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Le unioni civili si apprestano a diventare il nuovo istituto giuridico del diritto di famiglia che disciplina i legami di coppia tra persone dello stesso sesso. Un istituto che si affianca al matrimonio eterosessuale. A mio avviso, questa è la vera (e buona) notizia uscita dalla lunga discussione in Senato che si è conclusa con l'approvazione del Ddl Cirinnà. Come ho scritto nella scorsa newsletter, personalmente ero e resto favorevole anche all'adozione del figlio biologico del partner. Ma, come sappiamo tutti, per arrivare ad approvare le unioni civili (dopo che il Movimento 5 Stelle ha come sempre dimostrato di non aver alcuna pulsione costruttiva nel proprio Dna politico), si è deciso di stralciare la “stepchild”, ovvero si è espunta la norma che dava la possibilità, per lesbiche e gay, di diventare genitori del bambino della propria compagna/o. Come scrivevo sempre nella mia precedente newsletter, ero piuttosto convinto che le unioni civili sarebbero andate in porto senza grossi traumi, mentre ero piuttosto scettico sul fatto che le adozioni sarebbero passate senza colpo ferire. È stato così. Nonostante questo, io credo che abbiamo compiuto un passo in avanti molto significativo per le coppie omosessuali che vogliano impegnarsi in un'unione famigliare e che abbiamo dato anche più garanzie a tutti gli eterosessuali e omosessuali conviventi disciplinando in maniera chiara alcuni diritti per le coppie di fatto. Non sono poi state toccate, per le unioni civili, le questioni più importanti legate ai rapporti tra le due persone che contraggono l'istituto (pensione di reversibilità, agevolazioni amministrative, possibilità di dotarsi di un cognome comune, detrazioni fiscali, diritti di successione), e che sono considerate a tutti gli effetti una famiglia. Non è un risultato da poco: lo aspettavamo da 20 anni. Lo stralcio delle adozioni lascia però aperta una lacuna normativa che, nelle intenzioni dichiarate del Pd, dovrà essere risolta presto con un Ddl che riformi l'intera disciplina e apra alla possibilità di adottare bambini anche per gay e lesbiche. I deputati ne inizieranno a parlare già questa settimana, con una riunione del gruppo.
La vera stortura resta infatti, a mio avviso, la scarsa tutela dei bambini che già vivono e vengono cresciuti in una coppia omosessuale e che continueranno ad avere un solo genitore riconosciuto come tale. Penso sia una discriminazione rispetto agli altri e un problema che va sanato. Per farlo, le famiglie oggi devono rivolgersi ai tribunali, che hanno già e più volte riconosciuto la genitorialità al partner della mamma o del papà biologico del bambino, anche qualora fosse dello stesso sesso. Le sentenze hanno già recepito infatti la necessità di dare più garanzie, o per meglio dire le stesse garanzie che hanno tutti i bambini, ai nati all'interno di una famiglia omosessuale. Sarebbe corretto intervenire con una cornice normativa certa e auspico ci si arrivi: se così fosse, e spero che lo sia, potremmo approdare a un ottimo risultato con un percorso non dissimile a quello che mise in campo a suo tempo la Germania, che prima normò le unioni omosessuali poi la possibilità di adozione al loro interno. Impostando un ragionamento diverso, che non miri al diritto di avere figli ma al diritto del minore di avere una famiglia (quindi vedendo il bambino come soggetto del diritto), spero infatti si possa pervenire a una misura condivisa sulla materia. Intanto, restando ai fatti, vedo come molto positivo l'esito raggiunto in Senato: riconoscere le coppie omosessuali attraverso un nuovo istituto del diritto di famiglia, l'unione civile. Che ricalca sostanzialmente e pienamente diritti e doveri del matrimonio, dando all'unione omosessuale lo stesso senso e valore.
La Camera approva la norma sul conflitto di interessi per chi ricopre cariche di Governo

L'Antitrust riceverà i dati patrimoniali e potrà decidere anche la cessione della gestione aziendale, se le incompatibilità sono tali da distorcere concorrenza e corretto svolgimento del ruolo pubblico
Il 25 febbraio, mentre il Senato votava le unioni civili, la Camera ha approvato in prima lettura un'altra norma importante, ovvero la legge di iniziativa parlamentare che disciplina il conflitto di interessi, un tema che anni fa era al centro delle preoccupazioni politiche e fulcro di polemiche arroventate, mentre ora si può affrontare senza la spada di Damocle del berlusconismo. Come accade, in questa Legislatura, per molte altre norme e in particolare per quelle legate alla giustizia. La legge, frutto di una lunga disamina in commissione Affari costituzionali, trova a mio avviso un buon punto di equilibrio per impedire che chi ha a disposizione ingenti patrimoni possa ricoprire senza alcuna remora cariche di governo, ma senza creare una fobia punitiva (come avrebbero voluto i deputati del M5S, che hanno votato contro la norma assieme a Forza Italia) in relazione a chiunque nella vita abbia un lavoro importante o abbia svolto attività imprenditoriali. Essere politici e ricoprire cariche di governo non deve comportare il fatto di non aver mai fatto nulla di significativo: il punto è impedire di abusare del potere politico per fare i propri interessi. In questo senso, perciò, quella votata è una norma forte, che finalmente disciplina per il futuro quel che non è stato ben disciplinato nel passato (portando a un'anomalia che ha spesso inficiato il funzionamento dell'azione istituzionale). La proposta di legge sul conflitto di interessi era dunque una di quelle riforme necessarie e che andavano affrontate.
Destinatari della legge sono il presidente del Consiglio, i vicepresidenti, i Ministri e i viceministri, i sottosegretari, i commissari straordinari di Governo, i presidenti delle Regioni e delle Province autonome e le loro giunte, i presidenti e i membri delle Authority, i parlamentari italiani e i consiglieri regionali. Secondo la legge, si ravvisa conflitto in tutti i casi in cui il titolare di una delle cariche sia portatore di un interesse privato tale da condizionare l'esercizio delle funzioni pubbliche e tale da alterare le regole di mercato relative alla libera concorrenza. Quindi: quando una posizione politica possa essere sfruttata per benefici personali; quando le scelte potenziali che la posizione politica implica possano distorcere le regole generali. Che sono i due problemi, le due ingiustizie, legati alla materia. La legge individua poi criticità eventuali e diverse a seconda dei profili degli incarichi, se di governo o se di rappresentanza: nel primo caso parliamo di situazioni che possono determinare l'incompatibilità con la carica pubblica, nel secondo di situazioni che possono determinare l'ineleggibilità. In entrambi i casi, però, l'eventuale conflitto di interessi diventa una situazione da risolvere: preventivamente per poter essere eletti (parlamentari e consiglieri regionali); nel momento stesso dell'assunzione della carica pubblica per poterla esercitare (membri del Governo e delle Regioni).
I soggetti destinatari della norma dovranno fornire tutti i propri dati al celebre e tante volte invocato “Antitrust” prima di presentarsi alle elezioni o immediatamente dopo aver ricevuto un incarico. La competenza per l'attuazione delle nuove disposizioni e per la loro vigilanza è infatti attribuita all'Autorità garante della concorrenza e del mercato, chiamata anche Antitrust, la cui composizione viene aumentata da tre a cinque membri, scelti dal Parlamento tra: professori universitari in materie giuridiche ed economiche, alti magistrati, avvocati e commercialisti con alle spalle almeno quindici anni di esercizio della professione, altre personalità di comprovata professionalità e indipendenza provenienti da settori economici. Per quanto riguarda tutte le cariche di governo nazionali e territoriali, la legge prevede che, entro 20 giorni dall'incarico, i titolari forniscano un'informativa dettagliata all'Autorità, affinché possa rilevare eventuali distorsioni. Bisogna trasmettere: l'ultima dichiarazione dei redditi, lo stato patrimoniale e le quote eventuali di aziende di cui si sia in possesso (anche tramite interposta persona). Queste stesse informazioni sono richieste anche per i coniugi, per i conviventi e per i parenti fino al secondo grado di chi assume l'incarico. L'Autorità provvede agli accertamenti e può chiedere chiarimenti o informazioni integrative. Qualora non siano rispettati i termini per la presentazione delle dichiarazioni, sono previste sanzioni amministrative che, nel caso in cui le dichiarazioni non siano arrivate dopo 30 ulteriori giorni, possono arrivare a 50mila euro. Soprattutto, in questa fattispecie, la sanzione si trasforma da amministrativa a penale, applicando la stessa disciplina prevista per l'incaricato di un pubblico servizio che rifiuti l'adempimento di un atto obbligatorio. In caso di dichiarazioni non veritiere sono previste pene fino alla reclusione. Una volta ricevute le informazioni, l'Autorità deve accertare le situazioni di incompatibilità e di conflitto di interesse patrimoniale, prevedendo misure conseguenti. Il sistema di incompatibilità, per un incarico pubblico di governo, diventa più stringente: non si possono infatti ricoprire contemporaneamente funzioni in imprese o società pubbliche o a controllo pubblico, in enti di diritto pubblico, o in fondazioni (a eccezione ovviamente di quelle ricoperte in ragione della funzione pubblica svolta), né avere un lavoro autonomo di consistente reddito (neppure in forma associata o societaria) o svolgere attività imprenditoriali di rilievo tali da rappresentare un ostacolo al corretto svolgimento delle proprie cariche. Ferma restando la possibilità di ricorrere all'aspettativa nel caso di impieghi pubblici o privati e la possibilità di sospendersi temporaneamente dagli albi e dagli elenchi professionali per la durata del ruolo, il soggetto titolare di un ruolo nazionale o regionale è comunque costretto entro un mese a scegliere se abbandonare l'attività considerata incompatibile oppure dimettersi dalla carica di pubblica. La legge introduce quindi un obbligo preciso e l'incompatibilità pone di fronte a una scelta.
Nel momento in cui si sia messa in luce un'incompatibilità, per il titolare dell'incarico può essere previsto dall'Antitrust l'immediato obbligo di astensione, che vuol dire che l'incaricato non può prendere decisioni, adottare atti o partecipare a deliberazioni che, pur destinati alla generalità o a peculiari categorie di soggetti, siano tali da produrre potenzialmente vantaggi economici per sé (ma neppure per il coniuge o il convivente o per i parenti fino il secondo grado). Se non si rispetta tale regola, sono previste multe salate: dal doppio al quadruplo del vantaggio economico presunto che il soggetto può aver ottenuto attraverso un atto di governo. In relazione alle attività imprenditoriali che danno luogo a possibili gravi distorsioni (quindi i casi dei grandi imprenditori e dei possessori di grandi patrimoni), sono considerate rilevanti: partecipazioni dirette o per interposta persona superiori al 2% del capitale sociale in caso di società quotate, al 10% nei casi di non quotate, nonché partecipazioni che assicurino al titolare un controllo aziendale ritenuto impattante sul piano nazionale. Un titolare di incarichi di governo non può infatti possedere partecipazioni importanti nei settori della difesa, dell'energia, del credito, delle opere pubbliche di interesse nazionale, delle comunicazioni e dell'editoria di rilevanza nazionale, dei servizi pubblici erogati in concessione o autorizzazione, nonché in imprese operanti nel settore pubblicitario. In questi casi, l'Autorità può sottoporre al titolare dell'incarico, che non voglia rinunciare al proprio ruolo pubblico, un contratto di gestione fiduciaria. Si tratta del “blind trust”, un istituto del diritto privato che ha come scopo quello di separare un soggetto dal proprio patrimonio (un istituto, infatti, nato nei Paesi anglosassoni che per primi si sono posti il tema di evitare i conflitti di interessi). Le attività dovranno quindi essere affidate a una gestione decisa dall'Antitrust: è l'Autorità garante, e non la singola persona, a decidere chi deve avere il controllo del patrimonio, perché l'interessato potrebbe intestare ciò che possiede a qualcuno che gli fa semplicemente da prestanome. Questa è una differenza importante: è l'Autorità indipendente a gestire le operazioni. Finché ricopre l'incarico di governo, il titolare non può chiedere o ricevere informazioni sulla gestione dei propri beni, né tantomeno intervenire sugli stessi, ma potrà essere informato ogni 3 mesi sul valore del patrimonio amministrato da terzi. Qualora il blind trust non venga ritenuto idoneo al superamento del conflitto di interessi, l'Antitrust può obbligare il titolare della carica di governo a vendere i beni e le attività patrimoniali rilevanti. Se tutto questo non viene accettato, il titolare deve dimettersi dalla carica pubblica. Per capirci: con queste regole, Berlusconi non sarebbe potuto essere presidente del Consiglio. O avrebbe dovuto affidare le sue aziende all'Antitrust.
Per quanto riguarda le cariche elettive, vengono ampliati i casi di ineleggibilità dei parlamentari e dei consiglieri regionali. Sono ineleggibili i parlamentari che: risultano vincolati con lo Stato per contratti pubblici di lavori, servizi e forniture di notevole entità economica; abbiano titolarità o controllo nei confronti di un'impresa che svolge tali attività; esercitino un'influenza dominante su un servizio pubblico; possano determinare con un'attività imprenditoriale fortemente condizionante gli indirizzi dei lavori pubblici; siano amministratori di cooperative. L'ineleggibilità non si applica invece: agli amministratori di società pubbliche o di società rilevanti per il mercato cessati da almeno 180 giorni prima della fine della Legislatura precedente; né a coloro che in questi stessi 180 giorni perfezionino la cessione della proprietà o del pacchetto azionario di controllo per poter accedere a una carica elettiva nazionale. Se nei sei mesi precedenti al voto si cede il bene in proprio controllo o si cessa una carica amministrativa rilevante sotto il profilo pubblico, ci si può presentare agli elettori. Per evitare soluzioni di comodo, è però previsto il divieto di cessione dei beni ai parenti e agli affini entro il secondo grado, ma pure a una società collegata a un fiduciario al mero scopo di eludere l'applicazione della disciplina. Per quanto riguarda i consiglieri regionali, sono ineleggibili coloro che abbiano titolarità o controllo, anche per via indiretta, di un'impresa di rilevante entità economica che svolge esclusivamente o prevalentemente la propria attività in regime di concessione rilasciata dallo Stato o dalla Regione. Per le cariche di Governo, infine, viene prevista un'estensione dell'incompatibilità ad alcuni ruoli anche una volta cessati dall'incarico: nell'anno successivo la fine di un mandato, un ex ministro o un ex premier (ad esempio) non potranno rivestire incarichi apicali presso imprese, aziende ed enti pubblici o sottoposti a controllo pubblico (se non previa autorizzazione dell'Antitrust, qualora l'Autorità accerti l'inesistenza di conflitti di interessi che leghino il precedente incarico pubblico a quello successivo).
Mi pare, in sintesi, una misura che può fornire chiarimenti e regole efficaci per impedire eventuali abusi di potere per chi ricopre posizioni di rilievo o per chi possiede patrimoni privati tali da poter stravolgere lo spirito di servizio necessario per fare il bene della comunità (e non il proprio). Il Legislatore ha previsto una disciplina seguendo la quale l'Antitrust potrà fare valutazioni sulle incompatibilità e i conflitti di interessi, obbligando ad applicare misure conseguenti a seconda dei singoli casi reali ma con una cornice molto definita. Ora la norma passa al Senato.

Bonifiche dei siti del petrolchimico ravennate: la relazione della Commissione parlamentare

Il documento si occupa anche di Porto Marghera e Mantova: i risultati del risanamento del nostro polo sono i più positivi. Ma per proseguire il lavoro svolto è importante che Eni non lasci il settore
Due settimane fa è stata illustrata in Aula la relazione, realizzata dalla Commissione d'inchiesta sul ciclo dei rifiuti, relativa allo stato di avanzamento dei lavori di bonifica dei siti del Quadrilatero dei Nord ovvero Porto Marghera, Mantova, Ferrara, Ravenna. Vorrei qui riportare alcune annotazioni sulla nostra provincia, che spero possano interessare ai cittadini.
Sappiamo tutti molto bene che cosa abbia rappresentato il petrolchimico per il nostro territorio a partire dalla costruzione dell'Anic, negli anni '50, in seguito alla scoperta dei giacimenti di gas naturale al largo della nostra costa. Nel 1957 sono stati avviati i primi impianti per la produzione di gomme, fertilizzanti e a partire dal 1961 di altri polimeri speciali. Da allora la chimica è diventata parte della nostra storia e ancora oggi, nel distretto chimico ed energetico (indotto incluso), lavorano in provincia di Ravenna circa 12mila persone. Sinergico allo sviluppo del distretto è stato poi il nostro porto dotato di banchine, strutture di movimentazioni merci, piazzali e depositi per ogni tipo di materiale. L'area industriale, purtroppo, non poteva non presentare situazioni di contaminazione, frutto di epoche in cui l'attenzione ambientale nelle scelte produttive era molto diversa rispetto a quella maturata nei decenni successivi. Questo ha portato a danni, anche gravi, alla salute dei cittadini. E sono stati avviati e conclusi diversi processi penali per i morti e le malattie connesse al lavoro nel petrolchimico e all'inquinamento. Questo è un fatto e non va taciuto: in tutto il Paese e anche a Ravenna l'industrializzazione ha comportato conseguenze nefaste per molte persone e famiglie. La crescita di una consapevolezza ambientale, a partire soprattutto dagli anni Ottanta-Novanta, è quindi un fattore di avanzamento fondamentale, più che positivo, che non dobbiamo dimenticare mai perché riguarda la nostra vita. L'inquinamento, poi, ha ovviamente impattato i terreni dei siti produttivi: anche in questo caso la maggior sensibilità ambientale ha condotto a un significativo cambiamento nella mentalità e nell'approccio industriale. L'area del petrolchimico è stata sempre divisa in “isole produttive” che, pur cambiando nel tempo proprietà, hanno mantenuto servizi comuni (impianto di depurazione delle acque, impianti di trattamento dei rifiuti ecc.) gestiti oggi da Ravenna Servizi Industriali, una società appositamente costituita nel 2004. L'unitarietà del comparto e il mantenimento della collaborazione tra le aziende per la gestione dei servizi ambientali nel corso degli anni, unitamente alle forti sollecitazioni da parte della amministrazioni locali, hanno alla fine portato a “un importante risultato – si legge nel documento della Commissione parlamentare – ossia alla predisposizione del progetto di bonifica dei terreni e messa in sicurezza della falda a cui hanno partecipato tutte le aziende”.
L'inizio di questo processo si può datare al 1997 quando Enichem, sollecitata dalle istituzioni, ha presentato due documenti per conoscere la reale contaminazione dell'area (anche in relazione all'inquinamento delle falde profonde) e poter intervenire di conseguenza. Si è ravvisato subito un basso rischio di fuoriuscita degli agenti inquinanti dall'area dello stabilimento, a causa della marea e del peculiare gradiente idraulico del canale Candiano. Da questi documenti iniziali è poi nato il piano comunale generale per le opere di bonifica dei terreni, approvato nel 2001, da cui si sono dipartiti successivamente i vari piani di bonifica per i terreni che le singole aziende hanno presentato. L'attività istruttoria dei progetti è stata svolta di concerto con Provincia, Arpa e Asl attraverso le conferenze di servizio. Per quanto riguarda lo smaltimento dei materiali, la scelta è stata quella di ricorrere pochissimo alla discarica e di privilegiare tecnologie sempre più avanzate che permettono la bonifica nel sito stesso. Per quanto riguarda invece la falda, non è stato ovviamente possibile “spezzettarla” in aree corrispondenti alle singole proprietà: Comune e Provincia hanno quindi chiesto alle imprese un progetto unico sull'intero petrolchimico. Le attività di bonifica della falda sono così state avviate a nome di tutte le aziende insediate nell'area, prevedendo da allora il costante monitoraggio della zona con strumenti di rilevazione, campionamenti e analisi, eseguite periodicamente sotto la supervisione e il controllo di Arpa. Il piano detta inoltre prescrizioni riguardo alle modalità di gestione dei siti e individua gli interventi di messa in sicurezza nelle aree in cui le analisi hanno indicato valori di contaminazione che sforano quelli consentiti. Nel 2010 si è giunti a un protocollo unico per la sicurezza e per evitare la diffusione dei contaminanti. A oggi, complessivamente, sono stati avviati 27 procedimenti di bonifica e messa in sicurezza di cui 19 completati e 8 ancora in corso. Tra questi ultimi, alcuni sono in capo a Syndial e sono ancora aperti per alcune varianti di progetto, e due fanno capo a Versalis, azienda su cui tornerò in conclusione. Secondo i dirigenti della provincia di Ravenna, auditi dalla Commissione d'inchiesta, i procedimenti ancora non terminati dovrebbero chiudersi nel giro di due anni. Il modello gestionale centrato sul rapporto “struttura consortile ed ente locale si è rivelato così efficiente – riporto sempre dalla relazione – che salvo un caso risalente al 2000 non è mai stata necessaria l'emanazione di ordinanze per prevenire o rimuovere pericoli per la salute”.
La Commissione parlamentare ha tratto con ciò alcune conclusioni sulla vicenda ravennate. Le situazioni che hanno reso necessarie le opere di bonifica risalgono a decenni fa, quando minore era l'attenzione dei danni da inquinamento e molto più blanda la normativa ambientale. La parte più avveduta dell'imprenditoria chimica ha però capito presto che, oltre alla necessità di dare una risposta sociale, c'è un'opportunità economica derivante dal possibile riuso delle aree bonificate, e ha collaborato attivamente con le istituzioni. Il risultato è che a Ravenna ci sono state risposte più celeri che altrove: “le pratiche messe in campo, che hanno previsto accordi di programma tra le imprese e le istituzioni locali, hanno consentito di gestire le bonifiche con maggiore efficacia rispetto agli altri casi sottoposti a questa Commissione”. In generale, infatti, la Commissione rileva come positiva la presenza di forme consortili private per la gestione dei risanamenti e la presenza di un interlocutore istituzionale forte e costante. Dunque: bene. Il tema delle bonifiche in siti storicamente destinati alla produzione chimica e petrolchimica si lega però anche a quello delle strategie industriali complessive in questi settori. La continuità nella presenza di aziende interessate all'evoluzione dei siti ha facilitato l'interlocuzione pubblico-privato e le azioni per la messa in sicurezza. “Di qui discende la preoccupazione della Commissione per un possibile ridimensionamento della presenza di Eni nel settore chimico, che potrebbe avere riflessi anche sui siti oggetto della relazione”.
Pertanto è, in questa sede, importante far cenno alla vicenda Versalis e ribadire che occorre dare continuità alla persistenza di Eni nel settore chimico, anche per proseguire un'azione positiva sul piano ambientale. La cessione di Versalis, se mal gestita o gestita solo da un punto di vista finanziario, oltre a essere un danno per la chimica nazionale sarebbe controproducente anche sul fronte del risanamento: Versalis-Eni deve portare a compimento investimenti ancora non realizzati. La più grande società chimica italiana non può tirarsi indietro di fronte all'impatto degli stessi, di fronte ai piani industriali previsti, di fronte alla tutela dell'occupazione e dell'ambiente. Il tema a mio avviso è quello di proseguire con la programmazione, difendere il lavoro e far sì che Eni mantenga una quota prioritaria anche in caso di cessione parziale. Sarebbe invece molto grave se Eni si sfilasse sostanzialmente dalla chimica. La risoluzione che ho presentato a dicembre, approvata prima di Natale, impegna il Governo a monitorare la situazione; ugualmente, dopo aver recepito i contenuti della relazione che ho qui illustrato, la Camera ha votato una mozione del Pd che invita l'Esecutivo a scongiurare in ogni modo il disimpegno di Eni sul settore. I parlamentari democratici hanno dunque ben presente la portata della questione. Ma la partita è ancora aperta.
La Camera approva il riordino della normativa su agricoltura, agroalimentare e pesca

Inserita nel testo di legge anche la mia proposta a tutela della birra artigianale. Multe più alte per la contraffazione alimentare, accolto l'emendamento che ho firmato contro il bracconaggio ittico
La Camera ha approvato la legge, già votata dal Senato, che delega il Governo a realizzare alcuni interventi e un riordino normativo sul settore agricolo, su quello dell'agroalimentare e sulla pesca. Oltre alla necessità di integrare la disciplina su svariate questioni e a riorganizzarla perché le singole leggi si sono accumulate negli anni, va detto anche che sul nostro Paese pendono alcune procedure di infrazione Ue (in particolare sulla tutela delle risorse marine e sulla pesca) e devono essere recepiti una serie di provvedimenti europei relativi all'agroalimentare. Pertanto il Ddl affronta molti aspetti inevasi: ne sintetizzo alcuni.
Per quanto riguarda la semplificazione e la sicurezza nell'agroalimentare, si dettano norme per rendere snelli i controlli su alcuni comparti (per esempio, i proprietari di oliveti la cui produzione non superi i 350 kg non sono più tenuti a costituire il fascicolo aziendale) e per poter costituire Consorzi di tutela per ciascuna Dop (Denominazione origine protetta) o Igp (Indicazione geografica protetta) relativamente alla produzione di vini liquorosi. Si dispone poi che tutti i Consorzi di tutela adeguino i loro statuti assicurando l'equilibrio tra i generi degli amministratori. La fattispecie di reato di “contraffazione alimentare” viene integrata con l'aggiunta, alle attuali condotte illecite, di quelle relative all'imitazione, all'usurpazione e all'evocazione non giustificata delle indicazioni geografiche o delle denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari. Vengono inoltre inasprite le pene pecuniarie (la multa massima passa da 20mila a 100mila euro). Per velocizzare i procedimenti amministrativi, viene ridotto da 6 mesi a 2 mesi il termine entro il quale la Pa deve dare risposte e adottare le istanze istruite dai Centri di assistenza agricola autorizzati (sono le strutture specializzate negli adempimenti amministrativi per le aziende del settore, e che forniscono servizi utili anche per la consulenza e lo sviluppo delle attività agricole). La delega punta poi al riordino della normativa in materia di agricoltura, pesca e acquacoltura, sancendo i criteri direttivi cui si dovranno attenere i decreti attuativi emanati dal Governo. Tra questi: l'abrogazione delle disposizioni obsolete; l'organizzazione delle disposizioni per settori omogenei; la risoluzione delle incongruenze; la revisione dei procedimenti amministrativi in modo di ampliare le possibilità per cui è previsto il principio del silenzio/assenso; la semplificazione della disciplina per l'abilitazione all'utilizzo delle macchine agricole; l'adeguamento alla normativa europea in materia di pesca e tutela delle acque. Una parte delle disposizioni riguarda la razionalizzazione della spesa pubblica: il Governo dovrà procedere al riordino e alla riduzione degli enti, delle società e delle agenzie vigilate dal ministero delle Politiche agricole. In tal senso, si dà mandato di censire le strutture, definendone le competenze e le procedure di funzionamento, per capire quali accorpare o sopprimere. Il 50% dei risparmi ottenuti dalla riorganizzazione dovranno essere utilizzati per lo sviluppo e l'internazionalizzazione dei prodotti Made in Italy, nonché per la tutela all'estero delle produzioni nostrane di qualità certificata. Si istituisce presso Ismea (Istituto per i servizi per il mercato agricolo e alimentare) la nuova “Banca dati delle terre agricole”, con l'obiettivo di costituire un inventario dei terreni disponibili a causa dell'abbandono dell'attività agricola o dei pensionamenti. Ismea potrà poi presentare progetti di riqualificazione dei terreni stessi.
Un capo del dispositivo reca norme per lo sviluppo delle imprese, incentivando i contratti di rete e disciplinando meglio le assunzioni “congiunte” per i dipendenti delle aziende che si aggregano in questa forma associata. La legge, al fine di favorire l'ingresso dei giovani nel comparto agricolo, prevede che l'Esecutivo adotti un decreto per disciplinare forme di affiancamento tra agricoltori ultra-sessantacinquenni o pensionati e giovani, non proprietari di terreni, tra i 18 e i 40 anni. La finalità, appunto, è il graduale passaggio delle competenze o della gestione dell'attività d'impresa agricola agli under 40. La Pa, secondo la Delega, sarà inoltre tenuta a fornire gratuitamente l'assistenza e le informazioni necessarie ai soggetti richiedenti i contributi europei, e a elaborare procedure innovative di gestione delle nuove istanze per agevolare la fruizione degli aiuti. A tal fine, la via telematica viene resa mezzo esclusivo (e non solo prioritario) di acquisizione, da parte della Pa, dei dati relativi ai soggetti interessati attraverso l'utilizzo del sistema informativo agricolo nazionale. Il Governo dovrà poi procedere al riordino degli strumenti di gestione del rischio in agricoltura, favorendo gli strumenti assicurativi a copertura dei danni alle produzioni e alle strutture e disciplinando i Fondi di mutualità per la copertura dei danni per avversità atmosferiche o a causa di infezioni e malattie alle colture.
Ci sono poi alcune disposizioni che tutelano singoli settori produttivi, come il pomodoro e il riso, in relazione ai quali si istituisce un registro per la classificazione delle nuove varietà. In questo contesto, ovvero nel contesto della tutela di alcuni prodotti specifici, si è inserita la mia proposta di legge in difesa della birra artigianale italiana, che ho illustrato nella scorsa newsletter. Come già scritto, si definisce birra artigianale la bevanda prodotta da piccoli birrifici indipendenti (ovvero quelli autonomi da altri birrifici e la cui produzione annua non superi i 200mila ettolitri) non sottoposta a processi di pastorizzazione e microfiltrazione. Cioè ai processi tipici della birra industriale. Come conseguenza di questa definizione, viene circoscritto anche il profilo della birra agricola artigianale italiana, avente le medesime caratteristiche della birra artigianale, ma che inoltre viene realizzata usando al 65% materie prime derivate da attività agricola dell'azienda produttrice. Oggi anche una birra industriale può riportare sull'etichetta la dicitura “artigianale”, poiché non c'è una normativa adeguata, col risultato che è difficile promuovere l'eccellenza e, per il consumatore, distinguere prodotto artigianale da prodotto industriale. Con questa legge ci sarà una definizione chiara e distinta e non si potrà più “mentire” sulla qualità. Tra le disposizioni in difesa della pesca, è stato invece inserito l'emendamento che ho sottoscritto contro il “bracconaggio ittico”, ovvero quella pratica tesa alla cattura di pesci e specie ittiche di qualunque tipo e in qualunque corso d'acqua o mare, esercitata con materiali o mezzi non consentiti dalla legge, quindi non configurabili nelle categorie della pesca sportiva o professionale. Sono inoltre vietati la detenzione, il trasporto o il commercio degli animali storditi o uccisi in violazione alla norma precedente. Questi reati sono punibili con un'ammenda fino a 12mila euro. La misura si è resa necessaria perché, in seguito alla diffusione di pratiche illegittime di pesca e di commercializzazione del prodotto, le aziende e i professionisti del settore si sono trovati in difficoltà a causa della concorrenza sleale conseguente e a causa di una diminuzione stessa del pescato.

Privatizzazione Fs: Delrio e l'Ad Mazzoncini frenano sui tempi, probabile rinvio al 2017
Un aggiornamento su una notizia di cui ho scritto tempo fa, ovvero la quotazione in borsa del 40% del gruppo Ferrovie dello Stato. Durante una conferenza stampa, in cui sono state illustrate le risorse aggiuntive destinate al contratto di programma di Fs, sia il nuovo Ad del gruppo Renato Mazzoncini che il ministro Delrio hanno “frenato” sui tempi per la privatizzazione della quota di minoranza: come già avevo riportato, secondo lo schema del decreto legislativo i binari resteranno pubblici e lo scorporo del valore implica procedure articolate assieme all'esigenza di avere una cornice regolatoria ben definita e certa. Con ogni probabilità, dunque, la quotazione di una parte di Fs slitterà al 2017 o comunque difficilmente potrà avvenire prima della fine del 2016. Delrio è riuscito a imporre, giustamente, come punto fermo il fatto che la rete non potesse essere ceduta (nel Governo c'erano posizioni differenti a riguardo): secondo Mazzoncini è quindi necessario prendere il tempo che serve per sciogliere i nodi legati alla quotazione. Per quanto riguarda l'aggiornamento del contratto di programma 2012-2016, le risorse per gli investimenti aumentano per arrivare a 17 miliardi: 9 erano stati deliberati con il Decreto Sblocca Italia, nel 2014, altri 8 sono stati invece previsti dalla legge di Stabilità 2016. Rispetto al contratto firmato nel 2014 (tra l'allora ministro Maurizio Lupi e l'ex Ad di Ferrovie Michele Elia) c'è oggi un deciso innalzamento degli stanziamenti per: ammodernamento tecnologico e sicurezza, servizio locale, trasporto merci. Su questi comparti ci sono 2,8 miliardi in più, oggi, rispetto a quanto assegnato nel 2014. Così facendo, quasi la metà dei 17 miliardi riguarderà il rafforzamento del trasporto locale (compreso l'avvio di nuovi lotti) e lo sviluppo del traffico merci, compreso il sostegno all'intermodalità.

La Camera approva la mozione Pd per sostenere il trasporto pubblico locale
Restando in tema di trasporti, il 16 febbraio la Camera ha approvato la mozione Pd, elaborata dalla mia Commissione, sullo sviluppo della mobilità urbana, extraurbana e ferroviaria, che impegna il Governo ad assumere iniziative per garantire risorse adeguate e stabili al fondo nazionale per il trasporto pubblico locale, decresciuto negli anni della crisi, e a definire i requisiti essenziali dei contratti di servizio, con riferimento agli obblighi di servizio pubblico, tra l'amministrazione concedente e gli operatori del settore per garantire omogeneità su tutto il territorio nazionale. La mozione, che nasce da alcune riflessioni (tra cui il fatto che il congestionamento delle città costa al nostro Paese circa 11 miliardi di euro l'anno, secondo le stime del Ministero), vuole incentivare anche l'uso della bicicletta, sviluppando sistemi di trasporto multimodale e un accesso migliore delle bici agli autobus e ai tram. Anche a tal fine, si deve garantire l'integrale utilizzo dei fondi strutturali e del fondo di coesione europei per lo sviluppo del trasporto sostenibile. Abbiamo chiesto poi di valutare l'opportunità di ripristinare la detrazione fiscale sulle spese per l'abbonamento al trasporto pubblico locale e ferroviario, che sarebbe un segnale molto forte per disincentivare l'uso dell'automobile in città e per gli spostamenti quotidiani di lavoro. In questo quadro, in cui c'è molto da fare, voglio ricordare poi il fatto che, per contribuire alla riqualificazione del parco-mezzi locali e regionali (e garantire accessibilità ai disabili), la legge di Stabilità 2016 ha istituito, presso il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, un nuovo fondo per l'acquisto dei mezzi. Il fondo ha una dotazione di 125 milioni per quest'anno e di 100 milioni per il 2017 e il 2018. Sono invece assegnati 210 milioni di euro per il 2019 e poi nuovamente 210 per il 2020, 130 milioni per il 2021 e 90 per il 2022. Uno stanziamento significativo, che deve quindi accompagnarsi a una corretta gestione delle risorse da parte delle aziende del trasporto pubblico.
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