Seleziona una pagina

Tempo di lettura: 104'

*|MC:SUBJECT|*

Riforma del processo civile: Montecitorio approva la legge delega

La norma dà inoltre mandato al Governo di riordinare il tribunale per le imprese e di istituire sezioni speciali per la famiglia e i minori, al fine di valorizzare questi ambiti e dar loro unitarietà
Il 10 marzo la Camera ha approvato la legge che delega il Governo a realizzare misure per rendere più efficiente la giustizia civile e a riformarne la procedura. Come scrivevo qualche settimana fa, illustrando la corposa relazione che il Ministro competente Andrea Orlando ha svolto in Aula, questa legge è l'altro tassello della revisione del sistema civile, iniziata alla fine del 2014 con il Decreto volto a smaltire l'arretrato dando più strumenti per risolvere i contenziosi senza arrivare nelle aule dei tribunali, quindi incentivando le soluzioni extragiudiziali. Un provvedimento che ha dato i suoi frutti, come riportavo nella newsletter di inizio febbraio. La Delega votata la settimana scorsa si muove invece lungo tre direttrici principali: la specializzazione della giustizia attraverso l'ampliamento delle competenze del tribunale per le imprese e l'istituzione del tribunale della famiglia e della persona (con la contestuale soppressione-riorganizzazione del tribunale per i minori); l'accelerazione dei tempi del processo civile attraverso l'estensione del rito sommario in primo grado, la riforma dell'appello e il principio (valido in ogni fase) della sinteticità degli atti; l'adeguamento del comparto al processo civile telematico. Questi sono i tre pilastri della Delega, che è piuttosto tecnica: cerco quindi di sintetizzare in maniera discorsiva i punti principali.
Come detto, due novità rilevanti sono l'istituzione del tribunale della famiglia e della persona e l'estensione degli ambiti di giudizio per le sezioni specializzate in materia d'impresa, che diventano specializzate “per l'impresa e il mercato”. Queste corti avranno infatti ulteriori competenze su: controversie in materia di concorrenza sleale; cause per pubblicità ingannevole; class action dei consumatori; controversie societarie; dibattimenti su contratti e lavori pubblici, servizi e forniture; cause in materia di accordi di collaborazione nella produzione e scambio di beni. Con l'approvazione della legge verrà poi soppresso, o per meglio dire riorganizzato, il tribunale per i minori che fino a oggi ha avuto competenze in campo civile, amministrativo e penale in riferimento ai procedimenti in cui sono coinvolti i minorenni (affidi e adozioni, casi in cui gli imputati abbiano meno di 18 anni, ecc.). Al posto dei tribunali dei minori, che hanno oggi i propri uffici presso i tribunali ordinari, verranno istituite sezioni specializzate per “la famiglia, i minori e la persona” con competenze civili e penali. Alle sezioni specializzate circondariali (dunque sempre presso i tribunali ordinari) saranno attribuite in via esclusiva le cause in primo grado che riguardano divorzi, rapporti di famiglia, tutela dei minori. Alle sezioni specializzate che verranno istituite presso le corti d'appello saranno attribuiti in primo grado i procedimenti di: adozioni, decadenza della potestà sui figli, affidi, condotta pregiudizievole dei genitore, minori immigrati non accompagnati richiedenti asilo, altri casi devoluti attualmente al tribunale per i minorenni in materia penale e amministrativa. Il secondo grado è affidato ad apposite sezioni presso le corti d'appello. Tutto il personale oggi operante nei tribunali dei minori (magistrati, giudici onorari, dirigenti, personale amministrativo e di polizia giudiziaria) verrà assorbito presso le nuove corti e i magistrati assegnati dovranno esercitare le funzioni in via esclusiva, a garanzia dell'effettiva specializzazione dell'organo giudicante. Tra i principi e criteri direttivi di riordino c'è la composizione del collegio, che deve essere in analogia con quello del tribunale dei minori (ovvero con la presenza di esperti in psicologia e pedagogia) e la settorialità delle competenze del Pm (ovvero i magistrati devono aver esercitato nell'ambito del diritto di famiglia o avere una formazione idonea). Questo capo del provvedimento si occupa di riordino, nel tentativo di razionalizzare alcuni ambiti della giustizia civile. Se le competenze aggiuntive per il tribunale delle imprese vogliono sostanzialmente ampliare il novero delle cause afferenti, garantendo un interlocutore unico, l'esigenza di rivedere l'organizzazione dei tribunali per i minorenni corrisponde a una ragione non dissimile ovvero creare sezioni che si occupino di ragazzi e famiglie aumentando le fattispecie delle cause che possono essere dibattute, ma anche dando più importanza al contraddittorio (oggi spesso assente, mentre la Delega prevede il rafforzamento dell'ascolto obbligatorio del minorenne) e unitarietà agli interventi sul settore. L'intento è creare un solo soggetto competente per tutte le problematiche inerenti alle famiglie. La Delega intende con ciò, in entrambi i casi, valorizzare due specifici ambiti del diritto che il Legislatore considera giustamente fondamentali.
Per quanto riguarda la riforma della procedura vera e propria, il testo preserva come centrale il principio del contraddittorio ma introduce in primo grado una differenziazione a seconda della complessità giuridica delle controversie e della loro importanza economica. Le più semplici saranno decise dal giudice monocratico esclusivamente con rito semplificato di cognizione, molto simile al procedimento sommario; le altre saranno dibattute dal tribunale collegiale secondo il rito ordinario. Il processo di cognizione, disciplinato dal libro II del codice di procedura civile, può essere di accertamento (quando il giudice è chiamato ad accertare la situazione di fatto esistente tra le parti individuando la norma giuridica che deve essere applicata alla fattispecie) o di condanna se il giudice, dopo la prima udienza in cui ha ricevuto le prove e individuato la norma, ritiene di poter emettere già la decisione, valutando di avere a disposizione elementi a sufficienza. Con la riforma, questo rito semplificato potrà essere applicato a più casi rispetto a oggi, accelerando l'iter civile. Per quanto riguarda l'appello, la riforma prevede che le materie più semplici di cui sopra (ridotta complessità giuridica e contenuta rilevanza economico-sociale) siano affidate alla competenza del giudice monocratico; se il primo grado è stato effettuato con rito semplificato di cognizione, non si potrà poi passare in appello al rito ordinario. Nei casi di competenza del collegio, le cause saranno istruite ammettendo nuovi mezzi di prova solo se la parte dimostra di non averli potuti produrre in primo grado e per cause a essa non imputabili. Viene poi rafforzato il “filtro” in appello, ovvero quella serie di regole per cui una causa può essere ritenuta inammissibile in secondo grado. Ridotti i termini per il ricorso in appello o in Cassazione (30 e 60 giorni), che decorrono esclusivamente dalla comunicazione per via telematica del provvedimento, scompare dunque il termine di 6 mesi che oggi, in mancanza di notifica di parte, inizia dalla pubblicazione della sentenza. Il Ddl introduce inoltre strumenti più severi per sanzionare la parte che trascina in giudizio l’altra senza una valida ragione, ovvero chi porta in causa qualcuno con quella che si chiama “lite temeraria”. La parte che porta in aula senza motivo reale può essere condannata a pagare una somma tra il doppio e il quintuplo delle spese legali e una multa da versare allo Stato: la norma vuole disincentivare il ricorso insensato (purtroppo frequente) alla giustizia civile.
Vengono dettati criteri anche per i procedimenti speciali. In particolare il Governo è delegato a potenziare l'istituto dell'arbitrato, estendendolo anche ai casi di materia societaria e coordinandone la disciplina con le nuove competenze attribuite al tribunale delle imprese. La legge abroga inoltre le disposizioni precedentemente previste dalla legge Fornero del 2012, che prevedevano un rito abbreviato per le controversie aventi oggetto i licenziamenti illegittimi, ma sancendo per tali cause una corsia preferenziale. Il Ddl, nell'abolire il rito speciale con conseguente applicazione del rito ordinario, prevede dunque: che alla trattazione delle controversie relative all'applicazione dell'articolo 18 sui licenziamenti illegittimi i giudici abbiano cura di definire i giudizi con particolare speditezza e in via prioritaria rispetto ad altre cause; che le azioni di nullità dei licenziamenti discriminatori possano essere proposte con il rito ordinario ma anche con rito sommario di cognizione (la scelta esclude la possibilità di agire successivamente con rito diverso). Una norma consente poi la negoziazione assistita tramite avvocati anche per alcune controversie individuali di lavoro, ferma restando la possibilità di pervenire a un esito tramite la conciliazione, dunque al di fuori dei tribunali e tramite rappresentanze sindacali, oppure di avvalersi del rito ordinario se si tratta di questioni complesse. Si tratta dunque di una possibilità ulteriore e facoltativa. Altro punto potenzialmente migliorativo è l'introduzione del principio di sinteticità nel Codice di procedura civile, da applicare tanto agli atti di parte quanto agli atti del giudice. Il principio dovrà concretizzarsi nella tecnica di redazione e nella lunghezza degli atti stessi, che dovranno essere contenuti. L'intento è di estendere al processo civile il principio recentemente affermato nel processo amministrativo, con la previsione di limiti dimensionali che hanno ripercussioni positive anche sul regime delle spese. Come scritto, la legge affida all'Esecutivo infine il compito di adeguare le norme all'introduzione progressiva del processo civile telematico: il Governo dovrà intervenire sulle modalità di identificazione degli utenti telematici, sulle modalità di deposito degli atti processuali e sul conseguente rilascio dell'attestazione di avvenuto deposito. Per favorire la digitalizzazione del processo viene introdotto l'obbligo, per imprese e professionisti, di dotarsi di posta elettronica certificata. Previsti incentivi per i tribunali che smaltiscono maggiormente l'arretrato, utilizzando anche i nuovi strumenti predisposti dal Legislatore: nell'ambito dei fondi per il personale, il 40% delle risorse andrà agli uffici senza più pendenze ultradecennali e il 35% agli uffici dalle pendenze ultratriennali (in primo grado) e ultrabiennali (in appello) inferiori a un quinto dei procedimenti iscritti.
All'entrata in vigore del provvedimento, che ora passa all'esame del Senato, il Governo avrà 18 mesi per adottare i decreti legislativi necessari all'esercizio della Delega che ha, come è evidente, l'obiettivo di snellire il procedimento civile, specialmente per le cause di scarsa entità, e di riorganizzare alcuni ambiti considerati prioritari come quelli relativi al diritto di famiglia e a quello d'impresa.
Lotta alla contraffazione: discusse in Aula le proposte della Commissione d'inchiesta

Finalità principale dell'indagine presentata è quella di fornire linee di indirizzo per rivedere le norme penali di contrasto al fenomeno. Che provoca perdite all'Erario per circa 6 miliardi l'anno
La Camera ha discusso e approvato, il 3 marzo, la relazione presentata dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sui fenomeni della contraffazione e dell'abusivismo commerciale, che negli scorsi mesi ha effettuato molte audizioni in vista della stesura di questo documento che ha come principale finalità quella di fornire proposte normative, in materia penale, per la lotta alla contraffazione. Il gruppo Pd, inoltre, sta per depositare una proposta di legge complessiva per il contrasto al fenomeno: ne scriverò quando sarà del tutto precisata. Per ora faccio una sintesi dei contenuti e delle conclusioni dell'inchiesta.
La qualità dei beni offerti sul mercato è una delle leve principali per la crescita economica di un Paese e gli istituti giuridici a presidio della proprietà intellettuale (norme sul diritto d'autore, sui brevetti e sui marchi industriali) sono fondamentali per la salvaguardia dei produttori. Lo sfruttamento indebito di prodotti tutelati, la loro contraffazione o la loro imitazione costituiscono un danno economico, ma anche un danno al corretto svolgimento dei rapporti di lavoro, un danno erariale per il mancato gettito fiscale che deriva da questi illeciti, un danno sociale grave per l'arricchimento della criminalità organizzata che detiene per lo più il business dell'abusivismo. Oltre alla contraffazione vera e propria è poi in costante crescita una pratica insidiosa, cioè la falsa evocazione di origine di un prodotto che gli acquirenti considerano di qualità: è il caso del falso “made in Italy” o di quello che si definisce “italian sounding” (cioè “sentore italiano”) di cui un esempio tipico è il “Parmesan” che dovrebbe richiamare il Parmigiano ma che non è neppure suo lontano parente. Si tratta insomma della commercializzazione di merci, per lo più collocate all'estero, che richiamano l'italianità ma non hanno niente a che vedere con l'Italia. Le caratteristiche del nostro sistema produttivo ci espongono a tutte le forme di illecito sopramenzionate, i cui effetti hanno assunto dimensioni tali da rappresentare un problema serio. Quantificare è un'operazione complessa perché i dati a disposizione (visto che si parla di attività illegali) possono essere solo frutto di approssimazioni. L'Organizzazione mondiale del commercio stima che i beni contraffatti nel mondo rappresentino circa il 6% del totale, per un “fatturato” di circa 600 miliardi di dollari l'anno. Si tratta dunque di un fenomeno imponente che danneggia soprattutto le economie particolarmente incentrate su ricerca, innovazione e creatività, come quella dell'Unione europea in cui il 39% del totale dell'attività complessiva (per un ammontare di 4.700 miliardi di euro) è generato da industrie ad alta intensità di diritti di proprietà intellettuale. I prodotti protetti costituiscono l'89% delle esportazioni Ue nei Paesi extra Ue: sono prodotti elettronici, informatici, ma anche abbigliamento, giocattoli, medicine, cosmetici, prodotti chimici e alimentari. Più che per altri Paesi europei, la contraffazione è molto lesiva per l'economia italiana: il ministero per lo Sviluppo economico stima che nel nostro Paese generi un ammanco all'erario di circa 6 miliardi di euro l'anno (circa il 2% del totale delle entrate erariali) e tolga lavoro ad almeno 105 mila persone. Il 40% dei prodotti italiani contraffatti riguarda abbigliamento e scarpe, seguiti da alimentari, apparecchiature elettroniche, gioielli, giocattoli, prodotti informatici, cosmetici. La stessa stima ministeriale calcola il valore dei beni contraffatti a circa 17,7 miliardi di euro. Se la cosa funziona, però, è perché esiste una domanda: secondo una ricerca del Mise, gli acquirenti hanno, in generale, un atteggiamento tollerante. Le persone sono consapevoli del fatto che produrre articoli falsi costituisce reato e anche che l'acquirente è sanzionabile, ma questo non determina un rifiuto: i consumatori pensano che comprare un oggetto contraffatto sia legittimo perché fa risparmiare, la pratica tutto sommato viene ritenuta socialmente accettabile e l'illecito di lieve entità. Si riscontra, dunque, un problema di accettazione quando non addirittura di “connivenza” da parte di molti, in particolare su merci che hanno a che fare con la moda (molto meno, fortunatamente, per quanto riguarda farmaci o beni alimentari, ovvero quando ci possono essere pericoli per la salute). La Commissione ritiene importante, perciò, promuovere campagne informative per sensibilizzare i cittadini delle gravi conseguenze di questi illeciti, a partire dal ruolo della criminalità organizzata che grazie a questi comportamenti si alimenta, fino alla truffa fiscale e all'effetto indiretto di deprimere comparti economici. Insomma, tutte cose affatto lievi.
L'indagine espone poi in rassegna le norme, nazionali e non, che disciplinano il campo: sono molti i trattati internazionali che tutelano i diritti di proprietà intellettuale, i marchi, i brevetti ed esistono numerosi organismi che vigilano sulla corretta applicazione di questi accordi. Numerose anche le normative europee, vincolanti per gli stati membri. L'Ue ha anche un piano di azione doganale contro le violazioni dei diritti di proprietà intellettuale e ha rafforzato l'Osservatorio europeo in materia di lotta alla contraffazione di marchi e brevetti. Il quadro internazionale e quello comunitario offrono un'avanzata legislazione in materia di tutela del diritto d'autore o intellettuale, ma è ancora molto debole la lotta alla contraffazione di prodotti non brevettabili, che è limitata in Europa agli aspetti doganali. Quasi inesistente è poi la tutela del “made in” che sanzioni chi, senza violare direttamente marchi e modelli, imiti in maniera tendenziosa l'aspetto di prodotti di qualità. Le audizioni svolte dalla Commissione d'inchiesta hanno però sottolineato come la tutela del “made in” sia una delle esigenze più avvertite dagli operatori economici, perché la sua violazione determina una grave penalizzazione per l'industria manifatturiera nazionale. Bisognerebbe intanto rendere obbligatoria l'indicazione di origine nelle etichette: per l'Italia avrebbe molta rilevanza, quindi, il varo del cosiddetto “pacchetto sicurezza prodotti” dell'Ue, in cui viene previsto proprio l'obbligo di provenienza sulle etichette delle merci non alimentari vendute nel mercato comunitario. L'iter di approvazione è stato però bloccato da alcuni Paesi membri (a cui probabilmente conviene confondere le carte): dobbiamo insistere per giungere a un accordo. In questo contesto vale la pena infatti sottolineare che, mentre la contraffazione è un illecito in moltissimi Stati, l'evocazione illegittima dell'origine è raramente considerata tale. Per tale ragione l'italian sounding è un enorme affare che si muove in un'ampia e indefinita zona grigia: secondo Coldiretti, l'imitazione dei prodotti dell'agroalimentare italiano nel mondo ha un fatturato che si aggira attorno ai 60 miliardi di euro l'anno. Cioè un valore quasi doppio rispetto al fatturato delle nostre esportazioni agroalimentari, che è di circa 34 miliardi. La sfida qui si gioca soprattutto negli Usa, dove il 97% dei sughi, il 94% delle conserve e il 20% dei formaggi sono imitazioni di originali italiani. Quindi servirebbero nuovi accordi sovranazionali per normare una pratica molto scorretta.
La normativa nazionale registra invece un problema di armonizzazione tra le fattispecie previste dal Codice penale e da altre leggi speciali: c'è un numero eccessivo di capi diversi di reato sulla materia, effetto di stratificazioni legislative motivate dall'intento di assicurare tutela ai diversi settori merceologici, ma che hanno al fine determinato incoerenze diminuendo l'efficacia del contrasto. Molte leggi italiane, che risalgono ad anni fa, non potevano poi prevedere lo sviluppo legato alle filiere sovranazionali: manca infatti la differenziazione tra responsabilità marginali (piccoli ambulanti o piccoli produttori locali) e la contraffazione svolta in modo organizzato e su scala globale. Una delle proposte è dunque distinguere le ipotesi di contraffazione meno gravi e legate a fenomeni di marginalità da quella ben più rilevante in termini economici e di pericolosità sociale, in quanto condotta su base organizzata. La proposta è di prevedere, per la contraffazione di particolare gravità, una fattispecie di reato autonomo, soprattutto laddove sia svolta in forma strutturata e sistemica. Per le fattispecie meno gravi si invita il Legislatore, invece, a introdurre sanzioni amministrative, più efficaci rispetto all'azione penale, ma a carattere interdittivo (confisca della merce, chiusura degli esercizi commerciali o produttivi, sospensione o revoca delle licenze). Tali sanzioni appaiono più idonee a combattere lo smercio al dettaglio e meno dispendiose rispetto ai procedimenti nei tribunali.
In conclusione, la Commissione ha individuato tre linee di indirizzo per giungere alla semplificazione dell'impianto normativo penale per il contrasto alla contraffazione. In primo luogo si propone una ricollocazione nel Codice penale di tutte le fattispecie dei reati in materia (esclusa la tutela del diritto d'autore), concependoli come reati contro l'industria e il commercio. Non più reati di “falso”, come sono ora, ma reati economici. In secondo luogo, il criterio per differenziare i capi di imputazione dovrebbe far riferimento ai diritti tutelati (e violati) e non tanto ai settori merceologici dei prodotti. Molte norme esistenti diversificano i rati per settore produttivo (agroalimentare, industriale, ecc.): dalle analisi e dal complesso delle audizioni emergono invece come prioritari due distinti settori di intervento. Ossia: la tutela della contraffazione in senso proprio (contraffazione dei segni distintivi, quindi usurpazione dei titoli di proprietà); la tutela dei beni non coperti da segni distintivi, per i quali si viola l'etichettatura che attesta l'origine (in questa categoria si inserisce il tema del made in Italy e il contrasto all'italian sounding). Si propone di distinguere, dunque, la contraffazione in senso stretto e la contraffazione in senso lato, ugualmente dannosa. Terzo punto: si chiede di perseguire con durezza le filiere internazionali, prevedendo un reato autonomo che colpisca la pratica organizzata. Al nuovo reato, che potremmo definire di “contraffazione grave” e che si propone punibile fino a 6 anni, potrebbe essere anche applicata una pena pecuniaria per colpire gli illegittimi profitti sull'esempio delle norme antimafia e sulla falsariga dei reati tributari. Pertanto, dal punto di vista investigativo, si propongono di estendere a questo reato i poteri di indagine patrimoniale e le misure di prevenzione patrimoniale previsti oggi dalla legislazione antimafia (anche qualora le organizzazioni non avessero a che fare con la mafia in senso stretto) e l'applicazione delle regole per le intercettazioni di conversazioni e comunicazioni. Occorre anche dare maggior coordinamento alle banche dati delle forze di Polizia, integrandole inoltre alle banche dati delle Camere di commercio al fine di consentire un efficace controllo sulle imprese che, specialmente in certi comparti (si pensi al distretto tessile di Prato, dove le imprese cinesi si costituiscono e mutano denominazione o cessano rapidamente di esistere) sarebbe di grande aiuto per monitorare il fenomeno. Infine: la dimensione sovranazionale della filiera evidenzia difficoltà nel condurre indagini che esulino dal mero ambito italiano. Un aspetto particolare, in tal senso, è rappresentato dalla difficoltà (e dal costo elevato) di effettuare le rogatorie internazionali. Nel caso di contraffazione via web la difficoltà è aumentata anche da un mercato di provider, piattaforme e siti localizzati fuori dall'Italia e di ardua individuazione. Da questo punto di vista, dobbiamo continuare ad agire a livello comunitario (a partire dall'approvazione del “pacchetto sicurezza prodotti”) e internazionale per difendere il made in Italy e normare il commercio online, ma anche per coordinare le indagini tra Polizie di vari Paesi.
La Camera ha approvato il documento che qui ho riassunto. L'auspicio è che, da tutto questo lavoro, si pervenga almeno sul piano nazionale a una normativa più adeguata alle esigenze di contrasto al fenomeno, che è molto cambiato nel corso del tempo e che va quindi affrontato in maniera differente rispetto al passato. Con l'imminente proposta di legge del gruppo Pd, noi daremo il nostro contributo affinché ciò avvenga.

Riordino del contributo pubblico all'editoria e istituzione del nuovo Fondo per l'informazione
La Camera ha approvato in prima lettura la legge che delega il Governo al riordino della normativa in materia di sostegno pubblico all'editoria e che istituisce il Fondo per il pluralismo e l'innovazione dell'informazione. La misura è dunque divisa in due parti: nella prima parte si istituisce, presso la presidenza del Consiglio dei ministri, il nuovo Fondo le cui risorse comprenderanno voci di finanziamento già esistenti e nuove forme di stanziamento. Tra le prime vanno annoverate le risorse statali per il sostegno ai quotidiani e ai periodici nazionali e locali e quelle destinate all'emittenza locale radiofonica e televisiva (circa 90 milioni di euro); tra le seconde una quota eventuale proveniente dal canone Rai, laddove ci siano eccedenze rispetto alle previsioni di bilancio, e un contributo pari allo 0,1% del reddito complessivo da parte dei concessionari di pubblicità o da chi effettua attività di intermediazione acquistando spazi sui prodotti editoriali. Con ciò l'editoria potrà godere di strumenti diversificati di sostegno. La seconda parte del provvedimento delega invece il Governo, entro sei mesi dall'entrata in vigore della legge, a rivedere la disciplina dei contributi diretti, le misure per favorire gli investimenti delle imprese editoriali, gli incentivi per i progetti innovativi e la riorganizzazione del sistema distributivo. La legge norma l'esclusione dai contributi pubblici per: gli organi dei partiti e dei sindacati, i periodici specialistici a carattere tecnico e quelli di proprietà di società quotate o che siano partecipati da società quotate. I grandi colossi editoriali sono per la prima volta esclusi. Vengono favorite invece la piccola editoria nazionale e locale, le cooperative di giornalisti, le organizzazioni no profit, i periodici destinati ai non vedenti, alle minoranze, le testate italiane all'estero. Sempre che applichino regolarmente i contratti di lavoro e siano attenti alla qualità del prodotto (viene fatto espresso divieto, ad esempio, di ospitare pubblicità offensive o lesive dell'immagine delle donne). Inoltre, le testate nazionali dovranno dimostrare di vendere almeno il 30% delle copie distribuite (e non più il 25% come oggi) ovvero si avrà accesso ai contributi a fronte di un monte copie venduto più alto, richiedendo un riscontro maggiore nel rapporto tra giornali e lettori. Sul fronte della distribuzione dei prodotti editoriali, cioè le edicole ma non solo, si è voluta precisare meglio la portata dell'apertura del mercato specificando, ad esempio, che la nuova normativa non pregiudica in alcun modo i procedimenti amministrativi in corso sulla base degli attuali piani comunali e che occorre effettuare una mappatura dei punti vendita prima di ampliare il numero dei soggetti preposti. Si delega l'Esecutivo, infine, a introdurre incentivi per gli investimenti destinati al digitale e al multimediale e ad assegnare risorse a progetti innovativi presentati da imprese editoriali di nuova costituzione mediante bandi indetti annualmente. Mi pare un buon riordino, che sostiene i gruppi più piccoli e giustamente esclude quelli che possono farcela da soli (ovvero le testate più rilevanti), confermando però che l'idea che lo Stato debba aiutare il pluralismo dell'informazione con l'intervento pubblico. Ovvero che il mercato, da solo, non basta in un settore così delicato. Hanno votato contro la legge Forza Italia e il Movimento 5 Stelle. Ora la norma passa al Senato.

Commercio equo e solidale: votata alla Camera la legge che disciplina la filiera
Il 3 marzo Montecitorio ha votato la legge di iniziativa parlamentare che reca disposizioni per la disciplina del commercio equo e solidale: questa peculiare filiera è infatti priva di una normativa nazionale, cosa che crea difficoltà nel differenziare ciò che è autenticamente prodotto equo e solidale da ciò che non lo è, chi mette in campo buone pratiche e chi invece dichiara solo di farlo. Finalità della legge è dunque il riconoscimento delle organizzazioni, dei loro enti rappresentativi e degli enti di promozione dei prodotti afferenti a tale categoria. Il provvedimento pertanto sancisce che, per commercio equo e solidale, si intende un rapporto con un produttore in forza di un accordo basato sulla solidarietà sociale e finalizzato all'equità delle relazioni commerciali. Tale accordo deve essere di lunga durata e stipulato allo scopo di consentire, accompagnare e ampliare l'accesso al mercato del produttore, di solito attivo in un Paese in via di sviluppo o marginale dal punto di vista commerciale. Il committente si impegna a pagare un prezzo equo e a misure per il graduale miglioramento della produzione e del benessere della comunità locale, a fronte dell'obbligo del produttore di garantire condizioni di lavoro sicure e di remunerare in maniera adeguata le persone. Tale tipo di commercio è insomma orientato a sostenere produzioni che difficilmente avrebbero accesso ai nostri mercati e a mettere in atto iniziative positive in zone economicamente deboli. Di conseguenza si disciplinano le organizzazioni del commercio solidale come soggetti che avviano tali accordi e distribuiscono all'ingrosso o al dettaglio i beni oggetti del contratto. Le organizzazioni possono essere costituite in varie forme giuridiche, ma sempre senza scopo di lucro, e rappresentano i soggetti di “primo livello” nell'ambito del sistema di qualificazione previsto dal testo di legge. La loro certificazione deve infatti passare attraverso l'iscrizione in un registro, tenuto dagli enti rappresentativi delle organizzazioni: questi sono soggetti costituiti su base associativa, con un'adeguata rappresentanza territoriale, senza scopo di lucro, che approvano il disciplinare di filiera dell'ambito e curano il registro in cui sono iscritte le singole organizzazioni. Questi enti devono con ciò controllare il rispetto del disciplinare cui le organizzazioni affiliate hanno aderito (pena la loro cancellazione dall'elenco) e sono il “secondo livello” normato dalla legge. Vengono infine definiti gli enti di promozione dell'intera filiera, che possono anche concedere in licenza uno o più marchi riconosciuti. In conseguenza di tutto ciò si istituisce l'elenco nazionale del commercio equo e solidale suddiviso in: organizzazioni singole; enti rappresentativi delle organizzazioni; enti di promozione. L'elenco, pubblico, darà la certificazione di tutta la struttura consentendo ai cittadini una corretta informazione. A fronte di tali precisazioni, oggi inesistenti, si stabilisce che solo i prodotti riferiti a questa filiera possano essere presentati, etichettati e pubblicizzati con la denominazione di “prodotto del commercio equo” e si fa divieto di tale denominazione per le imprese non iscritte all'elenco nazionale. Lo Stato si impegna a promuovere tali prodotti in particolare per i servizi di mensa delle amministrazioni pubbliche, anche nel rispetto della normativa Ue per incentivare i consumi sostenibili nella Pa. Le Regioni non possono prevedere discipline diverse da quella qui normata in merito all'accreditamento degli enti, delle organizzazioni, dei prodotti. Ricordo qui che l'Emilia Romagna riconosce da anni il commercio equo e solidale con una legge che contempla anche agevolazioni per le imprese del settore e iniziative per favorire la consapevolezza dei consumatori. Le Regioni infatti si sono mosse da tempo autonomamente, ma manca ancora la cornice nazionale che intendiamo varare. L'esame della norma ora passa al Senato.

Concessioni demaniali marittime: dopo l'ammonimento Ue è urgente il Decreto di riordino
A fine febbraio, l'avvocatura generale della Corte di giustizia europea ha ammonito severamente l'Italia per la proroga al 2020 delle concessioni demaniali marittime in essere, decisa dal Governo ma contraria secondo l'Ue al diritto europeo e in violazione della famigerata “direttiva Bolkestein”, ovvero la norma del 2006 che impone il rilascio delle licenze demaniali solo in seguito a bandi di gara. Come più volte detto, la direttiva – che afferisce agli strumenti comunitari per la concorrenza – non può funzionare per un Paese come il nostro, una penisola con migliaia di km di spiagge che costituiscono per gli operatori la base di un investimento di lungo periodo (nella sola provincia di Ravenna abbiamo 47 km con circa 400 stabilimenti). L'ammonimento di fine febbraio è però prodromico a una sentenza probabilmente negativa della Corte Ue, quindi è urgente un nuovo e organico intervento normativo sulla materia, che tenga conto della direttiva ma che tuteli chi opera già nel turismo balneare. I parlamentari del Pd, di concerto con la Conferenza Stato-Regioni e il Governo, hanno dunque elaborato una proposta, che deve diventare un Decreto, per prevedere un doppio binario: da una parte possono essere messe a gara le concessioni nuove, ovvero quelle per i tratti di litorale non ancora occupati da stabilimenti; dall'altra occorre invece concepire una corsia preferenziale, per chi già opera, rispetto al rinnovo delle licenze già emesse. La proposta comunque è di rilasciare concessioni della durata minima di 10 anni e massima di 30. Inoltre, vogliamo chiarire dettagliatamente cosa sia un'opera removibile e cosa sia un'opera difficilmente removibile, che è un criterio importante per il rilascio: non è possibile, infatti, far finta di non capire che gli investimenti hanno bisogno di essere ammortizzati e recuperati, e che non stiamo parlando di un comparto residuale per il nostro Paese, ma di un pezzo significativo dell'imprenditoria turistica (oltre 30mila piccole imprese). Certamente, dunque, il nostro Governo dovrà continuare a negoziare in sede Ue affinché questa specificità sia riconosciuta. E certamente è urgente varare il Decreto, perché non possiamo attendere il pronunciamento definitivo della Corte di Giustizia, ma dobbiamo intervenire anticipandolo e regolando il settore una volta per tutte.

Recupero dell'evasione fiscale: 14,9 miliardi nel 2015, anno record per l'Agenzia delle Entrate
La settimana scorsa, mentre l'Ue ha dato il suo benestare alla legge di Stabilità 2016 (pur mettendo in luce la necessità di ridurre debito e deficit), buoni dati sono arrivati in relazione a uno dei peggiori mali del nostro Paese, ovvero l'evasione fiscale. I risultati dell'attività 2015 dell'Agenzia delle Entrate hanno infatti segnato un nuovo record: 14,9 miliardi di evasione recuperati a fronte dei 14,2 miliardi del 2014 (altro anno record). Vale la pena sottolineare che 250 milioni sono stati ottenuti grazie alla strategia di dialogo tra amministrazione finanziaria e contribuenti (la cosiddetta compliance fiscale introdotta da questo Parlamento), una sollecitazione “amichevole” dell'Agenzia che permette al cittadino di correggere in fretta la propria posizione e pagare il dovuto. Se si guarda alle platee dei soggetti sottoposti a controllo, 2 miliardi sono stati ottenuti da 1.212 evasori, che si collocano tra i 3mila grandi contribuenti monitorati con peculiare attenzione dal fisco; 1 miliardo e 670mila euro sono stati invece recuperati dai controlli sulle piccole e medie imprese. Sono dati significativi, anche perché la lotta all'evasione, di cui il recupero delle tasse non pagate è uno degli aspetti, è essenziale proprio per ridurre le imposte: meno evasione e meno tasse sono due facce della stessa medaglia. Ricordo qui che la pressione fiscale è scesa in un anno dello 0,4%, passando al 43,2% del 2014 al 42,8% del 2015. Il Governo e il Parlamento hanno infatti ridotto il cuneo fiscale (con gli 80 euro ai dipendenti), cancellato l'Irap sul lavoro, tolto la Tasi sulla prima casa e l'Imu su terreni agricoli e sugli imbullonati. C'è ancora moltissimo da fare (sono purtroppo circa 8.500 gli evasori totali, secondo la Guardia di Finanza) e gli scandali sulla materia non mancano mai, ma negli ultimi anni le performance dell'Agenzia delle Entrate sono migliorate, anche grazie ai provvedimenti presi, consentendo dunque qualche margine di alleggerimento per i cittadini onesti.
Share
Tweet
Forward


Partito Democratico Ravenna · Via della Lirica 11, 48124 Ravenna (RA)






This email was sent to *|EMAIL|*
why did I get this? unsubscribe from this list update subscription preferences
*|LIST:ADDRESSLINE|*

*|REWARDS|*