva, ma temo non sia sufficiente: sono convinto che serva invece una misura organica che rimetta in asse quello che è finito fuori controllo. A tale proposito, il 28 aprile è stata depositata la proposta di legge del Pd (primo firmatario Cesare Damiano) per correggere alla radice l'abuso di voucher. Va ricordato che la questione ha radici lontane, poiché dal 2003 a oggi ci sono stati rimaneggiamenti normativi che hanno in qualche misura agevolato l'uso distorto di tale pratica, estendendo in maniera quasi illimitata l'ambito e finendo per portare nel lavoro nero ciò che prima era lavoro o dipendente o para-subordinato. Ovvero finendo per ottenere l'effetto contrario a quello per cui il voucher era nato. Il provvedimento presentato dal Pd vuole dunque ripensare complessivamente la possibilità di ricorso al lavoro accessorio, riportandola alla disciplina del 2003 che definiva come prestazioni di lavoro accessorio le attività di natura occasionale rese da soggetti a rischio di esclusione sociale o che non fossero entrati ancora nel mercato del lavoro ovvero fossero in procinto di uscirne. Più in dettaglio, si chiede di restringere i possibili prestatori alle seguenti categorie: disoccupati da oltre un anno, casalinghe, studenti, disabili, soggetti in comunità di recupero, cittadini extracomunitari regolarmente residenti nei sei mesi successivi alla perdita del lavoro, pensionati. Anche l'ambito di impiego deve tornare a essere chiaramente definito: dai piccoli lavori domestici all'assistenza domiciliare a bambini o anziani, dall'insegnamento privato di supporto ai piccoli lavori di giardinaggio, ai lavori legati alla pulizia o alla manutenzione di edifici e monumenti, dal supporto nella realizzazione di eventi o manifestazioni alla collaborazione con enti pubblici o col volontariato per lavori di emergenza o solidarietà. Sarebbe bene poi ripristinare le soglie economiche di 5mila euro annui massimo per ciascun prestatore e non più di 2mila euro in favore di ogni singolo committente. Infine, il valore del voucher andrebbe annualmente rivisto sulla base della variazione dell'indice dei prezzi Istat. L'intento è insomma chiaro ed è anche più coerente con l'impianto complessivo del Jobs act, che punta a stabilizzare i rapporti di lavoro e a svuotare sempre di più la “zona grigia” della para-subordinazione e del precariato.
Vorrei precisare che l'esplosione registrata negli ultimi anni ha poco a che vedere con la recente riforma del lavoro (basti pensare ai 69 milioni di voucher venduti nel 2014, quando il Jobs act non era stato approvato): il problema sta a monte e l'errore del Jobs act è stato semmai di non aver posto un argine a una criticità già evidente. A maggior ragione dunque è davvero necessario ridefinire i contorni di questi impieghi, che nel 2003 erano stati posti in maniera ragionevole per essere poi via via smantellati. Tra il 2005 e il 2008, infatti, il governo Berlusconi ha esteso l'applicazione del voucher al commercio, al turismo, ai servizi, all'agricoltura e ha innalzato il limite massimo annuo del lavoro accessorio a 5mila euro per ogni singolo committente e non per l'attività complessiva del prestatore. La legge Fornero del 2012 ha rimesso mano ad alcuni profili ma non ha per nulla rivisto gli ambiti d'uso che sono rimasti molto, troppo, estesi. Il Jobs act, sebbene non sia “responsabile” di questa tendenza, non ha però posto i correttivi giusti, soprattutto a fronte dell'abrogazione sostanziale dei contratti a progetto. È evidente infatti che una parte dei vecchi co.co.pro sia stata stabilizzata, ed è un bene, mentre è altrettanto evidente che un'altra parte sia finita nel lavoro occasionale dei voucher, ed è un male. Per non precarizzare il lavoro bisogna che le prestazioni accessorie siano ricondotte a possibilità meramente occasionali, per tipologie di piccoli lavori e su settori molto determinati. In tutti gli altri ambiti, e in ogni caso oltre certi limiti di compenso, occorre invece far riferimento agli strumenti che normano il lavoro subordinato, o al lavoro autonomo a seconda evidentemente degli impieghi. Vedremo come proseguirà il dibattito e soprattutto se l'Esecutivo terrà conto non solo della tracciabilità, come ha già annunciato, ma di ulteriori paletti. Quel che penso è che in un modo o nell'altro sia fondamentale intervenire sull'abuso di cui ci parlano, inequivocabilmente, i dati dell'Inps.

Mozione Pd sulla maternità surrogata: tutelare prioritariamente i diritti dei bambini

Mentre è approdata in Aula la legge sulle unioni civili, già approvata dal Senato, la scorsa settimana abbiamo esaminato e votato alcune mozioni sulla maternità surrogata, propedeutiche anche a non far confusione sulla materia (le unioni civili non hanno nulla a che fare con l'argomento) e a prendere posizione sul tema. La mozione del Pd, votata a maggioranza, ricorda innanzitutto che la gestazione “per altri” è una pratica vietata in quasi tutta Europa e consentita, a titolo puramente gratuito e con un articolato livello di restrizioni solo in Gran Bretagna, Belgio, Olanda, Danimarca e Grecia. La pratica è lecita però in molti altri Paesi del mondo: in Canada, in alcuni stati Usa, in Russia, ma anche in tantissimi Stati asiatici (spesso poveri) o in Sudafrica. Si assiste inoltre a un incremento delle richieste e relazioni recenti documentano il crescente flusso della domanda nei Paesi che ne consentono l'attuazione a condizioni economiche e giuridiche più vantaggiose. Tale documentazione evidenzia poi l'inserimento sempre più frequente della maternità surrogata (ad esempio negli Stati Uniti, laddove è permessa) all'interno di un sistema redditizio gestito da agenzie di intermediazione. È evidente, insomma, che il fenomeno esiste dunque occorre confrontarci con questo dato, che ci piaccia o meno. Il Parlamento europeo, il 15 dicembre scorso, ha condannato la “surrogata” soprattutto se legata a un compenso e soprattutto in riferimento a Paesi poveri, perché “mina la dignità della donna, usandone il corpo per creare profitto”. Ugualmente, però, va ricordata la Convenzione Onu del 1989 sui diritti dell'infanzia, che impegna gli Stati ad adottare tutti i provvedimenti legislativi necessari per i diritti dei bambini, primi tra tutti quelli all'identità, alla protezione e alla sicurezza. Conseguentemente gli ordinamenti nazionali non possono contenere previsioni che violino i diritti dei minori, indipendentemente dalle modalità con cui sono stati concepiti. La Corte europea dei diritti umani ha anche stabilito (condannando la Francia) che non può essere negata la trascrizione dell'atto di nascita di un minore, nato da surrogata in uno Stato estero, nel Paese di approdo anche se questo proibisce la pratica. Le leggi di uno Stato, insomma, non possono far ricadere sul bambino, il cui interesse è sempre preminente, le scelte dei genitori di ricorrere a una tecnica di fecondazione vietata nella loro Nazione. Alla luce di tutto questo e a fronte del divieto di surrogazione della maternità vigente in Italia, la nostra mozione impegna il Governo a iniziative che conducano al riconoscimento pieno dei diritti dei bambini, all'identità personale e alla loro tutela, in ogni caso e al di là dei modi di gestazione. Coerentemente, poi, ci sembra il caso di rivedere e agevolare la disciplina delle adozioni, cosa che può essere di aiuto a mitigare il ricorso delle coppie italiane a questa pratica in Paesi esteri.

Riforma della magistratura onoraria: la Camera approva in via definitiva

Il 28 aprile la Camera ha approvato in via definitiva la legge delega per la riforma della magistratura onoraria, un'altra tappa nel riordino della giustizia che il Parlamento sta compiendo. Quasi metà delle cause, come ha giustamente ricordato il Ministro Orlando, passa oggi attraverso la magistratura onoraria e alla fine del 2015 i magistrati onorari in servizio erano 5.722. Quel che però mancava era un sistema-quadro che desse regole più certe e tracciasse un percorso migliore di qualificazione dei magistrati. I principali profili di novità sono infatti: l'introduzione di uno statuto unico della magistratura onoraria in ordine alle modalità di accesso, formazione, tirocinio, durata e decadenza dall'incarico; l'istituzione del giudice onorario di pace (Gop) con cui cade la distinzione tra giudici di pace e giudici onorari; l'istituzione di una specifica struttura organizzativa interna alle Procure; l'aumento delle competenze dei magistrati onorari. Con “magistratura onoraria” si comprendono diverse categorie di magistrati non professionali (cioè che non hanno fatto il concorso per entrare in magistratura) chiamati a trattare materie ovviamente poco impattanti o materie specialistiche. Sta di fatto che l'apporto della magistratura onoraria alla giustizia è andato sempre più accrescendosi, ma prima di questa riforma i tempi per la permanenza nella magistratura onoraria venivano per lo più prorogati annualmente (persino la legge di Stabilità 2016 conteneva la proroga delle funzioni fino al 31 maggio) dando un orizzonte scarsamente definito al lavoro. La legge predispone innanzitutto, come detto, uno statuto unico, e prevede un ampliamento delle competenze nel settore penale e civile. Sul fronte civile potranno esser attribuite d'ora in poi al magistrato e al giudice onorario di pace anche: le cause condominiali, i procedimenti di espropriazione mobiliare e i procedimenti meno complessi in materia di successioni (tutti entro un valore di 30mila euro). Sul piano penale è estesa la competenza per le fattispecie di furto, minaccia, abbandono animali, contravvenzioni riguardanti animali o specie vegetali protette. Vengono inoltre disciplinati i requisiti per l'accesso alla magistratura onoraria per cui serve: la laurea in giurisprudenza (con preferenza per avvocati in esercizio, notai, professori universitari); un'età compresa tra i 27 e i 60 anni; il non aver riportato condanne. Non potranno più accedere all'incarico le persone già in pensione. La nomina spetterà alla sezione autonoma della magistratura onoraria istituita presso il Consiglio giudiziario territoriale, che valuterà i titoli. I magistrati onorari dovranno poi frequentare obbligatoriamente i corsi organizzati dalla Scuola superiore di magistratura. Si sancisce la durata quadriennale dell'incarico, che potrà essere confermato per un solo altro quadriennio. Lo svolgimento delle funzioni per due mandati sarà titolo preferenziale nei concorsi per la pubblica amministrazione.

Recapiti postali a giorni alterni: sottoscritta un'interrogazione per far luce sui disservizi in Regione
Assieme ad altri colleghi del Pd emiliano-romagnolo ho sottoscritto un'interrogazione al Governo per ricevere chiarimenti sulla situazione della consegna della posta nella nostra Regione. L'8 febbraio ha infatti preso avvio, in alcune zone, il piano di Poste italiane per il recapito a domicilio a giorni alterni, ma a quel che risulta nei magazzini delle principali città (soprattutto dell'Emilia) sarebbero rimasti in giacenza quintali di corrispondenza non consegnata, con evidenti disagi per i cittadini. L'Autorità di garanzia per le comunicazioni ha approvato il piano industriale di Poste per il 2015-2019, definendo i criteri che devono essere rispettati: nel caso di criticità, l'Autorità ha il potere di intervenire inibendo l'ulteriore prosecuzione del recapito ogni due giorni o stabilendo particolari condizioni volte a salvaguardare la regolarità del servizio e gli obiettivi previsti di contenimento dei costi. Ricordo che la Commissione europea ha già inviato una lettera all'Autorità definendo il diritto alla comunicazione “un obbligo” cui Poste può venire meno solo a fronte di circostanze eccezionali. L'esigenza di riorganizzazione non è però un caso eccezionale e non può dunque inficiare l'affidabilità dell'azienda. Pertanto con l'interrogazione chiediamo al Governo dettagliati elementi in merito al piano di Poste e di intervenire, pur nei limiti delle proprie competenze rispetto all'azienda, per risolvere una situazione incoerente rispetto agli obiettivi del pubblico servizio. Il tema è stato infine posto all'attenzione dell'amministratore delegato di Poste, Francesco Caio, audito in commissione Trasporti il 4 maggio. A fronte dei buoni conti esposti e di un ottimo posizionamento, l'azienda ha a mio avviso non solo il dovere ma la convenienza a soddisfare i cittadini: lo stesso Caio ha sottolineato che Poste, con un servizio debole, perderebbe redditività e quote di capitale. Vista dunque la disponibilità e la ragionevolezza palesata, auspico che l'Ad terrà conto dei rilievi messi in luce anche in Commissione e dalla nostra interrogazione.
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