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Le dimissioni di Federica Guidi e qualche riflessione sulle politiche energetiche

Stiamo attenti a non confondere i reati da accertare, la scarsa trasparenza dei comportamenti e il merito delle cose: non c'è nulla di strano nel fatto che un Governo sblocchi progetti fermi da lustri
La ministra per lo Sviluppo economico, Federica Guidi, si è dimessa dal suo incarico in seguito alla pubblicazione di un'intercettazione telefonica in cui, in maniera del tutto impropria, anticipava al proprio compagno un emendamento inserito nella legge di Stabilità 2015. Il compagno della Guidi, indagato nell'ambito dell'inchiesta sullo smaltimento illecito di rifiuti al centro Eni di Viggiano (provincia di Potenza), avrebbe tratto infatti vantaggio dalla norma che riguarda lo sblocco del progetto Tempa Rossa (essendo titolare di due società che operano nel settore petrolifero) ed è pertanto indagato anche per “traffico di influenze illecite”, reato oltre tutto di recente introduzione e che punisce chi, sfruttando le proprie relazioni, realizzi un profitto o un beneficio per sé. Dico solo tre cose sull'intera faccenda. Primo: non risulta che l'ex Ministra Guidi abbia commesso reati, ma di certo non ha agito in maniera trasparente né opportuna. Pertanto a mio avviso ha fatto bene a dimettersi immediatamente (il giorno stesso della pubblicazione della conversazione), perché è giusto e per non far pesare la vicenda sull'intero Esecutivo. Secondo: per quanto riguarda l'inchiesta, che ha vari filoni di indagine al suo interno, sarà la magistratura a stabilire come sono andate le cose, per cui non ha molto senso sprecarsi in supposizioni. Ci sono questioni ambientali e sanitarie in riferimento alle attività di smaltimento dei rifiuti del centro Eni, ad esempio: se qualcuno ha sbagliato, deve essere punito. E ricordo, inoltre, che proprio questo Parlamento ha recentemente introdotto nel nostro ordinamento nuove fattispecie delittuose per colpire chi produce danni all'ambiente. Terzo: quel che ha fatto il Governo è stato sbloccare i lavori legati al giacimento petrolifero Tempa Rossa, fermi da 26 anni. Sono opere che valgono investimenti, posti di lavoro, e furono considerati strategici anche dalle Regioni Basilicata e Puglia (quando era guidata da Vendola) ancor prima che da questo Esecutivo. Tempa Rossa è un giacimento petrolifero in Lucania con una capacità produttiva giornaliera di circa 50mila barili di greggio. Il giacimento beneficia della vicinanza di infrastrutture che possono convogliare le risorse nella rete locale di distribuzione e trasportare il petrolio, tramite condotta, fino alla raffineria di Taranto, che è terminale di esportazione per l'estero. Il progetto riunisce alcuni grandi gruppi petroliferi, tra cui Total (che è l'operatore incaricato allo sviluppo di Tempa Rossa) e Shell. Ora, posto che è assolutamente necessario verificare la corretta gestione dei lavori, posso solo dire che l'emendamento proposto in legge di Stabilità 2015, di per sé, non presenta profili bizzarri o sospetti, essendo una misura che sblocca un'opera ferma per pastoie burocratiche, tra cui una delibera del comune di Taranto annullata dal Tar nel 2015. Nel merito, insomma, non vedo nulla di negativo e non considero strano che un Governo intervenga in una situazione di questo genere, facendo procedere opere pubbliche e private. La norma, che ho votato anch'io con la legge di Stabilità, fa parte di una visione strategica, più o meno opinabile ovviamente, ma che di per sé non costituisce certamente un illecito.
Da ultimo, però, vorrei fare una riflessione riguardo alle politiche energetiche. Il petrolio estratto in Basilicata contribuisce al 6% del fabbisogno nazionale. È certamente vero che le imprese (a partire da Eni) esportano parte del greggio, ma è altresì vero che senza quel 6% dovremmo importare più petrolio. Lo scenario sarebbe il seguente: ogni anno, anziché sfruttare la produzione interna, arriverebbero in Puglia 68 maxi-petroliere in più per compensare l'ammanco. Significa ricevere negli scali, ogni 5 giorni, navi di 240 metri di lunghezza che pesano circa 12mila tonnellate. O addirittura quelle di taglia superiore, le Suezmax, che pesano 200mila tonnellate e misurano circa 300 metri. La sola Basilicata evita dunque l'arrivo di 68 giganti del mare, la cui movimentazione è ben più pericolosa delle estrazioni. Chiarito il fatto che la magistratura, sequestrando gli impianti Eni, farà i propri accertamenti anche e soprattutto per quanto riguarda l'impatto ambientale e la salute dei cittadini lucani, ancora una volta mi chiedo, però, dove pensiamo di vivere. Se in un mondo in cui i prodotti energetici sono il primo bene in assoluto o se in un mondo in cui possiamo farne a meno. La risposta è retorica e, perciò, petrolio, gas naturale e metano sono ancora indispensabili. Ricordo infatti che gli obiettivi di Europa 2020 sono di arrivare, tra 4 anni, al 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili. Negli ultimi dieci anni, l'Italia è passata da una quota del 5,3% a circa il 17%: il ruolo dell'energia pulita è immensamente cresciuto e si è sfatata la convinzione che queste fonti avrebbero sempre avuto un ruolo marginale. Gli ultimi dati Istat rilevano poi che, per quanto riguarda i consumi elettrici, l'Italia supera la media europea (25,4%) nell'uso delle rinnovabili, attestandosi al 31,3%. Sono numeri molto positivi, da valutare con grande soddisfazione, perché ci dicono che molto è stato fatto e che la direzione è giusta. E da perseguire senza alcun dubbio. Ma restano comunque parziali, per il semplice fatto che le rinnovabili non ci hanno emancipato dal petrolio o dal gas e non lo faranno in tempi brevi. Per cui stiamo attenti a non confondere i reati eventuali (di cui si stanno occupando gli inquirenti), l'opportunità politica di un ministro e la questione energetica nella sua complessità. Non mischiamo i piani: se qualcuno ha commesso illeciti è sacrosanto che venga punito; per il resto bisogna continuare a lavorare sulle fonti pulite, ma pure continuare a sfruttare i giacimenti che possediamo senza rinunciare minimamente a una transizione energetica più sostenibile e che comunque non si compirà dall'oggi al domani. E questo vale anche per le estrazioni in mare. È giusto procedere verso un ulteriore accrescimento delle quote prodotte da energie alternative, sapendo bene che ci vorrà del tempo e che in questo tempo abbiamo ancora bisogno dei combustibili fossili.
La lotta al terrorismo internazionale
nella relazione parlamentare sui Servizi di intelligence

Il 2015 è stato l'anno della svolta per l'azione dell'Isis nel contesto globale: infiltrazioni e capacità di attacco in Europa richiedono un lavoro congiunto dei Paesi e maggior scambio di informazioni
Mentre il nostro Paese sta cercando di far luce sulla terribile morte di Giulio Regeni, come ogni anno il Parlamento ha ricevuto (ai sensi della legge 124/2007) la relazione circa il lavoro dell'intelligence italiana e le risultanze messe in evidenza dai Servizi. L'attività del Sistema di informazione per la sicurezza, dal 2007 appunto, è sottoposta al controllo del Copasir, il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, organo bicamerale la cui presidenza è garantita alle opposizioni per giuste ragioni di equilibrio e controllo (il vertice attuale è il leghista Giacomo Stucchi). Al Copasir spetta la verifica delle attività dei Servizi affinché il loro operato si svolga nel rispetto della Costituzione e nell'esclusivo interesse delle Istituzioni. Il rapporto annuale affronta moltissimi temi, dallo scenario internazionale, alle situazioni interne, agli strumenti operativi: data la vastità degli argomenti, qui vorrei solo concentrarmi sulle questioni globali e in particolare sull'Isis.
Il 2015 è stato infatti segnato, senza dubbio, dal terrorismo del Califfato a partire dal primo attacco a Parigi, nella redazione del settimanale Charlie Hebdo. Rispetto alle minacce del passato, Isis presenta alcune peculiarità sempre più evidenti che richiedono strumenti d'indagine inediti. Per prima cosa, usa massicciamente internet e l'ambiente digitale. Tali tecnologie comportano il duplice effetto di: azzerare la dimensione spaziale, mettendo in crisi l'idea di una dimensione statuale o di un confine difendibile con strumenti tradizionali; generare contenuti potenzialmente infiniti, rendendo assai difficile individuare in tempo l'utenza pericolosa. Il secondo aspetto è che Isis è una realtà frammentata, come lo era anche al Qaeda ma con alcune significative differenze. Se interesse eminente del Califfato resta il consolidamento del potere regionale, a partire dall'Iraq e dalla Siria, la campagna espansionistica si è dipanata in zone limitrofe. Particolarmente colpita è la Libia, dove l'Isis ha stabilito una roccaforte da cui può coordinare gruppi, cellule e militanti attivi nell'intera regione nordafricana; e soprattutto, a differenza di al Qaeda, Isis accetta e incoraggia l'affiliazione di realtà jihadiste anche eterogenee. In questa cornice si inserisce l'alleanza ufficializzata con la nigeriana Boko Haram, l'adesione di gruppi fondamentalisti in Egitto, in Yemen, ma pure nel quadrante afgano-pakistano e nel Sud Est asiatico, oltre a innesti di cellule estremiste cecene e di altre zone del Caucaso. E qui vale la pena ricordare che poco più del 40% della popolazione mondiale vive in condizioni di piena democrazia, un dato impressionante che di certo non aiuta. Le sopracitate due caratteristiche (uso persistente del web; frazionamento e penetrazione in altri Paesi) rendono Isis un nemico da combattere su più piani e coordinando le attività di intelligence tra Paesi. Dal punto di vista informatico, poi, non sono a rischio soltanto gli Stati, ma anche gli utenti privati, la pubblica amministrazione, le aziende e le banche, che possono essere esposte alla sottrazione di dati sensibili. In questo senso, le nuove possibilità di parcellizzazione dei processi produttivi amplificano le possibilità di attacco e richiedono forme di monitoraggio sovranazionale. Un rafforzamento deciso, da parte dell'intelligence italiana, ha dunque riguardato nel 2015 la sicurezza informatica, sia in riferimento al coordinamento dei sistemi delle attività produttive di interesse nazionale che per quanto riguarda le strategie pubbliche in difesa dell'ambiente digitale.
Al di là di eventuali attacchi informatici, Isis usa però il web (molto più di quanto facesse al Qaeda) per la diffusione dei propri messaggi: si tratta di una strategia “promozionale” senza confini che risponde a finalità diverse e complementari (l'affermazione della propria potenza, il reclutamento, la pressione psicologica sui nemici). L'uso a scopo propagandistico è forse il tratto più peculiare e Isis ha mostrato di saper ben sfruttare le potenzialità della comunicazione mediante una narrativa di grande impatto: tale capacità non è cosa di poco conto, soprattutto per quanto riguarda la forza di penetrazione nel nostro continente. Isis si avvale di case di produzione di audiovisivo (la più importante è al Hayat media center) che si rivolgono a un pubblico prevalentemente occidentale proponendo video di ottima fattura e addirittura “serie” web sulla vita nel Califfato. Isis edita anche riviste in lingue occidentali, come Dabiq in inglese, Dar al Islam in Francese, Ectok in russo, ha creato videogiochi e ha in progetto l'apertura di un'emittente televisiva. Fortunatamente, secondo la nostra intelligence, nella fase attuale il Califfato non ha la capacità di sferrare attacchi gravi nell'ambiente digitale. Ciò nonostante è fondamentale dotarsi di sistemi di sicurezza sempre più avanzati perché tale capacità può ovviamente essere acquisita e non è escluso che possa esserlo in tempi brevi. Al momento molto più pericoloso è però il “fascino” che i prodotti video esercitano su centinaia di giovani europei: cruciali, per Isis, i reclutamenti dei “foreign fighters”, ovvero di persone native di altri Paesi che partono alla volta del Califfato e poi tornano nei propri Stati, dove possono realizzare attacchi sanguinari. Ricordo che il Governo e il Parlamento si sono dotati di nuovi strumenti di indagine e punizione, tramite il Decreto contro il terrorismo internazionale dello scorso anno che ha portato all'arresto di alcune decine di cittadini. Se è poi vero che una parte dei “combattenti” europei sono “immigrati”, a essere precisi sono quasi tutti di seconda o terza generazione, quindi nati in Europa o i cui genitori sono nati in Europa. Anche in questo caso, la relazione dell'intelligence non tocca solo la necessità di reprimere e ovviamente punire duramente, ma anche il fatto che i Paesi occidentali devono lavorare molto di più in termini di pari opportunità. Non avendo nulla, e nulla da perdere, la jihad dà – incredibile ma vero – a vari strati della popolazione europea una ragione di vita: le persone di origine straniera riscoprono l'estremismo islamico in chiave identitaria; gli europei doc vedono nell'Isis una motivazione. Parliamo per lo più di giovanissimi, in maggioranza sotto i 30 anni, che iniziano un processo di radicalizzazione spesso all'insaputa della stessa famiglia. Il Copasir rende noto che in Italia questi fenomeni sono presenti in misura assai minore rispetto ad altri Paesi (come Francia, Belgio, Gran Bretagna e Germania) e che in realtà non ci sono riscontri sull'esistenza di piani terroristici “destinati al” o “partiti dal” nostro territorio. Non sussistono dunque motivi peculiari di allarme, ma questo non significa che siamo al sicuro. Certo invece che i reclutamenti italiani riguardano per lo più i giovani, i soggetti che si muovono nella microdelinquenza e i detenuti nelle carceri. Risulta dunque chiaro come l'emarginazione sociale e la percezione di non avere un futuro siano, in Europa e anche da noi, il principale alleato del terrorismo internazionale.
Sul piano eminentemente operativo, i fatti dello scorso anno e quelli recenti di Bruxelles hanno palesato un salto di qualità: Isis ha dimostrato non solo infatti di poter reclutare, ma di poter attivare le cellule presenti nel nostro continente. Le più efferate azioni, a differenza ad esempio dell'11 settembre 2001, si sono concentrate inoltre sui cosiddetti “soft target”, ovvero hanno colpito luoghi nei confronti dei quali è impossibile assicurare protezione fisica permanente. Non più i centri del potere, ma i posti in cui si trascorre una serata o in cui si conduce la vita quotidiana. Dunque una decisa accelerazione sulla strada del terrorismo “puro”, che non attacca i simboli ma le persone normali. Interessante, in questo senso, la riflessione dei Servizi che ritengono “non concepibile alcuna reazione al di fuori del perimetro della legalità: le uniche armi da usare sono quelle della democrazia”. È un passaggio importante della relazione, che punta a rafforzare la capacità di informazione e prevenzione, ma senza squilibrare il rapporto tra diritti e doveri dei cittadini. Cioè senza imporre leggi sulla falsa riga del “Patriot act” di Bush Jr., grazie al quale il Governo Usa ha potuto per lustri intercettare e sorvegliare tutti gli americani. L'intelligence rileva come si possa e si debba conservare anche il sistema Schengen per la libera circolazione in Europa, che rappresenta un imprescindibile patrimonio di valori acquisiti, la cui difesa è “lo strumento principale che dobbiamo utilizzare, perché si può sconfiggere il terrorismo rimanendo uguali a noi stessi”. Un punto debole, che invece va fortemente modificato, è lo scarso scambio di dati e informazioni tra i Servizi dei Paesi Ue: anche in questo caso, coordinamento e fiducia reciproca tra Stati membri dovrebbero essere le vere risposte a una minaccia comune. La sola coalizione internazionale è necessaria ma non sufficiente sul piano della lotta al Califfato che, con le azioni terroristiche in Europa, ha soprattutto inteso legittimarsi come soggetto capace di colpire i Paesi che si oppongono alla sua volontà. Che è principalmente legata alla dimensione regionale e ha il preciso obiettivo di ridisegnare la geografia del potere nell'area mediorientale a favore della componente sunnito-salafita: bisogna ricordare, infatti, che il primo scopo dell'Isis non è la destabilizzazione europea, ma quella del Medio Oriente. In questa prospettiva, ovviamente, è molto importante anche togliere a Isis il controllo delle regioni in Siria e in Iraq. Per quanto riguarda gli sviluppi sul terreno, in Siria si è osservato l'emergere di centri di potere autonomi, a indicare una crisi degli apparati centrali, mentre molto significativi sono stati gli interventi di contrasto di Iran, Libano e Russia. Relativamente all'Iraq, Isis controlla saldamente le province nord-orientali per mantenere il controllo dei giacimenti petroliferi e fondamentale è stata l'azione di contrasto dei curdi.
Una voce interessante riguarda le risorse del Califfato, ottenute tramite redditizie attività illegali a partire dal contrabbando del petrolio. Rilevante è anche il traffico illecito di reperti archeologici (sono 12mila i siti, decine dei quali patrimonio dell'umanità, sotto il controllo dell'Isis) e significativi introiti derivano anche dalle donazioni provenienti dai Paesi del Golfo, attraverso sistemi privi di controllo o spesso nascosti da finte associazioni caritatevoli utilizzate come copertura. La fitta presenza di gruppi affiliati all'organizzazione in Libia induce a pensare che, per quanto riguarda la tratta di esseri umani, i trafficanti siano “in affari” con il Califfato; mentre per quanto riguarda l'Afghanistan, che continua a essere centro della produzione di droga, si ritiene che vadano all'Isis una parte consistente dei profitti del traffico di stupefacenti. I talebani afgani e i combattenti libici sono poi i principali fornitori di armi e di competenze logistico-operative. Da tutto questo si evince che l'Isis è una vera e propria multinazionale del crimine, alimentata dai peggiori reati di qualunque natura. Infine, va rilevato che le cellule più piccole nei vari Paesi si sovvenzionano anche con importi esigui di difficile individuazione e transitanti spesso sui circuiti legali (quasi sempre con l'impiego di prestanome, società di copertura, ecc.).
Da tutto ciò, è chiaro che i nostri Servizi lavorino su moltissimi livelli. Ovviamente la sfera d'azione geograficamente privilegiata è il cosiddetto “Mediterraneo allargato” (dal Nord Africa ai Paesi del Golfo) dove, fortemente monitorati, sono anche i traffici di sostanze stupefacenti, crescenti non solo nei volumi di produzione ma anche nel numero di Paesi usati come centri di smistamento e transito. Ancora una volta è la Libia a essere diventata un centro delle rotte del narcotraffico e qui molte consorterie criminali si dedicano contemporaneamente al traffico di droga e alla gestione dei flussi di immigrati. Oltre a questo, i Servizi assicurano protezione anche alle infrastrutture nazionali nei Paesi esposti più direttamente alla minaccia terroristica, avvalendosi di strumenti di partnership pubblico-privata. Altro fronte di impegno è rivolto a scovare trasferimenti di denaro e conti segreti o protetti e nel 2015 i Servizi hanno posto particolare attenzione ai trasferimenti all'estero, alle frodi online, alle false società create per il riciclaggio. L'attività svolta dall'intelligence ci parla insomma di un panorama che necessita di un continuo aggiornamento dei dati, con specifico riguardo anche alla capacità di precoce individuazione della minaccia. Non c'è dubbio poi che l'interdipendenza globale trovi la sua prima espressione nel versante dell'economia, dove il concorso dell'intelligence è chiamato a essere sempre più trasversale, sia sul piano della raccolta informativa che su quello dell'analisi. Parliamo quindi anche della capacità di monitorare i rischi per le imprese, di cogliere e intervenire subito sulle criticità del sistema bancario e finanziario, di contrastare lo spionaggio digitale. Alla fine del 2013 fu varata la strategia italiana in materia di sicurezza cibernetica: il comparto dell'intelligence ha lavorato in questo rinnovato contesto e si è misurata con eventi complessi, identificando infiltrazioni, possibili attacchi e ripristinando i sistemi coinvolti. I Servizi confermano che il numero di azioni in ambiente digitale con la finalità di sottrarre dati sensibili da settori industriali è in crescita. Davanti a una tale complessità, comunque, è palese che lo scambio di informazioni tra Paesi alleati resti centrale per la lotta a questo inedito pericolo globale, che si nutre dei finanziamenti più disparati, e che per essere sconfitto necessita di uno sforzo congiunto e multidisciplinare.
A fronte di tutto questo, concludo con due evidenze: riportare ordine in Libia è fondamentale per la difesa europea e occorre agire con tutti gli strumenti diplomatici internazionali per questo risultato. Secondo: la trasversalità del pericolo si affronta rafforzando i servizi di informazione, in tutti i campi sopracitati, e agendo in maniera oculata anche sul territorio siriano-iracheno con una strategia internazionale chiara e non episodica. Ma chi evoca, in maniera sommaria, scenari di “guerra” (specie in Libia) sbaglia e in misura anche peggiore rispetto al passato. Non saranno le bombe a risolvere una situazione che ha alle spalle il caos nato dalle guerre di Bush, dall'intervento francese in Libia, dalla pessima gestione occidentale della crisi siriana partita nel 2011.

Tracciabilità dei prodotti e contrasto alle merci false: la Camera approva la proposta di legge
Il 30 marzo la Camera ha approvato la proposta di legge di iniziativa parlamentare che reca disposizioni per l'introduzione di un sistema di tracciabilità dei prodotti finalizzato alla tutela del consumatore. Anche questa norma afferisce all'ambito della lotta alla contraffazione, su cui l'Aula di Montecitorio sta lavorando molto in queste settimane: la legge in questione è volta a proteggere i consumatori dai falsi che possono inoltre danneggiare la salute (si pensi ai prodotti alimentari o ai farmaci inautentici). Per evitarne la commercializzazione e rilevare gli illeciti, si vuole introdurre un sistema di tracciabilità innovativo, che certifica senza dubbio alcuno la bontà e l'autenticità del prodotto, accompagnato da misure di finanziamento per le aziende che vogliano dotarsene. Il sistema, nella sostanza, è un codice identificativo non replicabile, che contiene tutte le informazioni sul bene (dalle materie prime all'ente certificatore della filiera merceologica, dal tipo di lavorazione alla tipologia di distribuzione) e che le aziende potranno apporre su base volontaria. Per incentivarlo, la norma prevede contributi per gli investimenti sostenuti dalle imprese: Pmi, distretti produttivi e consorzi, contratti di rete e start-up, potranno ricevere un massimo di 200mila euro nell'arco di tre anni. Un decreto del Ministero dello sviluppo economico dovrà poi definire le modalità di assegnazione delle agevolazioni, secondo una disciplina che sia compatibile con le direttive comunitarie e non violi le norme sugli aiuti di Stato.

Lavori stagionali: presentata la risoluzione Pd per rivedere il regime degli ammortizzatori sociali
Il gruppo Pd della commissione Lavoro ha presentato una risoluzione, su richiesta di molti deputati e anche mia, sugli ammortizzatori sociali per i lavori stagionali, con particolare attenzione al settore turistico. Come noto, il lavoro stagionale si caratterizza per la mancanza di continuità dell'attività esercitata, ossia per l'alternarsi nel corso dell'anno di periodi di lavoro e periodi di non lavoro. La recente riforma degli ammortizzatori, inclusa nel Jobs Act, ha modificato i criteri e i modi di erogazione della nuova prestazione di assicurazione sociale per l'impiego (Naspi), destinata a tutti i lavoratori che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione. La Naspi è proporzionale alla retribuzione mensile, viene erogata a fronte di almeno 13 settimane di contribuzione nei 4 anni precedenti l'inizio del periodo di disoccupazione e di almeno 30 giorni di lavoro effettivo nell'anno precedente, ma soprattutto viene corrisposta per un numero di settimane pari alla metà delle settimane di contribuzione degli ultimi 4 anni, ma sempre a partire dall'inizio del periodo di disoccupazione, che per gli stagionali è una volta l'anno. Le nuove regole, rispetto agli ammortizzatori precedenti, portano dunque a una penalizzazione per questi lavoratori, che si troveranno senza reddito per alcuni mesi: su un rapporto di lavoro di sei mesi, la durata della prestazione sarà infatti di tre. In prima applicazione, nel 2015, l'impatto della riforma sulla durata delle prestazioni è stato reso graduale per effetto di una lettura interpretativa, contenuta in alcune circolari dell'Inps e supportata da un decreto legislativo, che ha chiarito che per lo scorso anno si salvaguardava in sostanza il trattamento precedente. Dal 2016, però, la durata della prestazione sarà calcolata secondo il regime ordinario e se non verranno apportati opportuni correttivi la nuova previsione sarà peggiore per molte persone che vivono e lavorano in luoghi in cui l'impiego stagionale è una delle forme principali di occupazione. E, per alcune località turistiche, lo è spesso. La risoluzione presentata (a prima firma del riminese Arlotti) chiede con ciò al Governo di porre in essere, alla luce delle difficoltà ravvisate in questo ambito, iniziative normative per estendere il periodo di transitorietà della disciplina degli ammortizzatori per gli stagionali, disponendo semmai misure per impiegare tali lavoratori, nei periodi di inattività, in compiti di pubblica utilità, d'intesa con le amministrazioni locali e le organizzazioni sindacali. Vedremo come andrà la discussione. Quel che è certo è che la Naspi così concepita non tutela adeguatamente questo tipo di impieghi e che occorre seguire da vicino la materia per realizzare i giusti correttivi.

Riforma del Codice della navigazione: approvata la disciplina sui servizi tecnico-nautici
È stata approvata in sede legislativa dalla competente commissione Trasporti della Camera la proposta di legge di iniziativa parlamentare che reca modifiche al Codice della navigazione in materia di responsabilità civile dei piloti e in materia di sicurezza dei servizi tecnico-nautici. Rispetto al testo iniziale, assieme ad altri colleghi sono ampiamente intervenuto sulla norma, proponendo modifiche e allargandone l'ambito che inizialmente era riservato solo al pilotaggio (vedi newsletter del 19 gennaio scorso): restando fermo il rinnovo della disciplina a riguardo, il provvedimento ora si muove ad ampio raggio, ovvero regolamenta tutti i servizi che garantiscono la sicurezza nei porti (pilotaggio, ma anche ormeggio o rimorchio dei natanti). Le nuove regole codificano dunque in modo preciso le caratteristiche dei servizi di pilotaggio, rimorchio e ormeggio che i porti devono obbligatoriamente offrire per garantire la sicurezza della navigazione, riducendo così i rischi di incorrere in incidenti e assicurando la capacità di intervento efficace in caso di pericolo, in porto e anche in mare. Quando la legge sarà approvata in via definitiva gli armatori che vorrebbero risparmiare sulla sicurezza saranno obbligati ad avvalersi dei servizi tecnico-nautici anche quando approdano a strutture di ormeggio esterne alle dighe foranee per carico e scarico di merci o passeggeri. Rimane poi la rideterminazione della responsabilità civile del pilota: attualmente la legge prevede che il pilota (che, per determinate tipologie di navi o in determinate condizioni, deve assistere il comandante in prossimità dello scalo) risponda esclusivamente per danni cagionati all'imbarcazione a condizione che venga provato che il danno dipende da sue inadempienze. Accanto alla responsabilità singola è oggi prevista la responsabilità della “corporazione dei piloti” per i danni cagionati dagli individui “nei limiti della cauzione prestata”, ossia di una forma di garanzia predisposta a tal fine: le cauzioni però non sono quasi mai idonee. La norma votata stabilisce che il pilota risponda dei danni sulla nave, ma anche su persone e cose fino a 1 milione di euro, laddove sia responsabile; al posto della corresponsabilità della corporazione si rende obbligatoria una copertura assicurativa in capo ai singoli, con un massimale pari al limite fissato per la responsabilità civile. Oltre a questo abbiamo chiarito le regole di condotta generali durante l'intera fase di entrata o uscita. Tutti servizi che, nel nostro porto, sono sempre stati egregiamente assicurati da rimorchiatori, ormeggiatori e piloti, premiati alla fine dello scorso anno anche dal ministero delle Infrastrutture Graziano Delrio. Ora la norma passa alla commissione Trasporti del Senato.
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