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Unioni civili: in Senato la discussione del Disegno di legge Cirinnà

Sono ottimista: spero sia la volta buona per varare una norma che estende i diritti alle coppie omosessuali. E spero vengano tutelati i bambini che crescono all'interno di questi legami affettivi
In maniera un po' inusuale, inizio la mia newsletter con una notizia che non riguarda l'attività della Camera ma quella del Senato, dove è all'esame dell'Aula il Disegno di legge Cirinnà, ovvero il testo che introduce finalmente anche in Italia le unioni civili per le persone dello stesso sesso. È un tema troppo importante per non trattarlo. Ancora non sappiamo esattamente come andrà l'iter legislativo, né ora sappiamo se verranno apportate modifiche, ma vorrei approfittare di questo passaggio per mettere nero su bianco i contenuti del Ddl così come licenziato dalla commissione Giustizia di Palazzo Madama. Nelle scorse settimane, in occasione di manifestazioni pro o contro, non ho voluto dire nulla. Ora che l'esame è in corso voglio invece dare la mia opinione.
Cosa dice esattamente la legge? La norma è divisa in due parti: nel primo Capo si introduce ex novo nell’ordinamento giuridico l'istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale tutelata dall'articolo 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”) e disciplinata dal diritto pubblico. Nel secondo Capo, invece, si disciplina la convivenza di fatto, che può essere tra persone dello stesso sesso che non intendano stipulare un'unione civile o tra persone di sesso diverso che non intendano sposarsi. Se il Ddl andasse in porto, quindi, nel nostro ordinamento ci sarebbero due formazioni riconosciute dal diritto di famiglia: il matrimonio, che è solo eterosessuale; l'unione civile qui introdotta, che è solo omosessuale. Inoltre ci sarebbe una nuova disciplina quadro per la convivenza di fatto, che vale per tutti. Iniziamo dalle unioni civili. Secondo il disegno di legge si potrà costituire un'unione civile tra due uomini o tra due donne tramite una dichiarazione dinanzi a un Ufficiale di Stato Civile e in presenza di due testimoni. In questo modo la coppia sarà iscritta nel Registro delle unioni civili che dovrà essere istituito in tutti i Comuni. I soggetti dell'unione potranno scegliere il proprio regime patrimoniale, la loro residenza e potranno anche decidere di assumere un cognome comune. Non possono contrarre l'unione civile persone sposate o che hanno già contratto un'unione civile né persone a cui è stata riconosciuta un'infermità mentale. Il testo estende ogni diritto sociale e previdenziale previsto per gli sposati anche a gay e lesbiche che si uniranno civilmente: durante il legame le parti dell'unione sono infatti equiparate ai membri di una famiglia e a essi spettano gli stessi trattamenti spettanti ai membri di un nucleo famigliare eterosessuale (nei rapporti con la pubblica amministrazione, per i benefici, le agevolazioni fiscali e le prestazioni rilasciate in ragione dello stato coniugale, per l'accesso agli alloggi popolari, ecc.). Estesi i diritti e i doveri sull'assistenza sanitaria, le parti possono prendere decisioni sull'eventuale donazione di organi in caso di decesso del compagno/a. Vengono estesi alle unioni civili i diritti di successione, il subentro del contratto di locazione e i benefici previdenziali (pensione di reversibilità). Per sciogliere l’unione civile si deve ricorrere alla disciplina prevista per il divorzio e la parte più debole economicamente ha diritto all'assegno di mantenimento. Il testo consente di adottare il figlio biologico di uno dei due componenti dell'unione, sia se nato durante il legame civile sia se concepito precedentemente. A decidere sull'adozione sarà il Tribunale dei minori, cui si presenterà l'istanza. In caso di separazione si applicano, con riguardo ai figli, le disposizioni del Codice civile per le separazioni eterosessuali.
Al secondo Capo vengono disciplinate le convivenze di fatto, sia omosessuali che eterosessuali: la scelta è finalizzata a recepire nell'ordinamento legislativo le tante evoluzioni giurisprudenziali già consolidate sulle coppie conviventi. Ovvero, si vuole dare un quadro normativo a quel che, da molti anni, viene sancito attraverso le sentenze. Vengono estesi anche ai conviventi: i diritti per l'assistenza in caso di malattia o ricovero e l'accesso alle informazioni personali secondo le regole ospedaliere già previste per coniugi o famigliari. In caso di malattia che comporti incapacità di intendere e volere, il partner può prendere decisioni in materia di salute e in caso di morte in materia di donazione d'organi. La convivenza non costituisce però una famiglia, per cui sul fronte degli atti amministrativi non sussistono ragioni per un regime agevolato. Non sono previste inoltre misure legate all'eredità, alla successione o alla reversibilità della pensione. Per quanto riguarda il subentro nel contratto d'affitto, in caso di morte del convivente l'altro potrà continuare ad abitare nella stessa casa per almeno due anni (tre se ci sono figli minori o disabili anche maggiorenni) o per un periodo pari alla convivenza (se superiore a due anni) ma non oltre i cinque anni. In caso di fine della convivenza, se ci si vuole rivolgere alla giustizia, il giudice potrà stabilire una sorta di “mantenimento” per la parte più debole, determinato in proporzione alla durata del legame. La fine della convivenza può però essere sancita anche solo unilateralmente e senza ricorso alla giustizia. I conviventi possono ovviamente disciplinare con contratto privato i propri rapporti patrimoniali davanti a un notaio. Questo Capo estende dunque alcuni diritti a tutti i conviventi che, per le più svariate, personali e legittime ragioni hanno deciso di non sposarsi o non contrarre l'unione civile. Questo è quanto scritto nel Ddl uscito dalla Commissione e ora in Aula. Visto che la legge sta affrontando la discussione, non possiamo escludere eventuali cambiamenti.
Vorrei dire quello che penso senza usare mezzi termini: per quanto mi riguarda, sarebbe bene approvare la legge così come l'ho illustrata. Il provvedimento qui descritto estende in maniera sacrosanta alcuni diritti alle persone che ancora non ne hanno e così facendo non lede in alcun modo i diritti a chi li ha già. Sul fronte delle unioni omosessuali, voglio ricordare che il 21 luglio 2015 la Corte europea dei diritti dell'uomo ha condannato l'Italia proprio per il mancato riconoscimento legislativo delle coppie gay e lesbiche. I giudici di Strasburgo ci hanno redarguito per “la mancanza di una norma che riconosca e protegga le loro relazioni, violando così il rispetto della vita privata e famigliare”. L'Italia è oggi uno dei pochi Paesi rimasti nel mondo Occidentale a non prevedere nessuna forma di tutela per queste coppie. Nella maggior parte dei casi, come in Gran Bretagna, in Francia, nelle cattolicissime Irlanda e Spagna, nei Paesi scandinavi così in Danimarca, Belgio e Olanda, gli Stati hanno “allargato” l'istituto del matrimonio anche a gay e lesbiche che possono quindi sposarsi come tutti. In altri Paesi, tra cui la Germania e la Grecia ma perfino l'Estonia o l'Ungheria, ci sono leggi per le unioni civili. In molti Paesi si possono poi adottare i figli biologici del partner, ma nella maggioranza degli Stati sopra citati sono le coppie stesse a poter far domanda di adozione, esattamente come gli eterosessuali sposati. Noi al momento siamo invece in compagnia di Russia, Lettonia, Lituania, Ucraina, Turchia, per restare nei paraggi. E ovviamente siamo in compagnia anche di tutti i Paesi che ci consola considerare molto ma molto più arretrati. La norma non confligge in alcun modo, poi, con il dettato costituzionale e in questo senso è già intervenuta, fin dal 2010, la Corte Costituzionale che ha stabilito che i “concetti di famiglia e matrimonio all'articolo 29 non si possono ritenere cristallizzati all'epoca in cui la Costituzione è stata redatta e vanno anzi interpretati tenendo conto dell'evoluzione della società”. Oltre al già citato articolo 2, anche l'articolo 3, lo ricordo, recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali o sociali”. Mi pare evidente e inequivocabile che abbiamo iniziato a colmare un vuoto normativo. Di cui si parla da oltre 25 anni: vanno menzionati infatti i tanti progetti finiti nel nulla. Il primo risale addirittura al 1988 (proposta Cappiello, Psi, mai approdata in Aula), negli anni Novanta furono presentati vari Ddl mai votati, nel 2002 arrivarono i Pacs, i Dico nel 2007, addirittura i Didore nel 2008. Sarebbe ora di rispondere alle oltre 900mila coppie italiane (tra etero e omosessuali) che, dati Istat, convivono e non sono sposate.
La mia opinione è dunque molto semplice: arriveremo tardi e in maniera parziale ma credo che questa sia la volta buona. E sarei felice di votare una legge che, con tutti i limiti che ha – perché è già frutto di una mediazione tra punti di vista molto distanti tra loro – sana una falla normativa non più sostenibile. Sono orgoglioso che il Pd abbia voluto il Ddl: voglio dare merito al buon lavoro del mio partito che, spero, mostrerà nei prossimi giorni la giusta tenacia durante la discussione. Gli orientamenti sessuali nella nostra società sono liberi. E, giustamente, spesso condanniamo le società che non danno parità di trattamento alle donne o in cui le famiglie si basano sull'imposizione del mondo maschile su quello femminile. Sono spesso gli stessi Paesi in cui l'omosessualità è vista con sospetto se non punita. Bene: la nostra è una società più aperta ed evoluta di altre. O almeno si fregia di esserlo. Se vogliamo affermare queste istanze progressiste e una democrazia matura a 360 gradi è giusto che allarghiamo la nostra visione e superiamo idee ormai sclerotizzate. Lo Stato ha il dovere di recepire l'evoluzione sociale. Uno Stato senza diritti per gli omosessuali è più ingiusto e meno civile. È uno Stato che decide di voler restare ancorato a una visione sorpassata della realtà e che non raccoglie la sfida del cambiamento. E se questo discorso è valido in ambiti che toccano altri aspetti del vivere comune (parliamo spesso di innovare il lavoro o l'economia), deve essere valido anche per questo aspetto della vita. Anche le leggi per il divorzio e l'aborto andarono contro a visioni tradizionali e radicate. Erano visioni miopi. E le leggi erano giuste.
Il vero scontro di visioni è però sulle adozioni dei figli del partner all'interno dell'unione civile. Non so, in questo momento, come procederà su questo punto il dibattito a Palazzo Madama. E forse l'articolo in questione potrebbe cambiare. Mi limito perciò a dire che già il Ddl, a mio avviso, prevede una norma molto mitigata e meno incisiva rispetto a quanto sarebbe sensato fare. Non voglio sottostimare le sensibilità di chi crede che, per un bambino, sia necessario avere al proprio fianco una figura femminile e una maschile. Mi limito a fare però alcune considerazioni: supportato da ricerche e studi in tutto il mondo, e ben al di là quindi delle mie idee, non ci sono evidenze che avere una famiglia “standard” sia importante tanto quanto avere una famiglia solida in cui i legami affettivi sono forti. Questo è il punto vero. E ci dovremmo preoccupare, quindi e ugualmente, di chi fa figli senza averne la maturità, senza assumersene la responsabilità piena e le fatiche. Cosa che si può riscontrare nelle coppie eterosessuali quanto in quelle omosessuali. Non è il genere a sancire che si è bravi genitori: in una società non discriminante il tema sarebbe dunque subordinato a molti altri. E io mi chiedo piuttosto che futuro avranno tutti i nostri figli, prima che chiedermi di quale sesso sono i loro educatori. Proprio per questo, vorrei costruire un mondo più solidale e migliore, in tutte le dimensioni della convivenza umana. Questa è la priorità. L'altra paura emersa nelle scorse settimane è quella legata alla cosiddetta “maternità surrogata”, ovvero il ricorso illegale all'utero in affitto. Ecco, appunto: è illegale. In Italia come nella maggior parte dei Paesi europei. Quindi è punibile. Le donne che vogliano un figlio all'interno di una coppia lesbica vanno già invece, spesso, nei Paesi in cui è consentito il ricorso a un donatore di seme (come la Spagna) e concepiscono così un bambino: è giusto che a questi bambini siano riconosciuti gli stessi diritti che sono riconosciuti a tutti gli altri. Il tema della “surrogata” si pone quindi principalmente per le coppie gay che non possono in alcun modo avere una gestazione: sarebbe stato sensato permettere adozioni di coppia poiché in questo modo non ci sarebbe nessun problema. Si è scelto invece di non rendere legali le adozioni per le coppie gay, con tutte le conseguenze del caso (tenendo fermo il fatto che l'utero in affitto è illegale nella maggior parte dei Paesi Ue, ve ne sono alcuni in cui non lo è, come la Gran Bretagna, la Svezia, l'Irlanda). Ma vorrei anche ricordare che quasi tutte le coppie che si rivolgono oggi alla maternità surrogata sono coppie eterosessuali con problemi di infertilità: le statistiche sulla materia parlano di circa l'80% di eterosessuali e del 20% di omosessuali. Quindi, il tema va posto altrimenti in ogni caso, perché non riguarda in maniera peculiare l'omosessualità. Detto questo, credo che la legge persegua comunque, in misura ridotta rispetto a quanto auspicabile, l'obiettivo di consentire alla coppia omosessuale una responsabilità genitoriale condivisa. Il vero tema è assicurare massimamente al bambino che cresce in una coppia gay o lesbica tutto ciò che è riconosciuto agli altri: non si può né si deve essere discriminati per “come” si nasce. Personalmente, sarei per il riconoscimento delle adozioni omosessuali in senso pieno.
Concludo poi con una considerazione di fondo: la sinistra è quell'idea politica che estende i diritti a chi non ne ha e vuole tutelare le persone in quanto tali, preoccupandosi in particolare dei più deboli. È quello che potremmo fare approvando la legge Cirinnà, che non nuoce chi fa scelte diverse ma garantisce invece più persone. Non è il testo perfetto, ma è il passo (enorme) che da lustri non riusciamo a compiere. Credo e spero che questa volta ce la faremo.
L'audizione del ministro Franceschini
e il bilancio degli interventi nel settore culturale

Dopo anni di tagli, il budget per il comparto torna a salire; le maggiori risorse accompagnate da nuovi strumenti che aiutano gli investimenti privati, come l'art bonus e il tax credit per il cinema
Nelle scorse settimane il ministro dei Beni culturali e del Turismo, Dario Franceschini, è stato audito alla Camera (commissione Cultura) circa i provvedimenti presi in questa Legislatura e sulla riforma del Fus, il Fondo unico dello spettacolo creato nel 1985 per finanziare teatri, concerti, danza, fondazioni lirico-sinfoniche. Mi allaccio all'intervento di Franceschini per riportare alcuni dati e annotare alcune riflessioni sul settore, di cui non scrivo spesso, cercando di fare il punto sulle principali novità.
L'ultimo rapporto Federculture fornisce numeri incoraggianti dopo anni difficili: il consumo culturale delle famiglie italiane è cresciuto complessivamente del 2%. Di cui: +2,2% per concerti e teatri, +1,7% per il cinema, ma addirittura +5,8% per visite a siti archeologici, monumenti e mostre (male, purtroppo, per la lettura in costante calo). La spesa per consumi culturali degli italiani è stata, nel 2014, pari a 66,1 miliardi di euro, 1,4 miliardi in più rispetto al 2013. Dal 2010 in poi la spesa culturale era sempre calata, addirittura del 10% nel 2011 e del 5% sia nel 2012 che nel 2013. Siamo lontani dai livelli pre-crisi, ma finalmente la spesa per l'arte è tornata a crescere (come anche il turismo culturale straniero, con un analogo +2,2%). Nonostante queste discrete performance, il comparto va ancora sostenuto con decisione e per molte ragioni, una delle quali è che il settore è una leva straordinaria e sempre troppo sottostimata: la cultura in senso stretto vale circa il 4% del Pil italiano e occupa oltre 1 milione e mezzo di persone. Valorizzarla è insomma cruciale anche da un punto di vista squisitamente economico. Ma non è solo questo, perché la cultura non è semplicemente mera fruizione di un bene, bensì una delle basi per costruire senso civico, consapevolezza, cittadinanza. Perciò è preoccupante che il 19,3% degli italiani, nel 2014, non abbiano mai letto un libro, non siano mai andati al cinema, a teatro, a una mostra. Al Sud, purtroppo, questo dato tocca il picco del 30%: ci sono parti del nostro Paese che rischiano una feroce “deculturizzazione”, un vero e proprio impoverimento strutturale dell'alfabetizzazione. Dunque, al di là delle risorse pubbliche per la produzione o la conservazione del patrimonio, è positivo che questa Legislatura abbia varato alcune misure per ampliare la platea dei fruitori: in questa direzione vanno il bonus cultura da 500 euro per chi compie 18 anni (per cui la legge di Stabilità 2016 ha stanziato 290 milioni di euro), il Decreto che ha inserito i siti culturali tra i servizi pubblici essenziali, o l'istituzione della giornata gratuita dei teatri che il ministro Franceschini vorrebbe realizzare il 22 ottobre. Certamente, invece, hanno lasciato un segno sia la riduzione di spesa che il Ministero ha subito negli anni della crisi sia la riduzione del Fondo unico dello spettacolo, che ha portato a un calo del 7,5% della produzione italiana rispetto al 2008. Dal 2015 i tagli al Mibact sono però terminati e il budget si è assestato attorno al miliardo e mezzo di euro (mentre la spesa culturale degli enti locali è cresciuta di 2 miliardi complessivi). Il Fondo unico dello spettacolo risale rispetto al 2013, che con 390 milioni è stato l'anno peggiore per le risorse che oggi ammontano a circa 406 milioni. Ugualmente va detto che l'Italia investe meno di altri Paesi europei: solo lo 0,19% del bilancio dello Stato contro circa lo 0,5% della Francia, il cui Ministero per i Beni culturali ha un budget di 4 miliardi di euro l'anno. C'è stata insomma una positiva inversione di tendenza, ma bisognerebbe investire di più nella cultura italiana, che rappresenta il nostro principale biglietto da visita nel mondo ed è uno degli elementi che più ci caratterizzano.
Franceschini in audizione ha ricordato che l'anno si apre all'insegna di alcune novità, come l'attuazione della riforma del Fus, varata nel 2014, e che porta con sé rilevanti cambiamenti. Innanzitutto l'erogazione dei fondi non è più annuale ma diventa una programmazione triennale, con il vantaggio di dare certezza per un tempo più ampio ai soggetti interessati. I teatri, le singole compagnie, le associazioni e le fondazioni liriche potranno quindi accedere a un contributo, dall'ammontare sicuro e su più anni, proponendo alla nuova commissione indipendente i propri progetti: il criterio qualitativo e l'innovazione hanno più peso rispetto al passato, così come hanno più peso le coproduzioni al fine di aggregare le risorse per la realizzazione di spettacoli e opere artistiche. Secondo i dati del ministero, l'85% dei soggetti del settore danza avrà più risorse, così come il 77% dei soggetti del teatro di prosa e di ricerca e il 72% del comparto musicale. Respinti 158 progetti, di cui 137 erano stati presentati da gruppi, associazioni o enti che negli anni precedenti avevano ricevuto contributi prevalentemente sotto i 20mila euro. Il nuovo corso del Ministero ha disincentivato gli interventi a pioggia e ha previsto una corsia preferenziale per le opere degli under 35, con il risultato di ammettere ai finanziamenti 26 nuove formazioni giovanili. Altra novità è l'estensione del numero di spettacoli che teatri di interesse nazionale e le compagnie degli Stabili possono rappresentare fuori sede, volta a promuovere la circuitazione delle produzioni. Non cambia invece l'impatto che sul Fus hanno le fondazioni lirico-sinfoniche, cui vanno 181 milioni di euro, ovvero circa il 46% dell'intero Fondo. La scelta è dettata dal fatto che le 14 fondazioni italiane (da Santa Cecilia di Roma alla Scala di Milano, dalla Fenice di Venezia all'Arena di Verona al Comunale di Bologna) sono ritenute rappresentative della produzione culturale più peculiare della nostra tradizione, cioè la lirica e la musica colta. Con ciò capiamo bene che il Fondo per lo spettacolo si occupa prioritariamente di lirica e teatro. Anche per questo il Ministero ha lavorato in maniera spiccata su altri segmenti, per incentivare forme diverse di finanziamento (già molto usate all'estero) come il credito d'imposta sulla produzione.
In tal senso va il recentissimo Ddl cinema, varato due settimane fa dal Consiglio dei Ministri. Si tratta di una misura a lungo attesa dal settore che da tempo chiede un cambio di passo: a differenza di altre voci, il cinema è infatti più in grado di realizzare ritorno economico. A tal fine, oltre ai fondi del Fus (che per il cinema però sono esigui, non arrivando neppure a 80 milioni annui), si è istituito un nuovo fondo dedicato, alimentato dal 12% del gettito Ires e Iva di chi utilizza i contenuti della produzione (tv, provider telefonici, distributori cinematografici). L'obiettivo, quindi, è di prelevare dal consumo un monte annuo non inferiore ai 400 milioni, che vada a beneficio di produzione ed esercizio. Si tratta di un'innovazione significativa, perché parliamo di un fondo autonomo per l'industria cinematografica e audiovisiva derivante dalla capacità economica dell'industria stessa. Fino al 15% del nuovo fondo sarà dedicato alle opere prime, seconde e ai registi under 35. L'altra novità importante del Ddl è il rafforzamento del tax credit, ovvero il credito d'imposta per la produzione di film, che passa dal 15% al 30%: questo raddoppio non solo può incentivare moltissimo il nostro prodotto cinematografico, ma può favorire ulteriormente le coproduzioni con l'estero – molto importanti per l'internazionalizzazione dell'audiovisivo – visto che investire in Italia diventa più appetibile e conveniente. La legge prevede anche un piano da 100 milioni di euro in tre anni per la riapertura di sale chiuse e abolisce le commissioni ministeriali per l'attribuzione dei finanziamenti al cinema in base al generico “interesse culturale”, introducendo un sistema di incentivi per le opere italiane basato su parametri oggettivi che tengano conto dei risultati economici e culturali (dai premi, alla distribuzione estera, agli incassi in sala).
Un altro strumento innovativo voluto dal Legislatore è l'art bonus, credito d'imposta introdotto a metà del 2014 e reso permanente dall'ultima legge di Stabilità: i privati che vogliano investire nel recupero del patrimonio culturale, nei teatri di tradizione e nelle fondazioni lirico-sinfoniche ricevono una detrazione del 65% sull'investimento. Alla fine del 2015, 2.039 investitori, tra persone fisiche e società, hanno donato 62 milioni di euro: il 61% dei contributi proviene da imprese di medie dimensioni, mentre manca ancora il protagonismo delle grandi aziende. Al momento lo strumento ha agevolato un micro-mecenatismo dei privati (1.300 persone singole) e un sostegno economico da parte di aziende legate ai territori sui beni o sui teatri dei territori stessi (dei 62 milioni ben 37 sono andati a interventi per il patrimonio culturale o teatrale gestito dai Comuni). I fondi raccolti finora hanno permesso di finanziare 500 interventi, in gran parte restauri, di cui 400 già avviati. La Regione in cui si sono raccolti più contributi è stata la Lombardia, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna. Queste tre regioni, da sole, rappresentano la metà del valore delle donazioni su territorio nazionale: come si vede, anche in questo caso c'è una spiccata tendenza “settentrionale” alla valorizzazione. Bene dunque che la legge di Stabilità stanzi 114 milioni di euro per favorire i distretti culturali nel Sud, ma i dati sopra citati devono far riflettere perché anche in questo campo il nostro Paese sembra andare a due velocità. In ogni caso, dal 2016 l'art bonus viene reso stabile: l'auspicio è che più imprese (e più grandi) investano in cultura e in tutto il Paese. La scelta di potenziare il credito d'imposta (sul cinema così come sul patrimonio) va comunque nella giusta direzione di sollecitare l'investimento privato con defiscalizzazioni vantaggiose, decisione che si accompagna (e deve sempre più accompagnarsi) a una nuova ripresa del finanziamento pubblico.
Un impegno importante, deliberato sempre in legge di Stabilità, è l'assunzione di 500 specialisti da parte del Ministero: nonostante i molti vincoli (il Mibact deve assorbire una parte del personale delle Province visto che archivi, biblioteche e musei prima provinciali passano in capo allo Stato) e in deroga alle regole di turn over, nel corso del 2016 il Ministero indirà concorsi straordinari. L'età media degli addetti è infatti molto alta e a causa dei pensionamenti quest'anno aumenteranno i posti vacanti: il rinnovo delle professionalità è urgente e anch'esso fondamentale per dare futuro alla cultura italiana. Tra le ultime novità che voglio citare c'è poi l'imminente bando – predisposto da un decreto legislativo – per attribuire alle associazioni del no profit beni culturali che per particolari situazioni di difficoltà, come l'assenza di personale, resterebbero altrimenti chiusi. Non si tratta ovviamente dei grandi luoghi della cultura, ma di siti minori e spesso periferici che altrimenti non potrebbero essere fruiti. Sempre la legge di Stabilità ha poi stanziato 500 milioni di euro per la riqualificazione urbana delle periferie delle Città metropolitane e dei Comuni capoluogo di provincia, aggiunto 30 milioni l'anno per 4 anni per interventi di conservazione, restauro e valorizzazione e ha concesso la possibilità di erogare il 2 per mille alle associazioni culturali. Con tutti i limiti di budget e i vincoli di bilancio, dopo anni il Governo e il Parlamento hanno scelto di destinare più risorse alla cultura, varando inoltre incentivi rilevanti per i privati. C'è ancora molto da fare, ma senza dubbio si è impostato un nuovo corso.
Per conoscere le liste di tutti gli interventi finanziati con l'art bonus clicca qui e per conoscere meglio il Fus clicca qui

Parità di genere: approvata la legge che sancisce l'equa rappresentanza nei Consigli regionali
Il 3 febbraio Montecitorio ha approvato la proposta di legge di iniziativa parlamentare, già votata dal Senato, che introduce la parità di genere tra uomini e donne nell'accesso alle cariche elettive tra i principi fondamentali in base ai quali le Regioni sono tenute a disciplinare il proprio sistema elettorale. A tal fine, la norma modifica la legge quadro 165/2004 che reca, per l'appunto, i principi-base concernenti il sistema di elezione dei Consigli: le Regioni, infatti, all'interno delle regole generali hanno piena autonomia circa le modalità esatte per la composizione delle proprie Assemblee e molte non hanno mai preso in considerazione misure che incentivino la rappresentanza femminile (l'Emilia Romagna ha invece già autonomamente e pienamente recepito questo principio). Pertanto la legge sancisce come prioritaria tale regola, ponendosi così in continuità con i provvedimenti approvati dal Parlamento per l'elezione dei rappresentanti italiani in Ue e armonizzandosi con l'Italicum, il nuovo sistema elettorale della Camera dei deputati che prevede la parità tra i sessi nelle liste. La legge votata stabilisce che: in caso di elezioni regionali con liste bloccate ci debba essere alternanza tra candidati di sesso diverso, in modo tale che i candidati di un sesso non eccedano il 60% del totale; nel caso di liste non bloccate, in ciascuna lista i candidati di uno stesso sesso non debbano comunque superare il 60% del totale e le preferenze vadano distribuite (ovvero l'elettore dovrà scegliere: un uomo e una donna nel caso di due preferenze; un rappresentante di un sesso diverso dagli altri in caso di tre preferenze). Come già detto l'Emilia Romagna prevede già che ogni lista abbia un numero uguale di uomini e donne (pena l'inammissibilità) e che l'elettore debba diversificare le proprie scelte: la percentuale di rappresentanza femminile nel nostro Consiglio regionale (35%), non a caso, è la più alta d'Italia che, con una media del 17%, viaggia al di sotto di quella Ue che è al 32% (la nostra Regione supera dunque la media europea). Per fare esempi opposti: la Basilicata non ha nessuna donna in Consiglio regionale e non prevede attualmente alcun meccanismo per incentivarne la presenza; in Calabria, che ugualmente non prevede meccanismi di parità, siede in Assemblea una donna sola. Non sarà più così. Anche perché se, come detto, i sistemi regionali sono disciplinati da leggi proprie tenendo conto dei principi stabiliti dalle norme-quadro nazionali, va ricordato che la Riforma costituzionale in via d'approvazione modifica inoltre l'articolo 122 della Costituzione promuovendo l'equilibrio tra uomini e donne negli organi regionali. Di conseguenza, la legge votata dal Parlamento a inizio febbraio e che modifica la precedente normativa, ha ancora più forza se letta assieme alla Riforma del Senato, di cui è anche una conseguenza logica e auspicata.

Sostegno alla disabilità: votata la proposta di legge che amplia gli strumenti per il “dopo di noi”
Il 4 febbraio la Camera ha approvato in prima lettura la legge di iniziativa parlamentare che reca disposizioni in favore delle persone affette da disabilità grave e prive del sostegno famigliare ovvero i cui parenti siano deceduti. Di solito viene usata l'espressione “dopo di noi” per indicare il periodo di vita dei disabili dopo la scomparsa dei genitori/famigliari, un evento che per una persona non dotata di autonomia è una tragedia anche superiore a quella che, per tutti, rappresenta. Per un genitore, lasciare un figlio disabile è ugualmente straziante. La legge cerca proprio di rispondere con nuovi strumenti a questo problema: permettere ai genitori di un disabile di morire sapendo che il proprio figlio non sarà lasciato solo. Le leggi italiane hanno ovviamente dettato, a più riprese, disposizioni in materia di diritti, integrazione sociale e assistenza per queste persone, le Regioni programmano da anni e anni forme di assistenza domiciliare e di aiuto personalizzato, gli enti locali predispongono interventi attraverso i servizi sociali. Per la cura e l'assistenza di persone prive di famiglia si sono, in particolare, diffusi modelli gestionali come le residenze sanitarie e socio-sanitarie, in molti casi realizzate grazie allo strumento della fondazione partecipata, un istituto giuridico di diritto privato che si caratterizza per la presenza di uno scopo definito dai fondatori e non modificabile nel tempo. La legge approvata vuole fornire più strumenti (ridefinendo anche i livelli essenziali delle prestazioni) dando in particolare un quadro giuridico e normativo più certo ai “trust”, cioè fondi con un patrimonio autonomo amministrati da un fiduciario e istituiti in favore della persona con disabilità grave accertata, dunque un istituto creato per iniziativa di un donatore che può immettere beni e risorse volti all'interesse del soggetto. Il donatore di solito è il genitore, o un parente prossimo, della persona beneficiaria. La novità principale sta nella definizione più accurata dei trust e nella disciplina delle agevolazioni fiscali a loro vantaggio. La legge delibera che i trasferimenti di beni per causa di morte o le donazioni per la costituzione e il sostegno del fondo siano esenti dalle imposte di successione e donazione. Nel caso di beni immobili, i Comuni possono applicare aliquote ridotte sui tributi locali, mentre tutti gli atti posti in essere o richiesti dal trust sono esenti dall'imposta di bollo. Al trust sono applicate anche deduzioni al 20% (fino a una misura massima di 100mila euro) sulle erogazioni liberali e sulle donazioni effettuate da terzi. Tutto ciò a condizione che il trust persegua come finalità esclusiva la cura e l'assistenza della persona disabile in cui favore sono stati ceduti i beni e che ne hanno motivato la creazione. L'istituto si considera esaurito nel momento della scomparsa del beneficiario. Inoltre la legge sancisce il rafforzamento del Fondo per l'assistenza dei disabili privi di famiglia (Fondo “dopo di noi”) istituito presso il ministero delle Politiche sociali. Al Fondo possono attingere Regioni, enti locali, organismi del terzo settore e soggetti di diritto privato per l'attuazione degli obiettivi socio-sanitari e in particolare per programmi di residenzialità e apprendimento delle competenze necessarie alla gestione della vita quotidiana. Ricordo qui che la legge di Stabilità 2016 ha stanziato 95 milioni di euro per il “dopo di noi”. La discussione passa ora al Senato.

La mia proposta di legge sulla birra artigianale è stata inserita nella Delega sull'agroalimentare
L'estate scorsa avevo presentato una proposta di legge per la definizione e la tutela della birra artigianale italiana e della birra agricola artigianale italiana. L'11 febbraio, la mia proposta è stata approvata e inserita, come articolo aggiuntivo, alla legge delega in materia di agricoltura e agroalimentare attualmente all'attenzione della commissione competente della Camera. Bene: significa che abbiamo fatto un significativo passo in avanti per avere una normativa che protegge questi prodotti. Per compierlo definitivamente, la legge delega deve essere votata dalle Camere: intanto, però, il testo che arriverà in Aula recepisce la mia proposta e contiene per la prima volta le definizioni legislative di birra artigianale e, di conseguenza, di birra agricola artigianale. Si definisce come birra artigianale la bevanda prodotta da piccoli birrifici indipendenti (ovvero quelli autonomi da altri birrifici e la cui produzione annua non superi i 200mila ettolitri) non sottoposta a processi di pastorizzazione e microfiltrazione. Cioè ai processi tipici della birra industriale. Come conseguenza di questa definizione, viene circoscritto anche il profilo della birra agricola artigianale italiana, avente le medesime caratteristiche della birra artigianale, ma che inoltre viene realizzata usando al 65% materie prime derivate da attività agricola dell'azienda produttrice. Sono più di 800 i birrifici italiani che producono birra di alta qualità e totalmente “made in Italy”: la mancanza attuale di regole fa sì, però, che oggi si trovino sul mercato merci apparentemente simili ma dalla qualità assai differente. Oggi anche una birra industriale può riportare sull'etichetta la dicitura “artigianale”, poiché non c'è una normativa adeguata, col risultato che è difficile promuovere l'eccellenza e, per il consumatore, distinguere birre di ottimo livello da altre scadenti, prodotto artigianale da prodotto industriale. Con questa legge ci potrà essere una definizione chiara e distinta, perché ci saranno criteri certi in materia.

La Camera vota il Decreto milleproroghe: posticipato lo scioglimento della Provincia di Ravenna
Il 10 febbraio Montecitorio ha approvato il consueto Decreto battezzato “milleproroghe”, poiché il provvedimento procrastina di fatto le soluzioni normative non entrate ancora a regime: nella maggior parte dei casi si tratta di garantire continuità ed efficienza all'azione amministrativa. Cito brevemente i punti principali, partendo da una cosa che ci riguarda da vicino. È stata infatti prorogata di 90 giorni la durata della Giunta e del Consiglio della provincia di Ravenna, visto che la loro scadenza sarebbe stata esattamente in concomitanza di quella del Comune capoluogo. Poiché la riforma Delrio non prevede più l'elezione diretta del presidente della Provincia, ma l'elezione indiretta da parte dei sindaci e dei consiglieri comunali del territorio, ci saremmo ritrovati in una bizzarra situazione: il posto del primo cittadino di Ravenna sarebbe stato vacante col risultato che il sindaco del Comune capoluogo non sarebbe potuto diventare né Presidente né elettore del Presidente stesso. Abbiamo quindi deciso di posticipare lo scioglimento della “vecchia” Provincia di alcuni mesi, al fine di permettere anche al sindaco di Ravenna di votare ed essere votato, come prevede la riforma entrata in vigore nel 2014: è la prima volta che la nuova norma viene applicata a Ravenna per cui conviene metterla in piedi dignitosamente, sfalsando l'accorpamento del voto comunale con quello di secondo grado provinciale. Tra le altre misure a livello nazionale, viene consentito anche per il 2016 l'uso di contratti a termine per gli enti di area vasta, ovvero le ex Province, e per le Città metropolitane anche qualora abbiano sforato il patto di stabilità interno 2015. Per i Comuni viene ugualmente consentito l'utilizzo per un altro anno dei segretari comunali, figura che viene abrogata con la riforma della Pa (che permette però un passaggio “ponte” prima del definitivo superamento). Proroga al 31 dicembre anche per i termini entro i quali diventa obbligatoria la gestione in forma associata delle funzioni fondamentali dei piccoli Comuni; per le università sarà possibile estendere al 31 dicembre 2016 i contratti dei ricercatori a tempo determinato. Prorogati i termini dei pagamenti, da parte degli enti locali, relativi ai lavori di riqualificazione e messa in sicurezza degli istituti scolastici per dare così più tempo ai Comuni con problemi di liquidità, senza però fermare le opere necessarie. Recepito nel testo un emendamento che sposta al 31 dicembre la scadenza per adeguare le strutture turistico-alberghiere alle nuove disposizioni di prevenzione degli incendi (il termine era scaduto il 31 ottobre scorso). La proroga consentirà alle imprese ricettive con più di 25 posti letto, e già dotate dei requisiti minimi di sicurezza, di mettersi definitivamente in regola entro l'anno. Il decreto sancisce poi un nuovo rinvio, alla fine del 2016, delle sanzioni piene per gli autotrasportatori che non si sono adeguati al sistema Sistri di tracciabilità dei rifiuti, un dispositivo elettronico da applicare sui camion e che dovrebbe consentire di seguirne il percorso. Ci sono una serie di inefficienze ormai conclamate legate al sistema stesso tanto che, su questo fronte, l'auspicio è o il superamento totale o la netta revisione di Sistri.

Videosorveglianza e incrocio delle banche dati: in Aula la risposta alla mia interpellanza
Il 5 febbraio il sottosegretario all'Interno, Domenico Manzione, ha risposto in Aula all'interpellanza urgente che pochi giorni prima avevo indirizzato al Viminale. La questione è la seguente: moltissimi Comuni sono dotati di sistemi di videosorveglianza in grado di rilevare le targhe delle automobili e, grazie a collegamenti diretti con le banche dati della motorizzazione, possono ravvisare anche eventuali infrazioni al Codice della Strada inserendo semplicemente il numero di targa. Se ci fosse un collegamento analogo con le banche dati del Viminale, i Comuni potrebbero addirittura verificare se un veicolo è rubato: il collegamento con il ministero dell'Interno è però limitato per legge e può essere effettuato solo dalle forze di Polizia dello Stato. Non ci possono essere, insomma, controlli massivi automatici da parte delle Municipali. Esiste d'altro canto un regolamento addirittura del 1982 – modificato nel corso degli anni – che disciplina l'acceso della polizia Municipale alla banca dati Sdi (sistema d'indagine) del Ministero. Il problema è che questo regolamento non è mai stato adottato. Una cosa assurda, perché la sua attuazione consentirebbe alla polizia locale il controllo immediato sulle targhe dei veicoli, rilevate dalla videosorveglianza, permettendo di individuare quelli rubati. Allargare il perimetro sarebbe intelligente e necessario, e mi pare uno spreco avere sistemi di videosorveglianza installati e attivi ma parzialmente accecati dall'impossibilità di incrociare dati e di fare, con ciò, verifiche utili a individuare possibili crimini. Il sottosegretario Manzione ha affermato che il Governo sta lavorando all'attuazione del regolamento, su cui mancano però alcuni pareri soprattutto in relazione agli oneri finanziari. Bene quindi che il Ministero sia stato così veloce a rispondermi. Meno bene che questa velocità non caratterizzi l'adozione del regolamento: l'Esecutivo si è ora impegnato ad accelerare il passo, ma credo che occorrerà monitorare ancora la situazione affinché ci sia una risposta soddisfacente. L'efficienza dell'amministrazione passa infatti anche attraverso una buona interazione dei differenti livelli tra loro, tale da consentire un'azione migliore contro i reati.
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