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Il referendum che chiedeva ai cittadini di chiudere le piattaforme estrattive presenti in mare entro le 12 miglia non ha raggiunto il quorum. Si sono recati alle urne poco più del 31% degli aventi diritto e tra coloro che sono andati a votare c'è stata, ovviamente, una netta prevalenza dei “sì” (quasi l'86%). Nella nostra Regione hanno partecipato alla consultazione poco più del 34% dei cittadini e tra questi il “sì” è arrivato all'80%. In provincia di Ravenna, dove l'affluenza è sempre sopra la media nazionale e quasi sempre regionale, hanno partecipato al voto il 28,6% dei cittadini e il “sì” è arrivato al 70%. Una conferma che i ravennati hanno grande rispetto per la partecipazione, visto che oltre 24mila elettori hanno aderito alla consultazione benché il loro intento fosse quello di dire “no” alla domanda posta. Ovvero all'abrogazione della norma che permette di proseguire il lavoro degli impianti marittimi fino all'esaurirsi dei giacimenti. Un quesito che toccava la provincia di Ravenna in maniera molto superiore ad altre, poiché gran parte degli impianti che avrebbero dovuto chiudere insistono al largo delle nostre coste. I numeri ci dicono dunque che Ravenna, città della cui vocazione democratica non si può certo dubitare, la maggioranza delle persone non ha preso parte alla consultazione (forse perché contraria), ma pure che una quota consistente (circa il 30%) è andata a votare, dimostrando encomiabile rispetto per gli strumenti decisionali diretti, per dire “no” in misura superiore rispetto al resto d'Italia.
Non ho mai fatto mistero di quel che penso e sono contento del risultato. Sia per le considerazioni di cui sopra, sia per l'esito a livello nazionale. Si trattava infatti di un referendum mal posto, voluto in maniera strumentale da alcune Regioni, che andava evitato e che contrapponeva assai poco saggiamente la necessità di combustibili fossili e la necessità di politiche energetiche orientate alle fonti rinnovabili. Le due cose possono e devono tenersi assieme senza mettere a rischio posti di lavoro e senza farci dipendere ulteriormente dai rifornimenti esteri di cui avremmo avuto più bisogno. Dunque bene: abbiamo evitato conseguenze negative. Ciò non ci impedisce, anzi ci deve spronare, a far ancor di più e meglio sul fronte dello sviluppo sostenibile. Il quesito sembrava voler dividere, infatti, coloro che sono a favore del metano e coloro che sono a favore del solare; coloro che stanno col petrolio e quelli che stanno con il fotovoltaico. È un modo demagogico di porre un tema complesso, in cui senza alcun dubbio rientra anche la tutela ambientale. Io sono a favore della produzione di energia, ovvero sono convinto che dobbiamo perseguire con decisione una transizione verso l'energia pulita nella piena consapevolezza che questa non avverrà in breve tempo e che, in questo non breve arco di tempo, abbiamo ancora necessità dei prodotti energetici tradizionali. Ricordando che la legge di Stabilità ha normato il divieto di nuovi impianti marittimi entro le 12 miglia, trovo quindi molto ragionevole che si sia scelto di non chiudere quelli già attivi. Cosa che, appunto, non contraddice in alcun modo il dovere di proseguire una politica orientata alla sostenibilità, anche nel rispetto degli obiettivi di Europa 2020 e dei protocolli internazionali in materia. Andiamo avanti. Per farlo è meglio però leggere davvero il merito delle questioni e non farsi irretire da proclami privi di fondamento.

Riforma costituzionale:
Montecitorio vota in via definitiva la fine del bicameralismo paritario

Diverse funzioni tra le Camere, snellimento dell'iter legislativo, riduzione dei parlamentari: idee discusse da 33 anni, che ora siamo in procinto di poter attuare. L'ultima parola spetta ai cittadini.
La Camera ha approvato in sesta lettura, quindi in via definitiva, la riforma costituzionale: il lavoro del Parlamento è concluso e, a livello procedurale, la Costituzione è stata modificata. Per l'entrata in vigore della riforma occorrerà invece il voto favorevole dei cittadini che in autunno (probabilmente a ottobre) saranno chiamati ad approvare o meno il Ddl, il cui obiettivo principale è il superamento del bicameralismo paritario. La revisione modifica infatti il meccanismo secondo cui entrambi i rami del Parlamento esaminano tutte le leggi svolgendo identiche funzioni. Uno sdoppiamento che risulta ormai incongruo con le esigenze di una società in rapida evoluzione e in cui le decisioni vanno prese con attenzione ma evitando una duplicazione delle stesse azioni. La riforma introduce quindi un procedimento prevalentemente monocamerale e un bicameralismo differenziato. Il Senato diventa l'assemblea di rappresentanza dei territori e sarà composto da consiglieri regionali e sindaci scelti da ogni Consiglio regionale tenendo conto dell'esito dei voti territoriali. I 100 senatori (oggi sono 315) che siederanno a Palazzo Madama rappresenteranno dunque le regioni in misura proporzionale alla popolazione (l'Emilia-Romagna ne esprimerà 6). Dopo 70 anni viene archiviato il bicameralismo perfetto, il Senato riduce i suoi componenti e spetterà alla sola Camera il compito di votare la fiducia al Governo. Gli altri cambiamenti di maggior impatto sono la revisione del Titolo V e la modifica dell'istituto referendario. Nel primo caso, la potestà legislativa delle Regioni torna a essere “residuale”, essendo ascrivibile alle sole materie non espressamente riservate allo Stato, e viene meno la legislazione concorrente. Per quanto riguarda il referendum abrogativo sono introdotti due diversi quorum per la validità del voto: quando la proposta è stata sottoscritta da 500mila elettori serve la maggioranza degli aventi diritto; quando la proposta è stata sottoscritta da almeno 800mila elettori serve la maggioranza dei votanti alle precedenti elezioni politiche. La modifica vuole rendere più probabile l'esito referendario qualora l'abrogazione sia voluta da quasi 1 milione di cittadini. Per la sintesi dettagliata dei contenuti, rimando alla mia newsletter del 19 gennaio 2015 quando trattai ampiamente il Ddl, a questo link.
Qui vorrei invece fare alcune riflessioni politiche, dal momento che questo Ddl è stato impegno centrale di questa Legislatura e il giudizio che ne daranno gli elettori sarà ugualmente centrale. C'era davvero bisogno di rivedere la Costituzione? Sì. Pertanto ho sostenuto la norma e la sosterrò al referendum: il bicameralismo paritario non è più adeguato e abbiamo creato un'architettura più efficiente. Vorrei ricordare poi, a chi ritiene che modificare la Costituzione sia sacrilego, che non solo non è la prima volta che si cerca di farlo, ma non è neppure la prima volta che si cerca di differenziare il ruolo delle Camere. È del 1983 la prima Commissione bicamerale per la riforma della Costituzione, presieduta dal liberale Bozzi: la proposta riduceva il numero dei parlamentari e affidava in via prioritaria la funzione legislativa alla Camera (pur in un disegno in cui il Senato restava organo di rappresentanza nazionale dunque accordava e revocava la fiducia al Governo). Non se ne fece nulla: la Legislatura terminò anticipatamente e le Camere furono sciolte. La seconda Bicamerale è quella presieduta prima da De Mita e poi da Nilde Iotti, i cui lavori iniziarono nel 1992 e terminarono nel 1994 ovvero un periodo di intensi cambiamenti, con alle spalle Tangentopoli e l'agonia della cosiddetta “Prima Repubblica”. Tra le proposte: il rafforzamento del ruolo del presidente del Consiglio eletto dalle Camere a maggioranza assoluta (su modello del cancellierato tedesco); la riduzione a 4 anni della durata della Legislatura; una forte limitazione nell'adozione dei decreti legge. Anche in questo caso la Legislatura finì in anticipo e, nel 1994, arrivò il primo governo Berlusconi. La terza Bicamerale fu quella presieduta da Massimo D'Alema nel 1997. Tra le proposte: la riduzione del numero dei deputati e dei senatori; la differenziazione del bicameralismo con un sistema per cui le leggi potevano essere discusse in maniera bicamerale o prevalentemente monocamerale (con primato della Camera a dirimere eventuali contrasti) o esclusivamente monocamerale (con norme discusse solo a Montecitorio); l'attribuzione di maggiori poteri al presidente del Consiglio. Dunque spunti di bicameralismo differenziato in cui si innestava l'idea di un premierato forte. La norma arriva in Aula ma a sorpresa Berlusconi chiede l'introduzione del presidenzialismo ribaltando gli accordi raggiunti e sfilandosi dal progetto che aveva detto di sostenere. Mancando i numeri, il 9 giugno 1998 l'allora presidente della Camera Violante annuncia che sono venute meno le condizioni politiche per proseguire la discussione. Dieci anni fa, invece, siamo stati chiamati al voto per decidere della riforma approvata in Aula dal governo Berlusconi. La differenza sostanziale con le esperienze sopra citate (e con la nostra esperienza) è che quella riforma non fu il frutto di un lavoro bicamerale, non fu l'esito di un dibattito tra partiti, ma una legge messa a punto da Berlusconi e da alcuni “saggi” del Pdl in una baita in provincia di Belluno, cioè in maniera a dir poco non trasparente, istituzionalmente parlando. La riforma inoltre era parecchio impattante visto che introduceva un sistema presidenziale (il presidente del Consiglio sarebbe stato eletto dai cittadini) e contemporaneamente riduceva le funzioni del Parlamento. Gli italiani per fortuna affossarono la norma (61,7% di voti contrari) che squilibrava l'assetto istituzionale facendoci passare, sostanzialmente, da una Repubblica parlamentare a una presidenziale. Oggi, per la prima volta, siamo quindi di fronte a una vera novità: questa Legislatura è riuscita a realizzare un Disegno di legge di riforma costituzionale attraverso una lunga discussione bicamerale iniziata oltre 2 anni fa, ha portato a termine tutti i passi del dibattito parlamentare e ha messo a segno con ciò obiettivi legittimi e presi in considerazione da 33 anni a questa parte. Realizzare un sistema più snello per l'iter legislativo è infatti un'esigenza sentita da decenni. Senza modificare minimamente il fondamento parlamentare della Repubblica, questa revisione riduce poi il numero dei parlamentari abbattendo così anche i costi, cosa che magari metterà a tacere qualche demagogo. L'iter della discussione della riforma che presentiamo ai cittadini è quindi del tutto trasparente, si iscrive in una storia di tentativi, andati a vuoto, di superamento del bicameralismo perfetto e di revisioni costituzionali, e risponde a bisogni avvertiti da lustri senza snaturare il parlamentarismo. Ci siamo arrivati. Bene.
Detto tutto questo, pongo un'altra domanda: la riforma è perfetta? Probabilmente no. Come nessuna riforma e nessun modello istituzionale, neppure quello che abbiamo avuto per 70 anni: non esiste un modello privo di criticità. Inoltre non va dimenticato che il modello in sé è importantissimo quanto “vuoto”, ovvero va riempito dalla qualità politica della classe dirigente e dei partiti. Quindi sta poi a noi, tutti noi, far funzionare l'idea che lo conforma. Precisato questo principio, sempre e ovunque valido, ritengo però che il testo disegni un'architettura complessiva migliore di quella odierna. Per quanto riguarda il procedimento legislativo che si verrà a creare, ci sono alcune materie concorrenti tra le due Camere e alcune procedure non puramente monocamerali: rispetto a oggi il nuovo assetto garantisce in ogni caso un taglio dei tempi (se il Senato vuole dare il proprio parere su alcune norme deve farlo entro un periodo contingentato), la fine del raddoppio dei ruoli talvolta inutile e talvolta addirittura dannoso, una velocizzazione complessiva. La riforma reca con sé anche delle incertezze e non va negato che un cambiamento così poderoso comporti delle incognite. Ci sono dei punti, in riferimento al rapporto tra Camera e Senato nell'iter parlamentare, che senza dubbio dovranno essere chiariti e “rodati”. Ma qualsiasi cambiamento contiene, per definizione, margini di dubbio e, se si mette a confronto un testo che vige da quasi 70 anni e uno appena approvato, è ovvio che la prospettiva di giudizio sia distorta: la tradizione e la sicurezza (anche dei difetti consolidati) da una parte; l'innovazione e l'incognita dall'altra. Ma credo davvero che questa riforma possa rendere più semplice il funzionamento dell'attività legislativa quindi del nostro Paese. Ricordo poi che il bicameralismo non paritario è operante in molti Stati, come in Gran Bretagna, in cui le Camere non svolgono identiche funzioni, e in maniera diversa anche in Francia, dove la sola Assemblea nazionale può sfiduciare il Governo. Imperfetto è anche il bicameralismo tedesco: spetta solo al Bundestag dare o togliere la fiducia al Cancelliere e il Bundestag, con un voto a maggioranza qualificata, può sempre superare un voto contrario del Bundesrat (che rappresenta le Regioni) nel dibattito su una norma. Sono invece pochi, e di solito poco popolati, gli Stati che hanno una sola Camera (Danimarca, Paesi scandinavi, Portogallo). Difficile, infatti, pensare che un Paese con oltre 60 milioni di abitanti come il nostro possa essere rappresentato soltanto da un ramo parlamentare: sensato, dunque, aver lasciato il Senato rendendolo rappresentante dei territori e destinandogli competenze proprie. Con ciò, questa riforma è dunque “in asse” con molti Stati europei di dimensioni comparabili all'Italia. Il bicameralismo paritario, come ha giustamente ricordato il presidente del Consiglio Renzi nel suo intervento alla Camera, fu poi un elemento di grande discussione già in sede di Assemblea costituente nel 1946: non tutti erano d'accordo a creare un procedimento legislativo così appesantito. È evidente però che, all'indomani del fascismo, si scelse giustamente di dare priorità a una decisa vigilanza parlamentare. Ma faccio presente che già allora alcuni ritennero che si fosse creato un sistema legislativo lento, utile per uno Stato che dovesse compiere pochi atti normativi.
Un punto delicato è che la riforma approvata, se entrerà in vigore, sarà “abbinata” alla nuova legge elettorale, l'Italicum, che prevede il solo meccanismo di elezione della Camera e che concede un premio di maggioranza forte alla lista di maggioranza relativa. In molti ritengono che sarebbe stato meglio attribuire il premio di maggioranza alla coalizione e una parte dello stesso Pd chiede di rimettere mano alla legge elettorale per armonizzarla meglio con la riforma costituzionale e impedire che un solo partito abbia così peso a Montecitorio. Personalmente non ritengo che, anche stando così le cose (cioè senza rivedere l'Italicum), ci troveremmo in una situazione di scarsa garanzia democratica: l'Italicum più che altro dà maggior governabilità al Paese perché l'Esecutivo non sarà più ostaggio di maggioranze spurie; il Senato, poi, farà comunque da contrappeso da un punto di vista politico, sebbene con una funzione differente rispetto a oggi, ma evidentemente attiva e presente. Oltre a questo, però, vorrei sottolineare che la riforma costituzionale è un cambiamento di diverso valore rispetto alla legge elettorale: se è presumibile che quest'ultima possa anche essere nuovamente modificata da un'altra Legislatura, la riforma costituzionale ha un respiro che si vuole durevole. Dunque, intanto, occorre valutare il Ddl in sé e per sé perché è destinato – assai più della legge elettorale – a incidere sulla struttura politica. Faccio qui presente, infine, che anche nel combinato disposto di Italicum e riforma costituzionale previsto dal Legislatore, l'elezione del presidente della Repubblica risulta ben disciplinata perché è assai arduo che un partito da solo possa eleggere il capo dello Stato, ovvero il garante delle istituzioni. I quorum per l'elezione sono alti e non scendono mai sotto i tre quinti dei votanti e solo a partire dalla settima votazione, perché prima è dei due terzi dei componenti e poi dei tre quinti dei componenti.
Ultimo punto: il coinvolgimento delle forze politiche nella discussione. La riforma è stata ampiamente dibattuta: dal 7 aprile 2014 nelle sole commissioni Affari costituzionali delle due Camere ci sono state 173 sedute e oltre 4mila votazioni. Come si sa, Forza Italia dapprima ha sostenuto la norma poi ha deciso di sfilarsi (come da tradizione, verrebbe da dire) e, come si sa, la discussione interna al nostro partito è stata molto accesa, portando a correttivi anche rilevanti (tra cui la correlazione, nella scelta dei senatori da parte dei Consigli regionali, col numero di preferenze prese dai rappresentanti territoriali nelle elezioni locali o regionali). Da molti altri partiti di opposizione, purtroppo, sono arrivati invece 83 milioni di emendamenti, una cifra che rende chiaro quanto poco si fosse intenzionati a parlare del merito e quanto forte fosse la volontà di fare ostruzionismo. In questi due anni il Pd ha tentato di raggiungere una maggioranza più ampia di quella iniziale, ma (da parte del Movimento 5 Stelle e non solo) la risposta è stata spesso un atteggiamento di pura conservazione. Una conservazione che però non è utile a nessuno. Questa Legislatura, che viene dopo quella che si è aperta col Governo Berlusconi e si è conclusa con il Governo Monti, era chiamata a riforme strutturali: da crisi e stagnazione si esce solo cambiando. Anche le regole istituzionali, fondamentali per far funzionare meglio il complesso dell'azione politica. Negare che questo serva al Paese è una sciocchezza. Inoltre, si può essere d'accordo o meno con quello che il Parlamento ha votato (perché, ci tengo a ricordarlo, è il Parlamento ad aver approvato il Ddl), ma non si può dire che ci sia stato un deficit di democrazia. Il Parlamento, sulla base della Costituzione e seguendo le regole dell'articolo 138, l'ha modificata. Questo è quel che è accaduto. Ora non ha senso denunciare opacità inesistenti, soprattutto se la critica proviene da chi si è sottratto al confronto.
Auspico quindi che la riforma venga approvata anche dai cittadini, cui in modo sacrosanto spetta l'ultima parola, perché nel merito è una modifica migliorativa. Sicuramente non perfetta, ma capace di aggiornare il sistema bicamerale ai tempi reali della società. È stato fatto un buon lavoro. Perseguito da oltre 30 anni.

La Camera approva la legge per il riordino e la miglior gestione del servizio idrico

La norma rispetta l'esito del referendum del 2011 sull'acqua e regola il settore dando più garanzie.
I primi 50 litri giornalieri verranno erogati, comunque e gratuitamente, anche in caso di morosità
La Camera ha approvato il Disegno di legge che reca disposizioni per la gestione pubblica dell'acqua e delega il Governo all'adozione di un decreto che regoli il finanziamento del servizio e le modalità di rinnovo delle concessioni. Prima di illustrare cosa dice la misura, voglio però fornire il quadro della situazione: come spesso accade, infatti, si è fatta molta disinformazione, imputando erroneamente al provvedimento di contrastare con la volontà espressa dai cittadini attraverso il referendum del 2011 sull'acqua. Un quesito che, a differenza di quello sulle trivelle, ha raggiunto il quorum ma che ugualmente era abrogativo, ovvero ha tolto due norme sgradite alla maggioranza degli italiani che si recarono alle urne. Per l'esattezza vennero stralciate: la norma che vietava la gestione pubblica del servizio; quella che garantiva una remunerazione al 7%, a carico della tariffa, dei capitali che finanziano gli investimenti. Il referendum, quindi, ha sancito che la gestione dell'acqua possa essere pubblica e che la remunerazione degli investimenti dipenda dal mercato e dalla rischiosità delle opere finanziate. Il servizio idrico, di pubblica utilità, può essere oggi gestito, infatti, direttamente dall'ente pubblico, da un privato scelto con gara, o da una gestione mista pubblico/privato (sempre con privato scelto tramite gara). Il referendum non ha sancito che la gestione dell'acqua debba essere pubblica, ma che è sbagliato che non possa esserlo. Ai Comuni, che sono gli enti di governo in questo ambito, viene garantita con ciò la piena titolarità della scelta circa il modello preferibile, che sarà dettato anche dalla sostenibilità economica e da criteri di fattibilità. Impianti, tubazioni e depuratori appartengono invece al demanio, cosa che non è mai stata messa in discussione. In questi 5 anni sono inoltre intervenuti cambiamenti normativi sul versante comunitario: la direttiva 23/2014 dell'Unione europea, stabilendo che in Italia – come in tutti gli altri Paesi – la gestione possa essere una delle tre sopracitate, regola le condizioni finanziarie e i requisiti minimi necessari per l'affidamento pubblico del servizio, secondo principi oggi recepiti anche dalla riforma del Codice degli appalti di recente approvazione. Infine, ricordo che pure la riforma della Pubblica amministrazione norma il riordino dei servizi locali di interesse economico generale, quindi anche quelli relativi all'acqua, secondo criteri volti “a rimuovere le contraddizioni normative sulla base della direttiva europea del 2014 e tenendo conto dell'esito del referendum”. Nulla di tutto questo contrasta in alcun modo con il verdetto del voto, perché quel referendum ha deciso che la gestione pubblica è, per i territori, una possibilità. Non un obbligo (magari non congruo per l'ente locale). Chiarito ciò, la legge che abbiamo votato regola meglio e ulteriormente il settore dando più garanzie anche per quanto riguarda i finanziamenti. Ma non siamo passati dalla gestione pubblica dell'acqua alla gestione privata, né abbiamo negato che il servizio possa essere pubblico: semplicemente abbiamo realizzato un sistema più definito.
Vorrei illustrare, dunque, cosa dice il Ddl, le cui finalità sono quelle di dettare norme per un più efficace utilizzo del patrimonio idrico e favorire la definizione di un governo pubblico partecipativo del ciclo integrato dell'acqua, per garantirne un uso solidale e sostenibile (articolo 1). Il testo sancisce che i diritti all'acqua potabile di qualità e ai servizi igienico-sanitari sono diritti umani essenziali (sanciti anche da una risoluzione dell'Onu nel 2010). Tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e costituiscono una risorsa da salvaguardare; il loro uso è prioritariamente destinato al consumo umano (segue l'uso per l'agricoltura e l'alimentazione animale), mentre per gli impieghi differenti va promosso il riciclo dell'acqua di recupero. Si prevede poi che le Regioni adottino misure per razionalizzare i consumi e promuovano l'installazione dei contatori in ogni unità abitativa laddove ne siano sprovviste. Per assicurare trasparenza nei confronti degli utenti, i gestori dei servizi idrici dovranno comunicare ogni anno in bolletta i dati dell'anno precedente relativi: agli investimenti realizzati sulle reti, sull'acquedotto e sugli impianti di depurazione; ai parametri di qualità dell'acqua erogata; alla percentuale media complessiva delle perdite idriche nelle reti a cui le gestioni fanno riferimento. Un emendamento presentato dal Pd e approvato in commissione Ambiente durante la discussione ha poi fissato un quantitativo minimo vitale giornaliero di acqua potabile per persona, prevedendo che l'erogazione dei primi 50 litri giornalieri sia gratuita e garantita anche in caso di morosità. L'Autorità indipendente per l'energia e il sistema idrico dovrà definire i criteri e la modalità di individuazione dei soggetti a cui i gestori non possono sospendere l'erogazione per mancato pagamento, sulla base dell'Isee. Il recupero dei minori introiti verranno assicurati agendo sulla tariffa a partire dal consumo eccedente i 50 litri, secondo un criterio di progressività. Questo significa garantire a tutti, soprattutto alle fasce sociali più deboli, il diritto all'acqua potabile. A tal fine si norma inoltre che i piani di bacino territoriali debbano contenere eventuali misure per garantire un uso delle risorse solidale tra bacini idrografici attigui, laddove ci siano disparità. I distretti idrografici costituiscono la dimensione di governo, tutela e pianificazione delle acque e l'organizzazione del servizio idrico integrato è affidata agli enti di governo di “ambiti ottimali”: le dimensioni gestionali sono definite sulla base di parametri fisici, tecnici e demografici. L'autorità di distretto idrografico deve realizzare e aggiornare semestralmente un database che censisca e localizzi i punti di prelievo dell'acqua, gli scarichi, gli impianti di depurazione. Gli enti locali dovranno adottare forme di democrazia partecipativa per le decisioni relative agli atti fondamentali di pianificazione e programmazione del servizio idrico. I Comuni dovranno poi fare una verifica complessiva dell'attività svolta dal gestore del servizio almeno 24 mesi prima della scadenza della concessione, per valutare i risultati. Per favorire la fruizione dell'acqua potabile da parte di tutti, non solo degli italiani, viene istituito un fondo di solidarietà internazionale presso il ministero degli Esteri, da destinare a progetti di cooperazione internazionale che promuovano l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari con particolare attenzione al coinvolgimento delle comunità locali dei Paesi partner. Il fondo è finanziato con un prelievo in tariffa pari a 1 centesimo di euro per metro cubo di acqua erogata.
Questi sono i contenuti principali della legge approvata, e faccio presente che il Movimento 5 Stelle ha votato anche contro l'istituzione del fondo per i Paesi poveri. Oltre a questo, poi, il provvedimento contiene una delega che dà mandato all'Esecutivo di adottare entro l'anno un decreto contenente disposizioni per il rilascio e il rinnovo delle concessioni di prelievo delle acque: sarebbe uno dei punti critici, secondo quelli che procurano infondati allarmi. E che interpretano, però, il mandato referendario in maniera distorta: ovvero come un'indicazione che obbliga alla gestione pubblica. Non è così. Con questa legge delega si evita invece di far gravare sulla fiscalità generale e sui cittadini il costo di oltre 1 miliardo di euro da riconoscere ai privati per interrompere le gestioni ora in corso, cosa che oltre tutto getterebbe il settore idrico in un caos veramente insensato. La norma si traduce in maniera molto netta: la legge chiede al Governo di semplificare le disposizioni e realizzare regole più chiare per le gestioni nel settore idrico, tenendo conto della direttiva Ue del 2014 e introducendo criteri volti a vincolare le concessioni alla piena attuazione del piano finanziario e al rispetto dei tempi previsti per la realizzazione degli investimenti. Si disciplinano inoltre le procedure di fine concessione e le modalità di indennizzo in caso di subentro. L'errore, dunque, sarebbe disciplinare le gestioni private: evidentemente a qualcuno non è chiaro che la cosa non contrasta con nessuna normativa, non tradisce il voto degli italiani ed evita infine un costo per le casse dello Stato. L'errore del Pd sarebbe, insomma, quello di regolare l'ambito, mentre secondo me il problema è che sempre più spesso le intenzioni dei comitati promotori vanno oltre gli esiti reali, concreti, dei referendum stessi. La legge, modificando la normativa vigente, afferma ora e oltre tutto che il servizio idrico debba essere affidato in via prioritaria a società pubbliche qualora siano in possesso dei requisiti prescritti dall'ordinamento europeo e recepiti dal Codice degli appalti. Si elencano infine le fonti di finanziamento del servizio idrico integrato che sono: la tariffa; le risorse nazionali; le risorse europee destinate agi enti di governo per la realizzazione delle opere necessarie a garantire i livelli essenziali del servizio in tutto il Paese. Si prevede anche che i finanziamenti della Cassa depositi e prestiti per i progetti nel settore ambientale siano destinati in via prioritaria alle società interamente pubbliche a cui è affidato il servizio idrico integrato, per gli interventi sulla rete.
In sintesi: in Italia le forme di affidamento del servizio sono quelle previste dalle norme europee; molte delle misure qui contenute sono in armonia con il Codice degli appalti, votato mesi fa, che recepisce alcune direttive; l'esito del referendum viene pienamente rispettato. La demagogia del Movimento 5 Stelle, che non ha partecipato al dibattito in Commissione e ha messo in giro la fandonia che il Pd vuole privatizzare l'acqua è ancora una volta l'unico pericolo con cui dobbiamo confrontarci. Far confusione e non lavorare nel merito dei provvedimenti sono atteggiamenti che non servono mai a migliorare la vita dei cittadini. Più passa il tempo, più il M5S dimostra invece di non saper far altro.

La casa d'infanzia di Antonio Gramsci sarà monumento nazionale: la Camera approva la legge
Il 20 aprile la Camera ha approvato una piccola ma significativa proposta di legge di iniziativa parlamentare che vuole rendere la casa di Gramsci a Ghilarza, nella provincia di Oristano, monumento nazionale. Si tratta di un riconoscimento simbolico ma importante, perché con ciò l'abitazione in cui è cresciuto uno dei più grandi filosofi del Novecento, fondatore del Partito comunista italiano, potrà diventare patrimonio dello Stato. Il senso della legge è infatti anche quello di sottolineare che Antonio Gramsci è patrimonio di tutti gli italiani, cosa evidente a tutte le forze politiche di Montecitorio tranne che al Movimento 5 Stelle, che ha votato contro, e alla Lega che si è astenuta. Forse queste formazioni ignorano la centralità di Gramsci nella riflessione politica del secolo scorso, per fortuna ampiamente nota al mondo visto che i suoi testi assieme a quelli di Dante e Leopardi sono tra le opere italiane più lette all'estero. Casa Gramsci a Ghilarza, dove il pensatore ha vissuto dai 7 anni e per tutta l'adolescenza, venne acquistata dal Pci nel 1965 ed è attualmente un piccolo museo di proprietà della Fondazione senza fini di lucro Enrico Berlinguer. La casa-museo è gestita da una Onlus appositamente costituita e vi si possono ammirare immagini, effetti personali e documenti dell'intellettuale. Nell'edificio (sede anche di incontri, dibattiti e mostre temporanee) c'è poi una biblioteca in cui è possibile consultare circa tremila volumi sulla storia del movimento operaio in Sardegna e sul lavoro del fondatore del Pci, morto nel 1937, distrutto dal carcere dove passò dieci anni perché antifascista. Se la norma verrà approvata in via definitiva (ora il testo passa al Senato) l'abitazione in cui è cresciuta una delle più significative personalità italiane sarà patrimonio inalienabile dello Stato e oggetto dunque di tutte quelle misure di protezione e conservazione proprie dei monumenti nazionali.

Legge di delegazione europea: in discussione alla Camera il recepimento di nuove direttive
All'esame della Camera (il voto finale è fissato al 27 aprile) la cosiddetta “legge di delegazione europea”, ovvero la norma che delega il Governo a recepire, tramite decreti, direttive europee non ancora inserite nel nostro ordinamento e a dare attuazione ad altri atti e decisioni quadro Ue. La legge di delegazione europea è uno dei due strumenti (l'altro è l'annuale Legge europea) di adeguamento del nostro ordinamento a quello comunitario: essendo una delega contiene i termini, le procedure, i principi direttivi per l'Esecutivo, i cui decreti legislativi saranno poi sottoposti al parere delle Commissioni parlamentari competenti. I contenuti della legge sono molti e cito solo quelli degni di menzione. Oltre a disposizioni volte a prevenire l'introduzione in territorio europeo di specie esotiche invasive, sia animali che vegetali, e a norme sull'etichettatura dei prodotti alimentari (onde definire la loro provenienza quindi agevolare la rintracciabilità d'origine) si introducono misure di coordinamento e cooperazione tra gli Stati per la tutela consolare dei cittadini dell'Unione non rappresentati in Paesi terzi. La disposizione sancisce che i cittadini europei bisognosi di assistenza consolare in Paesi extra-Ue, in cui non sono presenti ambasciate o consolati del proprio Paese, abbiano diritto ad essere assistiti da ambasciate e consolati di altri Stati membri ivi presenti. Un articolo si occupa poi di adeguare il nostro quadro normativo al regolamento Ue 751/2015 sulle commissioni interbancarie per le operazioni di pagamento con le carte di credito e i bancomat, al fine di incentivare questi strumenti soprattutto in segmenti di mercato connotati da un uso elevato del contante (come i servizi professionali) introducendo un tetto massimo per le commissioni dello 0,3%. Misura importante è l'attuazione della quarta direttiva Ue antiriciclaggio (849/2015) che completa la normativa di riferimento sulle informazioni che devono accompagnare il trasferimento di fondi: vengono attribuiti maggiori compiti alle autorità di vigilanza e sono previste norme per accrescere la trasparenza di persone giuridiche e trust, al fine di avere strumenti più efficaci per la lotta al riciclaggio. Si prevede inoltre di rafforzare le norme di salvaguardia della riservatezza e della sicurezza dei segnalanti di operazioni sospette. Particolari e più stringenti previsioni sono relative al riciclaggio con presunzione di finanziamento al terrorismo internazionale: si tratta, da un punto di vista comunitario, di una riforma del regime vigente che introduce nuove misure per conferire accessibilità alle informazioni e rafforzare la cooperazione tra le Unità di indagine finanziaria dei Paesi.

Lavoratori prossimi alla pensione: firmato il decreto che agevola il part-time nel settore privato
Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha firmato il decreto attuativo che disciplina le modalità della norma, introdotta dalla legge di Stabilità 2016, che consente il part-time agevolato in uscita per i lavoratori del settore privato prossimi alla pensione. Si tratta di una misura che introduce, nell'ambito privato appunto, alcuni elementi di flessibilità. Sarebbe poi auspicabile che tale principio venisse trattato organicamente, perché la legge Fornero ha introdotto un innalzamento dell'età pensionabile difficilmente sostenibile e che rende inoltre più arduo l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro: come noto, se ne sta iniziando a parlare e sicuramente ne scriverò quando le cose saranno chiare e soprattutto concrete. Restando nel merito, dunque, il decreto attuativo dà corpo alla possibilità, per il lavoratore che sia vicino al raggiungimento del ritiro (ossia al dipendente privato che entro il 31 dicembre 2018 abbia maturato i requisiti pensionistici), di fare un accordo con il proprio datore e passare dal tempo pieno a un orario parziale (dal 40% al 60% di quello normale) prendendo un compenso pari ai due terzi di quello ordinario. In poche parole, se anche il tempo di lavoro si dimezza, il compenso no. Questo perché l'azienda verserà in busta paga i contributi di sua competenza, che avrebbe invece dovuto versare all'Inps: questa parte si aggiungerà esentasse allo stipendio ricalcolato sulla base dell'orario ridotto. Il mancato versamento dei contributi non darà neppure luogo a una penalizzazione sulla pensione futura e imminente, perché sarà lo Stato a versare all'Inps la stessa quota al posto dell'azienda. A tal fine vengono stanziati 60 milioni sul 2016, 120 sul 2017 e altri 60 per il 2018 (il provvedimento infatti è “sperimentale” e si riferisce solo ai prossimi anni). Le risorse, va detto, non sono molte: se la misura avesse successo, 60 milioni difficilmente basterebbero a coprire la spesa. In ogni caso, non si tratta di un ragionamento ampio sulla flessibilità, ma di una misura che incentiva i lavoratori più anziani a ridurre il tempo in azienda, permettendo con ciò di aprire spazi per l'assunzione di giovani.
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