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La riorganizzazione dei porti:
Ravenna resta scalo strategico, dotato di una propria Autorità

Finalmente arriva il decreto che conferma la volontà espressa a inizio ottobre dal ministro Delrio. E recepisce il mio emendamento all'articolo 7 della riforma della Pubblica amministrazione
Il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto di riorganizzazione dei porti italiani, in attuazione della più vasta riforma della Pubblica amministrazione votata dal Parlamento l'estate scorsa. In quell'occasione, come scrissi nella newsletter del 21 luglio, grazie a un mio emendamento all'articolo 7 avevamo sventato il rischio che l'Esecutivo gestisse l'accorpamento e la governance degli scali senza consultare Regioni ed enti locali. In origine, infatti, la legge delega conteneva un cavillo, rivisto con la mia modifica, per cui la riorganizzazione e la riduzione delle Autorità portuali da 24 a 15 sarebbe potuta avvenire con una decisione totalmente centralizzata. Non è andata così e a inizio ottobre, al tavolo sulla portualità, il Ministro Delrio espresse la precisa volontà, nonché l'impegno, di far restare Ravenna tra i 15 porti dotati di una propria Autorità organizzativa e gestionale, facendo tramontare quindi l'ipotesi di un accorpamento tra il nostro scalo e quello di Ancona. Ora questa volontà si è concretizzata, com'era necessario, in un testo di legge: il decreto delegato sancisce esattamente gli obiettivi auspicati. Ovvero che le nomine dei presidenti delle nuove Autorità verranno deliberate dal Ministro ascoltate le Regioni e che Ravenna manterrà la propria autonomia. Molto bene: i territori continueranno ad avere forte voce in capitolo sulla materia e il nostro scalo è stato giustamente riconosciuto per la sua importanza strategica come “Autorità di sistema portuale del Mare Adriatico centro-settentrionale”. Voglio sottolineare che la decisione su Ravenna non risponde a vuote velleità campanilistiche: la loro difesa è per me l'opposto di una buona politica. Quella del Ministro è una scelta utile al sistema nazionale per ragioni legate ai traffici, ai numeri e ai dati del porto ravennate (considerato strategico, inoltre, dalla programmazione europea). La definizione dei porti prioritari non è stata dunque un braccio di ferro tra territori, ma il frutto di un'analisi circostanziata e proficua. Non posso che dirmi molto soddisfatto del risultato raggiunto. Un risultato che mi rende particolarmente felice proprio perché ho seguito in prima persona e con impegno tutto il percorso legislativo per la riorganizzazione del sistema.
Andando nel dettaglio, i contenuti del decreto seguono gli orientamenti che abbiamo discusso e condiviso e che potranno risolvere molti problemi che hanno penalizzato la portualità italiana negli ultimi anni. La parte che ritengo più importante, al di là della rinnovata concertazione e del mantenimento dell'Autorità ravennate, è perciò quella legata alla semplificazione burocratica: sono state introdotte infatti misure per lo snellimento degli iter, tali da poter restituire competitività agli scali italiani, assai importanti per l'economia nazionale nel suo complesso (attraverso i porti transita il 70% delle merci che entrano o escono dal nostro Paese). Il decreto prevede che gli attuali 113 procedimenti amministrativi contemplati, finora svolti da 23 soggetti, saranno gestiti in ogni Autorità dallo Sportello Unico Doganale e dei Controlli – che verrà realizzato sotto il coordinamento dell'Agenzia delle Dogane – e dallo Sportello Amministrativo Unico, che diventerà il front office per tutti i procedimenti che non riguardano le attività commerciali o industriali. Al posto di una disseminazione di soggetti, avremo due sportelli che abbasseranno drasticamente i tempi di sdoganamento e di tutte le procedure, tempi che oggi sono molto più lunghi rispetto a quanto avviene nei principali scali internazionali. L'eccesso di burocrazia e di referenti è stato un fattore che ha fatto perdere posizioni al sistema italiano: la certezza di tempi rapidi nella consegna delle merci è molto rilevante per un'impresa ed è una delle ragioni per cui molti clienti hanno scelto, negli scorsi anni, rotte differenti. La maggior velocità dei servizi a terra ha condotto le navi negli scali del Nord Europa anche quando le merci dovevano raggiungere luoghi vicini all'Italia: le aziende hanno spesso scelto di effettuare una navigazione più lunga sapendo che il tempo perduto si sarebbe facilmente recuperato con la celerità nell'espletamento delle pratiche. Per essere più competitivi è fondamentale dunque ridurre la burocrazia, che significa tempi e costi per le imprese. Che scelgono le tratte più vantaggiose.
L'altro punto fondamentale del decreto è poi la rivisitazione stessa delle Autorità portuali, che d'ora in poi si chiameranno Autorità di Sistema portuale (Adsp) e a cui verrà affidato il compito di indirizzo, programmazione e coordinamento del sistema dei porti della propria area. Alle 15 nuove Autorità spetterà di attrarre e gestire gli investimenti sui diversi scali cui sono a capo e raccordare le diverse amministrazioni pubbliche attorno ai progetti di sviluppo. La riforma della portualità prevede quindi non solo un “taglio” delle Autorità da 24 a 15 (restano: Genova, La Spezia, Livorno, Civitavecchia, Cagliari, Napoli, Palermo, Augusta, Gioia Tauro, Taranto, Bari, Ancona, Ravenna, Venezia e Trieste), ma un riordino radicale delle stesse: alle nuove Adsp faranno riferimento 54 porti, tra scali di interesse nazionale e scali di interesse regionale. Ogni Autorità coordinerà i piani degli altri porti vicini, sia di interesse regionale (per esempio Cesenatico o Porto Garibaldi, pensando al nostro territorio) o nazionale (per esempio Gioia Tauro accorperà la programmazione dello scalo di Messina, che con la riforma perde la propria Autorità). Tutto questo permetterà di differenziare l'offerta di scali limitrofi articolando con maggiore organicità l'assetto portuale del territorio. L'obiettivo è far sì che la “regia” delle attività singole passi a un livello superiore, capace di una visione non parcellizzata. Il Ministero sarà infine la cabina di regia centrale per lo sviluppo del Piano regolatore del sistema portuale e per i programmi infrastrutturali di interesse nazionale o comunitario. Presso il Ministero sarà poi istituito un tavolo nazionale di coordinamento delle Autorità di sistema. Le nuove Autorità saranno governate da un Presidente e da un comitato ristretto: si passerà dagli attuali 336 membri complessivi dei comitati portuali a circa 70 membri totali. Il Presidente, come detto, sarà scelto dal Ministro dopo aver sentito le Regioni; il comitato portuale si trasforma in un organo di gestione più asciutto. Per quanto riguarda i tempi, il decreto sarà operativo entro tre mesi.
Il buon lavoro parlamentare, per me, è sintetizzabile da questo obiettivo raggiunto: più di un anno fa, con l'allora Ministro Lupi, il Governo aveva mostrato intenzioni fortemente centralizzanti e uno scarso confronto con operatori e territori. Oggi, grazie a un lavoro costante e all'ascolto del Ministro Delrio, siamo arrivati a disegnare una riorganizzazione sensata, che valorizza gli scali più importanti e costruisce il nuovo sistema dei porti italiani, dotato di una supervisione ministeriale e di articolazioni forti nelle regioni, ma superando i particolarismi che non servono a nessuno. Un risultato positivo.
Riforma della Pubblica amministrazione:
il Governo vara i principali decreti attuativi

Nuove regole per la Conferenza dei servizi al fine di accelerare i tempi per le opere pubbliche; obbligo di tagliare le società partecipate inutili; più digitalizzazione per una Pa più efficiente
Dopo aver illustrato i contenuti del decreto sulla portualità, do conto sinteticamente delle altre misure varate dal Consiglio dei ministri in attuazione della riforma della pubblica amministrazione. L'Esecutivo ha infatti licenziato una corposa serie di testi che ora dovranno essere trasmessi alle Camere per ricevere i pareri e le osservazioni delle Commissioni (altri decreti, invece, saranno varati nelle prossime settimane). Semplificazione burocratica, risparmi di spesa tramite l'incentivazione di strumenti telematici e grazie a tagli di enti, trasparenza e norme anti-assenteismo sono al centro dei provvedimenti approvati, di cui cercherò di mettere in luce le parti più salienti.
Misure per i lavoratori negligenti. Il dipendente pubblico che timbra il cartellino e non entra in ufficio potrà essere sospeso dal servizio e dallo stipendio entro 48 ore. A seguito di questa infrazione, partirà poi un procedimento disciplinare abbreviato della durata massima di 30 giorni (contro i 100 attuali) che potrà portare al licenziamento. Stesso trattamento anche per chi timbra il cartellino a un collega che non è in ufficio. Se l'assenteista viene licenziato può anche andare incontro a una condanna per il “danno d'immagine” procurato al suo ufficio, con l'obbligo di risarcire economicamente la Pa. I dirigenti responsabili dei dipendenti negligenti risponderanno di alcuni fatti: sanzioni (fino al licenziamento) per il dirigente che non fa partire la sospensione o il provvedimento disciplinare a carico dell'assenteista, e possibile denuncia per omissione di atti d'ufficio. Attualmente i dirigenti che non avviano procedimenti contro i dipendenti possono essere soggetti a una sospensione dal lavoro di massimo tre mesi: come si vede, quindi, il decreto inasprisce la normativa non solo sui lavoratori “semplici” ma anche sui livelli apicali della Pa. Oltre alle regole contro gli assenteisti, il Governo ha poi ribadito l'intenzione di non applicare il nuovo articolo 18, rivisitato con l'ultima riforma del lavoro, al pubblico impiego. Ovvero il licenziamento illegittimo non può qui dar luogo a un mero indennizzo economico, ma al pieno reintegro nel posto di lavoro.
Trasparenza e informatizzazione. Tutti gli uffici della Pa dovranno pubblicare sui propri siti alcune informazioni che rendano conto del funzionamento della macchina amministrativa. Tra queste: i tempi d'attesa della sanità, i tempi di pagamento ai creditori, le informazioni sugli appalti e sull'andamento delle opere pubbliche. Soprattutto, diventa legge l'obbligo per la Pa di dare risposta a un cittadino, che richieda informazioni di qualunque natura, entro 30 giorni: la differenza rispetto a quel che accade ora è notevole poiché per ricevere un documento o dei dati da una Pa, il cittadino oggi deve avere un “interesse legittimo”, mentre con le nuove regole non servirà più e chiunque potrà domandare con l'obbligo di veder soddisfatta la richiesta. Gli enti che non rispettano trasparenza ed efficienza rischiano sanzioni da parte dell'Anac. Ogni cittadino o impresa, nel giro di due anni, avrà poi a disposizione un Pin unico per poter accedere online a servizi e comunicazioni. Anche la firma elettronica avrà valore legale. Si intende rafforzare inoltre la modalità del pagamento elettronico come mezzo principale da utilizzare nelle transazioni con la Pa. Tutte le norme, evidentemente, tendono a semplificare il rapporto tra le persone, le aziende e la Pubblica amministrazione. Un obiettivo a mio avviso doveroso.
Meno burocrazia, tempi più rapidi e certi per le opere pubbliche. Con la riforma della Pa, cambiano le modalità di svolgimento della Conferenza dei servizi, ovvero quella riunione che mette attorno a un tavolo tutti gli enti interessati alla realizzazione di un'opera o a un servizio pubblico. La novità è che “sparisce” il tavolo, ovvero per prendere decisioni non saranno più obbligatorie le riunioni vere e proprie, tradizionalmente intese con le presenze fisiche dei rappresentanti gli enti: le riunioni saranno virtuali e si svolgeranno tramite comunicazioni di posta elettronica e l'utilizzo di mezzi informatici che consentano una discussione a distanza. Le riunioni “plenarie” in simultanea potranno essere tenute per via telematica limitatamente a casi di decisioni particolarmente complesse o in cui sono richieste rilevanti modifiche progettuali che impongano alle amministrazioni coinvolte una valutazione aggiuntiva. Le decisioni finali dovranno essere varate, in ogni caso, entro 60 giorni e si considereranno acquisiti gli assensi delle amministrazioni che non si sono espresse (principio del silenzio/assenso). Con questo snellimento dei procedimenti, verranno ridotti i termini per far partire i progetti. Modificato, inoltre, l'iter per segnalare i progetti territoriali (anche d'impresa) più importanti: entro il 31 gennaio di ogni anno, Comuni e Regioni dovranno inviare al Governo un elenco di quelli considerati strategici (purché già inseriti in atti di programmazione). L'Esecutivo, entro il 31 marzo di ogni anno, selezionerà quelli a cui si può applicare una corsia preferenziale, che prevede il dimezzamento dei tempi per le autorizzazioni e la possibilità, per il presidente del Consiglio, di applicare i “poteri sostitutivi” (ovvero il premier potrà “sostituire” ogni autorizzazione o nulla osta che gli enti preposti non hanno emanato in tempo). I progetti cui applicare queste regole possono essere: “di interesse generale”, “rilevanti insediamenti produttivi” o comunque opere “suscettibili di produrre positivi effetti su economia e occupazione”. La revisione della norma fa sì che vengano accelerati i processi di autorizzazione anche per le licenze industriali e le attività produttive. Infine, nuove semplificazioni per le pratiche burocratiche che riguardano la Scia (segnalazione certificata di inizio attività): ogni Pa dovrà avere uno sportello “di interlocuzione unica” dove saranno trattati tutti i procedimenti connessi all'inizio attività.
Servizi pubblici locali e Asl. Cambiano le regole anche per i servizi pubblici locali, cioè per acqua, rifiuti e illuminazione. I Comuni potranno ancora decidere se bandire una gara per l'affidamento dei servizi oppure se svolgerli direttamente. Questa seconda strada, però, sarà consentita solo se il ricorso al mercato non risulti vantaggioso a livello economico, ovvero solo se la gestione diretta da parte dell'ente locale faccia risparmiare risorse. Il Comune che decide di non mettere a gara un servizio deve spiegare le sue ragioni con una relazione, da inviare alla Corte dei Conti che dovrà valutarla. Anche gli affidamenti in essere saranno valutati con i nuovi criteri e se non corrisponderanno alla nuova ratio normativa potranno decadere. Con ciò il Testo unico sui servizi pubblici recepisce integralmente le direttive Ue sulla materia, volte ad aprire spazi di mercato ma solo laddove il ricorso allo stesso sia economicamente proficuo per la Pa. Al momento, invece, non è ancora chiaro se nei prossimi decreti ci saranno novità sui servizi di trasporto pubblico locale, anche se il ministro Delrio, in un'audizione nella commissione Ambiente della Camera, ha fatto cenno a un possibile inserimento di alcune norme sul Tpl nei futuri atti sulla Pa. Certe invece le novità per le nomine dei direttori generali delle Aziende sanitarie, che non saranno più di totale discrezionalità delle Regioni. Diverrà infatti operativo l'Albo unico nazionale dei manager, dei direttori sanitari e amministrativi delle Asl, stilato da una Commissione tecnica (che farà capo al Ministero ma sarà composta da esperti). Per essere idonei bisognerà avere meno di 65 anni, una laurea, un'esperienza dirigenziale di almeno 5 anni e aver partecipato a corsi di gestione sanitaria. Una Commissione regionale dovrà scegliere una rosa di nomi all'interno dell'Albo e sarà al fine il presidente della Regione ad affidare gli incarichi, senza però la totale libertà oggi concessa (e che in alcune Regioni, ma non certo la nostra, non ha prodotto risultati positivi). Non si potrà, poi, ricoprire per più di due volte lo stesso incarico nella stessa azienda sanitaria. Una volta nominati, i vertici delle Asl saranno valutati dopo due anni dalla Commissione regionale: se i risultati economico-finanziari, nonché gestionali (basati sulle performance sanitarie) non saranno in linea con le attese, i direttori potranno essere sollevati dal ruolo e, se si ravvisano infrazioni, cancellati dall'Albo nazionale.
Riduzione delle aziende partecipate e controllate. Come previsto dalla Delega, uno degli obiettivi della riforma è accorpare le tante società cui prendono parte gli enti locali, che sono oggi circa 8mila. La razionalizzazione delle società non quotate (che sono dunque escluse) contempla l'alienazione delle aziende che non raggiungono una soglia minima di fatturato (un milione di euro negli ultimi tre anni), l'accorpamento in altre società (quelle maggiori e più strutturate) delle partecipate che svolgano identiche mansioni o molto simili, la dismissione di quelle che hanno un numero di dipendenti inferiore a quello degli amministratori e di quelle che producono beni e servizi non indispensabili alle finalità istituzionali dell'ente pubblico. A differenza del passato, le dismissioni per i motivi sopracitati sono obbligatorie e il mancato adempimento delle stesse sarà sanzionato: entro sei mesi, infatti, le amministrazioni dovranno fare un censimento di tutte le società e chiudere entro un anno quelle che non rispettano i requisiti. Il ministero dell'Economia dovrà vigilare sull'attuazione delle regole che, nelle intenzioni del Governo, dovrebbero portare alla riduzione di circa 2mila società partecipate o controllate nel primo anno di applicazione. Per quanto riguarda il personale è prevista, in concomitanza del censimento degli enti, anche la definizione dell'elenco degli esuberi, articolati per profili professionali e che andranno riassorbiti nelle società restanti entro il 2018, attraverso procedure di mobilità. Obiettivo della riforma, poi, è di arrivare all'amministratore unico per la maggior parte delle partecipate ma nella prima fase questa novità interesserà solo quelle più piccole che resteranno in piedi dopo la riorganizzazione.
Questi sono, in estrema sintesi, i lineamenti della riforma approvata lo scorso anno e oggi esplicitata dai principali decreti attuativi. Sono misure che, se ben applicate, possono modernizzare molti processi della macchina amministrativa.
Il ministro della Giustizia Orlando riferisce alla Camera
i risultati dell'anno giudiziario

Dopo lustri di stallo è efficacemente ripartita un'azione riformista su un ambito cruciale: molto ridotto l'arretrato civile, finita l'emergenza carceraria, ora si agirà sulla procedura penale
Il 20 gennaio il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha tenuto alla Camera la sua relazione sull'anno giudiziario, obbligatoria per legge ma soprattutto momento rilevante e utile per fare il punto sulla situazione. E sulle numerose riforme realizzate in questa Legislatura. Come ha fatto notare Orlando all'inizio del suo intervento, la giustizia nel recente passato è stata il terreno privilegiato dello scontro politico, cosa che ha portato a uno stallo e non a un miglioramento. Divisa in partigianerie spesso estranee ai bisogni reali dell'amministrazione giudiziaria, la politica nel ventennio berlusconiano ha scarsamente innovato il settore: come sappiamo bene le gravi pendenze di Berlusconi hanno avuto effetti nocivi, ma spesso consideriamo poco il fatto che hanno provocato anche la paralisi di un'efficace azione riformista.
Con la nuova Legislatura questa lunga ed estenuante fase si è chiusa. Cambiato il clima politico, Governo e Parlamento hanno avviato una nuova riflessione, condivisa con i tanti soggetti che lavorano nella giurisdizione, e che si è concretizzata nelle leggi approvate. Dopo anni di inconcludenza, la giustizia è tornata a essere oggetto di discussione, non più un totem politico ma un servizio dello Stato a cui restituire efficienza. Il differente clima ha consentito anche di tornare a investire risorse e assumere persone, cose cruciali visto che nuovi motivi di inquietudine (come il terrorismo internazionale) si fanno strada richiedendo inediti strumenti di indagine e il coordinamento con le forze investigative di altri Stati. Anche per sostenere lo sforzo che queste sfide reclamano è molto importante che si sia agito sulle procedure “basilari”, come il processo civile, con la finalità di abbattere significativamente il numero di cause pendenti e snellire i passaggi per portarle a termine. L'organizzazione degli uffici è ugualmente un fattore chiave per determinare il buon funzionamento del comparto: per rinforzare l'organico (nelle cancellerie ci sono vuoti per 9mila unità), 4mila persone, tra cui molti lavoratori delle ex Province, verranno immessi nei servizi della giustizia entro la fine del 2016. Di questi, 450 hanno già preso servizio. Il Ministero stesso è stato riorganizzato, ma riducendo del 40% le posizioni dirigenziali e riorganizzando le strutture dipartimentali con un risparmio di 64 milioni di euro. 17 milioni di euro sono invece stati stanziati nel 2015 per migliorare il funzionamento degli uffici dei Pm, in febbraio entrano in servizio 311 nuovi magistrati vincitori del concorso 2013, sono in corso le operazioni per attribuire altri 340 posti frutto del concorso successivo e si sta predisponendo un nuovo bando per ulteriori 350 unità. Infine, rispetto al 2014 il ministero della Giustizia ha risorse aggiuntive pari a 1 miliardo di euro, disponibili per il 2016-2017, da investire in informatizzazione e riorganizzazione.
L'ambito civile costituisce senza dubbio il punto di forza dell'operato del Ministero. Si è mantenuto l'impegno di togliere i processi dalle Aule, favorendo negoziazioni e arbitrati, con esiti ragguardevoli: la riduzione delle pendenze è passata da 5,3 milioni di casi alla fine del 2013 a 4,2 milioni alla fine del 2015 (e va ricordato che nel 2009 i procedimenti pendenti sfioravano i 6 milioni). L'auspicio è di arrivare sotto i 4mila procedimenti entro il 2016 grazie al crescente utilizzo di metodi alternativi di risoluzione delle controversie introdotti dalla riforma della giustizia civile approvata nel 2014. La digitalizzazione ha poi consentito di avere la completa mappatura di tutti procedimenti, anche dei singoli uffici: si tratta di una grandissima operazione di trasparenza che, per il Ministero, è stata inoltre un utilissimo strumento per capire come investire le risorse. Tutto questo ha concorso al fatto che l'Italia, nelle classifiche internazionali sui procedimenti civili, mostri un netto miglioramento (soprattutto nel contenzioso commerciale, su cui il Ministero ha investito 250 milioni di euro). Il processo civile telematico è stato inoltre ritenuto dall'Ue una delle riforme più rilevanti realizzate dal Governo Renzi (con 15 milioni di comunicazioni telematiche si sono risparmiati poi circa 130 milioni di euro rispetto al 2013). Il Ministero ha varato anche la riforma del settore fallimentare, secondo la quale verrà tolta la parola stessa “fallimento” per evitare lo stigma che accompagna la crisi d'impresa: il diritto fallimentare si orienterà maggiormente alla prevenzione delle crisi, con procedure che consentono di intervenire su realtà imprenditoriali non ancora del tutto compromesse mirando a tutelarne il patrimonio e l'occupazione. L'importanza dei procedimenti civili resta dunque al centro delle riforme di Governo e Parlamento: è proprio l'ambito civile quello in cui il cittadino comune e le imprese formano la loro percezione sul funzionamento della giustizia, perché – fortunatamente – la maggior parte delle cause di persone e aziende non toccano il penale.
Il nostro Paese per molto tempo ha avuto i nervi scoperti, però, soprattutto sul penale: ci siamo trovati imprigionati tra i problemi dell'ex premier Berlusconi e una specie di “populismo forcaiolo” che ha finito per far perdere di vista il merito delle cose. Questa Legislatura ha introdotto molte novità significative sulla materia, depurata dal vizio di forma che faceva leggere ogni cosa “pro” o “contro” un singolo, ingombrante, individuo. Sul penale c'è stato un deciso rafforzamento degli strumenti per il contrasto alla corruzione: abbiamo inasprito le pene per gli incaricati di pubblico servizio, introdotto meccanismi premiali per chi collabora con la giustizia, dato una stretta sul falso in bilancio. Il Parlamento ha poi introdotto, per sua iniziativa, il reato di scambio elettorale politico-mafioso, il reato di autoriciclaggio e rivisto il Codice antimafia con innovazioni significative (come scrivevo qualche mese fa) sul reato di caporalato. Inoltre, il Parlamento ha potato a termine la prima norma sugli eco-reati con nuove fattispecie per punire chi inquina e degrada l'ambiente. Se anche nell'ambito penale diminuiscono le pendenze, qui il problema è che le prescrizioni restano troppe: sono state 132.296 nel 2014, ma sono già 67.420 quelle del primo semestre 2015 (ultimi dati disponibili). Su questo fronte, sarebbe utile che il Senato approvasse presto il Ddl che allunga i tempi di prescrizione, già votato alla Camera. Ed è in discussione in Senato anche la riforma del procedimento penale, che punta sulla ragionevole durata del processo (altra cosa che scongiura la decadenza del reato) e a favorire riti alternativi, per togliere dalle Aule i dibattimenti meno gravi.
Un discorso a parte meritano la norma sulle pene alternative al carcere per i reati minori, approvata dal Parlamento nel 2014, e le depenalizzazioni al centro di due recenti decreti legislativi a firma di Orlando, in esecuzione della legge delega 67/2014 (in materia di pene detentive non carcerarie e di riforma del sistema sanzionatorio). Né la norma sulle misure alternative per reati minori né la Delega incentivano l'impunità, ma anzi hanno effetti deflattivi sul sistema e rendono più efficaci le sanzioni. Perché ha più forza la prospettiva di una sanzione più alta e certa, comminata in tempi rapidi, che la minaccia di un processo penale che rischia di finire dopo anni. Con ciò, i decreti attuativi firmati alcune settimane fa dal Ministro hanno trasformato alcuni reati minori del Codice penale (tutti già precedentemente sanzionabili solo attraverso multe o ammende) in violazioni amministrative. Un altro gruppo di reati sono stati invece trasformati in illeciti civili: al posto del dibattimento penale, ci si rivolgerà a un giudice civile che potrà comminare sanzioni che, a seconda ovviamente dei fatti, variano da 10mila a 100mila euro. Oltre alle sanzioni, che sono state riviste al rialzo, resta poi il risarcimento all'eventuale parte offesa. Nel primo gruppo ci sono alcuni capi di imputazione obsoleti (atti osceni in luogo pubblico, abuso di credulità popolare), ma viene anche depenalizzato il mancato versamento dei contributi per una base annua di massimo 10mila euro e passa da reato a illecito amministrativo anche la violazione delle prescrizioni sulla coltivazione della cannabis per fini terapeutici, che deve essere autorizzata (fuori da questa cornice, insomma, coltivare marijuana resta reato). Alcuni reati contro l'onore (come il reato di ingiuria) o alcuni minori contro il patrimonio (danneggiamento semplice, appropriazione di cose smarrite) diventeranno invece illeciti civili: con questo, sparisce per alcune imputazioni lievi l'obbligatorietà dell'azione penale e, se la vittima non denuncia il fatto, non si procede neppure in sede civile. Ma di certo non si istituirà più un'azione penale per un'ingiuria. Mi sembrano scelte di buon senso: meglio punire con multe e dibattere con negoziazioni civili più veloci alcuni capi di tale tenore, che non ascriverli al penale e dover allestire un processo. Tra i reati da depenalizzare, il Ministro Orlando avrebbe voluto inserire anche quello di immigrazione clandestina e in Aula ha ribadito con forza la necessità di abolirlo. A quanto pare, però, il Governo ha deciso di soprassedere. Io sono d'accordo col ministro della Giustizia: il reato di immigrazione clandestina va abrogato e le stesse Procure italiane sostengono che non serve a nulla. Non serve a nulla anche perché l'espulsione può e deve comunque essere esercitata solo dopo tre gradi di giudizio, quindi dopo anni. Il reato introdotto da Maroni e dal governo Berlusconi nel 2009 ha solo ingolfato il lavoro delle Procure, con iter inoltre farraginosi e difficili, visto che molto spesso “l'imputato” ha bisogno di interpreti per gli interrogatori e sempre ha bisogno di avvocati d'ufficio non potendosene permettere uno. Insomma: con questo reato non si è realizzato niente di buono e non è servito minimamente agli scopi per cui era stato pensato (disincentivare l'arrivo degli immigrati). Giovedì scorso anche il primo presidente della Cassazione, Giovanni Canzio, nella sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario ha supportato questa idea, asserendo che la trasformazione del reato in illecito darebbe inoltre risultati più concreti.
L'altro punto di forza del lavoro di questa Legislatura è l'odierna situazione carceraria: alla fine del 2015 i detenuti sono 52.164 su una capienza di 49.674 posti. Nel 2010, quando il nostro Paese venne condannato per sovraffollamento carcerario dalla Corte europea dei diritti dell'uomo, i detenuti nelle galere erano quasi 68mila. A distanza di 5 anni, nessun detenuto è sistemato in uno spazio inferiore ai 3 mq previsti dall'Ue. L'Italia resta invece uno dei Paesi con più alta recidività d'Europa, ovvero chi va in carcere spesso ci torna. Questo induce a riflettere sul fatto che il carcere non serve granché per ciò per cui è stato pensato: ossia punire, ma anche educare a non commettere più reati. Dobbiamo riconsiderare il sistema detentivo per restituire alla pena il senso e il valore che la Costituzione stessa le assegna. Ovviamente bisogna dare effettività alla pena stessa, ma senza dimenticare che il carcere è anche luogo di riabilitazione. Pertanto il Ministro ha intenzione di rafforzare il ruolo del Garante dei detenuti. I rei che hanno usufruito di misure alternative (arresti domiciliari, lavori riparativi, ecc.), a seguito anche della legge dell'aprile 2014, sono 39.274 contro i circa 21mila del 2010. Facendo una semplice somma, in ogni caso, vediamo che rispetto al 2010 non sono diminuite le persone a cui è stata comminata una pena: oggi in totale abbiamo 91.438 persone che ne scontano una, tra misure extra-carcerarie e prigione, nel 2010 erano 89.465. Questo significa che la giustizia funziona lo stesso e meglio. Semplicemente le galere non esplodono più come qualche anno fa. Ed è un bene.
Il quadro che emerge e che il Ministro Orlando ha così efficacemente tracciato di fronte all'Aula di Montecitorio è un quadro, dopo tanti anni, di cambiamento positivo. Che parla di un Paese più civile e che ha rimesso in moto con valide riforme un settore cruciale per uno Stato migliore. Perché una giustizia che funziona serve certamente all'economia, come spesso si è detto parlando della materia e della mancanza di investimenti stranieri causata dalla lentezza dei procedimenti italiani. Ma soprattutto è fondamentale per affermare i diritti delle persone.

Giacimenti marini: la Consulta ammette il referendum sulla durata delle concessioni già rilasciate
Il 19 gennaio la Corte costituzionale ha ammesso il referendum sulla durata delle concessioni già rilasciate per la ricerca di idrocarburi entro le 12 miglia marine, promosso l'anno scorso da alcune Regioni. Con la decisione della Consulta, i cittadini dovranno essere chiamati alle urne entro giugno per valutare un aspetto estremamente specifico che riguarda la durata delle autorizzazioni già ottenute. A meno che una norma non intervenga a chiarire il punto in questione evitando l'inutile voto. I quesiti referendari presentati da Basilicata, Puglia, Marche, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise erano, infatti, in origine 6: il Parlamento, con la legge di Stabilità 2016, ha introdotto però una serie di misure che hanno di fatto neutralizzato 5 quesiti, sancendo nella sostanza il divieto di nuove trivellazioni entro le 12 miglia. La Consulta ha quindi dato il via libera, con ciò, a un solo un quesito, l'unico rimasto in piedi, sulle concessioni già esistenti. “La concessione – secondo la legge oggi vigente – dura finché dura il giacimento”, il che significa finché c'è materia prima. E significa anche garantire i permessi rilasciati, le attività in essere, gli impianti con il doveroso monitoraggio sull'impatto ambientale degli stessi, e tutelare circa 5mila posti di lavoro. Il referendum a cui i cittadini dovrebbero rispondere si incentra sulle concessioni petrolifere attuali: le persone dovranno scegliere se esse possono durare fino all'esaurimento dei giacimenti o no, abrogando il passaggio che ho sopra citato. Credo sia un referendum del tutto superfluo. La legge ha già regolato, a partire da quest'anno, quel che accadrà, e non capisco davvero come un cittadino possa intervenire consapevolmente in una decisione così settoriale. Non è certo il mio mestiere valutare il lavoro procedurale della Consulta, ma è mio compito dare un parere sul referendum: spero si arrivi a una soluzione di stampo legislativo. Perché non si possono chiamare le persone a rispondere a quesiti tecnico-ingegneristici o che solo gli esperti di questioni ambientali possono dirimere. Soprattutto considerando che ci siamo già espressi, in generale, con la recente legge di Stabilità che ha modificato inoltre l'articolo 38 del Decreto Sblocca Italia, cancellando la dichiarazione di “strategicità e urgenza delle attività petrolifere” (attraverso cui il solo Governo poteva decidere le nuove autorizzazioni), e garantendo quindi agli enti territoriali la partecipazione ai procedimenti per il rilascio dei titoli.

Corruzione e illeciti sul lavoro: Montecitorio vota la norma che tutela chi denuncia
La Camera ha approvato in prima lettura la proposta di legge di iniziativa parlamentare che introduce misure di protezione per il lavoratore che segnala reati o irregolarità nell'interesse pubblico. La legge Severino del 2012 aveva introdotto nell'ordinamento una prima disciplina per il dipendente della Pa che segnala illeciti di cui sia venuto a conoscenza in ragione del suo ruolo prevedendo che, chi denuncia condotte irregolari all'autorità giudiziaria, alla Corte dei Conti, all'Autorità nazionale anticorruzione o al proprio superiore non possa essere sanzionato, licenziato o sottoposto a misure discriminatorie per ragioni collegate alla denuncia. La stessa legge prevedeva che l'identità del segnalante non potesse essere rivelata, in sede disciplinare, senza il suo consenso laddove gli accertamenti sul fatto possano essere effettuati indipendentemente dal riconoscimento della persona che li ha segnalati. L'articolo 1 del nuovo testo di legge sostituisce quello della norma Severino: ferme restando le garanzie di cui sopra, esse si estendono anche ai collaboratori con ogni tipologia di contratto nonché ai lavoratori di imprese appaltatrici di opere e servizi per la Pa. Bene: non è giusto, infatti, che le posizioni contrattuali più deboli siano quelle meno garantite. Inoltre: se Anac rileva l'adozione di misure discriminatorie, da parte dell'ente rispetto alla persona che ha denunciato, potrà applicare al responsabile della discriminazione una sanzione da 5mila a 30mila euro. La tutela generale del dipendente, così prevista dalla legge, si applica però solo quando la denuncia sia fatta in buona fede: se no, il querelante è sottoposto a provvedimento disciplinare. Il secondo articolo introduce misure di tutela anche nell'ambito privato: lavoratori e collaboratori di aziende, enti, società od organizzazioni prive di personalità giuridica (come molte associazioni) possono segnalare circostanze di illeciti che, sempre in buona fede, ritengano altamente probabili si siano verificati. Anche in questo caso si deve tenere riservata l'identità di chi denuncia e si prevede che l'adozione di misure discriminatorie nei confronti dei soggetti che hanno querelato possa essere segnalata all'Ispettorato nazionale del lavoro. Qualora il dipendente venga licenziato, il licenziamento sarà considerato nullo se deciso in conseguenza della denuncia, così come il demansionamento o qualunque misura negativa. Spetta al datore di lavoro l'onere della prova che certifichi che le misure non sono state prese in ragione della segnalazione.

Misure per le emergenze nazionali e per la valorizzazione dei territori
Montecitorio ha approvato il Decreto che reca misure urgenti per interventi sul territorio, volto a stanziare risorse ad alcune aree in stato di difficoltà nonché ad alcuni settori specifici. Si tratta di risorse ancora disponibili sul bilancio dello Stato 2015: lo scopo è evitare che restino inutilizzate ma diventino invece proficue per istanze di valorizzazione o emergenza. È questo il caso, ad esempio, dei 50 milioni destinati alla bonifica ambientale della Terra di fuochi, in Campania. Ma pure di altri 50 milioni che entrano nella dotazione del Fondo per le emergenze nazionali. Per quanto riguarda la valorizzazione, 50 milioni sono destinati all'area utilizzata per Expo 2015 a Milano, dove si intende realizzare un polo tecnologico. 10 milioni vanno poi a finanziare il piano per la promozione del Made in Italy dell'Agenzia Ice, che si occupa dell'internazionalizzazione delle aziende italiane all'estero. Uno specifico intervento determina spazi finanziari per i Comuni, pari a 50 milioni, per la realizzazione di misure nel settore dei trasporti rapidi di massa; viene incrementato anche il Fondo nazionale per il servizio civile (100 milioni); e soprattutto viene incrementato di 400 milioni il Fondo sociale che finanzia anche gli ammortizzatori in deroga. 25 milioni sono destinati al recupero di immobili di edilizia residenziale pubblica e 100 al potenziamento degli impianti sportivi in aree svantaggiate e nelle periferie.

Mercatone Uno: buoni risultati dell'amministrazione straordinaria, cessione entro l'anno
Una notizia positiva su una vicenda che riguarda anche il nostro territorio: il ministero dello Sviluppo Economico ha dato il via libera al programma dei commissari straordinari del gruppo Mercatone Uno, presentato il 5 ottobre scorso e che prevede la prosecuzione dell'esercizio d'impresa in vista della cessione, entro il 2016, a un operatore dotato di professionalità e risorse per il rilancio. Della questione mi ero occupato assieme ad altri colleghi con un'interrogazione, presentata un anno fa, che chiedeva al Ministero di intervenire. Come poi è stato fatto: l'amministrazione straordinaria ai sensi della legge Marzano è stata sancita dal Dicastero nell'aprile scorso. Bene, dunque, che in questi mesi si sia data continuità al lavoro di Mercatone e che siano pervenute manifestazioni di interesse da parte di investitori italiani e stranieri. Ora il piano prevede la riapertura di altri quattro punti vendita entro la metà del 2016, per arrivare a un totale di 60 negozi sui 79 esistenti. L'andamento del lavoro degli scorsi mesi è stato infatti positivo: il gruppo è tornato a crescere. Secondo il Ministero “l'attività della nuova direzione aziendale ha creato le condizioni per il salvataggio del gruppo, salvaguardando i posti di lavoro assieme agli interessi dei creditori”. Ricordo che nel gennaio 2015 Mercatone Uno, che ha sede a Imola (dove sono occupate circa 240 persone, mentre a Russi sono impiegati quasi 100 dipendenti e su scala nazionale circa 3.700 lavoratori), aveva presentato al tribunale di Bologna la richiesta di concordato preventivo a fronte di debiti che ammontavano a oltre 425 milioni. Dall'ipotesi di una chiusura, con la perdita di tanti posti, in 12 mesi si è arrivati a un rilancio, grazie all'impegno di tutte le istituzioni territoriali e del Ministero, che è intervenuto celermente con il commissariamento, garantendo così l'utilizzo degli ammortizzatori che consentono ai dipendenti di restare agganciati alla società. Condizione essenziale per mantenere i posti di lavoro nel momento in cui si concretizzerà l'offerta di un nuovo soggetto imprenditoriale.
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